Infezione da HCV in Neonati e Bambini: Trasmissione, Diagnosi e Gestione

L'epatite C, causata dal virus HCV, è un'infiammazione cronica del fegato che, pur essendo globalmente diffusa, assume contorni e sfide specifiche quando interessa i più giovani. L'HCV è un piccolo virus a RNA appartenente alla famiglia dei Flaviviridae, noto per infettare le cellule epatiche e provocare infiammazione. Sebbene sia responsabile della maggior parte dei casi di epatite cronica negli adulti, nei bambini e negli adolescenti è meno comune, ma non per questo meno significativo. Negli Stati Uniti, si stima che da 23.000 a 46.000 bambini convivano con l'HCV, con una prevalenza di circa lo 0,15% nella fascia d'età 6-11 anni e dello 0,4% tra i 12 e i 19 anni. La maggior parte di questi bambini acquisisce l'infezione alla nascita, tramite quella che viene definita trasmissione verticale da madre a figlio. Per approfondire questi aspetti cruciali, il Dottor Indolfi, Dirigente Medico Pediatra presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Meyer di Firenze, specializzato in Pediatria Internistica ed Epatologia Pediatrica, offre una prospettiva chiara sulle dinamiche di trasmissione, diagnosi e gestione di questa patologia in età pediatrica.

Microscopia elettronica del virus dell'Epatite C

La Trasmissione Verticale dell'HCV da Madre a Figlio: Rischi e Fattori Influenzanti

La preoccupazione principale per una donna anti-HCV positiva che desidera affrontare una gravidanza è il rischio di trasmettere l'infezione al proprio figlio. È importante sottolineare che, in una donna con epatite cronica da virus C in buon compenso funzionale, senza concomitanti malattie di rilievo o complicanze ostetriche, la gravidanza non costituisce un rischio di aggravamento della malattia epatica. Tuttavia, l'infezione da HCV può influenzare l'outcome della gravidanza, comportando una maggiore incidenza di eventi avversi come parto pretermine, morte intrauterina fetale e ritardo di crescita intrauterina. Il trattamento dell'epatite C durante la gravidanza non è generalmente raccomandato.

Globalmente, il rischio di trasmissione dell'infezione da una madre con epatite C al proprio figlio è attorno al 6%, sebbene altre stime riportino un range dell'1-5%. Questo significa che un bambino su 20 nati da madre infetta potrebbe contrarre l'infezione. L'infezione viene trasmessa nella grande maggioranza (circa il 70%) dei casi al parto, momento in cui il rischio di commistione tra sangue materno e fetale è maggiore. Tuttavia, è possibile anche la trasmissione intrauterina, testimoniata dalla positività di HCV RNA in alcuni neonati già alla nascita.

Fattori di Rischio per la Trasmissione Verticale

Diversi fattori sono stati identificati come importanti nel determinare la probabilità di trasmissione materno-fetale:

  1. Viremia materna: La presenza nel sangue circolante del genoma virale (HCV RNA), dimostrabile e quantificabile nel siero con metodiche molto sensibili come la polymerase chain reaction (PCR), è il fattore di rischio più significativo. Se non c'è evidenza di viremia nel siero materno durante la gravidanza (HCV RNA assente, ovvero PCR negativa), il rischio di trasmissione dell'infezione al neonato è molto basso (0,3%). La presenza di viremia (HCV RNA presente, ovvero PCR positiva) comporta un rischio di trasmissione di circa il 6%. Alcuni studi suggeriscono che una viremia più elevata possa aumentare ulteriormente il rischio, ma non è ancora possibile quantificare il rischio o validare in modo assoluto questa associazione. L'infezione può essere trasmessa anche se la concentrazione di virus circolante è bassa.

  2. Tossicodipendenza materna: La tossicodipendenza materna, sia attiva che pregressa, aumenta il rischio di trasmissione. Si ritiene che ciò sia dovuto al fatto che i linfociti di queste madri siano spesso infettati e possano fungere da serbatoio del virus.

  3. Coinfezione materna con HIV: La coinfezione materna con virus C e virus dell'AIDS (HIV) è sempre stata associata a un maggior rischio di trasmissione del virus C, che globalmente si attesta attorno al 10% (1 bambino infetto ogni 10 nati). Questo incremento del rischio è attribuito sia all'immunodepressione indotta dall'HIV sia alla frequente associazione della positività all'HIV con la tossicodipendenza.

Oltre a questi, molti altri fattori sono stati esaminati - tra cui il genotipo virale, i livelli di transaminasi, la trasmissione dell'infezione già verificatasi in una precedente gravidanza, e il tipo di parto (vaginale rispetto al cesareo in elezione) - senza che sia stata trovata una conferma della loro importanza. È importante notare che, sebbene sia ragionevole pensare che tutte le manovre ostetriche che favoriscono il contatto del sangue materno con quello del neonato possano teoricamente aumentare il rischio di trasmissione, non esistono evidenze certe che giustifichino particolari precauzioni al momento del parto. Attualmente, non c'è evidenza scientifica che il parto cesareo sia più sicuro del parto naturale non complicato.

Allattamento al Seno e HCV

Una domanda frequente riguarda la possibilità per una madre con infezione da virus dell'epatite C di allattare al seno. L'allattamento al seno è consigliato, dal momento che nessuno studio ha dimostrato che esso aumenti il rischio di trasmissione. Al contrario, il latte materno possiede note proprietà antivirali. L’unica precauzione consigliabile è evitare transitoriamente l’allattamento al seno in caso di capezzoli con ragadi e vistosamente sanguinanti.

Rischio di Trasmissione dal Padre

Il virus dell’epatite C, come è noto, si trasmette attraverso il contatto con sangue infetto. Per quanto riguarda il rischio derivante da un padre affetto da epatite C, studi recenti su un gruppo di bambini italiani hanno dimostrato che il nascituro ha un maggior rischio di contrarre l’infezione solo se anche la madre è infetta. Questi dati confermano che il rischio di trasmissione intrafamiliare da padre a figlio in paesi come l’Italia è bassissimo e addirittura trascurabile, suggerendo che il liquido seminale non trasmette l'infezione al feto.

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Diagnosi e Screening dell'HCV nei Neonati e Bambini: Un Percorso Specifico

La diagnosi dell'infezione da HCV in età pediatrica presenta delle sfide uniche, principalmente a causa del passaggio transplacentare degli anticorpi materni al neonato. Gli anticorpi HCV della madre, come tutti gli anticorpi, attraversano la placenta e possono rimanere nel sangue di un bambino fino a 18 mesi. Pertanto, il test degli anticorpi anti-HCV non può essere utilizzato per lo screening dell'HCV nei bambini di età inferiore ai 18 mesi, poiché una positività non indica necessariamente un'infezione attiva, ma potrebbe essere dovuta solo alla presenza di anticorpi materni.

Metodologie di Screening Raccomandate

Le indicazioni pratiche per lo screening dei bambini nati da madre con infezione da virus dell’epatite C sono le seguenti:

  • Se la madre è positiva per gli anticorpi anti-HCV ma HCV RNA negativa (PCR negativa) durante la gravidanza: È sufficiente sottoporre il bambino a un semplice test sierologico per la ricerca degli anticorpi anti-HCV a 18 mesi. Se a quell'epoca il test è positivo, significa che vi è stata infezione, dal momento che gli anticorpi acquisiti passivamente dalla madre alla nascita scompaiono entro questo lasso di tempo. In caso di positività, si procede con l'esecuzione della PCR per valutare la viremia e delle transaminasi per valutare l'eventuale malattia epatica.
  • Se la madre è HCV RNA positiva in gravidanza: Si esegue una valutazione delle transaminasi e della viremia del bambino al terzo mese di vita. Se il bimbo risulta viremico (PCR positivo) o comunque ha transaminasi alterate, è necessaria una presa in carico specialistica per iniziare l’opportuno follow-up. Se al terzo mese di vita il bimbo non è viremico (PCR negativo) e le transaminasi sono normali, sarà sufficiente eseguire un prelievo per ricercare gli anticorpi anti-HCV a 18 mesi di vita, come precedentemente indicato. Il bambino cui viene riscontrata l’infezione andrà seguito regolarmente, dato che l'infezione stessa tende a cronicizzare in circa l’80% dei casi.

Nei bambini di età minore di 18 mesi (figli di una donna con infezione HCV), è necessario effettuare la ricerca del materiale genetico del virus (RNA virale) che può essere eseguita a partire dal 2° mese di vita. Tuttavia, la viremia a questa età non sempre predice l'infezione a lungo termine, perché alcune di queste infezioni si risolvono spontaneamente entro i 3 anni di vita. Per i bambini di età maggiore di 18 mesi, si può effettuare la ricerca degli anticorpi contro il virus HCV. I bambini che hanno una sierologia positiva o dubbia devono eseguire la ricerca dell'RNA virale che conferma la diagnosi di infezione da HCV.

Il test iniziale per i bambini e gli adolescenti in cui si sospetta l'HCV consiste nello screening con il test anticorpale anti-HCV, che misura le proteine nel sangue prodotte dall'organismo per combattere germi come virus o batteri. L'American Academy of Pediatrics (AAP) raccomanda il test con il test anticorpale a 18 mesi o più tardi, poiché il trattamento dell'HCV non è raccomandato per i bambini di età inferiore a 3 anni. Tuttavia, per le famiglie preoccupate per il rischio di infezione del proprio bambino, si consiglia di eseguire il test con il test virale HCV, come l'HCV-PCR.

L'Importanza della Valutazione Specialistica

Poiché l'HCV è una malattia rara nei bambini, l'AAP e la North American Society for Pediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition raccomandano che un medico con esperienza nell'infezione pediatrica da HCV debba valutare i bambini con HCV. Di solito si tratta di un epatologo pediatrico, come il Dott. Michael Narkewicz, riconosciuto a livello nazionale per la sua esperienza in epatologia pediatrica.

Diagramma flusso screening HCV neonatale

Il Percorso dell'Infezione da HCV nell'Infanzia e nell'Adolescenza

Una volta contratto il virus, il decorso dell'infezione da HCV nei bambini presenta delle peculiarità rispetto all'adulto. Fortunatamente, l'epatite C nei bambini e negli adolescenti è meno comune e, nella maggior parte dei casi, i bambini non presentano sintomi evidenti o effetti esteriori dell'HCV. Spesso, la malattia epatica che si associa all'infezione da virus C durante tutta l'età pediatrica è modesta se confrontata con quella dell’adulto. L’infezione non determina abitualmente la comparsa di sintomi e non interferisce con lo sviluppo psicofisico.

Evoluzione Naturale e Guarigione Spontanea

Un aspetto distintivo dell'infezione da HCV in età pediatrica è la possibilità di guarigione spontanea. Per i bambini che acquisiscono l'infezione per trasmissione verticale, fino al 40% eliminerà il virus da solo (eliminazione spontanea), senza trattamento, entro i 2 anni di età. Ci sono state anche segnalazioni di bambini che hanno eliminato il virus da soli fino a 7 anni di età. Questo differisce dagli adulti, che possono anche avere una clearance spontanea, ma praticamente mai dopo 6 mesi dall'infezione. Tuttavia, l'epatite C in età pediatrica non tende alla guarigione spontanea nella maggior parte dei casi. I bambini che non eliminano il virus entro i 2 anni di età sono considerati cronicamente infetti da HCV. In circa l’80% dei casi, l'infezione cronicizza.

Progressione del Danno Epatico

Per i bambini che hanno acquisito il virus per trasmissione verticale, la maggior parte presenta una malattia epatica lieve, con oltre l'80% che mostra cicatrici epatiche minime o assenti (fibrosi) entro i 18 anni di età. Il danno epatico indotto dal virus persiste per molti anni e la sua progressione è correlata alla durata della malattia e all’età del paziente (quanto più lunga sarà la durata della malattia e quanto più grande sarà il paziente, tanto maggiore sarà il danno accumulato a livello del fegato).

Tuttavia, un sottogruppo di bambini, il 20-25%, può avere una malattia più aggressiva e può sviluppare cicatrizzazione avanzata del fegato (cirrosi) già a 8 anni di età. Esistono rare eccezioni in cui una malattia persistentemente e particolarmente attiva può sfociare in cirrosi già in età pediatrica (<2% dei casi).

Fattori che possono favorire lo sviluppo di fibrosi epatica includono copatologie come la talassemia, la coinfezione con HIV, malattie onco-ematologiche che necessitano di chemioterapia, l'obesità infantile e il consumo di alcolici in età adolescenziale. Negli adolescenti che acquisiscono l'HCV attraverso comportamenti ad alto rischio, si ritiene che l'esito dell'HCV sia simile a quello degli adulti.

Monitoraggio e Gestione dell'HCV Cronico in Età Pediatrica

I bambini con HCV dovrebbero avere un monitoraggio continuo della crescita e della nutrizione. Dovrebbero avere una valutazione della loro carica virale e la determinazione del genotipo del loro virus HCV. Dovrebbero sottoporsi a screening periodici della funzionalità epatica mediante esami del sangue. La maggior parte dei bambini ha AST e ALT (enzimi epatici) elevati in modo intermittente. Mentre alcuni bambini con AST e ALT elevati avranno una malattia epatica aggressiva, alcuni bambini possono avere una malattia epatica aggressiva senza anomalie importanti nei loro AST e ALT. Almeno per quelli con malattie epatiche significative, è raccomandato lo screening periodico per il cancro al fegato. La biopsia epatica è ancora lo strumento migliore per la valutazione delle cicatrici nel fegato nei bambini, ma di solito non è necessaria; è riservata unicamente a casi dubbi o in cui si sospetti la presenza di una diagnosi eziologica alternativa di danno epatico.

È fortemente consigliato che i bambini con HCV ricevano i vaccini contro l'epatite A e B, oltre alle vaccinazioni obbligatorie. I bambini che hanno l'HCV non devono essere limitati da attività come lo sport. Tagli aperti e abrasioni dovrebbero essere coperti durante le attività sportive o quando altri potrebbero entrare in contatto con le ferite. L’unica raccomandazione sul piano alimentare è l’astensione completa dagli alcolici (vino, birra, superalcolici), in quanto l’alcol accelera lo sviluppo della fibrosi epatica e la replicazione virale. Al di fuori dell’alcool non è indicata alcuna limitazione dietetica. È sempre necessario consultare lo specialista prima di iniziare qualunque terapia farmacologica durante il trattamento per epatite C, al fine di escludere potenziali interazioni con i farmaci antivirali.

Evoluzione epatite cronica HCV

Le Terapie Innovative per l'Epatite C in Età Pediatrica

L'obiettivo principale della terapia è ottenere "la risposta virologica sostenuta" (SVR), che indica che il virus non è più rilevabile nel sangue dopo 3-6 mesi dal completamento del trattamento. La risposta virologica sostenuta si osserva in oltre il 95% dei pazienti trattati con i nuovi farmaci.

Le Terapie Tradizionali

Fino a pochi anni fa, l’unica terapia disponibile per i bambini con età superiore a 3 anni e con infezione cronica da virus dell’epatite C era la combinazione di interferone pegilato alfa e ribavirina. La terapia, analogamente a quanto già successo per gli adulti, durava 48 settimane per le infezioni da genotipo virale 1 e 4 e 24 settimane per le infezioni da genotipo virale 2 e 3. L’efficacia e la sicurezza di questa terapia in età pediatrica erano migliori rispetto all’adulto. I bambini tolleravano meglio la terapia (quindi con minori effetti collaterali) ed era efficace in circa il 50% delle infezioni da genotipo 1 e 4 e nel 90% di quelle da genotipo 2 e 3.

L'Avvento dei Farmaci Antivirali ad Azione Diretta (DAA)

Negli ultimi anni, una nuova classe di farmaci, gli antivirali ad azione diretta (DAA) contro l’HCV, ha rivoluzionato il panorama terapeutico, permettendo di guarire dall’epatite riducendo gli effetti tossici. Questi farmaci agiscono bloccando la replicazione di HCV.

Sulla scia di quanto già visto per gli adulti, sono da poco cominciati anche in alcuni centri italiani le prime sperimentazioni pediatriche dei nuovi farmaci antivirali ad azione diretta. Questi farmaci sono facili da somministrare, assumendosi interamente per via orale, hanno scarsi effetti collaterali e un’elevata efficacia indipendentemente dal genotipo virale e dallo stadio di malattia. I tempi per il completamento di queste sperimentazioni e la messa in commercio anche per l’età pediatrica dei nuovi farmaci non sono prevedibili, ma verosimilmente saranno necessari ancora alcuni anni.

Per i bambini di età ≥12 anni, la terapia antivirale ad azione diretta è ora approvata. Questo include attualmente sofosbuvir con o senza ribavirina o la combinazione di ledipasvir/sofosbuvir. I tassi di risposta sono simili a quelli degli adulti, con circa il 90-95% dei bambini con infezione da HCV di genotipo 1 che raggiunge una risposta virale sostenuta (SVR) dopo 12 settimane di trattamento con sofosbuvir/ledipasvir. Gli effetti collaterali del trattamento sono minimi, e i bambini generalmente tollerano gli effetti collaterali meglio degli adulti, mostrando cambiamenti molto minimi nella loro qualità di vita. I recenti progressi nel trattamento dell'HCV negli adulti con l'approvazione di molti altri regimi antivirali ad azione diretta senza interferone hanno generato studi clinici di questi ulteriori trattamenti antivirali ad azione diretta nei bambini e negli adolescenti, e i risultati sono attesi nel prossimo anno.

Un importante studio nazionale nel "mondo reale", al quale ha collaborato anche Gabriella Nebbia della Pediatria Media Intensità di Cura del Policlinico di Milano, ha confermato che il trattamento è sicuro ed efficace nei giovani pazienti. Dopo la cura, in 76 ragazzi la ricerca dell’HCV è risultata negativa e la terapia è stata ben tollerata, con nessun effetto collaterale grave segnalato. I farmaci antivirali sono forniti gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale dietro presentazione di un piano terapeutico da parte dello specialista.

Approccio Terapeutico Individualizzato

Il trattamento nei bambini deve essere individualizzato. Le raccomandazioni terapeutiche cambiano rapidamente man mano che diventano disponibili nuovi trattamenti. In generale, i bambini di età inferiore a 3 anni non devono essere trattati se non in circostanze speciali. I bambini con evidenza di malattia epatica aggressiva devono essere presi in considerazione per il trattamento per prevenire la progressione della malattia. La negativizzazione della PCR HCV è la miglior garanzia di non trasmettere l’infezione al bambino, rendendo fondamentale questa valutazione per le donne che considerano una gravidanza.

Quadro Generale dell'Infezione da HCV: Trasmissione, Diagnosi e Aspetti Complessi

Per comprendere appieno l'impatto dell'HCV, è utile inquadrarlo nel contesto più ampio delle sue caratteristiche e modalità di trasmissione generali, che non si limitano all'ambito pediatrico.

Definizione e Caratteristiche del Virus

L'epatite C è un'infiammazione del fegato causata dal virus HCV, il virus C dell'epatite, un virus a RNA che appartiene alla famiglia delle Flaviviridae e il cui patrimonio genetico è molto variabile. Esistono 7 genotipi principali di questo virus (da 1 a 7), con sottotipi addizionali (es. 1a, 1b, 1c; 2a, 2b, 2c ecc.). I più frequenti in Italia sono i genotipi 1, 2 e 3, mentre il 4 è meno rappresentato. L'HCV è un virus a trasmissione ematica, il che significa che si diffonde principalmente attraverso il contatto con sangue infetto. Una volta contratto, il virus HCV si replica nel fegato, portando ad un’infiammazione cronica dei tessuti epatici.

Modalità di Trasmissione e Fattori di Rischio

Il contagio dell'infezione da Epatite C avviene principalmente per via parenterale, cioè attraverso il sangue, e molto meno frequentemente per via sessuale, in particolare attraverso rapporti sessuali non protetti con partner positivo ad HCV. È importante notare che non esiste alcun rischio di trasmissione con la saliva, il bacio, le goccioline emesse con la tosse o lo starnuto, il sudore o toccando con le mani una persona infetta. Raramente, il virus dell’epatite C può diffondersi tramite lacrime, saliva o urine contaminate con sangue infetto.

Tra i fattori di rischio significativi, oltre alla trasmissione verticale, rientrano:

  • Uso di droghe endovena: In Europa, la prevalenza di epatite C tra i tossicodipendenti attivi è del 40%. Il rischio di contrarre l’infezione è particolarmente alto nei primi due anni dall’inizio della tossicodipendenza, ma permane per tutta la durata delle pratiche tossicomaniche. La trasmissione si verifica tramite lo scambio di siringhe, ma anche di materiali da taglio e per la preparazione della droga. Una sola iniezione è sufficiente per trasmettere l’infezione. Il rischio maggiore in questo contesto è l’acquisizione della infezione da HIV e dell’epatite B (in caso di non vaccinazione). Circa il 20% dei tossicodipendenti con epatite cronica C presenta anche infezione da HIV ed il 5% infezione da virus dell’epatite B. Sia l’infezione da HIV che quella del virus dell’epatite B accelerano la progressione della epatite cronica C verso la cirrosi. Le indicazioni al trattamento antivirale sono le stesse del soggetto non tossicodipendente, e le attuali esperienze dimostrano che il trattamento è attuabile con ottimi risultati se il soggetto è in trattamento sostitutivo stabilizzato da almeno 6 mesi.
  • Emodialisi: I pazienti con insufficienza renale cronica in dialisi hanno un rischio aumentato di contrarre il virus attraverso le apparecchiature ematiche.
  • Procedure mediche non sicure: Chi è stato trattato con mesoterapia o con agopuntura con aghi non personali e non monouso è a rischio.
  • Contrariamente ad altre epatiti virali, per l’epatite C non esistono fattori ambientali, tossici o alimentari implicati nell’insorgenza della malattia, a parte il consumo di alcolici che accelera lo sviluppo di fibrosi.

Diagnosi nell'Adulto e Importanza dello Screening

Il periodo di incubazione delle infezioni non verticali va da 2 settimane a 6 mesi. Nell'adulto, l'infezione acuta da HCV di solito non presenta sintomi (60-70% dei casi), altre volte si manifesta con ittero (colorazione gialla degli occhi e della pelle), feci chiare, stanchezza e poco appetito. Nella maggior parte dei casi, l’epatite C acuta evolve in infezione cronica.

Per diagnosticare l’epatite C si effettuano analisi del sangue per la ricerca degli anticorpi anti-HCV (che si positivizzano in media 8-12 settimane dopo l’infezione) e per misurare la carica virale (quantità di virus presente nel sangue) attraverso la ricerca dell’RNA di HCV mediante PCR (l’RNA virale è rilevabile già dopo 1-3 settimane dal contagio). La positività sierica degli anticorpi verso il virus dell’epatite C (HCV-Ab) indica che il soggetto è venuto a contatto con il virus, ma non necessariamente che è infetto: l’infezione è infatti definita dalla positività della ricerca diretta del virus (HCV-RNA). I test di funzionalità epatica mostrano un aumento delle transaminasi (ALT, AST), in particolare ALT. Dopo 6 mesi dall’infezione acuta, l’RNA HCV dovrebbe risultare persistentemente non rilevabile in caso di avvenuta clearance virale spontanea.

Lo screening è fondamentale perché permette di identificare le persone infette ed avviare subito la terapia, prima che l’infezione progredisca e causi danni epatici gravi.

Manifestazioni Extraepatiche dell'HCV

L'infezione da HCV non colpisce solo il fegato, ma può essere associata a diverse manifestazioni extraepatiche, tra cui:

  • Crioglobulinemia: In un terzo dei pazienti con infezione da HCV è rilevabile la presenza nel sangue di crioglobuline, ma solo nell’1-2% dei casi compaiono manifestazioni cliniche, caratterizzate da astenia, dolori artro-muscolari e petecchie agli arti inferiori. A queste possono associarsi disturbi neurologici come formicolii, perdita di sensibilità, dolore urente, perdita di forza agli arti inferiori e danno renale. Le manifestazioni sono dovute alla formazione di immunocomplessi che precipitano a temperature < 37°C.
  • Disfunzioni tiroidee: Possono riscontrarsi sia ipotiroidismo che ipertiroidismo e tiroidite di Hashimoto.
  • Sindrome sicca: È caratterizzata da secchezza della bocca e delle congiuntive per atrofia delle ghiandole salivari e lacrimali. Una correlazione tra sindrome sicca e l’infezione da HCV è riportata in percentuali variabili dal 10% al 50% dei casi di epatite C.
  • Porfiria cutanea tarda: È provocata da un deficit enzimatico (la uroporfobilinogeno-decarbossilasi epatica) e si manifesta con fragilità della cute, con formazione di vescicole e bolle.
  • Linfomi: È ipotizzata un'associazione tra HCV e alcuni linfomi non Hodgkin di tipo B a basso e medio grado di malignità, con interessamento extra-linfonodale e epatosplenico.

In sintesi, la gestione dell'epatite C, specialmente in età pediatrica, è un campo in rapida evoluzione. I progressi recenti, in particolare con l'introduzione dei DAA, hanno trasformato l'epatite C da una malattia spesso cronica e debilitante a una condizione curabile nella maggior parte dei casi, offrendo nuove speranze per i bambini e le loro famiglie.

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