Oltre il silenzio: Percorsi di elaborazione e supporto dopo l’interruzione volontaria di gravidanza

L’esperienza dell’aborto volontario rappresenta per molte donne, e per gli uomini che le affiancano, un momento di profonda rottura biografica. Tale scelta comporta inevitabilmente uno stato di dissociazione, un meccanismo psicologico necessario per gestire l’immediatezza dell’azione. Per procedere con l’interruzione di gravidanza, la mente è spesso indotta a pensare che si stia solo impedendo ad un piccolissimo insieme di cellule di svilupparsi ulteriormente. Questa razionalizzazione, sebbene funzionale nel momento della decisione, cede spesso il passo a una realtà emotiva diversa. Spesso è proprio quest’ultimo aspetto che emerge poi prepotentemente nei giorni e nei mesi successivi all’aborto e sembra non lasciare alla donna o alla coppia nessun’altra possibilità di pensiero. Il vuoto, la tristezza e un dolore silente iniziano a occupare lo spazio quotidiano, richiedendo una nuova forma di ascolto e di comprensione.

rappresentazione simbolica del supporto psicologico e dell'elaborazione del lutto

Il vissuto del lutto e il peso del senso di colpa

Queste emozioni e sensazioni fanno parte del processo del lutto. È una fase molto delicata, in cui la tristezza e la sofferenza sembrano travolgere le persone, rendendo difficile distinguere tra il dolore per la perdita e il peso della decisione presa. A questo vissuto si associa spesso il senso di colpa e l’idea di poter aver fatto una scelta sbagliata o eccessivamente influenzata da altre persone, da fattori esterni o da questioni che, col senno di poi, appaiono di non così importante rilievo. La complessità di questo stato d'animo risiede nella natura stessa della scelta: una decisione che, sebbene presa in un contesto di solitudine o paura, viene poi riletta attraverso una lente emotiva che ne amplifica il tormento.

Molti professionisti che operano in questo settore, come la psicologa Benedetta Foà, coautrice del libro “Maternità Interrotte”, lavorano da anni sulla cura delle cosiddette sindromi post-aborto. L’obiettivo primario non è quello di giudicare, ma di offrire uno spazio in cui la persona possa riprendere contatto con quella parte di sé messa a tacere. Assieme alla persona o alla coppia cerco di approfondire le ragioni che possono averli portati alla decisione di interrompere la gravidanza, cercando di inserire queste ragioni all’interno della loro storia personale e familiare. Ricercare le motivazioni della propria scelta è spesso molto doloroso ed anche difficile perché, col senno di poi, possono sembrare tutte motivazioni errate. È importante però per la persona riprendere contatto con quella parte di sé per recuperare il senso della propria scelta e per riattivare anche un proprio ruolo in prima persona nel prendersi cura di sé stessa e del proprio futuro.

Strumenti di elaborazione: simboli e narrazioni

Nella ricerca di una via d'uscita dal dolore, il ricorso a gesti simbolici può rivelarsi terapeutico. Il cercare di concretizzare i propri pensieri ipotizzando il possibile sesso del bambino o della bambina, pensando ad un eventuale nome e magari trovando un oggetto o un simbolo che possa rappresentarlo/a, può permettere di iniziare a definire i confini di questo grande dolore. Dare forma all'assenza è un passaggio necessario per non lasciare che il vuoto diventi un buco nero in cui perdersi.

Esistono oggi strumenti editoriali pensati per accompagnare questo percorso. Un esempio è il libro “Il divano blu”, un albo illustrato con il testo di Claudia Ravaldi e le illustrazioni di Chiara Cunati per CiaoLapo edizioni. Come recita la dedica presente nell'opera: “Ai nostri bambini mai del tutto perduti”. Anche figure come Antonello Vanni, docente di Lettere e perfezionato in Bioetica, hanno contribuito alla riflessione attraverso opere come “Lui e l’aborto”, sottolineando l’importanza di includere l’uomo in questo processo di elaborazione, poiché anch’egli può trovarsi a vivere uno stato di dissociazione e sofferenza profonda. Ricercare una nuova armonia personale, di coppia e/o familiare non vuol dire cancellare questo triste evento ma accettarlo come parte della propria storia, un po’ come quando si cade, ci si fa male, magari ci sanguina la ferita, ma un po’ alla volta la ferita si cicatrizza.

Perdita di una persona cara: come elaborare il lutto

L'importanza dei gruppi di ascolto e della rete di supporto

Per le donne che si trovano a dover affrontare questa realtà, la solitudine è spesso il principale nemico. Esiste un elenco di associazioni, centri di ascolto e professionisti che si occupano di sostenere le donne che hanno abortito volontariamente e vivono quotidianamente il dramma di una scelta dettata dalla paura e dalla solitudine. Associazioni come Ciao Lapo sono state tra le prime ad offrire assistenza alla donna, alla coppia e alla famiglia colpite da gravidanza a rischio, patologia fetale e morte perinatale, creando un precedente fondamentale nell'accompagnamento psicologico.

Parallelamente, diverse organizzazioni internazionali offrono supporto specifico. PSI (Postpartum Support International), ad esempio, in collaborazione con realtà locali, propone gruppi di supporto per le persone che hanno abortito. Con facilitatori qualificati, questo gruppo è uno spazio in cui le persone possono ricevere supporto emotivo senza pregiudizi. Questo tipo di approccio è “pro-voce”, il che significa che si tratta di uno spazio confidenziale per parlare apertamente delle esperienze di aborto, senza vergogna e stigma, al di fuori del dibattito politico e religioso. Sentimenti di felicità, tristezza, empowerment, ansia, dolore, sollievo e senso di colpa sono tutti comuni dopo un aborto, e poterli condividere in un ambiente protetto è il primo passo verso una reale guarigione.

La rete territoriale come presidio di vicinanza

Un’altra realtà cruciale in Italia è il servizio SOS Vita. La caratteristica principale di SOS Vita è la distanza: il volontario SOS non incontra la persona, ma cerca di creare un ponte verso un Centro di Aiuto alla Vita (CAV) di appartenenza territoriale, qualora ce ne siano i requisiti. Fondamentale è la rete di tutti i CAV nazionali, destinatari principali dei rapporti che il servizio SOS crea con gli utenti: ogni ente territoriale è un prezioso nodo di questa rete, indispensabili per la difesa della vita.

L’operatore SOS ascolta ed inizia una relazione di fiducia. Crea, pertanto, un contatto con il CAV locale, mantenendosi in contatto con l’utente fino alla reale presa in carico e possibilmente fino alla nascita del bambino. Lo scambio reciproco tra operatori, in sinergia, consentirà un accompagnamento multilaterale, arricchito ed arricchente. SOS Vita ricopre un punto di incontro decisivo, una sorta di confine tra l’offerta di un servizio, ascolto, risposte e un popolo di persone sole, iperconnesse ma isolate. Attraverso la non vicinanza fisica si riesce a creare il primo contatto tra sconosciuti che può portare ad una reale presa in carico. Le nuove sfide, le nuove domande ed esigenze in continuo cambiamento, richiedono all’operatore sempre nuove competenze ed un bisogno costante di aggiornamento, da qui la formazione obbligatoria, necessaria per diventare operatore ma anche durante il servizio attivo.

Sfide culturali e la necessità di un nuovo approccio al lutto

È innegabile che esistano forti resistenze culturali. Si osserva che una donna non dimentica come è stata trattata durante la sua gravidanza, al momento del parto e dopo. Paesi come la Spagna, l’Italia e la Grecia sono tra quelli che oggi mostrano la maggiore difficoltà culturale nell'approcciare il tema della morte, del lutto e del dolore legato alle interruzioni di gravidanza. Spesso, la società tende a rimuovere il dolore anziché accompagnarlo, lasciando le persone in uno stato di isolamento.

Questo fenomeno di rimozione è particolarmente evidente quando si parla di interruzioni per motivi medici o per aborti spontanei, dove la frase “non c’è battito, l’attesa si è interrotta” risuona come un verdetto insuperabile. Sono tante le donne che hanno dovuto sentire questa frase, poche parole, pesanti come macigni. Il messaggio che la comunità scientifica e le associazioni di supporto oggi cercano di trasmettere è chiaro: “Rispetta i tuoi tempi, non pretendere troppo da te stessa, non minimizzare il tuo dolore, non nascondere le tue emozioni e i tuoi vissuti”.

infografica sui passaggi per elaborare il dolore dopo una perdita

Per superare il senso di vuoto e di isolamento, per collocare questa esperienza devastante nella propria storia e trovare una rinnovata apertura alla vita e al futuro, è essenziale che le istituzioni e le associazioni lavorino in sinergia. Il Movimento per la Vita di Torino, ad esempio, si propone di promuovere la cultura della Vita a tutti i livelli, offrendo aiuti concreti che vanno ben oltre il semplice sostegno verbale, comprendendo assistenza materiale e psicologica per permettere alla donna di non sentirsi sola di fronte a una scelta o a una perdita. La sfida per il futuro consiste nel trasformare la cultura del silenzio e della colpevolizzazione in una cultura dell'ascolto attivo, dove ogni vissuto, per quanto doloroso, abbia lo spazio necessario per essere accolto e trasformato.

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