Il tema della gravidanza e della genitorialità in contesti di transizione di genere è sempre più al centro del dibattito pubblico, intersecando complesse questioni mediche, legali, etiche e sociali. Mentre la scienza medica continua a esplorare nuove frontiere, figure come il chirurgo serbo Miroslav Djordjevic avanzano proposte audaci, promettendo la possibilità di far partorire chi era uomo. Questa visione, che sfida le consolidate comprensioni della biologia e dell'identità, solleva interrogativi profondi sulla natura umana, sui limiti della medicina e sulla definizione stessa di diritti. Per comprendere appieno la portata di tali affermazioni, è essenziale contestualizzarle all'interno delle esperienze reali di uomini transgender che hanno già portato a termine una gravidanza e delle discussioni etiche e scientifiche che ne derivano.
Gravidanze Transgender: Realtà e Contesto Internazionale
Negli ultimi giorni in Italia si sta discutendo del caso di Marco (nome di fantasia), un uomo trans che secondo quanto riportato da Repubblica avrebbe recentemente scoperto di essere al quinto mese di gravidanza. Questo caso, pur non essendo ancora verificabile nei dettagli e apparentemente non desiderato, pone in luce una realtà complessa e in evoluzione. Da come la riporta Repubblica sembra che la sua gravidanza non fosse desiderata. L’uomo, romano, avrebbe iniziato il percorso di transizione tempo fa e negli anni si sarebbe sottoposto a terapie ormonali e a una mastectomia, l’intervento chirurgico per la rimozione del seno. Il suo cambio di genere sarebbe stato riconosciuto anche all’anagrafe, e risulterebbe quindi di genere maschile sui documenti ufficiali.
Se la storia di Marco dovesse essere vera, il suo sarebbe un caso piuttosto raro in Italia, dove il panorama legale e medico per le persone transgender è ancora molto restrittivo su queste tematiche. Tuttavia, a livello internazionale, esistono diverse esperienze di uomini transgender che hanno portato a termine una gravidanza, spesso in modo intenzionale e attraverso specifiche procedure mediche. Nella maggior parte dei casi di uomini transgender rimasti incinti la gravidanza comincia in modo intenzionale e con specifiche procedure mediche.
Un esempio emblematico è quello di Freddy McConnell, un uomo trans single che a trent’anni decise di provare a rimanere incinto con la fecondazione eterologa, usando lo sperma di un donatore. La sua storia, raccontata in un documentario, ha evidenziato tutti gli aspetti pratici della sua esperienza: le visite, la sospensione del testosterone, la frustrazione dopo il primo tentativo fallito. Una volta avvenuto il parto, una delle battaglie di McConnell fu quella relativa ai documenti anagrafici. Sul certificato di nascita britannico infatti la persona che partorisce il bambino viene indicata sempre sotto la dicitura «madre», e McConnell intraprese un’azione legale contro l’anagrafe per chiedere di essere indicato come «padre» o «genitore».

Oltre a McConnell, all’estero ci sono altri casi noti di uomini transgender che hanno portato a termine una gravidanza. Il primo ad acquisire notorietà fu Thomas Beatie, un uomo transgender statunitense. Sua moglie era sterile, e nel 2007 Beatie decise di interrompere l’assunzione di ormoni maschili e di provare a rimanere incinto ricorrendo alla procreazione assistita con lo sperma di un donatore. Esistono anche alcuni casi di coppie con una o due persone trans in cui i due partner hanno sistemi riproduttivi diversi, e quindi possono concepire un figlio semplicemente con un rapporto sessuale. Questo può succedere a persone trans che non hanno mai iniziato la terapia ormonale o che sono tornati fertili dopo averla sospesa. Un altro esempio è quello di Trystan Reese, un uomo gay transgender, e il compagno Biff Chaplow, cisgender e omosessuale. Loro vivono a Portland, in Oregon (Stati Uniti) e nel 2017 Reese partorì il primo figlio della coppia. Più recentemente, in India si è discusso della coppia formata da Ziya Paval, di 21 anni, e il suo compagno Zahad, di 23 anni, rimasto incinto dopo aver interrotto la terapia ormonale.
Questi casi dimostrano che la gravidanza in uomini transgender è una realtà, sebbene rimanga eccezionale e spesso legata a percorsi medici specifici e a contesti legali più aperti.
La Fertilità Transgender: Sfide Mediche e Legali in Italia
In Italia, il percorso per la genitorialità trans è costellato di ostacoli significativi. La legge che regola la procreazione medicalmente assistita è tra le più restrittive in Europa ed è impossibile accedervi se si è un uomo trans. La normativa prevede che le uniche coppie a potervi accedere siano quelle allo stesso tempo cisgender (cioè che si riconoscono nel genere assegnato alla nascita), eterosessuali, sposate o conviventi e per qualche motivo impossibilitate a fare figli naturalmente, oppure le coppie composte da una donna cisgender e un uomo trans. In teoria dovrebbero poter accedere alla procreazione assistita anche le coppie eterosessuali composte da un uomo trans e una donna trans, ma in questo caso la gravidanza dovrebbe essere portata avanti dall’uomo, una cosa che in Italia non è ancora mai successa.
La fertilità è un tema delicato per la comunità trans. Le terapie ormonali a cui molte persone transgender decidono di sottoporsi per modificare il proprio aspetto esteriore e allinearlo alla percezione che hanno di sé possono avere conseguenze sulle possibilità di avere figli. Il problema però è che, quando in Italia una persona trans porta a termine l’iter burocratico per cambiare il proprio nome e il proprio genere sui documenti, perde anche la proprietà dei gameti che aveva deciso di conservare prima della transizione e il processo per riaverla non è automatico.
Questa situazione evidenzia un vuoto normativo e una mancanza di sensibilità rispetto alle esigenze specifiche della comunità transgender in relazione alla genitorialità. Antonia Monopoli, attivista e responsabile dello Sportello Trans ALA Milano, sottolinea come la possibilità per un uomo trans di portare a termine una gravidanza «è ancora dibattuta in Italia, e poche persone si espongono per questi temi». Si tende ancora a perseguire gli stereotipi: «Se sei un ragazzo trans, perché dovresti volere una gravidanza?» si sente dire. Questo clima culturale e legislativo restrittivo contrasta con le esperienze internazionali e con le aspirazioni di molti individui trans di costruire una famiglia.

L'Annuncio Rivoluzionario del Dott. Miroslav Djordjevic: "Farò Partorire Chi Era Uomo"
Nel panorama globale, la discussione sulla genitorialità transgender ha trovato un nuovo e controverso punto focale nelle affermazioni del chirurgo serbo Miroslav Djordjevic. Il titolo che campeggiava sulle colonne de La Stampa, «Farò partorire chi era uomo», ha catalizzato l’attenzione non solo sull'immagine del maschio che partorisce, ma soprattutto sull'audacia del verbo "farò", in primissima persona singolare, di un soggetto che si erge a tessitore di destini. A promettere il miracolo dell’uomo che partorisce è il chirurgo serbo Miroslav Djordjevic, le cui mani operano prodigi tra Belgrado e New York. È riconosciuto come uno dei massimi esperti al mondo di tecniche del cambio di sesso e, nell’intervista di cui è protagonista in tutti i sensi, ci tiene a precisare che sarà impegnatissimo fino a fine anno, tanti sono i pazienti che arrivano da lui da Ungheria, Italia, Arabia Saudita, Bosnia, Australia per essere «liberati» dal corpo in cui non si riconoscono.
Djordjevic, 57enne, opera presso una delle migliori strutture sanitarie al mondo, il Mount Sinai a New York, oltre alla clinica St Medica di Belgrado. Ha portato a termine oltre 6 mila interventi di cambio di genere negli ultimi 30 anni, con un volume di tra i 150 e i 200 interventi l’anno. «Non ho un attimo di tregua fino a fine anno. Nel prossimo mese e mezzo opererò 35 pazienti», ha dichiarato a “La Stampa”. Questa frenetica attività lo posiziona come una figura centrale nell'ambito della chirurgia di riassegnazione di genere.
La sua visione futuristica non si limita al cambio di sesso. Secondo la visione del mondo del dottor Miroslav Djordjevic, in futuro “Le donne trans potranno avere dei figli, saremo i primi“, aggiungendo che “i diritti non si possono fermare”. La sua sfida più grande è arrivare al punto in cui un paziente uomo diventato donna sarà in grado di concepire e partorire dopo l’impianto di utero e ovaie. Questa è l’idea di Djordjevic. Egli presenta questa prospettiva non solo come un progresso medico, ma anche come una lotta per i diritti, una "pulsione naturale" che né chiese né governi possono fermare.
"Mi sono pentito di aver cambiato sesso" - Servizio di Quarta Repubblica - 13/03/23
Il chirurgo ha anche in mente come poter concretamente realizzare il progetto di far partorire le donne trans, dando maggior attenzione allo spreco. In pratica l’intenzione è quella di creare un database mondiale dei candidati interessati a sottoporsi al cambio di sesso. Partendo da una base dati il chirurgo vuole recuperare gli organi rimossi, peni, vagine, ovaie e uteri, per trapiantarli su altri pazienti. Un buon accoppiamento, afferma, offrirà la possibilità di un trapianto sicuro e di una vita completamente normale sotto entrambi gli aspetti, genitali e di fertilità. Il trapianto di genitali, prevede, col tempo diventerà routine, come il trapianto della mano o della gamba. La sua premura è chiara: «Vogliamo essere noi i primi al mondo».
Djordjevic sostiene inoltre che, dopo l’operazione di cambio di sesso, i suoi pazienti riescono ad avere una vita sessuale normale, con degli organi sensibili, riuscendo anche a raggiungere l’orgasmo. Afferma che il trapianto riguarda anche la rete nervosa e al 95% dei casi la donna ha l’orgasmo durante il rapporto, un successo da ovazione. Questa risposta tecnica, nell’offrire orgasmi a un corpo che forse è arrivato sul lettino della sala operatoria insieme a un’anima piena di balbettii, viene da lui chiamata rinascita o redenzione.
Tra Scienza e Fantascienza: Analisi Critica delle Proposte di Djordjevic
Le dichiarazioni del dottor Djordjevic, pur ambiziose, sono state accolte con scetticismo e aspre critiche da diverse parti, in particolare dalla comunità scientifica e da osservatori etici. Molti mettono in discussione la fattibilità e l'etica di un tale progetto, vedendovi un delirio di onnipotenza piuttosto che un genuino progresso.
Il periodico Tempi ha sottolineato come il solo fatto che Djordjevic, nel dire “Farò partorire chi era uomo“, utilizzi la prima persona singolare mostri il suo voler ergersi sul trono dei destini come manipolatore della realtà. Molto ricorda il dottor Frankenstein, il quale pur avendo eccellenti intenzioni va a disseppellire cadaveri e crea quello che si sarebbe poi rivelato un mostro. Questa trama segue da vicino le orme di un’altra celeberrima tragedia: il dottor Frankenstein aveva eccellenti intenzioni e andò a disseppellire cadaveri per dare alla luce la sua creatura. Doveva essere perfetta e felice, fu misera e infelice (si è soliti definirlo “mostro”, ma è un errore madornale). Non siamo lontano da questa scena, quando una persona è ridotta a oggetto, a parti del corpo da togliere-mettere.
In seguito invece, prosegue il periodico, l’utilizzo del plurale maiestatis in “Vogliamo essere noi i primi al mondo“, pare voglia includere tutta la comunità Lgbt+, ma lascia dei dubbi su quale sia realmente il suo intento, ossia se si tratti solo di un riconoscimento personale. I corpi dei trans, grazie alla tecnica del chirurgo, diventano come mosaici di carne da montaggio e la persona è ridotta a mero oggetto. Essere fautore o fautrice dei diritti, anche Lgbt+, non significa questo e il progetto pare rientri solo in una mira individualistica. Il cadavere è inerte e non si ribella, ed è tendenza comune di certi egomaniaci esercitare le proprie brame sulla docilità dei vulnerabili. Sebbene il dottor Djordjevic ci tenga a dire che molti lo chiamano padre, nessun padre riduce suo figlio a un complemento oggetto. Semmai fa di tutto per renderlo sempre più soggetto, in anima e corpo.
Dal punto di vista puramente biologico, le sfide sono immense. La direttrice dell’Uoc di chirurgia plastica del Paolo Giaccone di Palermo, Adriana Cordova (già presidente della Sicpre, la Società di chirurgia plastica), parlando a Il Giornale, è tranchant: «Il trapianto di utero si è fatto ma da donna a donna. E non basta trapiantare l’utero per garantire una gravidanza». Poi sorgono interrogativi fondamentali: come nascerebbe il bambino, con parto cesareo o dalla neovagina? Djordjevic stesso ha ammesso che «ciò che manca è una terapia immunosoppressiva adeguata», una terapia che controlla il rigetto e che inizia al momento del trapianto e prosegue per tutta la vita. Questo rappresenta un ostacolo medico significativo, non ancora pienamente risolto per un trapianto di tale complessità in un contesto così innovativo.

Inoltre, un aspetto cruciale spesso trascurato è la permanenza del codice genetico. Il dottor Djordjevic, in un lungo articolo di Vice del 2016, affermava: «Non possiamo cambiare il codice genetico di qualcuno con un'operazione, quello che cambiamo sono i suoi genitali». Eppure oggi si dice intenzionato ad andare oltre, a puntare al parto maschile. Questo disallineamento tra la realtà genetica immodificabile e la promessa di una funzionalità riproduttiva completa solleva perplessità. La realtà è che il paziente è un uomo, perché il Dna non si può modificare. Questo è il livello uno, quello in cui nonostante la chirurgia e la chimica, il dna di un maschio resta tale dalla sua nascita alla morte. Quando si chiede se una donna trasformata in uomo potrebbe produrre sperma per procreare, la risposta è: «Questo è un altro problema. Non è supportato dalla bioetica. Si tratta di materiale genetico e non è legale. Le gonadi come organo di produzione ormonale sono una buona opzione al posto della terapia ormonale sostitutiva».
Questo "passo di marcia è quello del fare del chirurgo, non dell’essere del paziente," come osservato da alcuni critici. Al 100 per cento del mistero sacro e irrisolto che è una persona, il «farò» risponde con un 90 per cento di successo negli orgasmi a venire. E la differenza non è solo del 10 per cento, è l’abisso siderale tra il tutto e la parte.
Il Contesto Culturale e Sociale: Fluidità di Genere, Business e Pentimenti
Le ambiziose promesse di Djordjevic e le discussioni sulle gravidanze transgender si inseriscono in un più ampio contesto culturale caratterizzato dalla crescente fluidità di genere e da un vivace dibattito sui diritti e sull'identità. In questo scenario, ciò che ai più distratti sembrano stramberie possono portare lontano.
Un esempio di questa "teoria woke spiegata con tono clinico" è la dichiarazione della deputata tedesca dei Verdi, Susan Sziborra-Seidlitz, in aula parlamentare a Magdeburgo il 13 giugno scorso. Alla domanda provocatoria ma diretta dell’opposizione "Quanti generi esistono e un uomo può avere figli?", la deputata rispose che "La risposta alla prima domanda è 42. Sempre 42", un riferimento al romanzo di fantascienza “Guida galattica per autostoppisti”. Poi aggiunse: “La risposta alla seconda domanda potrebbe turbarvi. Ma sì, in teoria un uomo può portare avanti una gravidanza, nel peritoneo”. E continuò: “La difficoltà è che il peritoneo non è irrorato come una placenta, e una gravidanza del genere durerebbe al massimo sette mesi. Il bambino probabilmente non sarebbe vitale. È teoricamente possibile. Ma praticamente non si dovrebbe provare.” Questa dichiarazione surreale non è isolata, è il frutto di un’intera visione del mondo, in cui la biologia non è più una scienza naturale, ma un campo di battaglia culturale. Per questa visione, non esistono più limiti oggettivi, e se la teoria dice che un uomo può essere incinto, allora il problema è chi osa dubitarne. Poco importa se la realtà biologica dice altro.

La fluidità di genere si sta diffondendo tra i giovanissimi sia come emulazione dei vip sia perché bombardati da operazioni di marketing che tendono a sfumare l’identificazione in uno dei due sessi. Un recente sondaggio del Centers for Disease Control and Prevention, presso gli studenti delle scuole superiori americane, ha rilevato che la percentuale di coloro che si identificano come eterosessuali è scesa a circa il 75% in calo rispetto all’89% del 2015, quando sono cominciati i primi sondaggi sul genere. Nel frattempo, la quota di coloro che sono identificate come lesbiche, gay o bisessuali, è salita al 15% rispetto all’8% del 2015. Da questo modo di vivere la sessualità come fluttuante, da maschio a femmina o verso altre varianti per chi non si riconosce nelle categorie binarie, ha consolidato il «diritto» (in questo modo viene rivendicato) di scegliere il proprio sesso e, di conseguenza, di poterlo cambiare in qualsiasi momento della propria vita.
Questo scenario ha alimentato un vero e proprio "business" del cambio di sesso. Negli Stati Uniti, dove i tempi di attesa sono meno lunghi e le pratiche autorizzative più veloci, queste operazioni valgono circa 2 miliardi di dollari, secondo l’ente di ricerca Grand View Research, e entro il 2030 si stima un tasso di crescita annuale dell’11,23% superando i 5 miliardi di dollari. Un report del Pew Research Center dice che il 5% dei giovani adulti negli Usa afferma di avere un sesso diverso da quello della nascita. Inoltre secondo il William Institute dell’Università di Ucla, 1,6 milioni di americani si identificano come transgender. La chirurgia ha costi alti: negli Usa un intervento ricostruttivo come vaginoplastica o falloplastica può superare anche i 50.000 dollari.
La Serbia è diventata un hub cruciale nel vecchio continente per la cosiddetta “riassegnazione di genere”, per i costi più contenuti rispetto ad altri Paesi europei e dei pioneristici Stati Uniti. Un’operazione può arrivare a costare tra i quattromila e i diecimila dollari, mentre negli Stati Uniti può arrivare a costare fino a cinquantamila. Così come le coppie che vogliono “risparmiare” sull’utero in affitto si possono recare in Ucraina approfittando della povertà delle madri cosiddette gestanti, qui si arriva per l’offerta sul cosiddetto cambiamento di sesso. Se il mercato è in crescita esponenziale, non c’è da stupirsi se qualcuno già si lancia su nuove frontiere chirurgiche, promettendo che a breve sarà possibile anche far partorire i trans.
Tuttavia, in questa rincorsa all’innovazione e ai diritti, si tende a ignorare una questione cruciale: la detransizione. Di detransitioner nessuno parla, persone, a volte anche giovanissime, sottoposte ad interventi chirurgici irreversibili che magari all’alba dei vent’anni si trovano a voler indietro semplicemente il loro corpo, senza poterlo riavere perché mutilato per sempre da chi vendeva illusioni. Lo spiegano bene Helena, Cat e Grace nei loro drammatici “diari di detransizione”, raccontati nel documentario Saving Our Sisters della californiana Jennifer Lhal. È possibile cambiare di nuovo, ma, come ammesso dallo stesso Djordjevic, «non siamo soddisfatti dei risultati» degli interventi sui 52 candidati pentiti che ha operato. Il danno psicologico e fisiologico che si impone alla persona è enorme, e molto spesso non tarda ad arrivare il pentimento dagli stessi pazienti, che non potendo più tornare indietro, si tolgono la vita.
Riflessioni Etiche e Limiti Umani
L’idea che gli uomini possano partorire, sebbene attualmente un’utopia, per Miroslav Djordjevic presto può divenire una realtà, realizzabile tramite il trapianto dell’utero e delle ovaie nei corpi maschili. Molto si può dire riguardo alla sua idea, se un essere innalzandosi quasi a Padreterno, abbia un’ambizione da concepire l’essere umano come mero oggetto, manipolabile. Dal punto di vista etico ci sarebbe molto su cui obiettare.
Il chirurgo del «farò» quella maiuscola del Padre se l’è già assegnata, ci gode nel posto di Creatore. Il traguardo folle che insegue non è un mondo di transgender felic*. Vuole vedere un corpo maschile a cui vengono innestati organi riproduttivi femminili e che, grazie alla prodigiosa capacità delle sue tecniche, riesca a partorire. Organi, funzioni, processi ed esperimenti, in una logica che per alcuni richiama la celebre distopia orwelliana: “Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre” (George Orwell, “1984”). Ma per il pensiero comune si tratta invece di un segno di progresso e libertà.
"Mi sono pentito di aver cambiato sesso" - Servizio di Quarta Repubblica - 13/03/23
In questo folle delirio di chi non solo concepisce tali affermazioni, ma spende il proprio tempo e capacità mediche per metterle in pratica, sfugge - forse - l’immenso pericolo che corrono i pazienti nel tentativo di manipolazione e trasformazione della vita, nonostante venga presentata come una pratica “sicurissima”. Innanzitutto è bene sottolineare che non si tratta di un diritto, perché tutto ciò che nuoce alla persona e al suo essere, anche se accettato dalla legislatura, non si può considerare buono e perciò è doveroso ostacolarlo. Poi è bene ricordare che giudicare l’atto è giusto, in quanto non considera la persona ma un modo di agire che in questo caso è contro la dignità dell’uomo.
Ciò che si delinea è una battaglia tra la natura e la volontà di trascenderla. Il transumanesimo, che tende progressivamente a cancellare tutto quel che l’uomo ha vissuto, pensato, creduto, non da ieri ma da sempre, sembra essere la radice di tutto questo. Non abbiamo sconfitto la morte, e nemmeno il dolore, la vecchiaia, la malattia, ma ci stiamo attrezzando per aggirare i nostri limiti e rigettare tutto quel che ci è dato in natura, in eredità, col patrimonio genetico. Qual è la radice di tutto questo? Che genere di vita, di legami, di società, di paternità e di maternità - ma forse è meglio parlare neutralmente di genitorialità - condurremmo sulla base di questa convinzione?
Qualcuno potrà obiettare che si tratta ancora di eccezioni, uno su trentamila è una minoranza sparuta, e la statistica riguarda un’infima minoranza dell’umanità. La stragrande maggioranza degli otto miliardi di umani che popolano il mondo non si pone nemmeno questo problema, vive secondo natura; ed è già tanto riuscire a sfamarsi e sfamare i propri vecchi e bambini, rimediare un posto per dormire, coprirsi dal freddo, ripararsi e vestirsi. Resta però lo sconcerto, appena attenuato dall’esperienza storica del mondo: quante stravaganze, quante mostruosità, annunciate come l’avvenire, sono poi rimaste sulla carta o sono presto finite sopraffatte da mille controindicazioni e da altre priorità ed urgenze. Il tempo, alle volte, è medico più sapiente degli uomini, cancella le follie, i deliri di onnipotenza, le pretese di farsi dei o mutanti. Il problema di fondo è che nella vita ci sono cose che possiamo cambiare, cose che possiamo fare, ma ci sono limiti, limiti naturali e forse soprannaturali che non possiamo valicare o volatilizzare.