L'Antica Grecia: Culla di Cultura e Fondamento del Nostro Sapere

La Grecia è la culla della nostra stessa civiltà, un luogo dove il pensiero filosofico è sorto con le strutture che caratterizzano ancora il nostro sapere e nelle quali ci identifichiamo. Da questa terra fertile di idee e pratiche, l'Occidente ha ereditato non solo i fondamenti della sua storia educativa e psicologica, ma anche un profondo modello di umanità e virtù. I greci per primi hanno formulato un concetto dell’uomo ideale come incontro tra prestanza fisica e bellezza spirituale, un ideale conosciuto come calocagatia. Questo principio armonico ha ispirato la poesia, le opere di storia e, soprattutto, la politica e l’educazione. Per ricostruire la storia della pratica educativa e della psicologia nell’Occidente, dobbiamo risalire alle sue origini che sono fondamentalmente greche, con particolare riferimento ai distinti metodi educativi spartano e ateniese. Chi attraversa la Grecia, non importa in quale parte di essa ci si muova, ha come la strana sensazione di un passato presente e di un presente che si nutre di passato. Ogni luogo ha un suo fascino ed una sua peculiarità, eppure non tutti i viaggi hanno uguale fascino. Non lo sono forse per il tipo di compagnia con cui si viaggia, oppure non lo sono semplicemente perché ogni luogo è pervaso di una magia diversa: una magia dettata dalla sua storia e dai valori che la storia porta con sé. Con la baldanza tipica della loro età i nostri ragazzi hanno ripercorso la storia e la cultura greca attraverso un viaggio che ha mostrato loro i luoghi simbolo della grecità.

Mappa dell'Antica Grecia

Le Radici dell'Educazione Greca: Dall'Oralità alla Formazione dei Valori

Il filo conduttore dell'educazione nell'età arcaica della Grecia è la virtù. Il testimone più antico di tale concezione aristocratica della cultura è Omero. Fortemente legato alla virtù è il concetto di onore: il motivo dominante dell’educazione della nobiltà sta nel destare il sentimento dell’obbligo, dell’impegno verso l’ideale. L’insegnamento si basa su norme di vita vissuta. I poemi di Omero, redatti nel IX sec. a.C., narrano di vicende avvenute secoli prima, precisamente fra il XV e il XIII sec. a.C., nell’età del bronzo detta anche “micenea”. In questo periodo, la Grecia era dedita alla pastorizia e all’agricoltura basata su metodi ancora primitivi e le famiglie del tempo erano dipendenti in tutto dall’autorità del padre o del capofamiglia. L’educazione si svolgeva su modelli assai semplici: i padri istruivano i figli sulle attività che avevano appreso dai loro genitori; alle donne era affidato il governo della casa ed erano dedite alla filatura e alla tessitura.

Ritratto di Omero

L'XI sec. a.C. segna il passaggio all’età del ferro o “dorica” ed è il primo periodo in cui si segnalino dei rivolgimenti sociali: le nuove tecniche di lavorazione permettono un incremento della produzione agricola e artigianale favorendo la sussistenza di piccole comunità autonome e incrementando gli scambi commerciali fra di esse, ampliando così la conoscenza del mondo circostante. Testimonianza dell’ideale educativo sono l’Iliade e l’Odissea; in entrambe il valore guerriero rimane la massima espressione della personalità virile, ma ad esso viene aggiunto il riconoscimento dei meriti intellettuali e sociali. I poemi omerici svolsero una fondamentale funzione didattica, oltre che di intrattenimento, in quanto nei lunghi secoli in cui vennero trasmessi oralmente. Questa è infatti la regola di tutte le società «orali»: in mancanza della scrittura il compito di educare le nuove generazioni è affidato alla poesia. I poemi, dunque, insegnavano ai loro ascoltatori l’importanza delle virtù eroiche, e indicavano a quali comportamenti ciascuno doveva attenersi, fornendo anche utili informazioni di carattere pratico. In questo quadro i personaggi omerici vanno visti (in quanto tali erano) come dei personaggi emblematici, cioè come dei modelli positivi o negativi di comportamento: Penelope è il prototipo della moglie fedele, al cui esempio le donne dovevano ispirarsi; Clitemnestra è l’adultera assassina, oggetto del generale disprezzo; Achille è l’eroe dalla forza superiore, dal coraggio indomito che tutti dovevano ammirare e imitare; Tersite è il popolano arrogante, punito giustamente da Odisseo per non aver rispettato le regole imposte dalla gerarchia sociale.

Gli insegnamenti dell’Odissea fornivano anche dettagli pratici di grande utilità. Nel canto V dell’Odissea la ninfa Calipso, che ha lungamente trattenuto presso di sé Ulisse, è costretta a lasciarlo partire per volere divino. L’eroe, a questo punto, aiutato e consigliato dalla ninfa, inizia a costruire una zattera, sulla quale potrà riprendere il suo viaggio. La descrizione di questa operazione sembra rivolta non solo a narrare i fatti, ma anche a insegnare agli ascoltatori le tecniche materiali di costruzione di un’imbarcazione. Ulisse, dice Omero, provvede ad abbattere i tronchi: «Venti in tutto ne buttò giú, li livellò con il bronzo, li levigò ad arte, li fece dritti a livella. Portò intanto trivelle Calipso, la dea luminosa, e lui tutti li trivellò, li adattò gli uni agli altri, e con chiodi e ramponi collegò bene la zattera. E quanto pescaggio segna su scafo di nave da carico, larga, un maestro dell’arte, altrettanto segnò sulla zattera larga Odisseo. Poi alzato il castello, ben connesso lo fece con saldi e puntelli: lo rifiní con assi lunghe, inchiodate. E l’albero faceva, e l’antenna attaccata; e fece anche il timone, per poterla guidare. Tutt’attorno la chiuse con graticci di salice, riparo dall’onda; e sopra versò molta frasca. Teli allora portò Calipso, la dea luminosa, per fare la vela; e lui fabbricò bene anche quella.» Con analoga ricchezza di particolari sono descritte altrove le cerimonie religiose. Nel canto III dell’Odissea, Nestore sacrifica una giovenca ad Atena: «Venne l’orefice, avendo in mano gli strumenti di bronzo, strumenti dell’arte, il martello, l’incudine e le tenaglie ben fatte, con cui lavorava l’oro: e venne anche Atena a presenziare al rito. Nestore, il vecchio guidatore di carri, diede l’oro e quello vestí le corna della giovenca amabilmente, perché godesse la dea a vedere l’ornamento. Per le corna tirarono la giovenca Stratio e il glorioso Echèfrone. Arete il lavacro in un lebete fiorato venne a portare dalle stanze, e con l’altra mano portava i chicchi d’orzo in un cesto. Trasimede furia di guerra la scure affilata brandendo era pronto a colpir la giovenca. Perseo aveva la patera; e Nestore, il vecchio guidatore di carri, cominciò con il lavacro e con i chicchi e molto Atena pregava offrendo le primizie e gettando i peli del capo sul fuoco. E come pregarono, i chicchi d’orzo gettarono, subito il figlio di Nestore, Trasimede gagliardo, colpí ritto accanto: la scure troncò i muscoli del collo, sciolse le forze della giovenca…».

Ora, avviene che le nuove esigenze sociali legate al mercato e agli affari affianchino nella formazione dei giovani greci i già conosciuti valori cantati dai poeti. È in questo periodo che prendono forma e si fondano nella realtà formativa le basi dell’etica greca che porteranno in breve questa civiltà allo splendore: il concetto di aretè, sintesi di prestanza fisica e disciplina; la kalokagathia, equilibrio ideale tra corpo e spirito, tra qualità fisiche e morali; la sophrosyne, ideale dominio di sé e misura comportamentale. I popoli orientali con cui in parte vennero in contatto i Greci possedevano anch’essi una forma di sapienza, basata però su convinzioni religiose e miti teologici e cosmologici; essi non avevano tuttavia sviluppato una scienza filosofica fondata sulla pura ragione (sul logos). L’Iliade e l’Odissea vengono composte tra il IX e l’VIII sec.a.c. ed attribuite ad Omero (non ci sono però certezze circa l’identità del poeta; in realtà potrebbe trattarsi dell’opera di più poeti); esse esercitano sui Greci un’influenza pari a quella della Bibbia per gli Ebrei, non essendoci testi sacri in Grecia. Molto importante è poi l’opera di Esiodo; la Teogonia, che descrive la nascita di tutti gli Dei, e Le opere e i giorni, che descrive la vita dei contadini, nell’VIII sec.a.c. Omero ed Esiodo sono l’eccezionale testimonianza della cultura trasmessa oralmente nella Grecia Antica da aedi e trovatori: essi, narrando le gesta di Dei, eroi e uomini comuni, costruiscono dei grandi contenitori simbolici in grado di guidare ed educare la società.

Umberto Galimberti | Kalagathos: bello e buono. La radice greca della gioia | RUBINELLI VAJOL

I Modelli Educativi delle Polis: Sparta e Atene

Il modello educativo della Grecia assume la sua fisionomia con la polis. Questa si è formata lentamente attraverso lunghi secoli. Parallelamente a questa formazione si verificò quella del concetto di virtù e di educazione. Le due poleis più importanti nell’area greca sono Sparta e Atene, le quali svilupparono sistemi educativi profondamente diversi, che riflettevano le loro rispettive strutture sociali e valori.

L'Educazione Spartana: Disciplina e Militarismo

La città-Stato di Sparta sorge nell’VIII° secolo a. C. Le notizie circa la storia di questa città-Stato e in particolare il suo ideale educativo derivano da scrittori più tardi. Sparta prese su posizioni eccessivamente conservatrici, in cui predominano i modelli dell’aristocrazia guerriera e il mantenimento dei metodi educativi arcaici. L’ordinamento sociale era gerarchico: un numero ristretto di cittadini liberi, detti Spartiati, si dedicava alla guerra; gli altri liberi, detti Pericei, per lo più contadini, non partecipavano alla guerra perché considerati di scarso valore; infine vi erano gli Iloti, schiavi e servi ritenuti di razza inferiore.

Scuola spartana

Il percorso educativo spartano comincia fin dalla nascita e riguarda solo i bambini dotati di un aspetto fisico che mostri forza e salute. La prima condizione richiesta per l’educazione dei giovani era la buona salute fisica. Fino a sette anni essi erano affidati alle cure familiari, poi venivano inseriti in strutture educative dove svolgevano educazione fisica, caccia, esercitazioni militari e musica (quest’ultima non tanto per il suo valore estetico ma piuttosto per l’uso che se ne può fare a scopo di incitamento guerresco). A Sparta l’istruzione degli spartiati iniziava all’età di sette anni e si protraeva, lontano dalla famiglia e in un regime particolarmente rigido, fino a diciannove, sotto la guida di un educatore che addestrava i giovani alla guerra. Essi venivano addestrati al coraggio che si esprimeva nelle quattro virtù della prudenza, temperanza, fortezza e obbedienza. Quanto all’educazione dello spirito, ai giovani venivano fatti imparare a memoria i versi di Omero e di Esiodo. Anche le ragazze seguivano questo iter, poiché avrebbero dovuto in un futuro diventare madri di forti spartani. Alle ragazze veniva impartita un’educazione fisica in grado di prepararle alla maternità. Questo tipo di formazione durava fino ai trent’anni, avveniva per gradi e - dagli undici anni in poi - si svolgeva all’interno di caserme comuni. I valori riconosciuti erano quelli della forza, della destrezza, dell’obbedienza totale alla patria. Tutti gli anziani potevano educare i giovani, anche rimproverarli e punirli.

La differenza tra Sparta e Atene apparve evidente già agli antichi e naturalmente non mancarono trattazioni riguardanti le due póleis e contenenti analisi delle leggi, delle istituzioni, dei sistemi educativi adottati. Anche se può sembrare strano, data la provenienza ateniese della maggior parte delle fonti a nostra disposizione, i pareri espressi su Sparta sono per lo piú positivi. Ciò dipende sia dal carattere moderato (e dunque non del tutto ostile all’oligarchia) di molte di esse, sia dal fatto che i pochi che poterono conoscere direttamente la vita spartana ne fornirono un’immagine ricca di fascino. A Senofonte appartiene questa descrizione dei pasti che gli spartiati consumavano insieme, i sissizi, contenuta in un’opera intitolata La costituzione di Sparta. «Licurgo introdusse la norma dei pasti in comune sotto gli occhi di tutti, pensando cosí di ridurre al minimo la possibilità di trasgredire le prescrizioni. Egli prescrisse anche una quantità di cibo che non fosse né eccessiva né troppo scarsa per le esigenze dei commensali. Spesso però si aggiungono supplementi straordinari ricavati dalle prede della caccia… col risultato che la mensa non è mai sprovvista di alimenti, fino al momento di alzarsi da tavola, senza d’altronde essere ricca di cibi stravaganti e raffinati. Quanto alle bevande, Licurgo abolí l’usanza delle bevute obbligatorie a turno che fanno vacillare il corpo e offuscano la mente, ma concesse a ciascuno di bere secondo la misura della propria sete, giudicando che questo fosse il modo di bere piú inoffensivo e insieme piú gradito. Com’è possibile dunque che durante tali pasti in comune qualcuno abbia l’occasione di rovinare se stesso o la propria famiglia per ghiottoneria oppure per ubriachezza? Infatti, mentre nelle altre città per lo piú ci si raduna tra coetanei e si concede assai poco spazio a comportamenti di modestia, a Sparta Licurgo volle la mescolanza delle classi di età, in modo che l’esperienza dei piú anziani contribuisse all’educazione dei piú giovani.»

L'Educazione Ateniese: Armonia e Cittadinanza Democratica

Ben diverso in senso democratico è ciò che avviene ad Atene (a parte quei brevi periodi in cui governano le tirannidi). Nel VI sec.a.c. Solone promosse un sistema di riforme fondato sul diritto e volto a limitare lo strapotere dell’aristocrazia e a dare parità politica ai ceti medi, con il conseguente incremento delle attività commerciali, un nuovo dinamismo economico, l’apertura agli stranieri. A partire dal V secolo Atene sviluppa un’imponente fioritura culturale e la polis si struttura in modo tale che ogni giovane possa trovare spazi densi di significato ove intraprendere la sua personale formazione; il tempo è scandito da celebrazioni e ricorrenze politiche e religiose, i riti e i contenuti delle rappresentazioni teatrali diventano vere e proprie dimostrazioni pedagogiche in cui evidenziare i valori etici fondamentali per la società.

Rappresentazione di una lezione in una scuola ateniese

Nello specifico l’educazione ateniese espresse le caratteristiche distintive dell’educazione classica, che di fatto si rivolse a formare soprattutto le qualità fisiche, morali e intellettuali dell’uomo (educazione umanistica). Il concetto che si ha in Atene di educazione riveste un significato differente da quello spartano. L’educazione aveva lo scopo di formare il cittadino e l’attenzione era rivolta in particolar modo ai maschi, in quanto le donne avevano una posizione subordinata nella società. L’educazione aveva inizio all’età di sette anni, non esistendo una scuola per l’infanzia. La preparazione del cittadino iniziava a sette anni. Raggiunta l’età di sette anni, il bambino intraprendeva l’educazione pubblica e accanto al fanciullo apparivano il pedagogo ed il maestro. I fanciulli erano affidati alla guida di uno schiavo fedele, il “pedagogo”, il cui compito era di assistere il bambino, educandolo moralmente e civilmente. Il maestro, invece, aveva l’incarico di preparare tecnicamente l’alunno. L’organizzazione scolastica prevedeva le materie comuni di studio: lettura, scrittura, calcolo, musica ed educazione fisica. Le prime avevano lo scopo di educare l’animo, mentre l’ultima di renderlo forte ed aggraziato.

I gradi scolastici venivano suddivisi in istruzione primaria, secondaria e insegnamento superiore. Nell’istruzione primaria il metodo della lettura consisteva nell’andare dal “semplice” al “complesso”. I bambini imparavano a leggere (l’alfabeto, le sillabe e le parole), a memorizzare, a scrivere. Conclusa la scuola elementare, cioè dopo aver imparato a leggere e a scrivere correttamente, lo scolaro seguiva le lezioni del grammatico, dal quale apprendeva a studiare in modo approfondito i poeti e gli scrittori classici: proprio in questo periodo si selezionò all’interno di tutte le opere letterarie dei secoli precedenti un gruppo di capolavori che vennero inseriti nei programmi scolastici. Le opere che ci sono pervenute attraverso i manoscritti medievali sono in larga parte quelle selezionate durante l’ellenismo. Tra gli autori studiati dominava Omero: i papiri egiziani hanno conservato fino ai nostri giorni un numero incredibilmente alto di frammenti dell’Iliade e dell’Odissea, quasi tutti di origine scolastica. Gli altri autori preferiti dai maestri erano i poeti lirici (Alcmane, Alceo, Saffo, Pindaro), i tragici (soprattutto Euripide), i comici (Menandro e, in misura minore, Aristofane), gli epigrammisti (Callimaco).

L’istruzione secondaria era caratterizzata dagli studi letterari e scientifici. Infine vi era l’insegnamento superiore che era costituito dalla medicina, dalla retorica e dalla filosofia. L’ultima fase dell’insegnamento era affidata al maestro di retorica (chiamato rhétor o sophistés): l’obiettivo finale del lungo processo educativo era infatti l’eloquenza, l’abilità nel parlare e nell’esporre, in modo convincente, le proprie idee. La più solenne tra le istituzioni educative era stata l’efebia, in base alla quale i giovani liberi, all’età di diciotto anni, venivano iscritti nelle liste di leva e, dopo aver ricevuto sotto la sorveglianza di speciali magistrati elettivi un’educazione militare, letteraria e musicale, prestavano servizio nella difesa delle frontiere per un anno o due, dopo di che l’efebia era terminata e gli efebi prendevano posto tra gli altri cittadini. Nella vita e nella formazione del cittadino ateniese era fondamentale il periodo dell’efebia, in cui il giovane si preparava alla formazione militare e all’ingresso nella società adulta. I cittadini ateniesi imparano a padroneggiare il linguaggio per potersi difendere in tribunale, tutti partecipano alle assemblee cittadine e i governanti vengono eletti dalla popolazione. I bambini frequentano i maestri per imparare a leggere e a scrivere, quelli delle famiglie più agiate ne hanno anche tre (uno di grammatica, uno di musica, uno di educazione fisica); i giovani maschi completano la loro formazione con l’efebia, luogo di crescita morale, civile e religiosa. Ciò che unisce tutti i Greci è l’essersi in qualche modo uniformati ad un unico tipo di cultura, che si fonda sul comune riconoscimento di aver ricevuto la stessa educazione. Una dimostrazione del ruolo che riveste l’educazione è testimoniata dalle opere dei filosofi ellenistici, in quanto la civiltà ellenistica attribuì alla cultura grande importanza, nella formazione del cittadino.

Umberto Galimberti | Kalagathos: bello e buono. La radice greca della gioia | RUBINELLI VAJOL

La Nascita del Pensiero Filosofico: Dai Naturalisti agli Eleati

I Presocratici sono i primi pensatori che inaugurano la ricerca filosofica del mondo greco. I primi filosofi occidentali di cui si ha memoria hanno origine sulle coste dell’Asia Minore o sulle isole ad esse antistanti. Costoro in realtà non sono veri e propri filosofi “di professione”: si tratta piuttosto di saggi, di uomini sapienti, che mettono le loro conoscenze al servizio della comunità, ma non per questo tralasciano i loro interessi privati. Di loro si sa poco, abbiamo un numero esiguo di frammenti dei loro scritti, ci basiamo sulle testimonianze di quelli che sono loro succeduti, in particolare Platone e Aristotele. Ciò che accomuna questi primi pensatori è la contemplazione del mondo con l’occhio distaccato della ragione, il desiderio di una ricerca puramente scientifica dei principi essenziali della natura. Ricordiamo comunque che già prima dei Greci altri popoli avevano avuto i loro sapienti, per esempio i Caldei e gli Egizi: ma questi saggi facevano parte di ristrette cerchie o di caste sacerdotali e non usavano diffondere la loro cultura.

Filosofi Presocratici

La città di Mileto, nella Ionia, è stata la prima culla del sapere, e Talete di Mileto, vissuto tra la fine del VII e l’inizio del VI sec. a.C., è comunemente riconosciuto come il primo filosofo. Talete è scienziato e politico ed è stato il primo filosofo naturalista, affermando che il principio originario di tutto ciò che esiste è l’acqua, fonte di tutte le cose, termine di tutte le cose, sostegno di tutte le cose: l’acqua è la realtà prima e fondamentale. Anassimandro di Mileto, discepolo di Talete, compose un trattato Sulla Natura (il primo trattato della filosofia occidentale) nel quale afferma che l’acqua è già qualcosa di “derivato” e quindi non può essere un principio; questo piuttosto deve essere qualcosa che non muore e non nasce, che sia privo di limiti sia interni che esterni: qualcosa che abbraccia, circonda, governa e regge tutto. Anassimandro indica questo principio con il nome di a-peiron (letteralmente: senza limiti). Aggiunge inoltre che il mondo è costituito da una serie di contrari che tendono a sopraffarsi l’un l’altro (caldo e freddo, secco e umido, ecc.): c’è ingiustizia quando c’è sopraffazione, c’è giustizia quando c’è equilibrio. Sempre a Mileto vive Anassimene, discepolo di Anassimandro. Egli condivide con il maestro l’idea che il principio debba essere qualcosa di indefinito, e lo pensa come aria infinita, sostanza aerea illimitata.

Tra il VI e il V sec. a.C. vive e opera, ad Efeso, Eraclito. Conosciuto come uomo dal carattere scontroso e schivo, scrive anch’egli un libro Sulla Natura ed è colui che per primo afferma che nella medesima acqua del fiume non ci si può immergere due volte, perché quando vi scendiamo la seconda volta è altra acqua quella che passa e noi stessi siamo pure mutati. Ciò significa che per essere ciò che siamo in un determinato momento dobbiamo non-essere-più ciò che eravamo in un momento precedente e per continuare-ad-essere dovremo non-essere-più ciò che siamo ora. Perciò Eraclito afferma che tutto si muove e tutto scorre (panta rei). Il principio di ogni cosa è l’armonia che determina l’unità (la continuità) degli opposti: giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame… L’immagine che Eraclito utilizza per indicare l’armonia tra i contrasti è il fuoco (tutte le cose sono uno scambio di fuoco).

I primi filosofi sono considerati “naturalisti”. Da essi si differenzia Pitagora di Samo, anch’egli vissuto tra il VI e il V sec. a.C.; forma la sua scuola a Crotone: più che una scuola, si tratta di una sorta di setta religiosa, una confraternita nella quale le dottrine vengono conservate come dei segreti e nella quale vige un forte rigore gerarchico. Pitagora insegna che i numeri possono spiegare razionalmente i fenomeni dell’universo e che hanno anche un valore simbolico in vari aspetti dell’esistenza. L’apprendimento della verità, con i Pitagorici, non è più ricavabile semplicemente dall’osservazione della natura, ma dalla disciplina di iniziazione e dalla rivelazione. Per Pitagora, tutte le cose derivano dai numeri (= si possono spiegare con i numeri); i numeri pari indicano l’indeterminato, il rettangolare e il femminile; quelli dispari il determinato, il quadrato e il maschile. Solo l’Uno è al di fuori di queste distinzioni: da esso procedono tutti i numeri, sia pari che dispari. Lo zero era sconosciuto ai Pitagorici (e, in generale, alla cultura di allora). Al pitagorismo dobbiamo l’idea per cui, se tutto è governato dai numeri, allora tutto è ordine: ordine in greco si dice kòsmos, perciò l’universo viene chiamato “cosmo”, ossia “ordine”. I cieli, ruotando secondo numero e armonia, producono una celeste musica di sfere (la musica era una delle più importanti materie di studio dei pitagorici).

La cittadina di Elea dà origine ad un altro gruppo di pensatori di rilievo, gli Eleati. Senofane di Colofone nasce intorno al 570 a.C. ed è considerato il fondatore della scuola filosofica di Elea, nonostante vi siano testimonianze che lo danno girovago ancora novantacinquenne. Egli è senza dubbio un pensatore indipendente, non legato ad una scuola o a una zona precise. Il tema centrale dei suoi carmi è la critica alla concezione degli Dei di Omero ed Esiodo: l’errore più grande di quelle idee è l’antropomorfismo, cioè l’aver attribuito a delle divinità forme esteriori caratteristiche psicologiche e passioni tipiche degli uomini. Si tratta dunque di una contestazione a tutto quel sistema che ha contribuito alla diffusione dei valori insegnati ai giovani greci nei secoli precedenti, un cambiamento di cultura, un taglio netto alla tradizione radicata nelle credenze popolari. La filosofia di Senofane si spinge fino alla messa in discussione di quel sistema valoriale secondo cui la forza dovrebbe avere lo stesso valore della sapienza nell’educazione dei giovani: egli si fa portatore dell’idea secondo cui l’intelligenza vale molto più della fisicità e il massimo onore va dato alla formazione della mente più che all’irrobustimento del corpo.

Parmenide di Elea vive tra il VI e il V sec. a.C. ed è il vero protagonista della scuola eleatica. Avviato alla filosofia da un pitagorico, diventa un politico attivo e, soprattutto, è l’innovatore della filosofia naturalista, pensatore rivoluzionario che trasforma la cosmologia tradizionale in ontologia (teoria dell’essere). Il suo poema Sulla natura è messo in bocca ad una Dea, da cui egli è condotto su un carro tirato dalle figlie del sole che varca le porte, custodite dalla Giustizia, dei sentieri del Giorno e della Notte. La prima via indica il cuore della verità (è la via della ragione, il sentiero del Giorno), cioè il principio che sta alla base di tutta l’ontologia da Parmenide in poi: l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può in alcun modo essere; per “essere” si intende il puro positivo, per “non essere” il puro negativo e l’uno è il contraddittorio dell’altro. La giustificazione di questo grande principio la fornisce Parmenide stesso scrivendo che tutto ciò che uno pensa e dice, è: pensare il nulla e dire il nulla significa non pensare e non dire. La filosofia occidentale svilupperà questo concetto nelle suoi aspetti logici, linguistici e conoscitivi e ne farà il caposaldo del suo stesso esistere. La terza via è ammessa per dar conto ai fenomeni e alle apparenze delle cose, purché non entrino in contraddizione col principio originario. Le tradizionali cosmogonie si basavano sulla dinamica degli opposti, dei quali uno era il positivo e rappresentava l’essere, l’altro il negativo rappresentante del non-essere. Questa terza via finisce per favorire interminabili discussioni e mostra numerose aporie nella filosofia parmenidea, ad esempio rispetto all’innegabilità del movimento e della molteplicità. Anche Empedocle di Agrigento (484-424 a.C.) cerca di risolvere i vuoti della filosofia eleatica: così come Parmenide, decreta impossibili il nascere e il morire dell’essere, che per definizione è e quindi non può avere un’origine e una fine. Una nota va fatta su Anassagora di Clazomene (500-428 a.C.) per la divisione in “semi” (intesi come infiniti per qualità e quantità) degli elementi primari, semi che per il loro essere-divisibili-in-parti-sempre-uguali prendono il nome di omeomerie.

L'Evoluzione dell'Educazione e l'Impatto dei Sofisti

Nell’Atene del secolo V a.C. l’istruzione dei cittadini cominciò a differenziarsi e si diffuse l’insegnamento dei sofisti, finalizzato soprattutto al saper parlare e argomentare. Sofista significa propriamente «sapiente»; i sofisti furono però, per cosí dire, dei sapienti di professione. Provenienti da tutto il mondo greco, questi personaggi, che operarono soprattutto ad Atene nella seconda parte del secolo V a.C., diedero origine a una grande rivoluzione intellettuale che mutò completamente il volto della cultura tradizionale. Essi rappresentano per alcuni aspetti il prodotto della pólis democratica, in cui la libertà di parola, il vivace dibattito culturale e il crescente individualismo diedero luogo a una serie di radicali mutamenti; a differenza di quello dei filosofi precedenti il sapere dei sofisti era pratico e non teorico. Il loro scopo infatti non era l’indagine scientifica della natura (perseguita invece da Talete e dai suoi successori) né l’acquisizione di una sapienza astratta. Essi insegnavano una serie di tecniche, da applicare alla vita concreta e in particolare alle varie fasi della vita civile. Il loro insegnamento, lautamente pagato dagli allievi, era riservato solo alle classi più abbienti che potevano permettersi di stipendiare un sofista; e a sua volta, quella del sofista era una professione lucrosa, che arricchiva chi riusciva a «farsi un nome» presso il pubblico.

Cosí Aristofane, nella commedia Le nuvole (in cui canzonava i sofisti) descrive l’antica educazione, considerandola in rapporto alla nuova: «La giustizia e la modestia erano tenute in conto. Prima di tutto, un ragazzo non doveva sentirsi nemmeno a bisbigliare una parola; poi dovevano sfilare per la via in ordine, verso la casa del maestro, tutti quelli del quartiere insieme, nudi, anche se nevicava come farina da un setaccio; il maestro cominciava a insegnare loro un canto, mantenendo l’armonia tramandata dai padri, e se qualcuno faceva il buffone e provava a gorgheggiare, era ben conciato di botte… Se tu fai quello che ti dico [il discorso è rivolto a un ragazzo] avrai sempre petto robusto, corpo nitido, spalle forti, lingua corta… Se invece ti dedichi alla robaccia di ora (cioè all’educazione dei sofisti) avrai colorito pallido, spalle piccole, torace stretto, lingua lunga, proposta di voto lunga; e questa gente ti convincerà con le chiacchiere che è brutto ciò che è bello e bello ciò che è brutto.»

La pólis democratica esigeva prima di tutto una qualità: quella di saper esporre il proprio punto di vista e le proprie idee in modo da poter trionfare sugli avversari nelle discussioni in assemblea e nei processi; il saper parlare in modo convincente era considerato, nel regime ateniese, la piú importante delle virtú politiche. È ai sofisti che si deve il perfezionamento dell’arte della parola, o retorica. Questa abilità, che con il mutare dei tempi assunse il valore di una pedantesca esercitazione letteraria, era in origine applicata a una esigenza di vita assai concreta e pragmatica. Cosí, questi antenati dei professori universitari o dei chierici medievali, costituiscono la prima comparsa della figura dell’intellettuale che proseguirà nella storia successiva. Non legati ad alcuna struttura, individualisti, critici verso le idee tradizionali e sempre tesi al loro rinnovamento, poco interessati alla tradizionale educazione sportiva e guerriera, e molto invece allo sviluppo delle attitudini intellettuali dei loro allievi. La loro impostazione mentale, inoltre, era completamente svincolata da ogni legame religioso. Essi fecero progredire in modo decisivo la libertà di pensiero inaugurata dai primi filosofi, concentrandola però (com’era in un certo senso nelle premesse stesse della cultura greca) sull’uomo: infatti l’uomo, scrive Protagora, «è la misura di tutte le cose». Ma come può esserlo? Semplicemente ponendo al centro di tutto non dei valori assoluti (ad esempio la giustizia o la legge o gli dei) ma la società civile: la vita umana, per i sofisti, non è altro che la storia dei rapporti di forza all’interno della società. La giustizia è la legge del più forte; nulla esiste se non ciò che gli uomini fanno di volta in volta esistere ritenendolo giusto.

Scocrate, filosofo ateniese, orientando la sua attenzione verso la conoscenza di se stessi, introduce il fondamentale concetto di maieutica (termine greco che significa far nascere) e sollecita l'interlocutore a cercare, a trovare da se la verità. Ai virtuosismi retorici dei Sofisti, al loro relativismo oppose il suo "conosci te stesso" come invito all'introspezione e alla meditazione. Ai Sofisti va il merito di aver focalizzato l'attenzione su un momento pedagogico sul metodo. Le qualità personali non sono da essi considerate un fatto ereditario, ma una conquista individuale.

Rappresentazione di Socrate

L'Eredità Ellenistica e le Trasformazioni Post-Greche nella Pedagogia

Dall'antica Grecia l'educazione era unidirezionale, tendeva a formare uomini valorosi, guerrieri pronti a sacrificarsi per lo stato. L'educatore aveva il compito di formare l'educando "all'obbedienza" senza possibilità di scelta verso le proprie inclinazioni. Tuttavia, l'influenza della cultura greca trascendeva i suoi confini temporali e geografici, plasmando le successive epoche.

Con l'avvento del cristianesimo si trasformarono il luogo dell’educazione ed anche i suoi fini. La chiesa divenne il fulcro dell’educazione e con essa tutta la società religiosa venne contrapposta alla paideia classica "quella cristiana centrata sulla figura di Cristo". La nuova struttura educativa elaborata dal cristianesimo fu il monastero, che creò un luogo di formazione, attraverso il lavoro e la contemplazione. La figura che dominava il periodo era il bambino, che veniva innalzato a modello della rigenerazione interiore attuata attraverso il battesimo ed era esaltato con i racconti dell'infanzia di Cristo narrata nei vangeli canonici. Il maestro da ricordare della pedagogia cristiana è S. Agostino; il suo pensiero fu un punto di continuità fra cultura greca e cristianesimo. Il suo progetto educativo aveva caratteristiche personali, drammatiche, oscillava tra cultura e pentimento verso il richiamo a Cristo come supremo "Maestro", sempre collocandosi dentro la storia.

In età moderna la Riforma Protestante e la Controriforma ebbero un notevole peso nella storia della pedagogia. Martin Lutero, infatti, non si limitò sull'istituzione di scuole per il popolo ma anche di scuole di ordine superiore aperte a tutti. La Controriforma (1542 - 1563) ispirò l'educazione cattolica sotto la fedele guida dei Gesuiti che fondarono dei collegi sparsi per tutta Europa riservati all'elite dove si studiavano non solo le religioni ma anche le scienze (erano i precursori dei moderni licei). I Gesuiti praticarono fino alla loro soppressione (1773) una particolare forma di teatro con fini catechistici. Erano vietati gli intermezzi e la presenza di donne sulla scena, la lingua latina venne presto sostituita. L'eredità dell'Antica Grecia, sebbene reinterpretata e adattata, continuò a percorrere i secoli, confermando il suo ruolo di culla inestinguibile di cultura e pensiero.

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