L’osservazione nei servizi per l’infanzia rappresenta molto più di un semplice esercizio di catalogazione dello sviluppo infantile; è, a tutti gli effetti, la bussola che orienta l’agire professionale dell’educatore. Spesso, nei contesti del nido, ci si imbatte in situazioni in cui gli educatori faticano a gestire bambini che, pur presentando uno sviluppo psicofisico considerato “tipico”, manifestano sul piano comportamentale reazioni che mettono a dura prova la tenuta emotiva dell’adulto. Quando l’educatore, all’interno dell’istituzione educativa, si trova in uno stato di difficoltà di fronte a tali manifestazioni, si parla di “disagio educativo” (Nicolodi, 2008).

Il disagio educativo è un fenomeno intrinsecamente soggettivo: è assolutamente possibile che, a fronte della medesima situazione o comportamento, un educatore percepisca un forte disagio mentre un altro non lo sperimenti affatto. Questo accade perché ogni operatore possiede lenti interpretative differenti, legate alla capacità di leggere il comportamento del bambino e di gestirlo con efficacia. Il superamento di questo senso di inadeguatezza passa necessariamente attraverso la consapevolezza che i segnali dei bambini - anche quando espressi sotto forma di comportamenti definiti “inadeguati” - sono messaggi che attendono di essere decodificati. Una volta compresi, essi richiedono risposte congruenti, capaci di trasformare una criticità in un’occasione di crescita relazionale.
L’osservazione come strumento operativo e filtro percettivo
Per analizzare correttamente queste dinamiche, è fondamentale definire l’osservazione non solo come un atto visivo o uditivo, ma come un processo intenzionale di “Guardare” e “Ascoltare”. L’osservazione nei servizi 0-3 anni è una procedura sistematica di raccolta dati, finalizzata a informare e sostenere l’azione educativa. Dal punto di vista delle educatrici, riflettere sulle funzioni dell’osservazione è di fondamentale importanza: essa serve innanzitutto a prendere decisioni pedagogiche consapevoli e a documentare il percorso di crescita.

L’osservazione agisce come un vero e proprio filtro percettivo. Poiché il singolo individuo può essere influenzato da pregiudizi, bias culturali, sociali o di genere, o cadere nel cosiddetto “effetto alone”, l’osservazione deve trasformarsi in un processo corale che coinvolge l’intero gruppo di lavoro. Il confronto tra colleghe permette di validare l’attendibilità di quanto osservato. In contesti particolarmente complessi o difficili da decifrare, una metodologia estremamente efficace consiste nella registrazione di un breve videoclip del comportamento, che viene poi rivisto e discusso in équipe per mitigare la soggettività del singolo e giungere a una lettura condivisa.
Il modello dei contenitori educativi: una griglia per leggere il comportamento
Un aiuto concreto per leggere i segnali di difficoltà comportamentale ci viene dal lavoro di Giuseppe Nicolodi, psicologo e psicomotricista, che da decenni opera all’interno delle istituzioni educative. Egli propone l’“ipotesi dei contenitori educativi”, un framework teorico e metodologico che funge da griglia osservativa. Grazie a questa lente, è possibile suddividere la giornata al nido in tre macro-categorie, all’interno delle quali i bambini esprimono le loro fatiche: i contenitori istituzionali, i contenitori didattici e i contenitori liberi.
I contenitori istituzionali: accoglienza, cura e separazione
I contenitori istituzionali comprendono i momenti topici della routine: l’accoglienza del mattino, il ricongiungimento, il cambio, il pranzo e il sonno. Si tratta di momenti di vita istituzionale in cui le attività da svolgere non sono scelte né dall’adulto né dal bambino, ma sono dettate rigidamente dalla vita dell’istituzione stessa. Tali attività sono le più vicine al ruolo materno; le fatiche dei bambini in questo ambito potrebbero derivare proprio dal fatto che l’educatrice, in questi momenti, agisce come una “non-mamma” che compie gesti intimi e quotidiani che solitamente appartengono alla sfera del caregiver primario.
Le difficoltà dei bambini - che spaziano dal rifiuto del pasto, alle crisi durante il cambio, fino alla sofferenza manifestata durante l’addormentamento - ci parlano di un processo faticoso di elaborazione delle emozioni collegate alla separazione. Una volta colto il significato di tale fatica, diventa imperativo aiutare i piccoli a “digerire” il vissuto emotivo legato al distacco. L’educatore deve offrire un “prestito psichico” (concetto caro a Nicolodi), rispecchiando il vissuto del bambino con frasi come: “Sei triste perché ti manca la mamma, lo capisco. Tutti i bambini fanno fatica a stare lontani dalla loro mamma, è normale. Sai cosa facciamo? Possiamo mandarle un bel bacio dalla finestra, così lei saprà che la stai pensando!”.
Ricordiamo le nostre routine con Carla - Nido Grandi
I contenitori didattici: la sfida del contenimento simbolico
I contenitori didattici sono i momenti in cui l’attività al nido è direttamente proposta, organizzata e diretta dall’adulto attraverso consegne precise. Qui, l’educatore propone una programmazione specifica, un pensiero organizzato e organizzante che richiede al bambino una condivisione di intenti. In questo contesto, l’educatore chiede al bambino di compiere un salto evolutivo: passare dal contenimento fisico tipico dei momenti di cura al contenimento simbolico, invitandolo a esplorare, conoscere e apprendere.
Se il bambino vive questo invito come una perdita o una deprivazione, può manifestare resistenze. Il piccolo, in questa fase, esprime spesso un dubbio sulla tenuta della relazione, come se ponesse una domanda silente: “Se io cresco, tu sarai ancora con me, oppure mi abbandonerai?”. Per sostenere il bambino che mostra fatica nei momenti didattici, è necessario fargli sperimentare la sicurezza che diventare grandi non implica la rottura del legame. L’educatrice deve rassicurarlo sulla stabilità della relazione, aumentando la qualità della presenza: affiancandosi a lui, supportandolo nell’esecuzione della consegna o semplicemente offrendo uno sguardo o un sorriso di conforto.
I contenitori liberi: la ricerca di struttura e orientamento
I contenitori liberi racchiudono i momenti in cui i bambini sono liberi di organizzare il loro gioco come preferiscono, sotto la regia dell’educatore che si occupa di strutturare il setting (spazio, tempo e materiali). In questi momenti, il bambino rivela la propria capacità di essere autonomo, di autoregolarsi e di interagire con i pari. Poiché qui la distanza fisica ed emotiva dell’educatrice è maggiore, emerge con chiarezza quanto il piccolo sia in grado di “funzionare” autonomamente.
Quando il bambino vive con sofferenza questi momenti, appare come se cadesse nel vuoto: si perde, disorganizza il proprio comportamento, vaga per la stanza, disturba il gioco degli altri o manifesta atteggiamenti aggressivi o regressivi. Queste modalità non sono altro che il segnale di un disagio profondo: il bambino si sente perso senza la presenza strutturante (il contenimento fisico e mentale) dell’adulto. In questo caso, l’intervento utile consiste nell’accorciare le distanze, fornendo senso, cornice e continuità al gioco del piccolo, restituendogli una bussola per muoversi nello spazio libero.

Integrazione operativa tra i contenitori
È interessante notare come i segnali di disagio si concentrino prevalentemente nei contenitori istituzionali e in quelli liberi. Al contrario, nei contenitori didattici, dove la presenza dell’educatrice è più diretta e fornisce una struttura chiara, le fatiche sono spesso meno accentuate. Questo suggerisce una strategia operativa di grande valore: l’adulto ha insito nel proprio ruolo uno strumento di lavoro trasversale. Rafforzare la relazione durante i momenti didattici, dove il bambino si sente più protetto e guidato, può diventare la chiave per gestire e prevenire le fatiche che emergono negli altri due ambiti.
Utilizzare i contenitori educativi come griglia di osservazione non significa trovare soluzioni magiche ai problemi, ma permette di leggere l’espressione del disagio come un messaggio d’aiuto diretto all’adulto. Decodificando questo messaggio, l’educatore può “reggere” la fatica del bambino, trasmettendogli un messaggio fondamentale: “Hai un problema? Non è un problema! Tu non sei un problema!”. L’osservazione, dunque, diventa un atto d’amore pedagogico, un processo di qualità che trasforma la difficoltà in opportunità, garantendo che le fatiche evolutive non si trasformino in blocchi permanenti per il bambino che cresce al nido.