Sessualità e Credenze Religiose: Un'Analisi delle Proibizioni e delle Norme Morali, con Specifico Riferimento all'Incesto e alle Pratiche Sessuali

Il rapporto tra la religione e la sessualità è un campo complesso e articolato, profondamente radicato nelle tradizioni e nelle norme che regolano la vita umana in diverse culture. Questo legame coinvolge la morale sessuale, intesa non tanto come parte del sentimento generale comune a tutti gli individui, ma preminentemente come l'insieme delle restrizioni morali religiose o degli obblighi che regolano il comportamento sessuale umano. Le norme di condotta della società in termini di sessualità tendono ad essere collegate alle credenze religiose, alle condizioni socio-ambientali o anche da entrambi questi fattori messi insieme, creando un tessuto di regole e aspettative che plasma le interazioni intime.

Ognuna delle religioni maggiori, ma non solo queste, ha sviluppato nel corso dei secoli dei codici morali i quali coprivano le questioni riguardanti la sessualità in generale. Tali codici spesso si estendevano a temi specifici come l'omosessualità e la masturbazione in primis, toccando anche aspetti più ampi come la moralità e l'etica. È un dato di fatto che le "restrizioni sessuali" rappresentano uno degli universali della cultura, una peculiarità riscontrabile in tutte le società umane, indipendentemente dalla loro collocazione geografica o storica. Conseguentemente, la maggior parte delle religioni ha veduto la necessità di affrontare la questione del ruolo più "appropriato" da dare alla sessualità all'interno delle interazioni umane, cercando di incanalare e definire i confini di questa potente forza vitale.

I. L'Incesto e Altre Proibizioni Fondamentali nella Morale Ebraica Tradizionale

Nella prospettiva dell'ebraismo tradizionale, la definizione di peccati gravi è chiaramente delineata e comprende una serie di atti che deviano dalle norme stabilite per la condotta umana e sessuale. L'ebraismo tradizionale vede l'adulterio come una grave violazione dell'alleanza matrimoniale e della fiducia reciproca tra i coniugi, considerandolo un atto che minaccia l'integrità della famiglia e della comunità. Allo stesso modo, l'incesto è annoverato tra i peccati gravi, rappresentando una profonda trasgressione delle leggi sulla parentela e sulla purezza che sono fondamentali per l'ordine sociale e religioso. Questi divieti sono considerati pilastri della morale ebraica, atti che compromettono la santità delle relazioni umane e che vanno contro i precetti divini.

Inoltre, la tradizione ebraica estende la sua rigorosa condanna anche ad altre forme di sessualità che non rientrano nell'ambito della procreazione e della relazione eterosessuale monogamica. L'omosessualità maschile è vista come un peccato grave, con specifiche proibizioni bibliche che ne definiscono la natura illecita. Parallelamente, anche il lesbismo è considerato un peccato grave, sebbene le discussioni e le interpretazioni rabbiniche possano aver approfondito le sfumature di queste proibizioni nel corso dei secoli, distinguendo talvolta tra atti biblicamente proibiti e quelli di origine rabbinica. Tali posizioni riflettono un'impostazione morale rigorosa, volta a preservare la santità delle relazioni umane e l'ordine sociale, come inteso dalle scritture ebraiche e dalla tradizione rabbinica, ponendo confini e linee guida ben definite per la condotta sessuale, essenziali per preservarne la santità e per imitare Dio nella sua qualità di Creatore.

II. Il Dibattito sul Sesso Anale e le Condotte Omosessuali nell'Ebraismo Conservatore

All'interno dell'ebraismo, le interpretazioni e le applicazioni delle norme relative alla sessualità non sono state statiche, bensì hanno subito evoluzioni e dibattiti, in particolare nelle correnti più moderne. Un esempio significativo di questa evoluzione si è manifestato nel dicembre 2006, quando il "Committee on Jewish Law and Standards" ("Comitato del diritto conservativo ebraico per la Legge e gli standard ebraici") ha adottato una responsa che presentava due opinioni diametralmente opposte sul tema dell'omosessualità. Questa decisione segnò un punto di svolta, riconoscendo una forte divergenza di opinioni sulle questioni sessuali all'interno dell'Ebraismo conservatore, fino al punto di riconoscere che non esiste nessun singolo approccio ebraico conservatore per le questioni inerenti alla sessualità.

Una delle numerose opinioni ammesse in questa responsa limitava la pregiudiziale al comportamento omosessuale solo al sesso anale tra maschi. Questo specifico atto veniva dichiarato essere l'unico divieto esplicitamente biblico in questo contesto. Questa interpretazione implicava una distinzione fondamentale tra le proibizioni che si ritenevano direttamente derivanti dalle Scritture e quelle che erano state stabilite dalla tradizione rabbinica. Di conseguenza, tutti gli altri divieti relativi a condotte omosessuali, come ad esempio il sesso orale tra maschi o il lesbismo, venivano dichiarati esclusivamente rabbinici. Questa distinzione apriva la possibilità di una revisione o di un'abolizione di tali restrizioni rabbiniche, basandosi sull'interpretazione del principio talmudico di "Kavod HaBriyot" ("dignità umana"), che sollecita il rispetto e la considerazione per la dignità di ogni individuo.

Dibattito sull'omosessualità nell'ebraismo

Nonostante l'apertura di questa prospettiva più liberale, la responsa ha anche accolto due punti di vista tradizionalisti. Uno di questi manteneva tutti i divieti tradizionali nei confronti degli attivi omosessuali ed è stato adottato anche come opinione di maggioranza. Un parere di minoranza, d'altra parte, sollecitava gli omosessuali che desideravano vivere come ebrei religiosi a sottoporsi a cure mediche, riflettendo una visione più conservatrice e orientata al "cambiamento" dell'orientamento sessuale. Oltre a queste posizioni, sono stati adottati approcci che consentivano ai singoli rabbini, alle congregazioni e alle scuole rabbiniche di stabilire una propria politica sul comportamento omosessuale. Questa pluralità di posizioni riflette un profondo cambiamento rispetto al divieto precedente sulle pratiche omosessuali maschili, evidenziando una ricerca di equilibrio tra la tradizione e le esigenze della comunità moderna.

È interessante notare come il responsum permissivo sull'omosessualità abbia utilizzato l'approccio del movimento conservatore al niddah come analogia per interpretare la proibizione biblica contro la condotta omosessuale maschile e rimuovere le restrizioni che riteneva solo rabbiniche. "Ci aspettiamo che gli studenti omosessuali osservino le regole di questo responsum nello stesso modo in cui ci aspettiamo che gli studenti eterosessuali rispettino le sentenze della CJLS sul niddah". Tuttavia, anche prima di questo responsum, le restrizioni sul sesso pre-matrimoniale erano state sostanzialmente ignorate, anche all'interno dei circoli ufficiali delle strutture religiose, indicando una disconnessione tra le norme formali e le pratiche reali in alcuni ambiti.

3MC 50 - Cosa insegna la Chiesa riguardo alla morale del sesso?

III. Restrizioni Universali e Codici Morali sulla Sessualità: Un Contesto Religioso Ampio

Le norme di condotta della società in termini di sessualità tendono ad essere intrinsecamente collegate alle credenze religiose, alle condizioni socio-ambientali o anche da entrambi questi fattori messi insieme, formando un sistema complesso di valori e divieti. Ogni religione maggiore ha sviluppato nel corso dei secoli dei codici morali specifici che coprivano ampiamente le questioni riguardanti la sessualità in generale. Questi codici hanno affrontato temi sensibili come l'omosessualità e la masturbazione in primis, ma anche aspetti più ampi della moralità e dell'etica legati al comportamento sessuale. La presenza di "restrizioni sessuali" è, infatti, uno degli universali della cultura umana, una caratteristica peculiare riscontrabile in tutte le società.

Questa universalità suggerisce una profonda necessità, avvertita dalle diverse tradizioni spirituali, di regolare e dare un significato al ruolo della sessualità. Conseguentemente, la maggior parte delle religioni ha veduto la necessità di affrontare la questione del ruolo più "appropriato" da dare alla sessualità all'interno delle interazioni umane. Tale approccio non mira solo a limitare, ma anche a sacralizzare o a incanalare l'energia sessuale in forme che siano considerate costruttive per l'individuo e per la comunità, spesso legandola a concetti di purezza, procreazione e ordine divino. Le diverse interpretazioni e le relative applicazioni di queste norme mostrano una vasta gamma di approcci, che vanno da prescrizioni estremamente rigide a quelle più flessibili e contestualizzate.

Simboli religiosi e sessualità

IV. Rappresentazioni della Sessualità Nelle Civiltà Antiche: Dai Kadesh Sacri alle Norme Greco-Romane

L'esame delle civiltà antiche rivela una complessa intersezione tra sessualità e religione, con pratiche e figure che spesso sfidano le nostre moderne categorie morali. La Scrittura ebraica, ad esempio, contiene il termine kadesh/kodesh, trascritto anche come qedes/qodesh, il cui plurale è kedeshim o qedeshim. Questo termine significa "consacrato, santo", ma viene normalmente tradotto come "prostituto" o "prostituto sacro". La presenza di tali figure è attestata in importanti testi come il Primo Libro dei Re (14,24; 15,12; 22,47), indicando il loro ruolo, sebbene controverso, nel contesto religioso e sociale dell'epoca.

Il testo biblico stesso dice che questo tipo di persone "consacrate" s'erano installate nell'interno stesso del Primo Tempio di Gerusalemme, come riportato nel Secondo Libro dei Re (23,7). La loro presenza in un luogo così sacro è significativa, ma è specificato che erano al servizio d'una divinità diversa da Yahweh, suggerendo pratiche di culto che si discostavano dalle norme ebraiche monoteistiche. Parallelamente, i miti mesopotamici danno una testimonianza di queste figure, arricchendo la nostra comprensione. Nel mito sulla discesa di Inanna agli Inferi, risalente alla fine del III millennio/inizio del II millennio a.C., tali figure sono onorate per aver aiutato la dea Ishtar, che si trovava prigioniera nell'aldilà. In questo mito, il dio Enki crea, usando lo sporco posto sotto le sue unghie, il kurgara e il kalatur, e li manda a salvare la dea. Questa narrazione suggerisce un ruolo rituale e forse salvifico per figure simili in contesti politeistici. Tuttavia, è importante notare che i testi antichi presentano anche il caso di qedeshot sposate, cosa che rende poco probabile la traduzione di questo termine con "prostitute sacre", ovvero persone tenute ad avere rapporti sessuali con i fedeli nella sua qualità di vicario della divinità. Questa complessità suggerisce che il loro ruolo potesse essere più vario e non esclusivamente legato alla prostituzione rituale, ma forse a funzioni sacerdotali o cultuali più ampie.

Le culture dell'antica Grecia e di Roma presentano, a loro volta, sfaccettature diverse della sessualità. Alcuni miti greci e latini presentano esplicitamente relazioni omosessuali, di solito di tipo pederasta. La pederastia greca, in particolare, descrive rapporti fra una divinità di sesso maschile e un giovane mortale maschio. Tali miti contengono un substrato iniziatico che ha fatto ipotizzare ad alcuni indoeuropeisti, massimamente Bernard Sergent (anche se l'ipotesi parte da un saggio di Jan Bremmer), che in origine il rapporto sessuale fosse la rappresentazione, simbolica e teologica, di un effettivo atto omosessuale a cui erano sottoposti i ragazzi nei riti di iniziazione. Questo rito di passaggio dall'adolescenza all'età adulta aveva lo scopo di renderli fertili attraverso la trasmissione del seme, secondo queste interpretazioni.

La cultura sessuale dell'antica Roma, dal canto suo, metteva in primo piano il ruolo dominante dell'uomo e fecondo della donna. Doveva essere sempre l'uomo a "dominare" il rapporto, riflettendo una struttura sociale patriarcale. Anche nel caso di rapporto omosessuale, la norma imponeva che fosse l'uomo più anziano a penetrare, mantenendo la gerarchia di potere. In ogni caso, l’uomo pretendeva che la sua sposa fosse sottomessa al marito e sessualmente integerrima, evidenziando una doppia morale e severe aspettative sulla fedeltà femminile. È interessante notare che era inconcepibile il rapporto orale praticato ad una donna, rivelando specifiche proibizioni o tabù culturali. Le fanciulle venivano date in spose anche a soli dodici o quattordici anni, età in cui erano considerate sessualmente mature per un matrimonio, sottolineando la centralità della procreazione e della perpetuazione della famiglia sin dalla giovane età.

V. La Sacralità della Sessualità e della Procreazione nell'Ebraismo

La sessualità svolta tra sessi differenti, e in particolare la procreazione, viene generalmente intesa come lo stato ideale dalle religioni abramitiche. Queste religioni esaltano le relazioni monogame eterosessuali e la sacralizzazione dell'istituto matrimoniale, vedendolo come il contesto privilegiato e benedetto per l'espressione della sessualità. Un esempio specifico di queste norme si trova nella regolamentazione del rapporto sessuale con una vergine che non è ancora fidanzata: in questo caso, l'uomo deve pagare una multa al padre della donna e poi sposarla. Una volta sposata, non può mai divorziare da essa, impedendo l'atto di ripudio, a sottolineare la serietà e la permanenza dell'unione in queste circostanze.

Matrimonio ebraico

Nella prospettiva dell'ebraismo tradizionale, l'atto sessuale e la riproduzione sessuata sono considerati gli atti più santi che si possano compiere. Essi rappresentano azioni attraverso cui si può imitare Dio nella sua qualità di Creatore, partecipando al processo divino di perpetuazione della vita. Per preservarne la santità intrinseca, vi sono molti confini e linee guida da rispettare, che definiscono ciò che è permesso e ciò che è proibito, incanalando l'energia sessuale in un quadro di sacralità e responsabilità.

Tuttavia, la procreazione non è l'unico scopo del matrimonio per l'ebraismo. La tradizione riconosce che "non è bene che l'uomo sia solo", una frase che evidenzia la dimensione relazionale e di compagnia dell'unione. Essere soli, per l'Ebreo, rappresenta una terribile maledizione, sottolineando l'importanza della comunità e della famiglia. Il piacere sessuale, quindi, è da condividere all'interno del matrimonio, non solo per fini riproduttivi ma anche per promuovere l'intimità, la gioia e il benessere reciproco dei coniugi. L'attività sessuale il cui scopo non è la procreazione è consentito all'interno del matrimonio, il che distingue l'ebraismo da alcune altre tradizioni che limitano il sesso al solo scopo riproduttivo.

Nonostante questa apertura, l'adulterio è considerato un peccato grave, in quanto tradisce la fiducia e l'alleanza matrimoniale, minacciando la struttura familiare e sociale. L'ebraismo consente un divorzio relativamente liberale, noto come il ghet, ma l'ebraismo ortodosso e l'ebraismo conservatore richiedono la celebrazione di una cerimonia di divorzio religiosa per poter ottenere il riconoscimento religioso del divorzio, sottolineando la permanenza del legame religioso anche nella separazione legale.

L'ebraismo affronta anche questioni più contemporanee come l'aborto e la contraccezione. L'aborto è consentito quando vi è un rischio consistente per la vita della madre, privilegiando la salute e la sopravvivenza della donna. Per quanto riguarda la contraccezione, il metodo consigliato dalla maggior parte delle autorità rabbiniche è la pillola anticoncezionale, mostrando una pragmatica adattabilità della legge ebraica alle nuove possibilità mediche per la pianificazione familiare.

La questione del poliamore, ovvero la pratica di avere relazioni intime con più persone con il consenso di tutti i coinvolti, non è generalmente accettata dalla maggior parte degli ebrei più convenzionali. Tuttavia, alcune persone si considerano contemporaneamente ebrei e poliamorosi, evidenziando una crescente diversità di stili di vita all'interno della comunità. Una rabbina di spicco che accetta il poliamore è Sharon Kleinbaum, figura anziana della "Congregation Beit Simchat Torah" di New York, la quale afferma che il poliamore è una scelta che non preclude una vita ebraica osservante e socialmente consapevole, suggerendo che l'etica ebraica può essere interpretata in modi che accolgono nuove forme di relazione.

VI. Modestia, Purezza e Contaminazione nell'Ebraismo Ortodosso e Conservatore

L'ebraismo ortodosso pone un'enfasi significativa sulla modestia fisica e personale, conosciuta come tzniut, derivata da varie fonti presenti nell'Halakhah, la legge ebraica. Esistono diversi livelli per l'osservanza della tzniut, che si traducono in codici di abbigliamento e comportamento che mirano a promuovere la decenza e a prevenire l'eccessiva esposizione o la provocazione sessuale. Un'altra pratica importante è il divieto di hotza'at zera levatala, che si riferisce alla "secrezione vana di sperma" dagli uomini, ovvero l'emissione di sperma al di fuori del contesto riproduttivo o matrimoniale, considerata una trasgressione.

Gli ebrei ortodossi tendono ad avere un basso tasso di assimilazione rispetto ai loro correligionari conservatori o riformisti, mantenendo una maggiore aderenza alle tradizioni e alle pratiche religiose. Un rapporto del "Jerusalem Center for Public Affairs" ha evidenziato questa tendenza, mostrando che l'ebraismo ortodosso è raddoppiato tra i membri affiliati alle sinagoghe negli Stati Uniti, passando dal 10% del 1990 al 21,8% nel 2001. La maggior parte di questa crescita corrisponde al più rigoroso Haredi, in contrapposizione al moderno ebraismo ortodosso, indicando una tendenza verso una maggiore osservanza e conservatorismo all'interno di questa corrente.

Solo l'ebraismo ortodosso, unico tra tutte le denominazioni ebraiche, mantiene alcuni forti divieti nei confronti delle relazioni sessuali e il matrimonio. Queste rigide norme includono condizioni tradizionali relativamente dure per il divorzio, compreso il divieto biblico per un kohen (discendente di Aronne) di sposare una divorziata o una donna che è stata coinvolta in una sorta di cattiva condotta sessuale. Queste rigidità, seppur osservate, sono generalmente considerate come questioni di carattere personale piuttosto che di moralità universale, suggerendo che la loro applicazione può variare a livello individuale pur rimanendo formalmente parte della legge.

L'ebraismo conservatore, pur essendo più flessibile dell'ortodosso, ha mantenuto sui suoi testi giuridici una serie di requisiti e divieti significativi. Tra questi, include il requisito che le donne sposate osservino le leggi sulla purezza familiare, note come niddah, e un divieto generale per la condotta eterosessuale dei celibi e delle nubili, promuovendo la castità prematrimoniale. Le leggi sulla purezza della famiglia richiedono che le donne siano riconosciute come tumah (impurezza) e taharah (purezza) o come niddah durante il loro ciclo mestruale, periodo in cui il contatto fisico con il marito è proibito.

Secondo la regola di tumah, una donna deve aspettare sette giorni per la conclusione del proprio ciclo mestruale e poi altri sette "giorni puliti" per poter entrare nel mikveh, un'immersione rituale nell'acqua, per poter avviare nuovamente relazioni sessuali. Lo stesso giorno in cui il "Committee on Jewish Law and Standards" (CJLS) ha rilasciato il suo responsum nei riguardi dell'omosessualità, ha rilasciato anche più opinioni sull'argomento della niddah. Tra queste, un responsum abrogava alcune delle restrizioni tradizionali sul contatto tra marito e moglie durante il periodo di niddah, ma manteneva un divieto dei rapporti sessuali, cercando di bilanciare tradizione e le esigenze di un'intimità che non fosse esclusivamente sessuale.

VII. La Questione del Matrimonio Interreligioso e le Sue Implicazioni Nelle Denominazioni Ebraiche

La questione del matrimonio interreligioso rappresenta un punto di significativa divergenza tra le diverse denominazioni dell'ebraismo, riflettendo approcci distinti alla continuità e all'integrazione della comunità. L'ebraismo conservatore proibisce formalmente il matrimonio interreligioso. Le sue norme attualmente indicano che espellerà un rabbino che svolge un matrimonio interreligioso, dimostrando la serietà con cui viene affrontato questo divieto. Tale posizione è motivata dalla preoccupazione per la continuità dell'identità ebraica e per il mantenimento dei confini comunitari.

Le restrizioni non si fermano alla celebrazione del matrimonio. Le norme conservatrici mantengono una serie di restrizioni formali, tra cui un divieto di fare annunci di nascita nei bollettini della sinagoga per i bambini di madri non ebree. Vi è anche una norma che impedisce di accettare gli individui non ebrei come membri della stessa sinagoga, a meno che non si convertano all'ebraismo. Queste politiche riflettono una chiara strategia per preservare l'omogeneità religiosa e culturale all'interno delle congregazioni conservatrici, rafforzando l'identità ebraica attraverso l'esclusione di pratiche considerate minacciose per la sua trasmissione.

L'ebraismo conservatore, che per la maggior parte del XX secolo era la più grande denominazione ebraica negli Stati Uniti, ha subito un forte calo nell'assegnazione di sinagoghe negli Stati Uniti per tutto il corso degli anni novanta, passando dal 51% delle sinagoghe possedute nel 1990 al 33,1% nel 2001. Una gran parte della perdita è andata verso l'ebraismo ortodosso, che mantiene una maggiore coesione demografica grazie alle sue rigide pratiche, e il resto verso l'ebraismo riformato, che adotta un approccio più aperto e inclusivo.

A differenza del conservatore, l'ebraismo della riforma e della ricostruzione è più tollerante nei confronti del matrimonio interreligioso. Molti rabbini in entrambe le comunità lo esercitano, offrendo cerimonie e supporto a coppie di fedi miste. Questa maggiore apertura è spesso motivata dalla volontà di includere e sostenere le famiglie che scelgono questo percorso, cercando di mantenere un legame con la comunità ebraica anche in presenza di un coniuge non ebreo. Questo approccio riflette una priorità diversa: quella di favorire l'inclusione e l'adattamento alle realtà sociali contemporanee, pur nel rispetto delle tradizioni.

VIII. Superare i Cliché: La Sessualità nell'Ebraismo Oltre la "Tradizione Giudaico-Cristiana"

Il punto di vista religioso sulla sessualità presentato come proveniente da un'unica "tradizione giudaico-cristiana" spesso arriva a travisare il punto di vista dell'ebraismo sulla sessualità, che possiede sfumature e concezioni proprie, distinte e talvolta opposte a quelle cristiane. L'Antico Testamento, infatti, non getta un divieto generale sulla sessualità, ma solo su alcuni atti specifici considerati illeciti, come l'omosessualità maschile, la zoofilia o bestialità e la sodomia. Questa distinzione è cruciale: la sessualità in sé non è vista come peccaminosa o impura, ma lo sono certe sue manifestazioni che deviano dai precetti divini.

Un esempio lampante di questa differenza riguarda il valore attribuito alla verginità e alla castità. L'ebraismo generalmente non dà valore alla verginità o alla castità degli sposi come un ideale assoluto o un prerequisito per la santità. Al contrario, una donna è virtuosa per l'ebraismo se dispone di una grande famiglia, poiché i bambini sono considerati una benedizione divina, un segno di prosperità e del favore divino. Questo contrasta fortemente con l'ideale cristiano del celibato e della verginità che appaiono nei capitoli VI e VII della Prima Lettera ai Corinzi, un concetto totalmente alieno all'ebraismo, che valorizza la famiglia e la procreazione come espressioni della volontà divina.

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Ciò non implica che nell'ebraismo non esistano e non siano esistite voci a favore della castità fin dalle origini, come si può pensare al caso degli Esseni, che praticavano il celibato in comunità monastiche. Tuttavia, queste erano eccezioni, non la norma o l'ideale prevalente per la maggioranza degli ebrei. Un'altra divergenza fondamentale riguarda il peccato originale. Per l'ebraismo, il peccato originale non è costituito dalla sessualità in quanto tale, ma dal desiderio di conoscere oltre i propri limiti, come simboleggiato da Eva che morse difatti il frutto dell'albero della conoscenza del Bene e del Male. Questo pone la colpa non sull'atto sessuale, ma sull'atto di trasgressione intellettuale e di disubbidienza.

Per l'ideale cristiano, il celibato consacrato conduce direttamente a Dio, senza gli ostacoli, le preoccupazioni e le responsabilità derivanti dall'avere una famiglia, una moglie o dei figli. Matteo apostolo ed evangelista ebbe a dichiarare che è meglio prendere in considerazione il diventare eunuco per poter così giungere al Regno dei Cieli, rafforzando l'idea di una rinuncia per un bene superiore. L'ideale ebraico è invece rappresentato dal matrimonio ebraico, che è molto più di una preoccupazione privata; è anzi una preoccupazione cosmica per il futuro dell'intera umanità, un atto di fede nella perpetuazione della creazione.

Uno dei segnali che differenziano l'ascetismo non ebraico dall'ascetismo nell'ebraismo, secondo Gershom Scholem, è l'assenza di rinuncia sessuale autoimposta. La libido non è condannata; al contrario, è riconosciuta come una forza potente e necessaria. Si argomenta che senza l'energia della libido, l'intera civiltà occidentale si sarebbe esaurita, sottolineando il suo ruolo propulsore nella creazione e nel mantenimento della vita sociale. Per l'ebraismo, un uomo o una donna che, dopo il matrimonio, prendono i voti di astinenza sessuale, violano la natura del patto coniugale e causano «tzará d'gufá», la sofferenza del corpo, e sono considerati in difetto rispetto ai loro obblighi coniugali.

La sessualità, quindi, è vista con rispetto e come una benedizione. In un trattato ebraico del XIII secolo intitolato Menorat ha-Maor, attribuito a Nahmanide ma scritto da ibn Nakawa, nel capitolo sulla santità della sessualità, si afferma: "che l'uomo non consideri la sessualità come qualcosa di ripugnante perché in questo modo si bestemmia Dio". Questa frase incapsula la visione ebraica di una sessualità che, se vissuta nei giusti confini, è intrinsecamente santa e parte del disegno divino. Persino i miti ebraici delle origini riflettono una comprensione complessa della sessualità. In un mito ebreo presente nel Talmud, nella Midrash e nello Zohar Jadash, ci si riferisce al primo essere umano che era un ermafrodita. Adamo era uomo e donna assieme; Dio ne prese un lato per creare l'amore e lo divise verticalmente per diventare così un essere sessuato composto di maschio e femmina, un racconto che sottolinea l'interconnessione e la complementarità dei sessi.

Un'ulteriore restrizione riguarda le relazioni al di fuori della comunità. I rapporti sessuali con persone di altre fedi non sono autorizzati perché, per poterli attuare in un contesto lecito, occorre essere sposati, e il matrimonio è idealmente concepito all'interno della stessa fede, o tramite conversione, per mantenere la purezza della linea e della tradizione ebraica.

IX. La Sessualità nella Dottrina Cristiana Primitiva e Medievale: Tra Celibato e Vincoli Matrimoniali

La dottrina cristiana ha sviluppato una propria complessa visione della sessualità, che si è evoluta significativamente nel corso dei secoli, differenziandosi in molti aspetti dalle prospettive ebraiche. Sono presenti diversi riferimenti alla sessualità nella Bibbia, ma l'ermeneutica biblica, ovvero l'interpretazione dei testi sacri, ha variato nel tempo e nelle diverse tradizioni cristiane. Pertanto, ha variamente modificato il pensiero dei cristiani sui confronti della sessualità, generando una ricchezza di opinioni e pratiche.

Le basi di molti punti di vista cristiani provengono dall'idea che la sessualità umana è stata creata da Dio allo scopo della procreazione. Oltre a questo, la sessualità offre privacy e intimità alle coppie sessualmente attive in una relazione intimo, emozionale e spirituale attraverso il rapporto fisico, che serve a rafforzare il legame coniugale. Così, la sessualità dovrebbe essere limitata ad un rapporto permanente tra un uomo e una donna, come stabilito dal matrimonio, il quale è visto come un impegno verso un rapporto intimo e continuo. Questo è considerato la base su cui costruire una famiglia stabile, sottolineando la centralità del matrimonio monogamico e eterosessuale come cornice per la sessualità.

Nonostante l'affermazione della sessualità all'interno del matrimonio, alcune correnti del cristianesimo hanno espresso riserve o una certa ambivalenza. A suo tempo, il Papa Innocenzo III, così come anche Pietro Lombardo, ha sostenuto che lo Spirito Santo fosse assente da una stanza quando una coppia di sposi stava avendo una relazione intima. Questo era vero anche se lo stavano facendo in modo da riprodursi, con la convinzione che il sesso imbarazza Dio. Questa prospettiva, che percepiva una certa "impurità" nell'atto sessuale anche se legittimo, ha influenzato profondamente la moralità sessuale medievale, promuovendo un ideale di castità e temperanza.

Vi fu anche la convinzione, fatta tradizione e diffusa nel Medioevo, che non voleva permettere di intrattenere rapporti sessuali di venerdì in memoria della morte del Salvatore, di sabato in memoria della Vergine Maria e di domenica in memoria della Resurrezione. Tuttavia, questa convinzione medioevale non ha mai avuto alcuna solida base biblica, ma rifletteva più una pietà popolare e un desiderio di santificare giorni specifici attraverso la rinuncia.

L'ideale cristiano del celibato e della verginità, come appare nei capitoli VI e VII della Prima Lettera ai Corinzi, ha avuto un'influenza profonda. Matteo apostolo ed evangelista ebbe a dichiarare che è meglio prendere in considerazione il diventare eunuco per poter così giungere al Regno dei Cieli. Difatti, per l'ideale cristiano, il celibato consacrato conduce direttamente a Dio, senza gli ostacoli, le preoccupazioni e le responsabilità derivanti dall'avere una famiglia, una moglie o dei figli. Questo pone il celibato come una via più diretta e meno distratta per la santità e l'unione con il divino, distinguendosi nettamente dall'ideale ebraico che invece celebra il matrimonio e la famiglia.

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