La via del Campo, nel cuore storico di Genova, non è solo una strada, ma un simbolo potentissimo intriso di storie, umanità e profonda poesia. Il suo nome evoca immediatamente le note e le parole immortali di Fabrizio De André, ma al di là della celebre canzone, "Via del Campo" rappresenta anche un luogo fisico e, soprattutto, un crocevia di esistenze marginali che hanno trovato dignità e voce. Questa strada, incastonata nei chiaroscuri dei vicoli genovesi, ha ospitato e continua a ospitare "ricettatori, mignotte e travestiti", un universo parallelo dove la voglia di vivere ha sempre pulsato, anche nelle condizioni più difficili. A raccontare le rivoluzioni e le suggestioni di questo mondo da un punto di vista assolutamente inedito è l'autobiografia di Rossella Bianchi, intitolata proprio "In via del Campo nascono i fiori" (Imprimatur Editore, Rcs Libri, pp 220, euro 15). Questo libro, che è un esordio letterario stupefacente, svela la vita di Rossella Bianchi, presidente della prima associazione di transessuali e portavoce delle princese genovesi, che ha deciso, compiuti settant'anni, di scrivere la sua storia e la narrazione di una diversità portata "con orgoglio e senza vergogna".
Fabrizio De André e il Cuore Pulsante di "Via del Campo"
La canzone "Via del Campo" di Fabrizio De André è senza dubbio uno dei brani più celebri e amati del cantautore genovese. Uscita nel 1967 nell'album "Vol.1" e poi come singolo, essa si propone di esplorare il tema della prostituzione, veicolando l'idea di amore e sessualità del cantautore genovese attraverso una lente di sensibilità e profonda umanità.
L'ispirazione per il brano ha radici complesse e affascinanti. La musica, inizialmente descritta come "del XVI secolo, tratta da una ricerca di Dario Fo ed Enzo Jannacci", ha una storia più articolata. Solo molto più tardi, Jannacci raccontò di aver fatto uno scherzo a De André, presentandogli una musica sì medievale ma riarrangiata da lui stesso. Effettivamente, Jannacci cantò una versione di quella che in origine era "La mia morosa la va alla fonte" in uno spettacolo del 1965, e tre anni dopo, il pezzo uscì in "Vengo anch'io. No, tu no". A questa genesi si aggiunge il contributo di Oscar Prudente, noto per "Pensiero Stupendo". Prudente racconta che Dario Fo gli chiese di buttare giù una musica su un accenno medievale di "Donna Lombarda la va alla fonte", e lui la scrisse e la cantò. De André, affascinato dalla melodia, chiese a Fo se poteva utilizzarla, e così "Via del Campo" prese forma. Prudente, che forse quella volta non fu abbastanza assertivo, non la rivendicò mai, riconoscendo che la canzone è ora firmata Jannacci-De André.
Fabrizio De André, uno dei più grandi cantautori italiani, ha tratto ispirazione dagli autori della chanson francese dell'epoca, come Jaques Brel e soprattutto Georges Brassens, per forgiare una nuova traccia nella musica italiana. Faber ha saputo reinventarsi continuamente, esplorando musicalità folk, canzoni in dialetto, e creando concept album, dando vita a una parabola artistica unica e ancora oggi molto importante da (ri)scoprire.
Il brano, ambientato negli ambienti popolari, se non degradati, di Genova, innalza la figura della prostituta, restituendole una dignità inaspettata. De André era un poeta, come Mario Luzi stesso affermò dopo aver ascoltato le sue canzoni, definendolo un poeta che attingeva dalla migliore letteratura francese. Attraverso le sue liriche, il cantautore descrive una realtà che, sebbene mercenaria, è profondamente naturale.
L'Analisi del Testo e il Suo Significato Profondo
Il testo di "Via del Campo" è una poesia in musica, che utilizza parole, figure retoriche e rime per niente ricercate né complesse, rendendola comprensibile a tutti. La canzone, arrangiata da Reverberi, dura circa due minuti e mezzo e fu composta quando De André era ancora giovane.
"Via del Campo, c’è una graziosa / Gli occhi grandi color di foglia / Tutta notte sta sulla soglia / Vende a tutti la stessa rosa"In questa prima strofa, De André ci racconta di una prostituta che attende tutta la notte sulla soglia della sua casa, nel carrugio genovese, in attesa dei clienti. La "soglia" è un termine che il poeta usa per descrivere la condizione di attesa della prostituta, mentre la "rosa" simboleggia il sesso femminile, un simbolo sia borghese che poetico universale. Gli "occhi grandi color di foglia" rimandano alla natura, evocando una bellezza intrinseca e autentica.
"Via del Campo, c’è una bambina / Con le labbra color rugiada / Gli occhi grigi come la strada / Nascon fiori dove cammina"Qui Faber introduce la figura di una bambina che vive in strada, probabilmente in condizioni di estrema povertà. Il verso finale, "Nascon fiori dove cammina", ribalta il senso di un possibile pietismo. Questa immagine restituisce nobiltà alla povertà e alla vita di strada, vista come autentica e "fertile", un'idea molto cara a De André, contrapposta alla sterilità della vita contemporanea. Le "labbra color rugiada" sono un altro tocco poetico che lega la figura alla natura.
"Via del Campo, c’è una puttana / Gli occhi grandi color di foglia / Se di amarla ti vien la voglia / Basta prenderla per la mano / E ti sembra di andar lontano / Lei ti guarda con un sorriso / Non credevi che il paradiso / Fosse solo lì al primo piano"De André torna sulla figura della prostituta, descrivendola romanticamente e senza giudizio. La "puttana", termine che nel testo viene pronunciato con enfasi, probabilmente per sottolineare la discrepanza tra l'etichetta dispregiativa e la sensibilità del poeta, diventa un veicolo per un'idea di amore libero e di un paradiso terreno, fatto di materialità, facilmente raggiungibile. Il poeta, come spesso accade nelle sue opere, nobilità gli ultimi e i più poveri con termini poetici, esaltandone l'autenticità immediata.
"Via del Campo, ci va un illuso / A pregarla di maritare / A vederla salir le scale / Fino a quando il balcone è chiuso"La figura dell'illuso è un intruso in Via del Campo, un uomo che, spinto da un amore "matto e disperatissimo", come quello di Antonio Dorigo per la Laide o di Nestore Patou per la dolce Irma, spera di sposare la "graziosa", ma la sua illusione si scontra con la realtà, simboleggiata dal "balcone chiuso".
In questo testo, De André unisce armoniosamente le due immagini archetipiche della donna, dall'antica Grecia in poi: la donna angelicata e la donna prostituta. È, come lui stesso definì in "Bocca di Rosa", l'amore sacro e l'amor profano, che per lui sono sempre amore. Negli ultimi versi, la celebre frase "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior" racchiude tutta la filosofia di vita e la poesia del cantautore genovese. I diamanti sono simboli improduttivi borghesi, mentre il letame, il mondo degli emarginati, è fertile e creativo. Questa immagine paradossale e veritiera ci assolve tutti, in quanto suggerisce di non vergognarsi di stare dalla parte del torto, dato che l'altro lato della sala è già piuttosto affollato. De André ha raccontato il lato "sbagliato" fino all'ultimo, trovandovi storie più affascinanti.

L'Aneddoto Personale di Faber
Lo stesso cantautore ha condiviso un aneddoto significativo sulla sua frequentazione di Via del Campo: «Passavo spesso da Via del Campo, la strada dei travestiti». Ricordava di essere salito in camera con "un certo Giuseppe, che si faceva chiamare Joséphine" e che gli apparve come una bellissima ragazza bionda. Scoprendo che era un uomo, De André rimase comunque, affascinato dalla sua bellezza e dal "seno così strepitoso". Ridiscese e raccontò l'incontro dettagliato a Paolo Villaggio e Giorgio Leone, precisando solo alla fine: "c’è un solo problema, ha l’uccello". Loro cominciarono a sghignazzare e a prenderlo in giro. Questo episodio rivela l'apertura e la curiosità di De André verso mondi considerati "diversi" e la sua capacità di trovare umanità e bellezza al di là delle convenzioni sociali.
La Genova Sconosciuta: Il Ghetto e i suoi Caruggi
Via del Campo è una strada realmente esistente a Genova, nel quartiere di Prè, uno dei famosi caruggi che attraversano il centro storico ligure. Questi vicoli stretti, bui e malfamati, erano, e in parte sono ancora, la calamita per chiunque volesse vivere in quasi totale libertà la propria identità e sessualità senza doversi nascondere.
Il Ghetto, come viene chiamato il cuore di questa zona, era un tempo "vivissimo", descritto come "tutto un locale, vivo tutta la notte". Qui si incontravano personaggi di ogni tipo, dai ricettatori alle "mignotte", dai travestiti ai commercianti, alle persone comuni, ai parrucchieri e tassisti, ai poliziotti e alla gente di malaffare. Era un mondo a sé, pulsante di vita e di una libertà che, in altri luoghi, era impensabile.
Il centro storico che Rossella Bianchi conobbe nel 1965 apparentemente non differisce molto da quello di oggi nel suo senso labirintico di compressione tra i caruggi, nella scarsa illuminazione e nel fascino della notte, nella sua umanità variegata. C'è la percezione di un confine invisibile tra i vicoli e Genova, per cui questi non si risolvono nella città, ma ne rappresentano un nodo e un’eccezione. Tuttavia, la storia è passata, e con essa sono arrivati cambiamenti significativi.

La Trasformazione del Ghetto: Dall'Anni Sessanta all'Eroina
Negli anni Sessanta, il Ghetto era un luogo di incontro e di vita intensa. Rossella Bianchi ricorda il bar dell'Esterina di piazza dei Fregoso, dove "ci si trovava tra ricettatori, mignotte e travestiti, con tanta voglia di vivere". Era un'area praticamente autosufficiente, con una rete di servizi e attività commerciali che rendeva quasi superfluo spostarsi altrove, dai negozi di frutta e verdura alle lavanderie, dagli alimentari ai bar e locali di vario genere. Era lo "zoo senza sbarre", come Rossella lo chiamava.
Intorno alla metà degli anni Settanta, però, il quartiere cambiò drasticamente. Non furono gli extracomunitari a trasformare il volto di quel pezzo di centro storico, ma la droga e lo spaccio. Prima ancora dell'eroina, arrivò il fumo, che, sebbene meno visibile, preparò il terreno a "mostri ben peggiori". L'eroina divenne un flagello che rovinò il tessuto sociale, svuotando il quartiere e trasformandolo. Rossella ricorda: "Ci sono cadute quasi tutte", le sex worker, "un po’ per la disponibilità di denaro, un po’ perché la droga veniva offerta loro gratis, all’inizio, con la certezza che la volta successiva sarebbe stata una dipendenza economicamente fruttuosa, un po’ per la solitudine, un po’ per le relazioni sbagliate con spacciatori e drogati". La situazione divenne tragica: "Eravamo quasi un centinaio. Più della metà è sparita; l’altra metà, qualche anno più tardi, l’ha fatta fuori l’AIDS". Lo scambio di siringhe fu la causa principale dei decessi, mentre molto più raramente l'infezione avveniva per via sessuale.
Oggi, il Ghetto è mutato ulteriormente. Il Ghetto Ebraico è stato abbandonato dagli abitanti e commercianti italiani, lasciando spazio all'immigrazione. I "bassi", che il Comune vorrebbe rendere abitabili, spesso mancano di servizi igienici o di impianti idrici, e talvolta sono di dimensioni così ridotte da non poter ospitare nemmeno un letto. Lo spaccio è una delle attività più note del Ghetto, e la mancanza di un presidio fisso lo rende una "terra di nessuno", dove le dinamiche di potere sono decise dalla criminalità. Rossella osserva amaramente che oggi "la notte è proprio una tomba. Solo Ghettup cerca di animarlo". Si dice che "a volte i vigili parlano con noi e sai cosa dicono? ‘Cosa li prendiamo a fare? Li troviamo con una o due bustine addosso, non fanno in tempo ad andare a Marassi che già escono e il giorno dopo sono di nuovo in strada’". È doveroso riconoscere che la criminalità è solo una parte della compagine extracomunitaria del quartiere, che, anzi, cerca di mettere una distanza tra chi osserva la legge e chi se ne colloca al di fuori. Purtroppo, senza strategie per un'integrazione felice, il tessuto sociale del luogo sembra avviato verso una sempre maggiore ghettizzazione, con le ultime attività commerciali storiche che si spengono e chi non accetta di essere preda dello spaccio che cerca di trasferirsi altrove.
Rossella Bianchi: Una Vita Svelata tra Chiaroscuri e Fiori
Il nuovo "In via del Campo nascono i fiori" è l'autobiografia di Rossella Bianchi, una figura emblematica che ha vissuto e plasmato la storia di questi vicoli. Il libro ricostruisce episodi e passaggi "di una vita da sexworker, senza né filtri né remore", dando molto spazio ai ricordi di gioventù e meno al "lavoro", con uno sforzo costante nel "provare a raccontare il mio problema di essere diversa - spiega Rossella - e la scelta difficile di realizzarsi attraverso la prostituzione". Con la consapevolezza di non potersi sentire assolta, né di poter mandare messaggi a riguardo, Rossella ammette: "so bene di non essere un esempio positivo, ma penso sia giusto non sentirsi condannata, e raccontare come sono riuscita a superare lo scoglio della diversità, vincere le mie paure e in qualche modo affrontare la vita".

Le Origini e la Scoperta di Sé
Nata come Mario nel 1942 in un paesino delle colline lucchesi, da una famiglia di contadini semianalfabeti, Rossella era il terzo e ultimo figlio destinato alla coltivazione della terra. Fin da piccolo, sentiva il desiderio inconfessabile di immedesimarsi in un'identità femminile. La sua storia personale è un intreccio di "avventure che hanno segnato e indirizzato la mia vita". Dalle prime ostentazioni della propria sessualità, quando "a 15 anni ho capito che per superare e spiazzare lo scherno dei compagni di scuola era l'autodenuncia sfacciata e finta orgogliosa. Mi prendevo in giro da sola, a Lucca il mio Gay pride lo facevo tutte le sere", alle difficoltà a trovare lavoro. "Quanti colloqui andati a vuoto", ricorda, "Poi sono finito in strada anche io, e nella prima sera in un basso ho fatto lo stipendio di un mese di lavoro 'normale'".
Un momento cruciale fu la prima volta "in cui mi vestii da donna", nel '64: "mi sentii bellissima, e da quel momento capii che non sarei più tornata indietro". L'outing, per Rossella, avvenne in diretta TV: "Ero ospite ai Fatti Vostri di Giletti, diversi anni fa, e mia sorella mi vide in televisione. Prima di allora tornavo poco a casa, mi mascheravo da uomo, raccontavo di lavorare a Genova in un negozio di abbigliamento". Il trasferimento a Genova fu un passo fondamentale: rimase in città tre giorni e fu "amore a prima vista", non tanto per la città stessa, quanto "per quei vicoli stretti e bui e al tempo stesso pulsanti di vita. I bar piccoli, squallidi alla vista alla luce del giorno, ma terribilmente affascinanti con le luci soffuse della notte, con il loro andirivieni di marinai di tutte le nazionalità e di prostitute". A Genova, Rossella conobbe un altro mondo e una libertà impossibile in qualunque altro posto, un luogo dove vivere in quasi totale libertà il proprio essere e la propria sessualità senza doversi nascondere, dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta.
La Prostituzione come Scelta e Mestiere
Rossella ha scelto la prostituzione, una "via di uscita" non obbligatoria, ma almeno "la più indolore", dopo aver conosciuto il dramma di non essere accettata dalla famiglia e dalla società, la frustrazione di vedersi rifiutato un lavoro al quale avrebbe avuto diritto, la persecuzione e la fame. La sua è "una storia di soprusi e libertà, di battaglie, riscatti, cadute e resurrezioni", in difesa di quel "lumino fragile esposto a tutti i venti della Storia e della vita che è la dignità di una persona".
Per Rossella, la prostituzione non è mai stata la "vendita del corpo e dell'anima", ma piuttosto l'affitto per qualche minuto. Ella rifiuta l'idea di una "prostituzione mentale", sostenendo che "i clienti mi danno i soldi, io do loro un servizio commisurato e il tutto si esaurisce lì". È un mestiere che, come molti altri, deve oggi fare i conti con un insuperabile competitor: il mondo online. Nel Ghetto, resistono ancora gli "aficionados", i veterani del servizio "tradizionale" che prediligono il contatto dal vivo. Rossella lavora nel Ghetto da cinquant'anni e annovera tra i suoi clienti ex ragazzi ormai anziani.
Rossella ha imparato a gestire la sua professione con lucidità e determinazione. "I primi tempi un poco li subivo, poi ho imparato a dominarli, a porre dei limiti, a direzionare il gioco, a lasciarlo condurre fin dove voglio io". Se una cosa non le va, non la fa o la interrompe, precisando che la prostituzione a casa non è come quella in macchina, dove il contesto porta all'assoggettamento. Nel vicolo, i clienti sono più attenti. Il suo mestiere, dipinto con naturalezza, contiene innumerevoli sfumature, tra perversioni e sensi di colpa, confessioni e fantasie. Emerge che anche nel sesso-per-lavoro esistono condizioni, professionalità, scelte e limiti da segnare.
L'Associazionismo, Don Gallo e la Battaglia per la Dignità
All'interno delle pagine di "In via del Campo nascono i fiori" trovano spazio anche le battaglie per difendere i bassi contro l'allora sindaco Vincenzi, la nascita e i progetti dell'associazione Le princese, e la storia di come è nata l'idea di scrivere un libro.
L'Influenza di Don Gallo
Un ruolo centrale nella vita e nell'attivismo di Rossella lo ha avuto Don Andrea Gallo. "Il primo a spingermi a raccontarmi è stato Megu Chionetti, in Comunità di San Benedetto, qualche anno fa", ricorda Rossella. Aveva scritto una sorta di resoconto sulla vita del Ghetto negli anni Sessanta, e "Don Gallo l’aveva apprezzato, si era messo al lavoro per farlo pubblicare e avrebbe voluto scrivere la prefazione". Il ricordo del "Gallo", come amava farsi chiamare, è "forte e caldo e regala a Rossella risate che arrivano alle lacrime". Don Gallo è stato un uomo "intelligentemente ironico, profondamente umano, un combattente dotato di grande carisma". Ogni volta che Papa Francesco dice qualcosa, "cazzo, l’aveva già detto Don Gallo!", pensa ridendo Rossella, riconoscendo che il Papa, d'altronde, è legato da troppi interessi, corre dei rischi, mentre Don Gallo è stato una grande eccezione nel panorama ecclesiastico, un prete fuori dagli schemi che ha pagato il prezzo della sua ribellione.
Intervista a don Andrea Gallo - FUTURA - Via Vai Tv
Don Gallo era in guerra continua, e nel 2005 affermava che la sua comunità di San Benedetto al Porto, per dirla con Fabrizio De André, "si muove sempre in direzione ostinata e contraria". La sua visione era chiara: "Chi si droga non è un pazzo, un malato, un deviato, un debole o un pigro irresponsabile. È, prima di tutto, una persona. Legare il tossico al momento socioculturale è tentare di comprenderlo nella sua marginalità. Opporlo all’ambiente sociale è, al contrario, escluderlo in nome di una maggioranza parlamentare e, in quest’ottica, non sarà che un 'deviante' da raddrizzare".
Fu proprio Don Gallo a caldeggiare che le trans del Ghetto si riunissero in un'associazione. Quando la giunta Vincenzi minacciò la sopravvivenza della comunità di Via del Campo, il Gallo si fece paladino di una battaglia che vinse, pur sapendo che la guerra era ancora lontana dall'avere una conclusione.
L'Associazione Princesa
Nel 2009 è nata l'Associazione Princesa, con la tessera numero uno staccata a Don Andrea Gallo stesso. L'entusiasmo iniziale si è tradotto in numerose iniziative, di cui la più famosa è stata la pubblicazione del calendario, e nella creazione di una sede in vico della Croce Bianca, in condivisione con l'associazione Ghettup, dedicata all'alfabetizzazione per stranieri. Uno degli scopi dell'associazione Princesa è far seguire le ragazze da professionisti endocrinologi, in grado di stabilire non solo il dosaggio, ma anche il tipo di ormoni corretti da assumere. Purtroppo, nonostante le collaborazioni con l'associazione Rainbow di Genova e con Regina Satariano a Viareggio, oggi le attività sono praticamente sospese. La dipartita di Don Gallo ha "raffreddato gli animi" e molti membri non si dedicano più all'associazione come prima. Rossella esclama con forza: "Chi ci ha tutelate? Don Gallo!". La sua figura rimane un faro insostituibile per la comunità.
Le sex worker, infatti, hanno dovuto affrontare innumerevoli controlli: "controlli a sorpresa dell’Asl negli appartamenti, guardia di finanza, polizia, carabinieri, sopralluoghi, multe, misurazioni, la dichiarazione di non abitabilità degli spazi, utilizzabili solo come magazzini: qualsiasi scusa per 'ripulire' il Ghetto dall’indecenza delle prostitute". Rossella ricorda un episodio emblematico: "A un certo punto ci contestarono che mancavano le uscite di sicurezza in caso di incendio…ma cosa volete che succeda in qualche minuto di scopata!". Questo mostra l'ipocrisia di un sistema che cerca pretesti per ostracizzare, anziché comprendere e integrare.
Transessualità, Società e il "Terzo Genere"
La storia di Rossella Bianchi è un prisma attraverso cui osservare le complessità della transessualità, della sua accettazione sociale e delle battaglie personali per l'affermazione di un'identità. Il suo percorso di vita, sin dalla giovinezza, è stato un districarsi in un cammino difficile, affrontando ostacoli e pregiudizi.
La Transizione e le Sue Criticità
Ancora oggi, il percorso di transizione di genere non è scevro da criticità. Negli anni Sessanta, poi, si risolveva ancora in "pratiche fai-da-te". La cura ormonale non prescritta da uno specialista aveva spesso effetti dannosi, come il danneggiamento dei reni, accaduto alla stessa Rossella.
All'interno della comunità trans, la questione della transizione chirurgica è un tema molto discusso. Rossella è stata testimone di diversi episodi in cui la riassegnazione di genere non ha portato gli effetti sperati, anzi, ha peggiorato la qualità della vita di chi vi si è sottoposto. Quando le ragazze affrontano la riassegnazione per motivi superficiali, per esempio per farsi apprezzare di più dal partner, l'esito dell'operazione finisce in scontentezza, rapporti troncati o, nei casi più gravi, in problemi psicologici o dipendenze. Rossella trova che ci sia un atteggiamento verso l'esteriorità e l'estetica nelle giovani transessuali di oggi che non apparteneva in toto alla sua generazione. La competizione per "chi ha gli zigomi più alti, il seno migliore, il profilo più affilato" affonda le sue radici nella gara a chi era la trans più bella, elegante o charmant, ma su un piano di trasformazione del proprio corpo che va ben oltre lo spirito giocoso che animava la grande comunità del Ghetto. Per Rossella, si tratta di una dimensione di femminilizzazione eccessiva.

Questa è una posizione controversa, che "farà alzare più di un sopracciglio", ma che va inquadrata alla luce della fierezza con cui Rossella rivendica l'appartenenza al "terzo genere". Per lei, la transessualità è una condizione altra dal maschile e dal femminile, che può essere accolta e vissuta a pieno solo a patto di un'interiorità pacificata con le possibilità che la società garantisce a chi non si riconosce nel binarismo di genere, a qualunque livello: estetico, lavorativo, relazionale, ecc. Rossella afferma: "Io sono sempre stata in una posizione defilata, ma non per un complesso di inferiorità - bella non ero, brutta neanche - ma perché per me era assurda l’idea di mettermi in concorrenza con le altre per un traguardo estetico".
L'Orgoglio dell'Identità e la Lotta per i Diritti
Rossella non rinnega nulla della sua vita. "Non ho mai rinnegato di essere stata un uomo, di essere nata povera. Non mi è mai passato per la testa di nascondere che mi sono prostituita, che mi sono dovuta prostituire e che, una volta che ci sono stata dentro, con un po’ di difficoltà (ma neanche troppa), mi ci sono adagiata dentro, ci sono stata benissimo. Perché dovrei rinnegarlo? Perché dovrei fare l’ipocrita?". Al contrario, riconosce l'utilità del cambio di genere sui documenti ufficiali, essenziale per evitare difficoltà presso le dogane di paesi meno progressisti, dove il suo ingresso è stato a volte negato o concesso solo dopo lunghe domande e inquisizioni.
La prostituzione, per quanto "probabilmente il più antico del mondo", è un mestiere privo di tutele in Italia. È legale esercitarla, ma è un'attività non regolamentata, diventando illegale solo quando entrano in gioco sfruttamento, induzione e favoreggiamento, specialmente minorile. Questo sistema, che Rossella definisce "ambiguo e ipocrita", si chiama fuori da ogni responsabilità punendo solo le attività collaterali alla professione. Le complessità e la difficoltà di avere una visione chiara ed univoca emergono parlando con Rossella. "Paghi le tasse e fai il tuo lavoro, ok. Regolamentare la professione delle sex workers, però, significa non solo doveri, ma anche diritti. Lo Stato deve darti in cambio una serie di tutele, di conseguenza: questo è di suo interesse? Malattia, infortunio… E poi c’è un’altra questione: i clienti ti pagano in contanti, non certo usando il POS".
La storia di Rossella è una testimonianza potente di come, anche nei contesti più difficili e marginali, possa fiorire la dignità umana e la capacità di affrontare la vita con orgoglio e senza vergogna. La sua Genova, quella dei caruggi e del Ghetto, è un microcosmo dove la vita, nonostante le avversità, continua a pulsare, e dove, proprio come nella poesia di De André, dal "letame" della società possono nascere i fiori più autentici e resilienti.