L’inizio di una gravidanza è un periodo di trasformazioni straordinarie, spesso avvolte in un velo di mistero per le future mamme. Tra le prime strutture che si formano all’inizio della gravidanza e che svelano l'avvio di questa nuova vita c’è il sacco vitellino. È la prima “casetta”, il primo caldo riparo del nostro bambino, un anello sottile e tondeggiante che insieme alla presenza della camera gestazionale ci dà la bellissima notizia: la gravidanza è cominciata. Spesso nelle prime settimane di gravidanza, le future mamme si chiedono: “Cos’è esattamente il sacco vitellino? Perché a volte viene definito piccolo o grande?” Questo elemento, essenziale per la crescita e lo sviluppo embrionale, non solo fornisce il primo nutrimento ma apre anche una finestra sulle complesse dinamiche di una gravidanza.
Il termine "vitellino" deriva dal latino vitellus, che significa "tuorlo d'uovo". Nell’essere umano non esiste un vero tuorlo, ma questa struttura ha conservato funzioni analoghe. Per anni si è pensato all’utero come a un’incubatrice quasi perfetta, sterile e isolata, dove placenta e cordone ombelicale servivano a portare al piccino tutte le sostanze nutritive e a eliminare i rifiuti, suggerendo un certo isolamento del bambino dalla madre. Tuttavia, grazie a metodi di indagine raffinati e non invasivi, si stanno scoprendo realtà affascinanti che sfidano questa visione, rivelando un rapporto intimo e bidirezionale tra la gestante e il nascituro, ben lontano dall'isolamento.
Il Sacco Vitellino: La Prima "Culla" e Fonte di Vita
Il sacco vitellino è una delle prime strutture che si formano all’inizio della gravidanza ed è il primo componente visibile all’interno della camera gestazionale. Non fa esattamente parte dell’embrione ma è essenziale per la sua crescita nelle prime settimane del suo sviluppo. Questa struttura cava, che circonda l’embrione, assolve a funzioni nutrizionali cruciali nei primi stadi di sviluppo dell'organismo, prima che la placenta sia completamente formata e funzionante.
Il sacco vitellino è pieno di un liquido, chiamato fluido vitellino, che è necessario per nutrire l’embrione. Il suo compito consiste, quindi, nel favorire il trasporto di dette sostanze vitali. Ma il suo ruolo non si limita solo al nutrimento: infatti, dà origine alle cellule del sangue e ad alcune cellule che, sviluppandosi, contribuiscono alla formazione di ovociti nel feto di sesso femminile e di spermatozoi in quello maschile. Inoltre, contribuisce alla formazione del sistema immunitario, ovvero delle difese dell’organismo del bambino. Questo aspetto è fondamentale per la sopravvivenza e lo sviluppo precoce, preparando l’organismo ad affrontare il mondo esterno.

Nascita e Sviluppo del Sacco Vitellino: Un Cronoprogramma Essenziale
Il sacco vitellino inizia a formarsi durante la seconda settimana dello sviluppo embrionale, contestualmente alla costituzione della vescicola amniotica. Questo avviene due settimane dopo l’impianto dell’embrione sulla parete uterina. Una volta che l’ovocita è fecondato dallo spermatozoo, ha origine la blastocisti, un gruppo di cellule che, progredendo lungo una delle due tube, si impianta nell’endometrio, la struttura che riveste internamente la cavità dell’utero. In questa fase, e comunque entro i primi 14 giorni dalla fecondazione, si formano le strutture principali dell’embrione: l’amnios, che dà origine al liquido amniotico; il corion, che si evolve poi in placenta; e, appunto, il sacco vitellino.
Questa struttura è visibile all’ecografia che solitamente si effettua attorno alla 6a-7a settimana di gravidanza. È simile a un cerchietto o a una vescichetta a forma di pera che si può osservare già a partire dalla 5a settimana, se per caso si effettua questo esame in epoca più precoce. Dalla 6a settimana in poi, però, accanto al sacco vitellino dovrebbe essere già visibile anche l’embrione. In genere, intorno alla quinta settimana di gestazione la camera gestazionale è di circa 7 mm e, in quest'epoca, l'embrione ancora non è visualizzabile con certezza, ma all'interno della camera gestazionale si rileva il sacco vitellino, un sottile anello tondeggiante di 2 mm.
Il sacco vitellino cresce poco meno di un millimetro ogni settimana e raggiunge la dimensione di circa 5,5 millimetri, attorno alla 10a settimana di gravidanza, quando inizia poi a ridursi di dimensioni. Tende progressivamente a ridursi fino a quando scompare unendosi alla placenta. Questo avviene attorno alla 12a settimana, quando ormai l’embrione è diventato feto. Durante i controlli ecografici del secondo trimestre, per esempio la morfologica, il sacco vitellino non è più visibile, poiché la placenta è ormai perfettamente funzionante e sarà lei a nutrire il feto.
Ripiegamento dell'embrione: cavità amniotica e sacco vitellino - Embriologia animata
Caratteristiche e Trasformazioni: Come Cambia il Sacco Vitellino
Il sacco vitellino, pur essendo una struttura transitoria, subisce diverse modificazioni nel corso delle prime settimane di gestazione. È una struttura che somiglia a un cerchietto o a una pera, con forma più o meno allungata, visibile all’ecografia all’interno della camera gestazionale.
Nel corso delle settimane, il sacco vitellino cambia, attraversando diverse fasi:
- Sacco vitellino primario: è la primissima fase che si verifica due settimane dopo l’impianto.
- Sacco vitellino secondario: in questa fase le modificazioni della forma sono più evidenti. Questa prima trasformazione è determinata dalla delaminazione del magma reticolato (reticolo extraembrionale) che riveste esternamente il sacco; ciò porta a una strozzatura nella sua parte terminale, nella zona di connessione tra ipoblasto e membrana esocelomica di Heuser. Le due parti si distaccano, e quella inferiore, di dimensioni minori, costituisce una cisti che verrà presto riassorbita.
- Sacco vitellino definitivo: il processo di trasformazione termina durante la quarta settimana dello sviluppo dell’embrione. Durante questa settimana, in cui avviene la determinazione delle superfici embrionali, il sacco vitellino subisce esternamente la pressione della piega cefalica, della piega caudale e delle pieghe laterali. Una piccola porzione del sacco, nella parte superiore, viene a costituire il tubo intestinale. La parte immediatamente inferiore, invece, forma il mesentere ventrale.
“Nell’ecografia del primo trimestre l’embrione è sempre adiacente al sacco vitellino, le due strutture sono contigue, molto vicine. Questo capita perché la struttura del sacco vitellino è fonte di nutrimento per l’evoluzione embrionaria e, dunque, l’embrione si pone correttamente nella stessa area della camera occupata dal sacco vitellino” spiega la professoressa Stefania Piloni, ginecologa e docente universitaria a Milano. Con una primitiva circolazione sanguigna, le sostanze nutritive vengono assorbite e convogliate verso l’embrione. Il sangue è convogliato alla parete del sacco vitellino dall'aorta primitiva; dopo aver circolato attraverso un plesso capillare a maglia larga (abbozzo del sistema circolatorio), viene restituito dalle vene vitelline al tubo cardiaco dell'embrione. “Quando si forma il primo cordone ombelicale, in ecografia si vedono l’embrione, un filo sottile che origina dal suo corpo e infine il sacco vitellino. Sacco vitellino definitivo, nel corso della quarta settimana dopo l’impianto dell’embrione, quando il vitellino raggiunge le dimensioni definitive”.
Il Sacco Vitellino come Indicatore Predittivo
Il sacco vitellino fornisce importanti informazioni sull’andamento della gravidanza stessa. Per questo viene monitorato con attenzione durante i controlli ecografici delle prime settimane. Quando si esegue un’ecografia in gravidanza, il sacco vitellino è la prima formazione visibile, e la sua presenza anticipa di qualche giorno la comparsa dell’embrione, offrendo un significato prognostico favorevole nel primo trimestre. La sua presenza è considerata un segno di gravidanza intrauterina in evoluzione.
La sua presenza permette di fare diagnosi di gravidanza e la valutazione delle sue caratteristiche riveste un ruolo fondamentale per indagare eventuali problemi o anomalie. In particolare, attraverso l’osservazione della sua posizione, del suo aspetto e delle sue misure. È uno degli elementi principali che si vedono durante la prima ecografia insieme alla camera gestazionale. In genere, il sacco vitellino diventa visibile tra la quinta e la sesta settimana, spesso prima ancora dell’embrione. Durante la prima ecografia l'operatore è in grado di individuare il sacco vitellino e di capire se ci sono anomalie (ad esempio se ha bordi irregolari, oppure se è più grande o più piccolo della norma oppure se c'è o meno l'embrione).
È importante sottolineare che ricevere un referto che parla di sacco vitellino “anomalo” o di assenza di embrione può essere travolgente. È comprensibile provare ansia, tristezza, rabbia o confusione: sono reazioni frequenti nelle gravidanze precoci quando l’ecografia non dà risposte immediate. Esistono ampie variazioni fisiologiche e una singola ecografia precoce non basta per trarre conclusioni definitive. Il medico valuta più elementi insieme, come le misure (MSD/CRL), la presenza o assenza di sacco vitellino e battito, l’intervallo tra gli esami e, talvolta, l’andamento delle beta-hCG.

Anomalie del Sacco Vitellino: Interpretare i Segnali
Durante la prima ecografia pelvica o, meglio ancora, transvaginale, può succedere che siano visibili camera gestazionale e sacco vitellino, ma che non si veda l’embrione. Questo può essere dovuto a due cause principali: un errore sul calcolo della data di fecondazione, oppure si è verificato un aborto spontaneo precoce.
Sacco Vitellino senza Embrione (Uovo Chiaro)Quando Bianca e Carlo, dopo il test positivo di gravidanza, sono stati dal loro ginecologo di fiducia per la prima ecografia, sullo schermo il sacco vitellino era vuoto, ossia era senza l’embrione. All’ecografia il medico dovrebbe osservare il sacco vitellino e il suo embrione ma a volte quest’ultimo non si nota.
- Errore sulla data di fecondazione: L’embrione può non essere visibile all’ecografia a causa di un errore nel calcolo della data del concepimento. Solitamente, quando il ciclo mestruale è regolare (per convenzione, 28 giorni), l’ovulazione è a metà del ciclo stesso, quindi 14 giorni dopo il primo giorno di inizio dell’ultima mestruazione. Di conseguenza, l’età gestazionale comprende le due settimane precedenti. Non sempre però è possibile essere così sicuri sulla data del concepimento stesso. Infatti gli spermatozoi possono vivere anche tre o quattro giorni dopo il rapporto sessuale e, quindi, la fecondazione può verificarsi anche più tardi. Di conseguenza, l’embrione è più giovane e non è ancora visibile. In questo caso, il ginecologo ripeterà l’ecografia a distanza di una settimana per vedere se la situazione cambia e l’embrione si è sviluppato.
- Aborto spontaneo (Gravidanza Anembrionica): Il motivo per cui l’embrione non si vede potrebbe essere un aborto spontaneo, ossia un’interruzione di gravidanza delle primissime settimane. È un fatto doloroso ma purtroppo non infrequente. Si considera aborto spontaneo anche il cosiddetto “uovo bianco” o “chiaro” o “gravidanza anembrionica”. Si verifica quando la fecondazione è avvenuta regolarmente ma l’embrione non si sviluppa, nonostante all’ecografia si vedano camera gestazionale e sacco vitellino. In questo caso, il ginecologo suggerisce di effettuare un’ecografia dopo circa una settimana e prescrive anche il dosaggio delle Beta Hcg, ogni due giorni. Se queste non aumentano o aumentano molto poco e l’embrione non si visualizza nemmeno la settimana dopo, è possibile che si tratti di aborto o di uovo chiaro. “Vedere il sacco vitellino ha sempre un significato prognostico favorevole nel primo trimestre, poiché la sua presenza anticipa di qualche giorno la comparsa dell’embrione. Non esclude del tutto un aborto del primo trimestre, ma è incoraggiante per la prognosi di queste delicate settimane” aggiunge la ginecologa.
Sacco Vitellino Grande o PiccoloPuò succedere che, durante l’ecografia, l’operatore si renda conto che la grandezza del sacco vitellino è anomala, o troppo grande o troppo piccolo. In entrambi i casi non è detto che l’esito della gravidanza sarà infausto. Dimensioni anomale del sacco vitellino possono indicare che qualcosa non va, ma non sempre. Il rischio esiste soprattutto quando è troppo grande oppure è pieno di liquido (sacco vitellino idropico). Anche se però va detto che spesso le gravidanze che non vanno avanti sono caratterizzate da un sacco vitellino piuttosto grande. Se, invece, il sacco vitellino ha dimensioni ridotte, si esegue un’ecografia a distanza di qualche giorno per verificare se le dimensioni aumentano. Se il sacco vitellino rimane delle stesse dimensioni probabilmente c’è qualcosa che non va. Quando le misure dell'embrione sono sproporzionate rispetto a quelle del sacco vitellino, che è di dimensioni più grandi della media, questo può essere un segnale che richiede ulteriori approfondimenti.
Sacco Vitellino IdropicoQuesta espressione sta ad indicare un accumulo di liquidi all’interno del sacco vitellino. Come nel caso delle dimensioni aumentate del sacco, questa circostanza potrebbe non significare niente di particolare. Molto spesso però il sacco vitellino idropico viene riscontrato in caso di aborti spontanei.
Per qualsiasi dubbio o timore, è importante rivolgersi al ginecologo per avere i chiarimenti che sono fondamentali per vivere con serenità la gravidanza, soprattutto nelle prime, delicate fasi. Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. È sempre l’insieme dei dati ecografici e clinici a guidare le valutazioni, spesso con l’indicazione di ripetere l’esame dopo qualche giorno.
Il Sacco Vitellino e le Gravidanze Multiple
Un’altra informazione importante che può dare il sacco vitellino è sulla possibilità di una gravidanza gemellare. Infatti, l’ecografia può mettere in rilievo, in questo caso, due camere gestazionali con due sacchi vitellini (e si parla di gravidanza bicoriale biamniotica) oppure un solo sacco gestazionale con due sacchi vitellini (si tratta di gravidanza monocoriale e biamniotica). Questo fornisce al medico indicazioni cruciali sulla tipologia di gemellarità e sulla gestione della gravidanza, evidenziando come una piccola struttura possa offrire indizi su scenari complessi. Se, per esempio, si è in dolce attesa di gemelli, il sacco vitellino sarà duplice.

Oltre l'Isolamento: La Profonda Interconnessione Materno-Fetale
Tutti i mammiferi, esseri umani compresi, iniziano la loro vita all’interno del corpo di un altro individuo di sesso femminile della propria specie, dal quale dopo alcuni mesi di gestazione escono alla luce. Molto più raramente, tuttavia, è stata approfondita l’intima relazione che esiste fra il corpo della gestante e quello del nascituro. L'idea che il sacco vitellino o altre strutture "isolino" il bambino dalla madre è una semplificazione che non tiene conto della complessità della relazione biologica e affettiva che si instaura fin dai primissimi momenti del concepimento.
Il Mito della "Madre Contenitore": Una Prospettiva Storica e FilosoficaPer lungo tempo, la visione predominante in letteratura, nella comunità scientifica e nel senso comune è stata quella chiamata containment view, che vede la madre come mero contenitore del feto. Questa prospettiva, che sembra data ampiamente per scontata, non è mai stata rigorosamente giustificata. Giovanni Boniolo, professore di Filosofia della Scienza e Medical Humanities dell’Università di Ferrara, concorda: “quasi tutti i grandi filosofi maschi hanno avuto poco interesse nella gravidanza, argomento giudicato troppo femminile”. Questa visione esalta la continuità che esiste fra l’embrione (poi feto) e il bambino una volta nato, presentandolo come un’unità distinta dai primissimi momenti del concepimento in poi. “Pensiamo alla rappresentazione stessa del feto a cui siamo abituati: lo vediamo in genere disegnato come un quasi-neonato dalla pelle rosea, quando in realtà il suo colore è violaceo”, un'immagine che contribuisce all'idea di un'entità già quasi autonoma.
Tuttavia, come evidenziato dalla filosofa Kingma, coordinatrice di un progetto di ricerca europeo, Better Understanding of Metaphysics of Pregnancy (BUMP), questa assunzione non è basata su alcun ragionamento fondante, ma è data per scontata. Kingma contrappone a questa una visione alternativa, chiamata parthood view, secondo la quale il feto deve essere considerato invece parte del corpo della madre, come qualsiasi altro organo. “La gravidanza pone per sua natura delle difficoltà metafisiche”, e Kingma sostiene che questa visione potrebbe portare a una rivoluzione dell’ortodossia in materia.
La Scienza Svela la Connessione: Oltre il Cordone OmbelicaleL'argomento "topologico" invocato da alcuni a favore della containment view, che suggerisce l'esistenza di un confine fisico tra contenitore e contenuto, identificando tale confine nel cordone ombelicale, si rivela impreciso. Kingma fa notare che non solo questa affermazione è falsa, ma che tirare in ballo il cordone ombelicale porta semmai sostegno alla tesi opposta. All’interno del cordone ombelicale non esiste infatti una autentica divisione tra madre e figlio: proprio lì, anzi, i due organismi si fondono e confondono. Lo stesso vale per la placenta, perfusa di cellule sanguigne della madre e del figlio allo stesso tempo. L’uso improprio dell’argomentazione “topologica” denuncia una scarsa comprensione di molti filosofi degli aspetti fisiologici che riguardano la gravidanza.
Altri argomenti rafforzano la parthood view. Per esempio, l’omeostasi della madre, ovvero l’equilibrio dei parametri interni (temperatura, acidità, pressione…), è mantenuta attivamente da meccanismi propri dell’organismo stesso. Anche l’omeostasi del feto è mantenuta, in buona parte, dai processi fisiologici propri del corpo della madre, e sotto questo punto di vista il nascituro può essere visto, quindi, come una parte del tutto. Un discorso analogo può essere fatto sulle funzioni metaboliche del feto che sono in buona parte assolte dal corpo della madre.
Dal punto di vista immunologico, poi, sappiamo che, in una gravidanza fisiologica, il sistema immunitario della madre non attacca il feto, che dunque non è visto come un corpo estraneo ma al contrario accettato come parte (seppure temporanea) della gestante. Questa accettazione immunologica è una delle meraviglie della biologia e un chiaro indicatore di un legame profondo, che supera il concetto di isolamento.

Le Cellule PAPCs: Messaggeri d'Amore e Tolleranza
Fino a pochi anni fa si pensava che l’utero fosse un’incubatrice (quasi) perfetta, sterile e isolata. Per la verità negli anni ’70-80 si erano viste alcune cellule fetali, globuli rossi, nel sangue della mamma, ma si era ritenuto fossero eventi limitati, il cui significato non era chiaro. Oggi sappiamo che interi plotoni di cellule staminali embrionali entrano nel sangue materno già dalla quarta-quinta settimana di gravidanza (contando dal primo giorno dell’ultima mestruazione), quando a volte la donna non sa nemmeno di essere incinta e pensa a un semplice “ritardo” mestruale. All’undicesima-dodicesima settimana, queste cellule possono essere individuate nel sangue della mamma. Con un semplice prelievo di sangue alla donna è allora possibile la diagnosi prenatale su cellule embrionali, per escludere anomalie cromosomiche - quali, ad esempio, la sindrome di Down - e le principali malattie genetiche. Questo è noto.
La vera novità è che esistono cellule, le cosiddette “cellule progenitrici associate alla gravidanza” (Pregnancy Associated Progenitor Cells, PAPCs), che dal feto migrano in tutto il corpo della mamma. E vanno a insediarsi nel suo cervello, nel cuore, nel fegato, nei reni, nei polmoni e perfino nel midollo spinale. La migrazione di cellule fetali dagli embrioni alle mamme è presente in tutti i mammiferi. Quando un fenomeno è molto conservato nella scala evolutiva, significa che svolge funzioni essenziali alla sopravvivenza, in questo caso dei piccoli.
Ecco le funzioni finora scoperte:
- Sul piano biologico: le PAPCs migliorano la tolleranza immunitaria della mamma verso il piccino. Il feto ha il DNA, ossia il codice genetico, per il 50% materno e per il 50% paterno. Anche le PAPCs hanno ovviamente questo patrimonio di geni. La prima funzione di queste cellule è aumentare la capacità della donna di tollerare il piccolo senza attaccarlo, come invece succede in alcune gravidanze patologiche. Di fatto, la maggiore tolleranza immunologica serve per accogliere meglio il bimbo, per il 50% estraneo all’assetto genetico della mamma (di fatto il feto è un vero “allotrapianto”, un trapianto geneticamente diverso). Per questo si è ritenuto che la prima funzione delle PAPCs sia proprio quella di migliorare il delicato equilibrio immunitario che la gravidanza richiede.
- Sul piano affettivo: le PAPCs inducono la mamma ad amare di più il piccolo. In effetti, la tolleranza immunitaria è necessaria alla vita durante la gravidanza, ma non è sufficiente. Dopo la nascita, le mamme devono prendersi cura dei piccoli di mammiferi, allattarli, proteggerli dai predatori, affinché sopravvivano. Il viaggio più interessante è proprio quello delle PAPCs che migrano nel cervello della mamma: e in particolare nel lobo limbico, il dipartimento degli affetti e dell’amore. Lì vanno ad attivare nella gestante un più forte sentimento di attaccamento ai piccoli, che sarà utile a farli sopravvivere dopo la nascita. Lì le PAPCs si differenziano in cellule nervose e stabiliscono nuove connessioni con i neuroni della mamma, soprattutto in due regioni chiamate amigdala e ippocampo, che sono il cuore pulsante della memoria e della regolazione delle emozioni. Lo studio con risonanza magnetica del cervello di donne alla prima gravidanza ha mostrato una grandissima attività di ristrutturazione proprio nell’amigdala e nell’ippocampo. C’è perdita di sostanza grigia e aumento della sostanza bianca. Vengono cioè distrutti neuroni in eccesso, ridondanti: un fenomeno di morte cellulare programmata che si chiama “apoptosi” ed è finalizzato a ottimizzare la funzione delle rimanenti cellule nervose che vengono connesse in modo più utile ed efficace. Tutto questo avviene proprio nelle aree che sottendono la capacità di una persona di intendere le emozioni e i pensieri degli altri: la base biologica dell’empatia. Capacità che è alla base del sentimento empatico per eccellenza: l’amore protettivo della mamma verso il bambino.
Le PAPCs, cellule progenitrici fetali, sopravvivono nel corpo della mamma per almeno trent’anni. Possono essere addirittura trasmesse ai feti di gravidanze successive, perché il viaggio è bidirezionale: anche dalla mamma al feto. È stato dimostrato che cellule di un feto primogenito, migrate come PAPCs nel corpo della mamma, hanno fatto il percorso inverso, hanno attraversato la placenta e sono state poi trasmesse e ritrovate in una sorellina, concepita e nata anche molti anni dopo. Un fenomeno chiamato “microchimerismo”.
Quando inizia il dialogo d’amore fra mamma e bambino? Secondo nuovi studi è il bambino a mandare alla mamma le sue celluline, le PAPCs, che sono veri messaggi d’amore per indurla ad amarlo meglio e di più, quando sarà nato. Più riusciranno a trovare un ambiente biologicamente recettivo nel suo cervello, più forte sarà il reciproco legame affettivo ed emotivo dopo la nascita. Ecco la meraviglia: le celluline che il feto manda alla mamma e che vanno ad abitare nel suo cervello potenziano la sua capacità di prendersi cura del piccolo, con amore e soddisfazione. Con empatia tanto maggiore quanto più la colonizzazione e il riassorbimento di materia grigia sono stati efficaci. In effetti queste aree si attivano molto quando la donna, dopo la nascita, guarda la foto del proprio bambino mentre restano silenti se guarda le foto di altri piccini. Questo dimostra una connessione profonda e intrinseca che supera di gran lunga la mera idea di isolamento fisico.
Ripiegamento dell'embrione: cavità amniotica e sacco vitellino - Embriologia animata
Individualità e Identità: Riflessioni Filosofiche sulla Gravidanza
La nascita è un momento per molti versi drammatico: una separazione fisica, segnata definitivamente dal taglio del cordone ombelicale, che per il nascituro coincide anche con un radicale cambio di “ambiente”. Scienziati e filosofi si sono interrogati a lungo sulla distinzione dei vari stadi dello sviluppo prenatale, dalla fecondazione alla nascita.
Il dibattito sulla natura degli organismi e sull'individualità solleva questioni complesse. Potremmo, per assurdo, considerare il nascituro alla stregua di un parassita, come fosse una tenia? In fondo anche una tenia è all’interno di un organismo ospite, è in qualche modo integrata con il suo sistema metabolico e molto spesso riesce a eluderne il sistema immunitario. Nessuno si sognerebbe di dire che la tenia è parte del corpo che la ospita. Secondo Kingma, c’è almeno una differenza importante fra il parassita e il feto: il primo sfrutta l’ospite per garantire la propria sopravvivenza e riproduzione, al punto di arrivare in alcuni casi a debilitarlo tanto da mettere la sua sopravvivenza in pericolo. Possiamo poi tranquillamente affermare che la tenia non ha alcuna funzione positiva per la fitness (intesa come efficienza riproduttiva in un dato ambiente) dell’organismo in cui è ospitata.
Non tutti i parassiti “vengon per nuocere” però. Nel nostro corpo abbiamo in realtà tanti ospiti meno molesti delle tenie, che “si rendono utili”. Pensiamo alla flora batterica dell’intestino che per esempio contribuisce alla sopravvivenza dell’ospite. Tuttavia, come commenta Boniolo, “non è sempre vero che il bimbo contribuisce alla fitness della mamma, ci sono dei casi in cui il medico si trova a dover salvare uno o l’altro. Se la mamma ha un tumore e non può essere curata se non attraverso farmaci radioattivi, si corre il rischio della morte del bimbo. Ci possono essere gravidanze pericolose”.
Restringere il campo agli organismi, come fa Kingma, non semplifica poi tanto la questione. “Kingma centra tutto il suo discorso sul concetto di organismo, che però nel corso dei secoli è stato altrettanto caricato di interpretazioni”, secondo Boniolo. “Faccio un esempio: vi sono coloro che sostengono che il tumore è un organismo che cresce all’interno del corpo della persona. Un altro termine tirato in ballo nell’articolo di Kingma è “individualità”. Come gli altri, anche il concetto di individualità ha dato vita a un gran numero di interpretazioni nel corso del tempo.
Boniolo per esempio ha sviluppato una teoria precisa: alla base della nostra individualità c’è l’epigenoma. Il patrimonio genetico, ovvero l’informazione contenuta nei geni di un organismo, è l’insieme delle istruzioni che consentono la costruzione e il funzionamento di ogni essere vivente. Il patrimonio epigenetico è invece l’insieme dei processi con cui queste istruzioni vengono lette e trascritte nel momento opportuno e nei tessuti giusti, anche in risposta a stimoli che provengono dall’ambiente. Le interpretazioni più semplicistiche potrebbero sostenere che l’unicità dell’individuo è scritta nel suo patrimonio genetico. Boniolo e molti altri non la pensano così. “Non siamo soltanto il nostro materiale genetico, siamo il risultato dell’espressione dei nostri geni in funzione anche di come viviamo. Questo fa sì che tu nello scorrere del tempo sia diverso”. Pochi potrebbero sostenere infatti che due gemelli, che condividono tutti i geni, siano lo stesso individuo.
“Esiste quello che abbiamo visto essere una sorta di eredità epigenetica tra lo spermatozoo e l’ovulo e poi lo zigote. Secondo Boniolo, ciò che ci rende unici, individui, è il nostro patrimonio epigenetico. Ed è proprio su questa componente epigenetica ereditata che, secondo Boniolo, il ragionamento di Kingma diventa problematico. “Esiste un momento in cui lo zigote non si è ancora formato, ed è qualche cosa che sta in mezzo tra ciò che era prima, cioè l’ovulo e lo spermatozoo, e lo zigote vero e proprio. Una sorta di fenotipo intermedio che è qualche cosa che si va a formare”, spiega. “Ma dal momento in cui lo zigote si è formato e poi comincia a svilupparsi, personalmente penso che già a questo punto abbia una sua individualità epigenetica, legata al patrimonio genetico del padre e della madre, e anche agli input che riceve dal ventre materno. Il ventre materno è un ambiente, esattamente come quello in cui viviamo da quando nasciamo e in cui continuiamo a svilupparci”.
Parlare di zigoti, embrioni, feti, parlare in generale di vita umana, proietta inevitabilmente il dibattito sul piano etico. Eppure non è questo il tipo di riflessioni che interessano Kingma, che nel suo articolo prova a svincolarsi: “le considerazioni fatte in questo lavoro si riferiscono unicamente agli organismi”. La filosofa fa di tutto, insomma, perché il suo discorso metafisico resti avulso, almeno in questa prima fase, dalle considerazioni etiche che i suoi risultati potrebbero implicare (per esempio sui diritti e sul comportamento della gestante). Lo fa anche per poter stabilire con chiarezza i fondamenti del suo pensiero. Ma è evidente che si tratti di un mero temporeggiare. Anche Kingma, nonostante tutto, lo sa bene, e ha già iniziato a lavorare per sviluppare i suoi ragionamenti in questa direzione: “Sto scrivendo un paper sull’utero artificiale”, mi racconta. Come mi racconta Bonolio, le considerazioni etiche si sono d’altra parte sempre inesorabilmente “appiccicate” a quelle metafisiche, almeno in questo specifico campo. A cos’altro potrebbe servire, tutto sommato, un discorso sulla metafisica della gravidanza se non a fondare ragionamenti etici, a colmare le esigenze pratiche che spaziano dall’ambito sociale, dei diritti, a quello medico-sanitario?
