Il cervello arcaico che conosce il parto altro non è che la nostra parte animale e istintuale, che condividiamo con gli altri mammiferi. Le istruzioni che ci dà il nostro cervello arcaico sono le medesime che l’istinto suggerisce agli animali selvatici. Può essere consolante sapere che gli animali condividono con noi la percezione dolorosa nel parto, cito da un sito di veterinaria. Solitamente già il giorno prima del parto l’animale inizia a cercare un luogo adatto per dare alla luce il proprio cucciolo, e può presentare sintomi come ansia, affanno, vomito e inappetenza. Guidate dal dolore, le femmine animali cercano un rifugio sicuro, nascosto e protetto dai predatori.

La dinamica del parto nel mondo animale: tra istinto e preparazione
La cagnolina di casa è incinta e l'emozione cresce giorno dopo giorno. Ma come gestire al meglio il momento della nascita? In questa guida aggiornata al 2026 troverai tutte le indicazioni mediche e pratiche per assistere la futura mamma, riconoscere le fasi del travaglio e intervenire in sicurezza. I segnali di una gravidanza in corso non sono immediati e variano da soggetto a soggetto. La durata della gravidanza canina è relativamente breve ma intensa. Sebbene il parto avvenga statisticamente intorno al 63° giorno, i cuccioli sono considerati vitali e a termine già dal 58° giorno.
La prima fase del parto, detta prodromica, è preparatoria: la cervice si dilata ma non ci sono ancora contrazioni visibili. Dura dalle 6 alle 12 ore (fino a 36 nelle primipare). Calo della temperatura rettale: è il segnale più affidabile. Quando inizia la fase espulsiva, i segnali cambiano radicalmente. Attenzione: se notate perdite di colore verde scuro o nerastro prima della nascita del primo cucciolo, è un'emergenza veterinaria (indica distacco placentare precoce). Il parto completo può durare da poche ore fino a 24-36 ore, a seconda del numero di cuccioli.
Stadio 1 (Dilatazione): 6-12 ore. Stadio 2 (Espulsione dei feti): Inizia con le contrazioni forti. Stadio 3 (Espulsione delle placente): La placenta viene espulsa solitamente 5-15 minuti dopo ogni cucciolo. La mamma mangerà le placente: è un comportamento istintivo normale, ricco di nutrienti, ma può causare diarrea nei giorni successivi. Generalmente la madre fa tutto da sola: rompe il sacco amniotico, recide il cordone e lecca il piccolo. Libera le vie aeree: usa una pompetta per aspirare delicatamente muco da naso e bocca. Stimola il respiro: friziona energicamente il torace del cucciolo con un asciugamano caldo e ruvido.
Concepito per vivere (documentario)
Sì, è molto frequente. L'attivazione del parto è legata a ritmi ormonali e circadiani che spesso innescano il travaglio nelle ore serali o notturne, quando l'ambiente è più tranquillo. Fonte di calore: i cuccioli non termoregolano nelle prime settimane. Una lampada a infrarossi (posta in alto, in un angolo, per creare una zona calda a circa 30°C e una zona più fresca) è l'ideale. Le razze piccole e toy (Chihuahua, Barboncino Toy, Volpino) richiedono attenzioni extra. Spesso hanno un bacino stretto rispetto alla testa dei feti, aumentando il rischio di distocia (parto difficile). Ipoglicemia e ipotermia: la madre e i cuccioli perdono energia e calore velocemente. Razze brachicefale: Bulldog francese, Carlino e Bulldog inglese hanno teste molto grandi e spesso necessitano di un cesareo programmato. Nelle taglie medie (Cocker, Beagle, Border Collie) il parto naturale scorre solitamente meglio, ma non bisogna abbassare la guardia. Le razze grandi (Labrador, Golden, Pastore Tedesco, Alano) fanno cucciolate numerose (anche 10-12 piccoli). Il parto in casa è un'esperienza meravigliosa, ma devi saper riconoscere quando le cose non vanno.
Il dilemma ostetrico: un'eredità biologica
Il cosiddetto dilemma ostetrico è un’apparente contraddizione evolutiva che può portarci a riflettere sul ruolo del dolore nella storia e nella cultura della specie umana. In gran parte degli esseri viventi la percezione del dolore è profondamente legata all’istinto di sopravvivenza. Gli stimoli corporei dolorosi sono una sorta di linguaggio con cui il cervello riconosce segnali di malattia o di pericolo e dà il via a reazioni di difesa dell’integrità. Si tratta di un collaudato meccanismo evolutivo, la cui conoscenza si è sviluppata a partire dall’Ottocento, di pari passo con lo sviluppo dell’evoluzionismo e della fisiologia come scienza sperimentale.
Se il dolore ha funzioni almeno in parte positive, è lecito domandarsi perché, allora, mettere al mondo un bambino comporti una sofferenza tra le più intense e temute. Per quale motivo, insomma, negli esseri umani il parto è così doloroso, anche se non è legato a una malattia bensì alla riproduzione, una funzione essenziale per la specie? Forse c’è qualche funzione “utile” per la nostra specie? Non si tratta di domande banali, tanto che la comunità scientifica ha attribuito al tema un nome: dilemma ostetrico. Decenni di teorie e di ricerche non hanno ancora sopito il dibattito, con cui si è cercato di individuare ipotesi sufficientemente plausibili, in grado di soddisfare la maggior parte degli studiosi.

Nel cuore del dilemma: facciamo un passo indietro. Negli esseri umani il parto è un’esperienza complicata ed estremamente faticosa, oltre che dolorosa. Anche per questo, fin dall’antichità le donne che partoriscono sono quasi sempre state aiutate da persone esperte in questo tipo di assistenza, per la sicurezza loro e del nascituro. Questo non accade nei parti di altri mammiferi: per esempio tra i primati non umani, spesso le madri partoriscono tranquillamente da sole e con minori difficoltà. Il perché di queste differenze è oggetto di studio da decenni. A coniare l’espressione “dilemma ostetrico” è stato l’antropologo statunitense Sherwood Larned Washburn negli anni Sessanta, nel corso di alcuni studi in cui ha paragonato lo sviluppo evolutivo della pelvi, la gravidanza e il parto negli ominidi e nei primati non umani. La testa dei neonati umani è piuttosto voluminosa rispetto a quella dei primati non umani, e questa differenza di dimensioni rende difficile il passaggio attraverso lo stretto canale e non rettilineo del parto. Per attraversarlo, i nostri cuccioli devono affrontare una rotazione, a differenza di quanto accade per altri mammiferi.
Adattamento evolutivo e compromessi biologici
L’arduo “gioco d’incastri” tra la testa e il corpo del nascituro e il canale del parto complica parecchio il momento del parto, che anche per questo è uno dei passaggi più pericolosi della vita di una donna e di un bambino. Secondo l’ipotesi del “dilemma ostetrico”, il problema sarebbe in parte dovuto alla postura verticale assunta, nel corso dell’evoluzione, dagli esseri umani. Secondo gli studiosi, sarebbe stato proprio il passaggio al bipedismo a richiedere ossa maggiormente in grado di offrire un sostegno adeguato al corpo, comportando però un restringimento del bacino negli esseri umani. Una delle conseguenze è stato un aumentato rischio di complicazioni per mamme e neonati.
Dall’altro lato, nel corso dell’evoluzione sono anche aumentate le dimensioni della scatola cranica dei piccoli di Homo sapiens, in parallelo con le cresciute capacità cognitive della specie. Tali dimensioni non potevano però eccedere le limitate possibilità di dilatazione del canale del parto. Anche per questo motivo gli esseri umani nascono molto immaturi, con un cervello che deve svilupparsi ancora a lungo dopo la nascita e perciò necessitano di tanto accudimento. Tenendo conto di questi fattori, la modalità del parto nella nostra specie sembra essere un compromesso della selezione naturale. I maggiori vantaggi evolutivi, offerti dalla deambulazione eretta e bipede e dalla crescita della scatola cranica, sono stati contemperati dai relativamente minori svantaggi di un parto complicato e doloroso e di una lunga fase di immaturità dei piccoli.
“Il risultato è stato: fermare la gravidanza a nove mesi, partorire cuccioli inermi con un cervello che cresce per due terzi dopo la nascita, una caratteristica solo nostra, e un parto molto pericoloso e doloroso”, spiega il filosofo ed esperto di teoria dell’evoluzione Telmo Pievani nel saggio “Il Male Detto” della giornalista scientifica Roberta Fulci (Codice edizioni, 2023), che in un capitolo affronta proprio il tema del dilemma ostetrico.
Neuroplasticità e complessità sociale
Il dolore del parto potrebbe dunque essere una delle conseguenze della nostra cosiddetta altricialità: la caratteristica dei cuccioli di alcune specie di essere particolarmente indifesi e non ancora completamente sviluppati quando vengono al mondo e nel primo periodo di vita. Una specificità che ha un costo piuttosto alto anche per altri aspetti. Per esempio, ai nostri bambini occorrono onerose cure parentali per un tempo estremamente lungo, mentre i neonati di molte altre specie, come moltissimi uccelli o gli scimpanzé, diventano quasi subito autosufficienti. Un altro adattamento della specie che si potrebbe essere affermato in parallelo con questi cambiamenti è la formazione di gruppi sociali, che tra le altre cose, avrebbero aiutato a difendere i piccoli immaturi dai predatori e da altre minacce.

Ma quali vantaggi evolutivi ne avremmo ricavato? Una plausibile conseguenza potrebbe essere stata la neuroplasticità, ossia la capacità dei neuroni, soprattutto nel corso del lungo sviluppo cerebrale, di sviluppare moltissime connessioni e di farne importanti selezioni. Dalla nascita in poi, ogni bambino entra infatti in contatto con il proprio ambiente e con gli individui che gli stanno attorno, imparando via via a conoscerli. Questi apprendimenti si imprimono, letteralmente, nelle connessioni che si formano via via tra le cellule nervose e che permettono lo sviluppo di determinate abilità e comportamenti. Nonostante la maturazione complessiva sia piuttosto lunga, l’apprendimento di singoli comportamenti, attraverso l’educazione, il gioco e l’imitazione, è decisamente veloce grazie alle nostre abilità cognitive. (Su WonderWhy, la storia di Donald Kellogg ci ha mostrato quanto gli esseri umani siano abili ad imitare.) “L’ipotesi è che i vantaggi della plasticità neuronale e dell’evoluzione culturale abbiano superato i costi di avere dei cuccioli inermi così a lungo nel gruppo”, commenta ancora Pievani.
Prospettive scientifiche alternative: il ruolo metabolico e genetico
Non sono queste le uniche ipotesi accreditate, anzi: sono molte le posizioni critiche così come i punti di vista alternativi o complementari rispetto al dilemma ostetrico. Alcuni scienziati, per esempio, hanno messo in discussione l’ipotesi che un bacino più stretto sia davvero vantaggioso per la deambulazione eretta, con tanto di indagini sull’energetica e la biomeccanica della locomozione umana. Altri hanno avanzato ipotesi sul possibile ruolo del dolore del parto: tra questi, c’è chi sostiene che esso esiste affinché la donna durante il travaglio chieda aiuto ad altri, aumentando grazie all’assistenza le probabilità di sopravvivenza propria e del bambino.
Un’ipotesi interessante è quella cosiddetta metabolica, formulata dalla scienziata Holly Dunsworth e colleghi. Secondo questa teoria, il fatto di esserci evoluti fino ad avere un cervello molto voluminoso e complesso avrebbe determinato un progressivo aumento della richiesta di energia, durante la gravidanza, da parte del nascituro: una notevole quantità di risorse metaboliche che ogni donna gravida deve mettere a disposizione. Dunque, un parto che avviene quando i piccoli sono ancora tanto immaturi sarebbe il massimo compromesso possibile, rispetto al già enorme investimento metabolico da parte della mamma nel corso della gravidanza.
Al di là delle ipotesi evolutive, sul dolore del parto ci si interroga anche sul perché esso possa presentarsi in modo così variabile, in termini di intensità, da donna a donna. Una delle possibilità è che ci siano in gioco l’anatomia e la genetica. Lo mostrano, per esempio, i risultati di uno studio pubblicati sulla rivista Cell Reports nel 2020. Nella ricerca sono state coinvolte alcune partorienti che non avevano chiesto l’anestesia epidurale nel corso del parto perché provavano relativamente poco dolore. Alcune di esse si sono rivelate portatrici di una rara variante genetica che sembra determinare una soglia del dolore molto superiore alla media. In particolare, il gene sarebbe coinvolto nella regolazione dell’eccitabilità dei cosiddetti nocicettori, i recettori del dolore, a livello uterino. Così si ridurrebbe la capacità delle cellule nervose di trasmettere segnali dolorosi al cervello, “come se si trattasse di un’epidurale naturale”, hanno osservato gli scienziati dell’Università di Cambridge autori dell’articolo.
L'istinto e la psiche: il "predatore" interiore
Chi dice che il predatore sta solo nella savana? Anche questa mamma ha incontrato il suo cacciatore/predatore! Quel potenziale pericolo (percepito tale non a livello razionale ma sicuramente dal cervello arcaico, deputato all’istinto e alla secrezione di tutti gli ormoni che regolano il parto!) in grado di rallentare o bloccare il suo travaglio! Il travaglio, come abbiamo più volte ripetuto nel corso dei vari articoli qui sulla rubrica, è regolato ed autoalimentato proprio da una cascata di ormoni secreti dal sistema libico, la parte del cervello più arcaica e sede dell’istinto, che ci contraddistingue come mammiferi e ci unisce ai nostri simili.
Più riusciremo a lasciare che prevalga, meglio progredirà il travaglio. Più “animalesche” saremo e meglio partoriremo. Attente quindi al predatore! Ma chi sono? Sono tanti e anzitutto dentro di noi, si annidano nelle nostre paure e debolezze delle quali si nutrono: per prima la sfiducia. Abbiamo paura di non essere in grado, di non avere i mezzi e di soffrire, perciò ci mettiamo nelle mani di qualcun altro e non contiamo che su esso (sia farmaco, che medico). Così facendo permettiamo ad altri di scegliere per noi, agire per noi, parlare per noi: ecco l’altro predatore, la delega. Ma non sempre la risposta migliore sta fuori di noi, anzi. Chi meglio di se stesso può conoscersi e agire/parlare/scegliere di conseguenza? Nessuno, assolutamente. Care future Mamme, cercate i vostri predatori e cercate dentro di voi la forza e gli strumenti per far loro fronte!
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