Giovanni Puggioni e l’arte della Ninna Nanna in Sardegna: un viaggio tra memoria, lingua e tradizione orale

La culla della cultura sarda è da sempre intessuta di suoni ancestrali, melodie che si tramandano di generazione in generazione e che portano con sé il peso e la dolcezza di una lingua, quella sarda, capace di raccontare l'amore materno con una profondità unica. Tra le tante espressioni di questo patrimonio immateriale, la ninna nanna occupa un posto d'onore, fungendo non solo da strumento per conciliare il sonno, ma come vero e proprio veicolo di valori, desideri e preghiere.

Una culla tradizionale sarda in legno scolpito in una stanza antica

La natura orale delle ninne nanne in Sardegna

Forse da piccoli, prima di andare a dormire, le vostre mamme o le vostre nonne vi recitavano una preghiera o vi cantavano una dolcissima ninna nanna in lingua sarda? Questa domanda, che apre il dibattito su un tema tanto intimo quanto collettivo, ci porta al cuore di una tradizione che sta scomparendo. Molti ricordano frammenti, suoni onomatopeici come il vago "duruduruduru sa pippia", che risuonano ancora nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere cullato da queste melodie in limba.

La ninna nanna sarda non è un genere monolitico. Esistono varianti che spaziano dal campidanese al gallurese, dal logudorese alle espressioni più locali, come la versione ittirese di un duru duru campidanese. Queste filastrocche, benché spesso rifunzionalizzate come ninnananne, nascevano talvolta come canti "diurni", recitati tenendo i bimbi sulle ginocchia per intrattenerli (pro los appentare).

Le ninne nanne come espressione di desiderio e protezione

In Logudoro, la ninna nanna assume spesso i connotati di un augurio solenne. Quando una madre canta al proprio figlio, lo fa proiettandolo in un futuro di prosperità quasi irraggiungibile. Un esempio emblematico è il componimento che recita:"A ninnia a ninnia / rametto d'oro / neanche i figli del re / abbiano tante attenzioni / pannolini di broccato / e fasce tutte d'oro / dodici principi mori ti diano del 'voi' / reggenti e baroni / facciano un arcobaleno attorno / e mai nessun'altra persona / abbia queste attenzioni / grappolino d’uva / la ninnananna si avveri."

Qui, la madre augura al bimbo cose meravigliose e difficili da realizzare; quando da grande qualcuno raggiunge risultati sperati, in Sardegna si dice che quel bambino abbia ricevuto una "buona ninnananna".

Una donna sarda in costume tradizionale che canta vicino a una culla

Il legame con la spiritualità: La preghiera della notte

Il confine tra ninna nanna e preghiera è spesso labile. La "preghiera della notte", come quella recitata dalle signore di Ossi, è un esempio di come la protezione divina si intrecci con il riposo. "Su lettu meu est de battor contones / battor anghelos si bi ponent / unu in pes unu in cabitta / nostra segnora a costazos m'istat".

Queste orazioni, spesso definite "sogni della Madonna", fungono da scongiuro contro la paura e gli incubi notturni. Il dialogo tra il Figlio e la Vergine, in cui il bambino chiede "e itt'azis mama mia? sezis drommida o sezis ischidada?", rappresenta la sintesi perfetta tra l'intimità domestica e la fede profonda.

La Disisperada: tra serenata e ninna nanna

Un capitolo a parte merita la Disisperada (o Disispirata). Sebbene oggi venga talvolta confusa con una ninna nanna, le sue radici sembrano risalire al termine spagnolo despertar (svegliare). Originariamente, dunque, si trattava di una serenata. Tuttavia, nel tempo, il canto è stato caricato di sentimenti tristi, trasformandosi in qualcosa di più profondo.

Un esempio di questa bellezza struggente è il canto gallurese:"o dea di cieli / paldona si ti sciutani li canti / credimi, ca i la notti ti sciutae / un amantica a te vo' prumitì / d'amati cantu campa notti e dì / dormi be alla ninna alo' alò / deu lu be ti dia e mali no…"

Questi versi, spesso cantati con una grazia che va oltre il tempo, ci ricordano come il canto sardo sia un atto di resistenza contro l'oblio.

La Ninna Nanna di Natale: Celeste Tesoro

La tradizione non si ferma alle ninne nanne quotidiane, ma si estende al ciclo natalizio. Un esempio magistrale è "Celeste Tesoro", testo attribuito a mons. Bonaventura Licheri intorno al 1760. Questa ninna nanna a Gesù Bambino, cantata anche "a curba", è una profonda meditazione teologica e poetica:"Dromi vida e coru arriposa anninia / Celesti tesoru de eterna alligria / Dromi fillu amadu arriposa anninia / CELESTI TESORU / Celesti tesoru de s’anima mia / Dormi vida e coru riposa anninnìa."

In questo contesto, la ninnananna si fa corale, unendo la comunità nella celebrazione della nascita, dove la madre terra, rappresentata dalla Vergine, culla il Verbo Divino.

La conservazione della memoria orale

Il problema della perdita di queste tradizioni è reale. Come sottolineato da diversi studiosi e appassionati, non esiste una trasposizione scritta esaustiva di questo immenso repertorio. La lingua sarda, se non parlata, rischia di svuotarsi di significato.

"Purtroppo non c'è più nessuno o quasi che canti o reciti queste splendide ninne nanne o preghiere, e questo è un gran peccato perché la tradizione muore e i bambini perdono tutto il meglio dei nostri vecchi". La sfida, oggi, è quella di recuperare questi suoni, di far sì che non restino solo oggetti di studio accademico, ma tornino a vivere nelle case, nelle voci dei genitori, trasformando il silenzio in un nuovo, antico canto.

Un vecchio libro di spartiti sardi poggiato su un tavolo di legno

Ciò che rimane, al di là delle varianti linguistiche - che si tratti di un duru duru o di una ninna nanna logudorese - è il valore universale dell'atto: il desiderio di trasmettere amore, protezione e speranza attraverso la voce. La ninna nanna resta, in ultima analisi, il primo ponte tra l'individuo e la sua cultura, un legame che, sebbene fragile, continua a vibrare ogni volta che qualcuno si ferma ad ascoltarlo.

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