Giovanni Reale, Emanuele Severino e l’ontologia dell’embrione: una riflessione filosofica

L’indagine filosofica sulle origini della vita, e in particolare sulla natura ontologica dell’embrione, rappresenta uno dei banchi di prova più complessi per il pensiero contemporaneo. Attraverso il dialogo critico con la tradizione, da Aristotele a Giovanni Reale, fino alla rigorosa e spigolosa speculazione di Emanuele Severino, emerge l’urgenza di chiarire concetti che spesso, nel dibattito pubblico e bioetico, vengono utilizzati in modo acritico. Si tratta di interrogarsi non solo sulla biologia, ma sulla struttura stessa del senso dell’essere.

rappresentazione concettuale del legame tra filosofia, ontologia e biologia

Il divenire e l’aporia del nulla

Uno dei nodi gordiani della metafisica occidentale è la comprensione del "divenire". Come accade che un seme diventi pianta, o un embrione un uomo? La cultura comune tende a vedere questo processo come un passaggio dal non-essere all'essere, o viceversa. Tuttavia, la critica radicale di Emanuele Severino smonta questa impalcatura. Per Severino, la fede nel divenire - inteso come transito dal nulla all’essere - è la forma suprema del nichilismo. Se un ente nasce dal nulla, allora esso è, in ultima analisi, destinato a ritornarvi.

Questa visione si scontra con il concetto aristotelico di "potenza" (dynamis). Spesso si sostiene che l'embrione sia "uomo in potenza". Ma cosa significa, rigorosamente, questa espressione? Se l'embrione è solo "in potenza", allora esso, nell'istante presente, non è ancora uomo. Eppure, se il divenire è, come suggerisce la logica parmenidea riletta da Severino, un'illusione che occulta l'eterna presenza degli essenti, ogni tentativo di definire l'embrione attraverso la "potenza" scivola in una contraddizione insormontabile.

Il limite del paradigma della "potenza"

Il dibattito bioetico sull'embrione, che ha coinvolto figure di rilievo come Giovanni Reale e lo stesso Severino, si è spesso arenato sulla distinzione tra dynamis ed energheia. Reale, in un’ottica più vicina alla tradizione cristiana e alla visione del dono divino, ha spesso sottolineato la necessità di una "giusta misura" e di un rispetto sacrale per la vita. Tuttavia, per Severino, il richiamo alla potenza aristotelica per giustificare lo statuto dell'embrione è un "grandioso costrutto teorico della follia".

Emanuele Severino: Che cos'è la morte? Siamo destinati al nulla? Nichilismo, morte e destino

Analizziamo il punto cruciale: se diciamo che l'embrione è un "uomo in potenza", stiamo ammettendo che esso non è ancora uomo. Ma se è "potenza", esso è al contempo "non-uomo". La critica severiniana è tagliente: nell'embrione, inteso secondo questo schema, si uniscono necessariamente gli opposti (essere uomo e non esserlo). Se l'embrione fosse realmente "in potenza" ciò che diventerà, allora - per assurdo - la potenza dovrebbe includere anche la possibilità di non diventare uomo, aprendo la strada a derive ontologiche inaccettabili per chi difende l'identità dell'essere umano sin dal concepimento.

La struttura originaria e l’eternità dell’ente

Per superare queste aporie, Severino propone il ritorno alla "struttura originaria". In quest’ottica, l’essere è l’immediata unione dell’essere formale con gli enti. L’ente non "diventa" altro da sé, ma entra ed esce dal "cerchio dell’apparire". Quando un ente scompare alla vista, non cade nel nulla, ma permane nella totalità dell'essere.

schema astratto del cerchio dell’apparire e della permanenza dell’essere

Questa prospettiva sposta radicalmente il problema: l'embrione non è un "progetto" o una "potenza" che attende di realizzarsi nel tempo, ma un essente eterno che si manifesta nel tempo. La pretesa di gestire la vita e la morte attraverso la tecnica, basandosi su una visione in cui il nulla è la provenienza e la causa, è ciò che Severino definisce come il nichilismo dell'Occidente. La tecnica, che tenta di "salvare" l'uomo dal nulla, non fa che alimentare l'illusione di poter manipolare ciò che è già, in sé, eterno.

Filosofia, poesia e il deserto della vita

La tensione tra filosofia e poesia, che ha animato le lezioni e gli scritti di molti intellettuali contemporanei, trova qui un terreno fertile. Se la filosofia cerca di essere episteme (vero sapere) contro la mentalità comune, la poesia, fin dalle sue origini, abita lo sgomento di fronte al divenire. La "meraviglia" di cui parlavano Platone e Aristotele non è curiosità infantile, ma angoscia di fronte all'annientamento.

Mentre la metafisica classica ha cercato di rispondere a questo sgomento individuando cause e fini (Dio, la natura, il telos), la poesia - e in parte la filosofia del Novecento - ha preferito restare nell'aperto. Come osserva chi insegna filosofia nei licei, il legame tra queste due forme di sapere è profondo: entrambe nascono dall'esigenza di dare un senso all'accadere. Tuttavia, la filosofia severiniana, con la sua pretesa di verità assoluta, rompe questo equilibrio, sostenendo che l'angoscia del divenire è causata proprio dall'incapacità di vedere che tutto è già salvo.

Tra bioetica e orizzonti tecnologici

Le discussioni su fine vita, cellule staminali ed eugenetica, che hanno visto confrontarsi intellettuali come Bodei, De Monticelli e Mancuso, riflettono questa crisi di valori. Da un lato, c'è chi auspica un "nuovo umanesimo" che integri la tecnica in una visione razionale globale (Schiavone); dall'altro, c'è chi, come Reale, mette in guardia contro il primato del paradigma scientista, richiamando la sacralità della vita come dono.

In questo scenario, il contributo di Severino rimane una provocazione costante: finché il dibattito si svolgerà sul terreno della potenza (il "potere" dell'uomo sulla materia, o la "potenzialità" biologica dell'embrione), non si uscirà dalla logica del nichilismo. La vera questione non è decidere se l'embrione sia o meno una persona secondo schemi bioetici, ma interrogarsi sulla natura di quel "senso" che noi attribuiamo alla parola "uomo" in un mondo che ha smarrito la propria essenza eterna.

infografica sulle diverse posizioni filosofiche nel dibattito bioetico contemporaneo

La complessità del linguaggio di Severino, spesso definito ipertrofico o involuto, serve in realtà a proteggere il pensiero da quella "follia" della mentalità comune che, credendo nella nascita dal nulla e nella morte come annientamento, riduce l'intera esistenza a un gioco di ombre. Comprendere la posizione di Severino significa, dunque, affrontare il lutto per la fine della vecchia metafisica e guardare, forse per la prima volta, alla realtà dell'ente non come qualcosa che deve "diventare", ma come qualcosa che "è" irrevocabilmente.

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