Il significato profondo dell'espressione "il seme del bene ha attecchito nel mio cuore" si rivela attraverso un'esplorazione attenta della Parola, delle sue sfide e della sua capacità di trasformare. Non è un percorso scontato, né privo di ostacoli, ma piuttosto un cammino che ripercorre le tappe della missione stessa di Gesù, un viaggio attraverso incomprensioni, rifiuti e la paradossale bellezza di un Regno che si manifesta nella fragilità. Comprendere come il seme del bene possa veramente radicarsi in noi richiede di confrontarsi con la natura del cuore umano e con la sapienza divina che spesso contraddice le nostre aspettative.
La Missione di Cristo: Tra Incomprensioni e Misericordia Inattesa
Al discorso sulla missione, segue la parte narrativa che ci illumina sulla difficile accoglienza della Parola. Nel capitolo undici, è visibile l’impatto che la missione di Gesù ha con Israele. Purtroppo, tale missione non riscuote grande successo, anzi, si scontra con una profonda incomprensione. Persino il Battista, colui che doveva preparare il popolo ad accogliere l’annuncio, non comprende appieno la natura del Messia. Egli attendeva un Messia con la pala, con il fuoco, con una scure, il quale avrebbe tagliato e bruciato il male con veemenza. Invece, arriva un Messia che usa misericordia. Questa è la prima grande sorpresa, un rovesciamento delle aspettative che si ripercuote fino ai giorni nostri.
Usare misericordia, può suscitare simpatia, poiché mostra bontà all’altro, ma, nello stesso tempo, ti espone, in un certo senso, "ti uccide". Se hai misericordia, ossia mostri compassione all’altro, finisci male! Se, invece, sei spietato, è l’altro che finisce male! Questo paradosso ci interpella profondamente. Non dobbiamo dare troppo per scontato di aver compreso il mistero della croce, che è al cuore di questa misericordia. Le parole di Gesù "Beato chi non si scandalizza di me!" risuonano come un monito, poiché l’annuncio della Parola, infatti, suscita resistenze ed opposizioni in ognuno di noi, in modi più o meno evidenti.
La resistenza a Cristo non si limita al Battista. Egli non è accettato nemmeno dagli altri, dalla sua generazione, la quale lo considera mangione e beone, una persona pericolosa, un elemento di disturbo per l'ordine costituito. La sua radicalità, il suo amore incondizionato, la sua vicinanza agli emarginati, tutto questo lo rende scomodo. Addirittura, i suoi stessi parenti lo considerano fuori di sé, cercando di "impadronirsi di lui" per riportarlo alla ragione. Questo è il destino di Gesù: i farisei e gli erodiani, i poteri religiosi e politici, decidono di ucciderlo; gli scribi e i teologi, coloro che dovrebbero interpretare la Legge, dicono che è un indemoniato, affermando che "Ha Beelzebul, e: In forza del principe dei demoni scaccia i demoni". I suoi parenti, animati da un affetto sincero ma non illuminato, dicono che è matto, che "è fuori di sé". A quanto pare non ha avuto grande successo secondo i criteri umani.
Questa profonda crisi del suo ministero porta Gesù a un esame di coscienza. Crede di aver sbagliato tutto, pensa di non aver avuto le giuste mediazioni nel suo operato; è la crisi del suo ministero, una crisi che capita a quanti fanno bene il loro dovere, ma che si accorgono che tante cose non vanno a buon fine. È una riflessione sulla difficoltà di accettare la verità quando essa si scontra con le proprie aspettative e convinzioni.
Alla fine del capitolo undicesimo, in questo contesto di rifiuto, c’è però una rivelazione luminosa: il rapporto Padre-Figlio ai piccoli, i quali possono dire Abbà, in quanto figli del Figlio. Questo è il fine ultimo della missione: inserirci nella Trinità come figli nel Figlio; avere con il Padre lo stesso rapporto di amore e fiducia che ha il Figlio. Nonostante le incomprensioni, la semina della Parola ha un obiettivo divino e trascendente.

Anche il capitolo dodicesimo è tutto un intreccio tra la sapienza nuova del Vangelo, la sapienza del piccolo, la sapienza del Figlio e la sapienza della legge antica. Contro la sapienza del servo, quella di Gesù che si dona, c’è la sapienza dei teologi, i quali sanno bene interpretare l’azione di Gesù, a tal punto da aver capito che egli scaccia i demoni in quanto loro alleato. "Bella sapienza!", si potrebbe dire con ironia. Quante volte, anche noi, con le nostre teorie, con le nostre ragioni, riusciamo a provare l’esatto contrario di ciò che è vero. Quando difendiamo una cosa con mille ragioni, mille argomenti, spesso vuol dire che essa è falsa. Argomentazioni sottilissime che dimostrano che Gesù è un “demonio”! Questo è il peccato contro lo Spirito, peccato che non può essere perdonato, poiché è mentire alla verità evidente, è accecare se stessi di fronte alla luce. Quante volte imbrogliamo anche noi stessi con teorie, raziocini, deduzioni, proprio per non convertirci, per non cambiare la nostra prospettiva! Ai teologi che interpretano malamente l’azione di Gesù, si contrappongono i semplici, i quali chiedono un segno. Quante volte ci capita di cercare conferme esterne, anziché aprirci alla verità interiore?
Il Regno di Dio: Una Realtà Insignificante e Crocifissa
Di fronte a tanta resistenza e apparente fallimento, sorge una domanda spontanea: allora, perché non c’è il trionfo del bene? Perché Dio non trionfa in maniera eclatante? Non potrebbe essere il Regno di Dio bello e forte, visibile, trionfante? Anche Israele, in fondo, attendeva un regno ben visibile, forte, potente, capace di vincere il male con la forza. Tuttavia, sappiamo bene che il regno di Dio, nella storia e nel presente, c’è, e si manifesta sotto il segno del fallimento, dell’insignificanza, come lievito immondo che si mescola alla farina, come chicco di senape, il più piccolo dei semi, o come seme che muore per portare frutto. Il Regno di Dio sempre si manifesta sotto il segno della croce, sotto il segno della lotta contro il male, non come una conquista militare, ma come un cammino di donazione e sacrificio.
È fondamentale comprendere che il Regno di Dio non si può dire che sia ritardato dai cattivi; anzi, essi non fanno altro che accelerare il disegno di Dio. Sembra un paradosso, ma la scrittura lo conferma. Se leggiamo Atti 4,28, quando gli apostoli subiscono la prima persecuzione, essi hanno una seconda e più profonda Pentecoste che permette loro di comprendere che è vero ciò che è accaduto a Cristo, che tutto era già previsto: "…davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse". I nemici fanno parte del disegno di Dio, hanno accelerato la croce, la salvezza del mondo. Il male non si oppone al disegno divino, al Regno di Dio: Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio (Apocalisse 17,17).
Ciò che, invece, si oppone al Regno di Dio, non sono tanto i cattivi o gli avversari esterni, piuttosto siamo noi "buoni", che non abbiamo discernimento, che non lo testimoniamo, che non viviamo con Lui, abbracciando la sua radicalità. Il vero problema è quello di accettare Cristo per come è venuto a noi: povero, umile, mite, crocifisso, morto. Questa accettazione richiede una conversione profonda delle nostre categorie mentali e spirituali.

La Parabola del Seminatore: Il Cuore Umano come Terreno della Parola
Le parabole sono lo strumento attraverso cui Gesù mostra come la Parola, la fede, l’annuncio e la Chiesa impattano con il mondo e come questo entra all’interno di essa, svelandone le dinamiche più intime. Nel capitolo 13, in un momento davvero critico della sua missione in Galilea, Gesù pronuncia la Parabola del Seminatore. Egli si accorge che, nonostante abbia fatto tutto bene, annunciando il Regno, portando avanti la scelta del Battesimo, mettendosi in fila con i peccatori, vede comunque che ha tutti contro, anche i suoi parenti, i suoi amici. Ossia, si accorge che la Parola seminata è stata portata via, non ha attecchito, o se ha attecchito, non cresce, o se cresce è soffocata. È un fallimento totale, secondo i criteri umani! Sarà proprio il fallimento la costante della sua vita: il fallimento in croce, il fallimento del servo di Isaia. Così, Gesù cerca di leggere il senso profondo di questo fallimento, senza scoraggiarsi, ma con una fiducia incrollabile nel disegno divino.
È per questo che egli paragona la sua disfatta alla semina. Il contadino che semina, infatti, innanzi tutto dissipa il grano, con il quale probabilmente avrebbe vissuto un po’ di tempo, e inoltre, corre il rischio che parte di esso sia sprecato. Eppure, il contadino ha la certezza, basata sull'esperienza e sulla fede nella natura, che la semina produrrà frutti. Come il seminatore, Gesù ha fiducia nella sua missione, ha la sapienza profonda che il seme, pur passando per difficoltà, pur essendo oggetto di rinuncia e di sacrifici, produrrà i suoi frutti. Con questa parabola Gesù, pur essendo tentato da criteri umani di sfiducia e di logica del successo immediato, manifesta la sua fiducia totale, assoluta, radicale, in Dio e nella sua Parola.
Uno dei criteri fondamentali dell’azione della Chiesa nel mondo è proprio il passaggio attraverso la croce, il fallimento, il rifiuto. Possiamo certamente fare la missione in modi più facili, ad esempio con corazzate, colonizzando e dominando territori, senza passare per il rifiuto, senza passare per la via della croce, ma non è così che nasce la Chiesa. Essa nasce appunto dalla semina, da un atto di fede che accetta il rischio e la perdita apparente. È un atto di fede in Dio, il quale è Dio della storia, e non della vittoria superficiale. Per cui non dobbiamo spaventarci dinanzi alle difficoltà, ai rifiuti, poiché non andiamo in cerca di successi effimeri. Il successo non è molto difficile da raggiungere: basta divertire un po’ le persone, intrattenerle la domenica, dicendo loro esattamente ciò che vogliono sentirsi dire, applaudendoci gli uni e gli altri, alimentando l’autostima reciproca. Ma questa non è la via del Regno.
Il contesto agricolo di allora è illuminante: il contadino di cui si parla, non è un contadino strano che semina sui rovi, sui sassi e tra le spine come si potrebbe pensare oggi. L’antica semina, infatti, non veniva effettuata come ai nostri giorni, nel senso che essa si faceva su un terreno vergine, non arato precedentemente; solo dopo aver seminato, il terreno veniva arato. Questo perché potevano esserci grandi siccità o grosse piogge, che avrebbero potuto pregiudicare la semina in modo da seccare o disperdere i semi. La resa media di un terreno, ai tempi di Gesù, andava dal sette, all’undici per uno. Nel testo, invece, si dice che la semina caduta nel buon terreno, rende addirittura cento sacchi. Questa parabola è costruita su un contrasto vivido: tante difficoltà e perdite iniziali, e poi, si raggiunge un risultato straordinario. Per cui, il contrasto non fa altro che sottolineare la bellezza e la potenza miracolosa del risultato divino.

Diceva loro molte cose in parabole dicendo: “Ecco, uscì il seminatore a seminare e, nel seminare, parte cadde lungo la strada e venuti gli uccelli, la divorarono. Parte cadde su terreno con sotto la pietra e, poiché non c’era profondità di terra, subito germinò, ma alzatosi il sole si bruciò e, poiché non aveva radici, seccò. Altra cadde tra le spine, crebbero le spine e la soffocarono. Altra cadde sulla terra bella e dava frutto, quale il cento, quale il sessanta, quale il trenta. Chi ha orecchi per intendere intenda”.
I discepoli chiedono a Gesù la spiegazione della parabola ed egli dice loro: “A voi è dato di capire il mistero…”. È proprio chiedendo a Lui, che si comprende il significato della parabola; essa è racconto della vita di Gesù, del suo mistero di morte e risurrezione che è il mistero stesso della storia di ciascuno di noi. È confrontandoti con Lui che la comprendi, che entri in essa. Tuttavia, non basta il confronto, è necessaria anche la disponibilità alla conversione, a cambiare i propri criteri (altrimenti saremmo come chi, pur guardando non vede, e pur ascoltando, non intende). Ecco, uscì il seminatore a seminare. Questa parabola vuol mostrare come avviene l’impatto della Parola in ognuno di noi, come esso passi per mille difficoltà e, nello stesso tempo, ci indica la via per il loro superamento. Infatti, la vicenda della Parola nel nostro cuore, è la stessa vicenda di Cristo nella storia, la stessa vicenda del Regno di Dio nel mondo. È facile dire agli altri “Peccatori, convertitevi!”, ma la vera domanda è: come vivo io questa Parola? Io, peccatore, mi converto? Non sono migliore degli altri, fossi anche Papa, fossi anche stato battezzato per mille volte. Ho le stesse resistenze, difficoltà, degli altri ed ho il medesimo dono di essere figlio di Dio.
I Diversi Terreni del Cuore: Dove la Parola Trova Dimora (o Meno)
La Parabola del Seminatore descrive i diversi atteggiamenti del cuore umano di fronte alla Parola di Dio, rivelando i motivi per cui il seme del bene attecchisce o meno in noi.
Parte cadde lungo la strada: Questa è esattamente l’esperienza di Gesù, la cui Parola, cade in una strada su cui tutti passano, cade sulle ovvietà umane, e si scontra con esse. La Parola non può attecchire sulle nostre preoccupazioni concrete e, talvolta, diaboliche, che impediscono qualsiasi radicamento. Questo è il livello di ascolto normale che tutti abbiamo: sentiamo la Parola, magari ci solletica un po’ il cuore, ma poi essa non attecchisce e cade in dimenticanza, travolta dalla frenesia quotidiana e dalle abitudini consolidate.
Parte cadde su terreno con sotto la pietra: Una seconda esperienza che Gesù descrive è che la Parola viene accolta con un certo entusiasmo, per cui cresce subito, ma sotto questo terreno c’è la pietra, c’è il nostro cuore di pietra, il quale impedisce alla Parola di radicarsi in profondità. È un seme che si scontra con le durezze del nostro cuore, con le nostre paure, con le nostre sfiducie accumulate nel tempo. Questo è il secondo livello di ascolto, un ascolto superficiale che non permette alla vita di prosperare. Come può attecchire questo seme in un terreno così ostile?
Altra cadde tra le spine: Il terzo livello di ascolto è dato dal seme che cade sulle spine, sui rovi. La Parola cresce bene in noi, magari, ma insieme ad essa crescono anche tante altre cose, le preoccupazioni del mondo, la seduzione delle ricchezze, i falsi amori e i falsi desideri, che la soffocano, impedendole di portare frutto maturo. La Parola non è negata, ma la sua energia vitale viene rubata da ciò che le sta intorno.
Altra cadde sulla terra bella: Nonostante quanto detto, la semina non è per nulla inutile. Infatti, parte di essa cade sulla terra bella. E qui ci viene in aiuto il libro della Genesi (1,31): "…ed ecco, era cosa molto bella". L’uomo è la terra bella, è Adam, è fatto per cogliere il seme della Parola di Dio. Infatti, Dio creò gli animali secondo la loro specie, l’uomo, invece, non ha una specie definita: l’uomo è specie di Dio se accoglie il seme della Parola. Noi siamo sposa della Parola, come il seme è sposa della terra. Siamo una sposa bellissima, che produce frutti pari al cento. Questo sembra impossibile secondo la logica umana. Certo che è impossibile con le nostre sole forze, ma la Parola ci rende della specie di Dio, figli di Dio, capaci di una fecondità insperata.
Non dobbiamo preoccuparci se la Parola si scontra con le nostre ovvietà, con i nostri ragionamenti, con il nostro buon senso, insomma, con la strada indurita, con le pietre che nascondono il cuore, con un cuore duro e sfiduciato, con i falsi amori e i falsi desideri. Non temiamo tutto ciò! La Parola serve proprio ad evidenziare queste cose, a portare alla luce le nostre resistenze, dopo di che le vince. La Parola mi dona la fede che vince il mondo, è la speranza contro ogni speranza, è coraggio, è amore per amare come sono amato. Ecco, allora, che la terra bella - Adam - è la sposa che accoglie il seme, che ci rende della specie di Dio, figli di Dio.
Proviamo a leggere la parabola, già direttamente nella spiegazione (Matteo 13, 18-23) e guardiamo come è stato finora il nostro rapporto con la Parola, e come è attualmente. È un rapporto di sentiero, di distrazione? È un rapporto di pietra, di durezza, di paura? È un rapporto di spine, di soffocamento per le preoccupazioni? O è un rapporto di terra bella, di accoglienza e fecondità? Cosa devo chiedere al Signore? Che la sua Parola entri nelle mie strade, nelle mie pietre, tra le mie spine, entri come fede, speranza ed amore, affinché io diventi terra bella, diventi Adam, diventi, progressivamente, sempre più figlio. Se voglio capire la storia di Cristo, la storia del mondo, devo prima comprendere in che rapporto mi trovo con la Parola. Certamente la Parola non filtra le difficoltà, non le diluisce, anzi le fa uscire! Il primo scandalo che la Parola provoca in ognuno di noi, è che sembra essere inefficace, contrastata, addirittura sconfitta, ma è proprio questa morte apparente il mezzo indispensabile nella semina. È necessario vedere nella semina non un fallimento, ma un qualcosa di sostanziale per la storia della salvezza: lo scandalo della croce, da cui scaturisce la vita. Come il seminatore è certo che la semina produrrà frutti, così Gesù è sicuro del Regno di Dio. Allo stesso modo, anche noi, al di là delle difficoltà che sperimentiamo dentro e fuori di noi, dobbiamo affermare questa fede, affermare la speranza contro ogni speranza. D’altronde, anche la storia ci testimonia come il contadino non sia un folle, un illuso, infatti, si mangia proprio per virtù della sua semina.
Quello che scandalizza, poi, non sono tanto le difficoltà che incontriamo nel fare il bene, ma piuttosto il fatto che il bene che tentiamo di fare non riesce, anzi, a volte diventa alquanto male. Mi sembra di aver seminato bene e, invece, c’è zizzania. Getto la rete con tanta generosità e insieme ai pesci, trovo scorpioni e serpenti velenosissimi. Non solo, dunque, ci sono le difficoltà del bene che, però, con un po’ di ragionamento, riesco a superare, ma, oltre a questo, mi accorgo che c’è il male radicato in me e negli altri, che impedisce la piena fioritura del bene. Anche ciò che sembra essere non male, alla fine, è paragonato al granellino di senapa: il bene è talmente piccolo, talmente insignificante rispetto alle sfide. Dopo tante fatiche di Dio, tante fatiche nella storia, è possibile che la Chiesa sia talmente piccola? Così insignificante agli occhi del mondo? Queste sono le caratteristiche del Regno di Dio, rispetto al criterio di grandezza del mondo, rispetto alla purità del religioso, sempre bello, sempre a posto. Il Regno di Dio è sporco come il lievito che fa fermentare la farina, come farina apparentemente andata a male, ma che genera vita nuova. Come mai il Regno di Dio è edificato su gente che non è poi così brava, non è perfetta? Perché siamo un pugno di lievito, destinati a trasformare la massa. A ciò si aggiunge la parabola in cui si dice: “È simile il regno dei cieli ad un uomo che ha seminato un bel seme nel suo campo. Mentre gli uomini dormivano venne il nemico e seminò zizzanie nel mezzo del grano e se ne andò. Quando granificò la messe e fece frutto…" (Matteo 13,24-30).
Il Seminatore - parabola di Gesù
La Famiglia di Gesù: Appartenenza Oltre il Sangue
I nemici di Gesù pensano male di lui per non convertirsi. Ma anche noi, che siamo suoi amici, dobbiamo continuamente convertirci: pensiamo che sia “pazzo” fare quello che dice, perché le sue richieste vanno contro il nostro "buon senso" umano. Fa parte della sua famiglia solo chi, ascoltandolo, fa quello che lui dice. La casa è simbolo della Chiesa, il luogo dove si vive insieme, la comunità che è la casa di Dio e nostra, che siamo fratelli. Questo brano ci dice appunto come si fa a far parte della famiglia di Gesù.
Il capitolo terzo del Vangelo di Marco è un capitolo di crisi e si chiama la “crisi galilaica”. Gesù, dopo aver fatto le cose buone che ha fatto, con tutti i miracoli - ha annunciato il Regno, lo realizza, e l’ultimo miracolo è quello di aprire la mano per accogliere il dono di Dio - comincia ad aver contro tutti. I farisei, le persone religiose, decidono di ucciderlo. Gli erodiani, quelli che hanno il potere, si mettono d’accordo coi farisei per ucciderlo. Gli scribi, che capiscono, i teologi, cosa dicono? È indemoniato. I suoi, quelli che gli vogliono bene, cosa dicono? È scemo! Non gli va particolarmente bene! È la situazione di crisi. È utile saperlo, perché noi siamo abituati a vedere che Gesù va di gloria in gloria, e invece tutti sono contro. Finché sono i farisei, possiamo dire: sappiamo chi sono i farisei e gli scribi e gli erodiani… ma anche i suoi! E in questa crisi, lentamente, nasce la Chiesa.
Questo brano ci fa vedere come nella casa, che sta nascendo come luogo teologico, ci siano dei criteri di appartenenza che non sono quelli normali. Può essere “fuori casa” anche uno che “sta” in casa, e chiunque, per quanto lontano sia, in realtà, può far parte della casa. A casa stanno insieme i familiari, si condivide il pane, cioè si condivide la vita, si condivide la fatica, si condividono gli affetti: la casa è il luogo della condivisione. Ora questa casa è piena di folla e la folla nel Vangelo ha sempre un connotato negativo o neutro. La “folla” è il luogo indeciso che diventa bestia, fatta di “individui”, a meno che comincino a ragionare, allora diventa “popolo” fatto da “persone”.
Mangiare vuol dire vivere, e del pane si parlerà dal capitolo sesto in poi. Il pane è l’Eucaristia, il pane è fare la volontà di Dio, ciò di cui si vive. In mezzo a questa folla, però, non si può mangiare pane, non si può fare la volontà di Dio, si è travolti. E adesso si mostra come non si mangia pane pur stando in casa. Per cui noi possiamo stare in casa, far parte della Chiesa e non mangiare il pane. Chi sono questi “suoi” li troviamo al versetto 31: sono sua madre e i suoi fratelli. Fratelli, nella lingua ebraica, sono anche i cugini. Si parla di sua madre perché Giuseppe era già morto e allora assume la patria potestà il cugino maggiore o lo zio. C’è stato un consulto di famiglia su questo caso: "è una persona molto brava che ha 30 anni, non si è sposata, però fa bene il suo lavoro; poi ha cominciato ad annunciare il Regno di Dio, ha anche successo e credo siano contenti del successo tutto sommato, però quando si accorgono che questo successo comincia a mettergli contro i farisei, gli erodiani e gli scribi e tutti gli altri, dicono: datti una calmata", anzi, vanno per impadronirsi, vogliono internarlo, perché è pazzo. E vanno non perché sono cattivi, gli vogliono bene. "Questo qui, ha 30 anni, potrebbe far tante belle cose, non è stupido, non è sprovveduto, come mai fa queste cose, ha anche i numeri per avere successo? Potrebbe avere anche tanto successo, come mai va a inguaiarsi così? Basterebbe un po’ di… magari lo aiutiamo a rinsavire un po’, a usare meglio le qualità che ha, in modo che sia anche successo nostro".

Ora è interessante: i suoi non sono persone qualunque, sono sua madre e tutti i suoi parenti più stretti che gli vogliono bene. Non basta neanche essere madre di Gesù, neanche essere cugino o zio o nipote per far parte della Chiesa. Bisogna ascoltare la Sua Parola. L’appartenenza alla Chiesa non è un’appartenenza di sangue, né di parentela biologica. Anche Maria, inizialmente, non capiva la Parola ricevuta e allora cosa fa? La custodisce nel cuore fino a quando la capisce. E lei diventa madre, non solo perché l’ha generato fisicamente, ma perché l’ha ascoltato. Dicono i Padri antichi che la maternità di Maria non sta nel ventre, ma nell’orecchio. Ed è chiamata in un inno antico siriaco “la tutta orecchio”. La madre è quella che ascolta e concepisce nell’orecchio, perché l’orecchio vuol dire la mente e il cuore. È lì che lo concepisci, lo ascolti e lo accogli. E la nostra accoglienza di Gesù che ci fa sua madre è proprio questo ascolto. Mentre invece Maria con tutti i suoi fratelli pensano: è Lui che ci deve ascoltare. Un po’ di buon senso! Almeno ascoltare il buon senso! Gesù non ha gran buon senso secondo la logica umana! Questo buon senso è quello che fa essere con Gesù, ma fino a un certo punto, fino a quando non intacca i nostri interessi o la nostra visione delle cose. E così ciascuno di noi lo sperimenta di fronte a Gesù.
Vediamo anche come il credente viene accolto o la Chiesa stessa come si muove. Per esempio, ci sono sondaggi di opinione che dicono che la Chiesa è molto stimata per il suo impegno sociale, perché un po’ si dà da fare, così, non c’è più quella critica di prima. La Chiesa prende anche la parte degli ultimi, questo va bene. Però altra cosa è il parere quando la Chiesa parla della vita eterna, parla della passione e morte del Signore; lì allora, i sondaggi darebbero un’altra percentuale. Questo per dire che su quelle cose che ci sembrano più importanti, che ci toccano più direttamente, allora sì sono d’accordo. Ed è interessante questo aspetto perché effettivamente gli vogliono bene, ma non capiscono il cuore della sua missione. Abbiamo visto la volta scorsa che Lui fece Dodici per essere con Lui. E questi Dodici cosa vogliono? Non vogliono essere con Lui, vogliono che Lui sia con loro. Che è ben diverso! E il tentativo costante che facciamo noi non è quello di essere con Gesù, è che Lui sia con noi. È pericoloso. Dio non è con noi, siamo noi che dobbiamo essere con Dio. Se Dio fosse con noi, poveri noi e povero Dio, ridotto alla nostra misura! Siamo noi che dobbiamo essere con Lui. Il tentativo costante della nostra vita è ridurre Dio nei canoni del nostro buon senso. Poi il buon senso che cos’è? È il mio interesse, cioè il mio egoismo, e Dio non risponde a questo, perché ha altri canoni. Noi siamo un po’ abituati, istintivamente, a vedere se, non dico ci guadagniamo qualcosa, ma almeno non ci perdiamo! Quindi qualcosa per cui valga o non valga la pena. In questo caso, per i suoi, è guadagnarci la tranquillità; per altri potrebbe essere guadagnare una posizione maggiore. Che cosa si guadagna con Gesù facendo così? Ricordate anche Pietro quando Gesù predice la sua passione e Pietro dice: non sia mai! E proprio anche tutti i discepoli costantemente capiscono che Gesù è fuori di sé. Ci insegna un’altra via. Ci insegna la via della Sapienza, che non è la nostra. Noi consideriamo invece Sapienza la nostra stoltezza, che è l’interesse, l’egoismo, i fatti nostri, l’impadronirci delle persone, delle cose. Dio non è così, per questo ci salva! Ed è interessante che siano i suoi, i familiari più stretti, a dover fare per primi questa conversione: Maria, Giacomo, Giuda, Joses, che possono essere i capi della Chiesa di Gerusalemme, Pietro. I suoi gli vogliono bene, allora dicono: è buono, ma è scemo! Quelli che gli vogliono male, dicono: è furbo e cattivo. È uno furbo che strumentalizza i suoi poteri, addirittura diabolici, per dominare su tutti e vince il demonio peggiore, come capita in questo mondo. Quando uno è prepotente, vince. Ed è interessante. Vedete, ognuno legge con i suoi occhiali. Chi ha affetto verso Gesù lo interpreta bene, ma dice: però, poverino, bisogna internarlo, aiutarlo, aiutarlo a superare un po’ la crisi, forse è una crisi di depressione, poi gli andrà meglio, curiamolo! Chi invece è cattivo e lo combatte, vede con i suoi occhiali e dice: certamente è cattivo anche Lui.
Il Peccato Contro lo Spirito Santo: Il Rifiuto del Perdono
Gesù risponde agli scribi che dicono che ha Beelzebùl, il principe dei demoni. "E, chiamatili appresso, diceva loro in parabole: Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso contro se stesso, non può reggersi quel regno; e se una casa è divisa contro se stessa, quella casa non potrà reggersi. E se il satana è insorto contro se stesso ed è diviso, non può reggersi, ma è alla fine". Qui Gesù risponde agli scribi in modo rabbinico e sottile: "come può satana scacciare satana?". Supponiamo pure che io scacci satana in forza di satana. Vuol dire che satana è diviso in se stesso. Quindi il Regno di satana è diviso. Ora un regno diviso è già finito. Cioè la divisione è il principio della morte. Se satana lotta contro satana, si disfano tra di loro. Quindi Gesù approfitta dell’accusa per dire: “allora capite che è vero che è finito il regno di satana. È quel che dico io: viene il Regno di Dio. Quindi anche voi con le vostre interpretazioni cattive, mi date ragione”. Quindi Gesù risponde in modo rabbinico e sottile dicendo: ammettete pure che sia vero, che sono di Beelzebùl. Vuol dire che Beelzebùl litiga contro se stesso, quindi è finita. Quindi vedete che è vero quello che vi dico? Questa è la prima risposta che dà, ma ne darà anche una più profonda. Poi continua a dire: “Ma non può nessuno entrare nella casa del forte e saccheggiare i suoi beni, se prima non ha legato il forte, e allora saccheggerà la sua casa”. Praticamente Gesù è il più forte che entra nella casa del forte, cioè di satana che tiene tutti sotto il dominio, e ci libera dal dominio di satana, mostrando la sua autorità divina.
A questo punto si aprono le parole sul perdono: "Amen, vi dico: saranno rimessi ai figli degli uomini tutti i peccati e le bestemmie, quante ne bestemmieranno. Ma chi bestemmi contro lo Spirito Santo non ha remissione in eterno, ma è reo di peccato eterno". La prima affermazione è straordinaria: tutti i peccati e tutte le bestemmie sono perdonati. Tutti! Non c’è male, non c’è peccato che non sia perdonato. Gesù è venuto a perdonare i peccati. Dio è amore e perdono, non può non perdonare. Quindi tutto è perdonato.
Solo un peccato non viene perdonato, quello contro lo Spirito Santo. Cosa vuol dire? Dio perdona tutto, perché è amore, lo Spirito di Dio è l’amore che si riversa su di noi. Ma c’è un peccato che non è perdonato: è quello contro lo Spirito Santo, è quello contro l’amore. Cioè il non accettare l’amore di Dio che perdona. Tutto è perdonato, tranne una cosa: il non accettare di essere perdonato. Questo Gesù non può perdonarlo, perché sono io che non voglio essere perdonato, che mi chiudo volontariamente alla grazia. E chi non vuole essere perdonato? Chi ritiene di aver fatto bene, di non averne bisogno, chi si crede giusto. Quindi il peccato contro lo Spirito Santo è il peccato tipico di chi si ritiene a posto, inattaccabile, senza macchia.
Pensiamo a un'immagine del 1360, di una crocifissione, dove si vede il Cristo in Croce e tutti, con grande devozione, chi lo trafigge, chi lo inchioda e chi con devozione raccoglie il sangue! Tutti quelli che l’hanno ucciso capiscono che hanno bisogno del perdono, perché gli hanno fatto del male, allora ricevono il perdono, quindi raccolgono l’eredità della salvezza. Solo c’è vicina una persona, una donna, che è bendata e si gira dall’altra parte dove ci sono le tavole della legge e dice: "No, io sono a posto, io non l’ho ucciso, io seguo la legge!". Questa figura simboleggia chi si crede giusto e autosufficiente, escludendosi dalla misericordia.

Vorrei tradurre un po’ questo peccato contro lo Spirito Santo per capirlo meglio. Posso fare tanti peccati, finché ne prendo coscienza, va bene. C’è un peccato molto grave, che è il più grave di tutti, che io chiamo “la buona fede”: quando io mi ritengo in buona fede. Il più grande dono di Dio è scoprirsi in malafede! Scoprire che si sbaglia, che si è mancanti, che si ha bisogno di aiuto. So che sbaglio e allora ho bisogno del perdono. Cercherò di cambiare nella misura del possibile per rispondere a questo perdono ricevuto. Ma quando io mi indurisco perché sono a posto, perché ho ragione, basta! È finita! Ho ragione! Divento duro, inaccessibile alla grazia. Se Dio dicesse: ho ragione! cosa farebbe a questo mondo tutte le volte che sbagliamo? E almeno una volta nella vita abbiamo sbagliato tutti! Almeno una volta nella vita ci ucciderebbe tutti, perché avrebbe ragione! E invece Dio non ha ragione in senso giudiziario, Dio ha misericordia, si muove al perdono, conosce la fragilità, la debolezza del cuore umano. E noi, se cominciamo a vivere di perdono e di grazia, allora vediamo che tutte le nostre fragilità e le nostre debolezze, non sono il luogo in cui ci dobbiamo difendere, sono il luogo dove riceviamo il perdono, la comunione, il coraggio, la forza da parte di Dio e da parte degli altri. E così anche nei confronti degli altri, anch’io dico: se Dio mi tratta così, comincerò anch’io a fare così, come posso, per quanto mi è possibile.
Allora il peccato contro lo Spirito che non ha il perdono è quel non voler essere perdonati perché io sono a posto! È il vero peccato, il più radicale. Si può arrivare a sentirsi a posto quasi a partire da un’esperienza molto valida e autentica. Noi possiamo anche renderci conto del male che facciamo, ma pensando che non c’è perdono, non c’è una soluzione. Qual è la soluzione per non vivere con l’angoscia del peso del male fatto? È quella di dire: in fondo non conta tanto! È un altro modo per arrivare alla stessa conclusione: cioè rifiutare questa possibilità del perdono, sminuendola o negandola. È un “mettersi a posto”, magari non sentirsi a posto veramente, ma mettersi a posto in qualche modo con le proprie giustificazioni. E anche questo è pericoloso perché chiude al perdono, cioè a scoprire un Dio col quale non si mercanteggia la grazia, ma si accoglie il dono incondizionato del suo amore.