Il concetto di "svezzamento" evoca immediatamente l'immagine di un passaggio fondamentale nella vita di ogni essere vivente, un distacco dal nutrimento primario. Tuttavia, questa nozione va ben oltre la sua accezione biologica, configurandosi come una potente metafora per comprendere i processi di separazione, individuazione e la costruzione dell'identità umana nelle sue molteplici sfaccettature. Dal profondo legame madre-bambino alle dinamiche relazionali adulte, dalle abitudini alimentari alle complesse strutture delle dipendenze e delle patologie, lo svezzamento rappresenta un crocevia esistenziale, fonte di evoluzione normale o, talvolta, patologica. Esplorare il significato di "io sono svezzato" significa addentrarsi nelle intricate trame della psiche, della società e del corpo, per cogliere come il distacco e l'autonomia si forgino in un continuo dialogo con la dipendenza e la ricerca di gratificazione.
Lo Svezzamento Primario: La Nascita della Relazione e il Bisogno di Amore
Il percorso dell'essere umano è profondamente radicato nelle sue relazioni primarie, in particolare quella che si instaura tra madre e bambino. Balint, con la sua visione, propone una lettura di queste prime interazioni come una "pulsione originaria, fonte di ogni successiva evoluzione normale o patologica". Egli le colloca in una "felice ed estatica attesa d’amore e di soddisfazione, che va dal bambino alla madre, senza percezioni di obblighi di reciprocità". In questa fase iniziale, si manifesta una "sconfinata ed onnipotente possibilità di ricevere da parte del bambino", bilanciata da una "infinita e illimitata capacità di dare nella madre".
Per Balint, la tenerezza assume un ruolo centrale e autonomo, distaccandosi dalla visione freudiana che la identificava come una libido inibita nella meta. La tenerezza, secondo Balint, non deve più essere individuata rispetto alla genitalità, e anche la genitalità stessa si configura come una pulsione autonoma, intrinsecamente legata alla riproduzione del singolo e della specie. Il destino dell’uomo è, per Balint, legato appunto alla relazione oggettuale primaria: solo la tenera e puntuale gratificazione del bisogno d’amore passivo consentirà al bambino una progressiva crescita nell’esame di realtà fino ad affrontare da adulto l’avventura della genialità.
L'opera "Primary Love and Psychoanalytic Technique," un insieme di saggi redatti da Balint tra il 1930 e il 1952, approfondisce tre argomenti strettamente collegati tra loro: la sessualità umana, le relazioni oggettuali e la tecnica psicoanalitica. Sebbene la traduzione di questo saggio in linguaggio moderno possa risultare complessa, poiché appare "troppo impastato di concetti biologici e pulsionali," emergono intuizioni fondamentali per la clinica e la teoria psicoanalitica. Balint descrive, per esempio, quei pazienti che "non amano, ma vogliono essere amati." La richiesta di gratificazione di tale necessità è assolutamente problematica e viene spesso manifestata in modo violento e con grande dispendio di energia, quasi fosse "una questione di vita o di morte." Da questa tendenza deriva la paura di essere abbandonati. Balint sottolinea il fraintendimento cui questa richiesta va incontro, perché "viene letta come una forma di aggressività e di innato sadismo." Egli, con una visione geniale, afferma: "E’ la sofferenza che rende cattivi, tutto ha un suo precedente che può essere rimosso."
Balint intende anche mettere in discussione il concetto freudiano del "bambino polimorfo perverso," del bambino autoerotico e narcisistico. Suggerisce, più o meno implicitamente, di sostituire il concetto di narcisismo primario con quello di amore primario passivo. Per Balint, il narcisismo del bambino deriva dal pensiero: "Se il mondo non mi ama abbastanza, sono io che devo amare e gratificare me stesso." Di conseguenza, il narcisismo è sempre di natura secondaria. Tuttavia, se esiste l’amore oggettuale passivo, che è, lo ribadiamo, la meta primaria dell’erotismo e l’amore libidico di sé, c’è anche l’amore oggettuale attivo, nel quale invece amiamo e gratifichiamo il nostro partner perché ci ricambi con amore e gratificazione. Entrambi sono strettamente collegati. Commentando la domanda di Freud su "da dove origina il nostro bisogno di applicare la libido agli oggetti" (in Introduzione al narcisismo), Balint dichiara che solo la concezione dell’amore passivo per l’oggetto fornisce una spiegazione di questa descrizione clinica.

Dalla Dipendenza Onnipotente all'Odio: Le Relazioni Oggettuali Primitive
Non si può affrontare il lavoro di Balint sull’amore primario passivo senza fare un breve riferimento all’opera di Freud, a cui Balint si riferisce costantemente, e cioè ai "Tre saggi sulla teoria sessuale." È nel terzo saggio, "Le trasformazioni della pubertà," che Freud affronta il compito più arduo, quello di collegare l’esperienza della sessualità infantile all’organizzazione complessiva dello psichismo. La teoria del primato genitale, tuttavia, risulta poco soddisfacente in questo contesto.
Balint inizia a discutere il concetto di onnipotenza per meglio capire quella che chiama la differenza tra amore maturo, o adulto, e amore primitivo, nel quale appare di fondamentale importanza un tempestivo e opportuno appagamento di tutti i bisogni, a causa della assoluta dipendenza dall’oggetto. Egli chiarisce: "Onnipotenza - dice - non significa mai propriamente una situazione di potenza: al contrario, indica un tentativo disperato e molto incerto di vincere una sensazione di inferiorità e impotenza." Tutte le situazioni oggettuali pregenitali o primitive, come le definiremmo meglio adesso, contengono in varia misura questi tre elementi: "disperata dipendenza, rifiuto di questa dipendenza per mezzo dell’onnipotenza, il dare l’oggetto per scontato trattandolo come un vero oggetto, una cosa."
Alla base di tutte queste relazioni primitive risiede una verifica di realtà "falsa e ancora poco sviluppata, o difettosa." Ecco perché l’amore onnipotente, o avido, è instabile e condannato a subire infinite frustrazioni e trasformazioni in odio. L’odio, per Balint, è l’ultimo residuo, il rifiuto e la difesa contro l’amore oggettuale primitivo. Ciò significa che odiamo le persone che non ci amano e si rifiutano di collaborare malgrado i nostri sforzi di guadagnarci il loro affetto. Ci difendiamo innalzando le barriere dell’odio.
Gli scritti di Balint si collocano sempre all’interno di un dibattito creativo, estremamente attuale nel dibattito moderno sull’esperienza relazionale. Per Balint, questa è sempre collocata in una vicenda di costante ambivalenza, di amore e odio, attrazione e rifiuto, fiducia e sfiducia al tempo stesso. Per tali ragioni, Balint sottolinea più volte la necessità di una base sicura nella fase pre-verbale, un fondamento essenziale per un sano sviluppo e per la capacità di affrontare le inevitabili frustrazioni dello svezzamento psicologico.
Le Relazioni Oggettuali in Psicoanalisi
Il Corpo come Campo di Battaglia: Anoressia e Disturbi Alimentari (DCA)
Il rifiuto dello svezzamento, inteso come incapacità di accettare la separazione e l'autonomia, si manifesta in modo drammatico nei disturbi del comportamento alimentare (DCA), in particolare nell'anoressia nervosa. L’anoressia è un disturbo che comporta un rifiuto più o meno grave ad alimentarsi. L’obiettivo è quello di mantenere uno stretto controllo sul peso per evitare di ingrassare, come parte di un bisogno di controllo totale del corpo e delle sue funzioni. Implica anche una distorsione dell’immagine corporea, per cui viene negata l’effettiva condizione di debilitazione fisica. Inoltre, esiste una negazione di stimoli come la fame o la stanchezza, spesso connessa alle attività di fitness messe ossessivamente in atto al fine di mantenere sotto controllo il peso.
È un disturbo che spesso si presenta alternato al suo opposto, la bulimia, caratterizzata da abbuffate compulsive di quantità e qualità di cibo notevoli, con una sensazione, durante l’episodio, di perdita di controllo. Nella bulimia, il tentativo di controllare il peso viene spesso messo in campo attraverso il vomito autoindotto o con l’abuso di farmaci lassativi e/o diuretici. L’anoressia riguarda prevalentemente giovani donne nella fase adolescenziale, benché sempre più spesso si osservi il permanere di questa sintomatologia anche in età adulta, magari in forme meno gravi di fobia alimentare e come esito di anoressie conclamate in adolescenza. Negli ultimi anni, inoltre, è aumentato il numero di adolescenti maschi coinvolti, seppure in percentuale minore rispetto alle ragazze (10 a 1).
Dalla seconda metà del secolo scorso, la problematica anoressica ha subito un incremento notevole, diffondendosi prima tra le giovani donne della borghesia e poi allargandosi a tutte le fasce sociali, tanto che si può parlare con Di Chiara (1999) di sindrome psicosociale o con Devereux (1951) di disturbo etnico. Su questo punto, Anna Nicolò (2010) evidenzia come si debba distinguere tra situazioni in cui l’anoressia è sindrome da quelle in cui è sintomo di strutture di personalità sottostanti celate da questo. In questo senso, l’Autrice distingue i casi in cui l’anoressia sembra riallacciarsi a disturbi evolutivi adolescenziali più o meno incisivi, che opportunamente affrontati e decodificati hanno spesso una risoluzione abbastanza veloce, da situazioni, più gravi, in cui sembra strutturarsi invece una sorta di conversione isterica. In questi casi più gravi, si può definire con Bollas (2000) e Young-Bruehl Cummins (1993) l’anoressia come la forma moderna di isteria.
In questo processo, l’anoressica sembra essere in conflitto con il modello femminile e soprattutto con quello materno, in uno sforzo di acquisire una separatezza dalla madre che evidentemente non è stata conquistata in una fase precedente e che fa fatica a delinearsi, essendo in conflitto con un desiderio contemporaneo di fusione (Breen 1989). Il terreno del conflitto è appunto il corpo, attaccato nelle sue forme femminili e nelle sue funzioni procreative, quasi che possedere un corpo diverso sia l’unico modo per differenziarsi ed evitare l’equazione tra diventare adulta e diventare la madre (Hughes 1985). Avere un corpo diverso da quello della madre sembra realizzare questa istanza. L’attacco al corpo è concreto e testimonia la difficoltà delle pazienti alla mentalizzazione e la preferenza per l’agire piuttosto che per il pensare. Questa è una tendenza tipica dell’adolescenza e che racconta la fatica di questo momento evolutivo a rappresentare i conflitti, traducendoli in pensieri e raccontandoli con le parole. La tendenza è ad esprimerli con comportamenti e l’attacco al corpo sessuato ne è un esempio. È un corpo infantile però, testimone del conflitto tra il desiderio di separazione dalla madre e di unione con lei in una infanzia senza fine.
Il rischio che si delinea è quello di portare al limite lo sforzo di indipendenza e di strutturare piuttosto un modello di funzionamento autarchico, in cui ogni relazione di scambio è annullata e in cui ci si rifugia in una rigida corazza narcisistica di negazione totale dei propri bisogni. La coppia anoressia/bulimia rappresenta così una concretizzazione di questo paradosso in cui: “ciò di cui ho bisogno mi minaccia” (Nicolò 2010). Per questo, Jeammet pensa che l’anoressia e più in generale i DCA rappresentino solo una variante delle condotte di dipendenza che celano un grande bisogno di riconoscimento legato ad una grande insicurezza interna. Ed è in ragione di questa insicurezza che gli inevitabili incidenti che si possono incontrare in adolescenza rischiano di innescare la paura di essere sopraffatti e/o di perdere il controllo.

La Dimensione Triadica e l'Alleanza Terapeutica nei DCA
Le difficoltà legate allo "svezzamento" psicologico si riflettono in modo significativo nelle dinamiche familiari dei soggetti affetti da DCA. La difficoltà principale sembra quella ad accedere ad una dimensione triadica. Più spesso il terzo escluso è il padre e quello che si osserva è una alleanza simbiotica tra madre e figlia che riproduce talvolta quella che ha legato in precedenza la mamma alla nonna materna. Questo contribuisce alla costituzione di una immagine interna di madre fagocitante da cui bisogna difendersi, perché non c’è un padre capace di costituire una barriera difensiva. Questo tipo di funzionamento, fondato sulla alleanza di madre e figlia con un padre escluso, sembra funzionale sicuramente ad evitare i conflitti, altra caratteristica centrale di queste famiglie, per lo meno fino a quando non si affacciano le prime istanze di separazione adolescenziali.
A volte il padre tenta di rientrare in gioco a questo punto, ma spesso riproponendo un legame a due in cui la madre appare svalutata e screditata, nella speranza di avere dalla figlia quel supporto narcisistico che la moglie non gli ha fornito. Ancora una volta, la dimensione triadica viene bypassata e non si delinea una funzione ordinatrice paterna. La complessa interazione di questi fattori rende lo svezzamento verso l'autonomia un percorso arduo e doloroso, spesso bloccato in schemi relazionali disfunzionali.
Per quanto riguarda l’intervento terapeutico, c’è ormai un certo accordo sulla necessità di un approccio multidisciplinare. Altrettanto importante è che l’intervento coinvolga anche il contesto relazionale familiare all’interno del quale il disturbo si è manifestato. Molta esperienza sul piano dell’intervento familiare è stata elaborata dalla scuola sistemica che fin dagli anni '60 lavora a livello del gruppo famiglia (Selvini 1963). Spesso si ricorre ad interventi integrati di affiancamento a terapie familiari con terapie individuali. È un fatto che stringere una alleanza terapeutica con una paziente anoressica non è cosa facile, dal momento che le pazienti non vedono l’anoressia come un problema e quindi spesso oppongono un netto rifiuto ad ogni intervento di cura. Nelle situazioni più gravi, c’è inoltre una persecutorietà che fa sì che ogni intervento sia vissuto come una introduzione di elementi pericolosi da cui bisogna difendersi.
D’altra parte, si tratta di adolescenti e, se è vero che spesso c’è un rifiuto ad essere “curati” da parte dei ragazzi, è altrettanto vero che spesso c’è una maggiore apertura ad essere aiutati nell’indagare quali sono le difficoltà ad affrontare i compiti evolutivi, di cui anche il sintomo anoressia e i disturbi alimentari in genere possono essere testimonianza. Si tratta allora di individuare un setting stabile ma flessibile che tenga conto della ambivalenza e dell’oscillazione tra il desiderio e la paura di dipendere, elementi centrali in un processo di svezzamento e individuazione mai del tutto completato.

Oltre lo Svezzamento Biologico: La Dieta Paleo e i Principi di Salute (Prof. Berrino)
Il concetto di "svezzamento" si estende anche al campo delle abitudini alimentari, dove l'uomo moderno si confronta con il distacco da modelli consolidati, ma non necessariamente salutari. In un'ottica di benessere e sostenibilità, il "svezzamento" dai cibi industriali diventa un passaggio cruciale. L'esperienza di vita sostenibile, come raccontata in prima persona, ha portato a eliminare la carne per motivi medio-ambientali e a rivalutare completamente l'approccio al cibo. La dieta Paleo, pur essendo un nome commerciale, definisce uno stile alimentare naturale, ovvero scegliere cibi che si trovano in natura e si possono mangiare crudi. Questo implica uno "svezzamento" profondo dalle convenzioni alimentari contemporanee.
Le ragioni per abbandonare i carboidrati industriali sono molteplici, ma in primis perché contengono glutammato monosodico, che in poche parole li rende come una droga, e perché il glutine infiamma. Paleo non è una dieta (per dimagrire), ma è uno stile di vita, per essere più sani, sentirsi meno gonfi e meglio, combattere allergie e magari vivere più a lungo. Dimagrire spesso è solo una conseguenza. All'obiezione "no carboidrati, no energia?", si risponde che è in parte vero, ma i carboidrati non si trovano solo in pasta, pane e biscotti. Integrale non è paleo. Nessuna farina bianca o integrale artificiale è paleo (di amaranto, avena, farro, frumento, grano saraceno, mais, riso, miglio, orzo, segale…). Con artificiale si intende prodotta dall'uomo. I grassi non fanno male; il discorso sui grassi è molto complesso e invita a studiare la differenza tra grassi saturi e insaturi, ma i grassi in generale non sono nocivi (e non fanno ingrassare). Se si mangiano i cibi giusti, si può mangiare quanto si vuole. La frutta è paleo, ma è piena di zuccheri, e questo è un aspetto da considerare.
Riguardo ai latticini, la domanda "Se l’uomo è l’unico essere vivente che beve latte dopo lo svezzamento, un motivo ci sarà" suggerisce una riflessione critica. Il consiglio è di consumarne con moderazione, come un cappuccino al giorno e formaggio occasionalmente, evitando gli estremi. Il cioccolato fondente, per chi è goloso, è paleo e può diventare un ottimo sostituto dei dolci tradizionali.
Il Prof. Franco Berrino, mentore e riferimento scientifico in materia di alimentazione, ha illustrato principi imprescindibili. La Rivista Pediatrics ha mostrato qualche anno fa che non c'è nessuna prova che il latte faccia bene alle ossa. “E' un'illusione” spiega il prof. Berrino in un video, spiegando inoltre che i bambini, come anche gli adulti, sono oggi “troppo nutriti” perché ci sia bisogno di mangiare latte quotidianamente. Sullo zucchero, il prof. Berrino esordisce: “È un modo per far sembrare buone delle cose che non sono buone”. "L'uomo nella sua storia non ha mai mangiato zucchero" chiarisce il professore, ma oggi lo troviamo dappertutto: nei piselli in scatola, nel pane, nelle fette biscottate ecc. Questo perché la qualità degli ingredienti di base è pessima. Lo zucchero fa male, soprattutto nella forma liquida: quindi bevande zuccherate, gasate, che sono la principale causa di obesità nei bambini. La sua peculiarità è quella di essere ingerito volentieri anche quando si è sazi. Il modo migliore per dolcificare? La frutta. Una colazione molto zuccherata (con brioche o biscotti e latte zuccherato) ha invece l'effetto di produrre un innalzamento della glicemia, che a sua volta provoca una risposta del pancreas che produce molta insulina per abbassare la glicemia. Ma se la colazione è molto dolce, il pancreas produce troppa insulina e si va in ipoglicemia. “Il che vuol dire - spiega il prof. Berrino - che dopo un’ora e mezzo si ha già fame”. Il miele? È meglio dello zucchero ma non va mangiato a colazione.
Importantissime, le proteine sono “il materiale per costruire il corpo, le cellule”. Un ragazzo di età scolare ha bisogno di un grammo di proteine per ogni kg di peso corporeo, ma ne mangia generalmente tra i 100 e i 150 grammi. Oggi si sta scoprendo che una dieta molto ricca di proteine è una delle principali cause di aumento di peso. Le proteine inducono la formazione dei fattori di crescita ed è per questo che ne abbiamo bisogno. “Ma quando si assumono troppe proteine - chiarisce Berrino - i fattori di crescita nel nostro sangue sono più alti, e chi ha questi fattori di crescita più alti, si ammala di più di cancro.” A detta del prof. Franco Berrino, “la raccomandazione del mondo della ricerca scientifica è quella di basare l'alimentazione quotidiana su cibi di natura prevalentemente vegetale non industrialmente raffinati: non la farina bianca ma quella integrale; non il pane bianco ma quello integrale e così per il riso." Fondamentale per il buon funzionamento del nostro organismo è anche l'attività fisica. “Il nostro corpo è stato programmato per fare attività fisica - dice Berrino - e lo sport più semplice è quello di camminare, almeno un’ora al giorno.”

Lo Svezzamento Impossibile: Dipendenze e Melanconia nella Psicoanalisi Lacaniana
Il concetto di "svezzamento" assume una risonanza particolare e spesso problematica quando si esplorano le "dipendenze," la cui definizione e il cui perimetro sono notoriamente controversi. Che cos’è la dipendenza? Si può vivere oltrepassando la categoria di dipendenza? Sembra di no, se facciamo riferimento all’ultimo insegnamento di Lacan, in base al quale la stessa “[…] radice del sintomo è l’addiction, la dipendenza” (Miller-Di Ciaccia, Uno tutto solo). Questa visione sposta il focus da una mera questione di volontà o morale a una comprensione più profonda delle dinamiche psichiche.
Nel panorama delle dipendenze, oltre quelle da sostanze, troviamo le "dipendenze senza sostanze," in cui sono inclusi i legami di dipendenza che provocano disagio psichico, quali dipendenza dal rapporto affettivo o d’amore, dal lavoro, dalla tecnologia, dal gioco d’azzardo, dal sesso, dalla pornografia, ecc. La scelta di inserire anche una sezione sulla melanconia non è casuale: che si tratti di struttura o di posizione melanconica, si assiste nella clinica ad un’impossibile separazione dall’oggetto, un fallimento radicale del processo di "svezzamento" emotivo e psichico.
Come Craparo suggerisce, nella interpretazione freudiana, la sublimazione, oltre a garantire una soddisfazione pulsionale (non mortifera), si pone a sostegno della civiltà umana. Se questa è la premessa, alla base del disagio della civiltà occidentale, di cui siamo oggi testimoni, c’è l’indebolimento delle operazioni di sublimazione e l’affermazione di un trattamento immaginario del reale. La figura del dipendente irrompe nella scena quale miglior interprete del mandato della società post-moderna, centrato sul consumismo e sulla manifestazione del bisogno. In breve, le addictions, assieme alle altre patologie della modernità, non sono altro che la sintesi (sintomo) di una civiltà che ha messo sotto scacco la sublimazione e con essa quei percorsi di soggettivazione e di sintonizzazione della persona con la propria verità inconscia.
La questione del godimento è centrale in Lacan. Niente costringe qualcuno a godere, tranne il super-io. Il super-io è l’imperativo del godimento: Godi! (Il soggetto, contro il godimento, è poursu?) In altri termini, ci si mette alla prova? Conduce il suo piccolo gioco nella faccenda? È, insomma, padrone della situazione? O è invece sursi al godimento? Nella sua dipendenza, è forse schiavo? La questione è di un certo interesse, ma per avanzare in essa è necessario procedere da questo dato: qualsiasi nostro accesso al godimento è in ogni caso comandato dalla tipologia del soggetto. È ciò che condizione la distinzione tra l’Io in quanto sostiene il campo dell’Altro e può totalizzarsi come campo del sapere e l’Io del godimento. Ciò che è importante sapere è precisamente che, totalizzandosi, l’Io del sapere non perverrà mai alla propria sufficienza, quella che si articola nel tema hegeliano del Selbstbewusstsein. Infatti, proprio commisuratamente alla sua perfezione, resta totalmente escluso l’Io del godimento.
In psicoanalisi, si tratta di fare esistere un corpo parlante a partire da un rapporto con l’inconscio là dove c’era il silenzio e la pulsione di un corpo che non parla per nessuno. La psicanalisi del XXI secolo ha a che fare con queste nuove passioni del corpo che possono arrivare fino al sacrificio dell’essere al godimento senza limite. Si costata la debolezza della proposta identificatoria di queste presunte comunità di godimento (gay, alcolisti, anoressiche, sopravvissuti di qualunque cosa…) che esigono da tutti una confessione generalizzata del godimento - cosa impossibile dal momento che il godimento è particolare e ribelle all’universalizzazione paterna. Il risultato: una proliferazione di depressi.
L’Uno introduce uno scompiglio di godimento. Ciò vuol dire supporre che il godimento del corpo sia come tale omeostatico. Si immagina infatti che il godimento dell’animale e della pianta sia regolato. In questo registro del godimento il linguaggio introduce secondo Freud la castrazione, secondo Lacan qualcosa di diverso, che però la ingloba, e cioè la ripetizione dell’Uno che commemora un’irruzione di godimento indimenticabile. Da quel momento il soggetto si trova legato a un ciclo di ripetizioni le cui istanze non si addizionano e le cui esperienze non gli insegnano nulla. È quella che oggi chiamano dipendenza, in inglese addiction: ma non si tratta di un’addizione, dato che le esperienze non si addizionano. Il godimento ripetitivo, quello attribuito alla dipendenza (ciò che Lacan chiama sinthomo è a livello della dipendenza), questo godimento ripetitivo, dunque, ha rapporto soltanto con il significante Uno, S1. Ciò significa che non ha alcun rapporto con S2 che rappresenta il sapere. Il godimento ripetitivo è al di fuori del sapere, auto-godimento del corpo per mezzo di S1 senza S2. Ciò che funge a tal riguardo da S2, ciò che funge da Altro di quell’S1, è il corpo stesso. L’altra faccia del sintomo è di constatare che esso si ripete. Ecco quello che chiamavo l’Uno del godimento. L’Uno del godimento non si decifra per la semplice e buona ragione che è una scrittura selvaggia del godimento. Lacan ha impiegato l’aggettivo selvaggia volendo dire che è fuori sistema. Si tratta di una scrittura dell’Uno-tutto-solo, mentre l’S2, al quale sarebbe correlato, è solo supposto. Questo vuol dire che la radice del sintomo è l’addiction, la dipendenza.
Nel legame esclusivo con un oggetto, portato fino all’isolamento, cosa è in gioco se non un rapporto con la soddisfazione che fa a meno del significante, della sua articolazione nel sapere, del suo svolgimento nel discorso e della dimensione del desiderio che in esso prende posto? La relazione da più parti segnalata tra i sintomi contemporanei della dipendenza e della depressione trova qui la sua ragion d’essere. Può trattarsi di uno dei tanti dispositivi della tecnica, con le loro applicazioni, oppure di una sostanza più o meno tossica o di altro ancora. Ogni cosa va bene, il cibo, il sesso, lo shopping, il bere, il gioco, il lavoro, internet e così via, per una soddisfazione che più spinge verso un rapporto diretto e immediato con il godimento e più lascia da parte la parola, il legame con l’Altro. Oggi si confondono spesso la Sex addiction, vale a dire l’addiction in campo sessuale, e la Love-addiction.
M.H. Brousse (Affectés du Langage) sottolinea che l’emozione si fa affetto d’essere presa nel filetto dei significanti, e l’affetto diventa passione del fatto che il soggetto è un corpo che vive sotto il regno dei discorsi del suo tempo. L’affetto passa così alla dimensione etica propria al desiderio, quella stessa che non è presa in conto dalla psicologia. Nella clinica, si riscontra la devastazione ogni volta che la relazione tra donne oltrepassa una certa soglia, la soglia al di qua della quale la distanza è data dal rispetto delle forme o dalla presenza di un terzo, che sia un uomo, un padre, un marito, un obiettivo, insomma un termine esterno che organizza il desiderio. Quando la vicinanza oltrepassa questa linea invisibile, la domanda rivolta all’altra donna non trova ancoraggio e arriva ad un punto nel quale si trasforma in devastazione.
La società attuale, definita "liquida," attribuisce al lavoro una valenza diversa rispetto al passato: non più un mero strumento di sostentamento economico o riscatto sociale in un mondo ben strutturato e capace di sostenere l’uomo in tutti i passaggi della vita, quanto uno dei pochi punti di tenuta in un legame sociale che è andato allentandosi nel corso di poche generazioni. La psicoanalisi deve confrontarsi con queste nuove manifestazioni della sofferenza, dove lo svezzamento dal godimento immediato e totalizzante risulta spesso un obiettivo sfuggente.

Melancolia: La Perdita dell'Oggetto e il Ritorno all'Io
La melanconia rappresenta una delle più estreme e dolorose forme di fallimento nello "svezzamento" dall'oggetto, un'incapacità radicale di elaborare la perdita e di reinvestire la libido. Freud, in "Lutto e melanconia," analizza questa condizione. All’inizio ebbe luogo una scelta oggettuale, un vincolamento della libido ad una determinata persona; poi, a causa di una reale mortificazione o di una delusione subita dalla persona amata, questa relazione oggettuale fu gravemente turbata. L’esito non fu già quello normale, ossia il ritiro della libido da questo oggetto e il suo spostamento su un nuovo oggetto, ma fu diverso e tale da richiedere, a quanto sembra, più condizioni per potersi produrre. L’investimento oggettuale si dimostrò scarsamente resistente e fu sospeso, ma la libido divenuta libera non fu spostata su un altro oggetto, bensì riportata nell’Io. Qui non trovò però un impiego qualsiasi, ma fu utilizzata per instaurare una identificazione dell’Io con l’oggetto abbandonato.
Per il lutto è del tutto certo che la sua durata e la sua difficoltà dipendono dalla funzione metaforica dei tratti conferiti all’oggetto d’amore, in quanto essi sono delle prerogative narcisistiche. Freud insiste su ciò di cui si tratta: il lutto consiste nell’autentificare la perdita reale, pezzo per pezzo, brandello per brandello, segno per segno, elemento per elemento, fino a esaurimento. Quando la cosa è fatta, il lutto è terminato. Ma che dire se quest’oggetto era un a piccolo, un oggetto di desiderio? L’oggetto è sempre mascherato dietro ai suoi attributi, dirlo è quasi una banalità. Beninteso, la questione comincia a diventare seria solo a partire dal patologico, ossia dalla melanconia. L’oggetto vi è, cosa curiosa, molto meno afferrabile, sebbene sia certamente presente e scateni effetti infinitamente più catastrofici, dal momento che essi giungono fino al prosciugamento di quello che Freud chiama il Trieb più fondamentale, quello dell’attaccamento alla vita.
Nella melanconia si tratta di una cosa ben diversa dal meccanismo di ritorno della libido tipico del lutto, e per questo motivo tutto il processo, tutta la dialettica si costituisce in modo differente. Freud ci dice che è necessario - perché proprio in questo caso? - che il soggetto faccia i conti con l’oggetto. Ma il fatto che si tratti di un oggetto a, e che di solito al quarto livello questo sia mascherato dietro l’i(a) del narcisismo e misconosciuto nella sua essenza, implica necessariamente che il melanconico passi - se così si può dire - attraverso la propria immagine e attacchi in primo luogo questa per poter raggiungere, in essa, l’oggetto a che lo trascende e il cui comando gli sfugge - e la cui caduta lo trascinerà nella precipitazione-suicidio, con l’automatismo, il meccanismo, il carattere necessario e fondamentalmente alienato con cui si realizzano i suicidi nei melanconici. E non si realizzano in una cornice qualsiasi. Non è per caso, infatti, che avvengono così spesso alla finestra, se non attraverso la finestra. Che è come dire far ricorso a una struttura che non è altro se non quella del fantasma.
Possiamo cogliere ciò che distingue quanto fa parte del ciclo mania-melanconia da quanto appartiene al ciclo ideale del riferimento al lutto e al desiderio solo se accentuiamo la differenza di funzione tra, da un lato, il rapporto di a con i(a) nel lutto e, dall’altro, nell’altro ciclo, il riferimento radicale all’oggetto a che nel soggetto mette radici più profonde di qualsiasi altra relazione, ma che è anche fondamentalmente misconosciuto, alienato, nel rapporto narcisistico. Il trionfo dell’oggetto è la formula che Lacan usa nel Seminario "L’angoscia" a proposito della melanconia. Nel tempo della prevalenza del discorso del capitalismo, l’ipotesi clinica è che si tratti di una posizione melanconica che attraverserebbe le tante classificazioni con cui oggi viene catalogato il disagio dei giovani: depressione, dipendenze, struttura bipolare, stati limite, eccetera. Quindi la posizione melanconica non coincide con la definizione clinica della psicosi melanconica, ma è piuttosto transtrutturale, cioè si colloca al di là di una diagnosi di nevrosi e psicosi in senso classico. La melanconia ci rivela la difficoltà estrema, se non l'impossibilità, di un vero e proprio "svezzamento" da un oggetto perduto o mai pienamente posseduto.
Le Relazioni Oggettuali in Psicoanalisi
L'Affido Familiare: Uno Svezzamento Strutturato per il Diritto ad Avere una Famiglia
In contrasto con le forme patologiche di dipendenza e con i fallimenti dello svezzamento psicologico, l'istituto dell'affido familiare rappresenta un esempio di "svezzamento" strutturato e protettivo, finalizzato a garantire il diritto fondamentale del minore ad avere una famiglia, anche temporaneamente. L’affido familiare è un provvedimento disciplinato da una legge dello Stato che si fonda sul riconoscimento del diritto del minore ad avere una famiglia. Quello che la legge n. 184 del 1983, poi modificata dalla Legge n. 149 del 2001, stabilisce è un intervento temporaneo di aiuto e di sostegno ad un minore proveniente da una famiglia che al momento non è in grado di occuparsi delle sue necessità.
Attraverso l’affidamento, il bambino incontra una famiglia che, accogliendolo nella propria casa e nella propria vita, si impegna ad assicurare un’adeguata risposta ai suoi bisogni affettivi, educativi, di mantenimento ed istruzione. Questo "svezzamento" temporaneo dalla famiglia d'origine, quando questa non può provvedere, è cruciale per prevenire le conseguenze devastanti di un ambiente disfunzionale e per offrire al bambino la possibilità di un attaccamento sicuro e di uno sviluppo sano. È un atto di cura che, pur implicando una separazione, mira a costruire le basi per una futura autonomia e resilienza, dimostrando come un distacco supportato possa essere fondamentale per il benessere dell'individuo. L'affido, in questo senso, è una forma di svezzamento consapevole e strutturato, progettato per sostenere il percorso di crescita e individuazione del bambino, fornendogli gli strumenti e le relazioni necessarie per affrontare il futuro.
