Giovanni Prati: Il Poeta del Sentimento, della Nazione e la Profondità di "La Culla"

In un'epoca di fervore spirituale e di profonda trasformazione nazionale, la voce poetica si eleva spesso come oracolo delle aspirazioni collettive. Quando l’anima delle moltitudini si agita cercando la sua parola, anche la voce degl’inconsci fanciulli può diventare un oracolo, così come una trepida voce di donna può farsi espressione manifesta di sentimenti e ideali. Non vogliate perciò maravigliarvi se qualcosa di somigliante oggi qui avviene: se in quest’ora fulgida d’ideal visione, mentre pensieri ed affetti, ricordi e fantasie ci assalgono tumultuosamente e c’infiammano il cuore, la voce che voi udite levarsi è una trepida voce di donna. Questo doveva dirsi, affine di giustificare il perché una Società di egregi concittadini, la quale col nome di Società d’abbellimento è sorta a promuovere nobilmente nella nostra città il decoro delle arti del bello, abbia desiderato che una parola diventasse oggi l’espressione più manifesta dell’idea e dei sentimenti che qui riuniscono a commemorare il glorioso figlio dell’arte e della terra nostra, Giovanni Prati.

Giovanni Prati, figura complessa e sfaccettata, si presenta come uomo e come artista, come figlio della terra e come figlio del cielo. La sua personalità è troppo varia in sé stessa, e anco discorde, perché possiamo con un rapido sguardo abbracciarla intera, e dirò pure, giusta il vero ammirarla. Il poeta che oggi si onora, non ci spinge a veder brillare il diamante colà dove lo incrostano tuttora le rocce, ma piuttosto a cercare il fuoco immortale che sublimò la sua vita ideale, piuttosto che le enimmatiche larve della sua vita reale. La figura del poeta ha diversi atteggiamenti, diverse fisonomie, e ciascuna è interessante, ciascuna merita uno studio particolare. La sua opera si colloca in un momento cruciale della storia italiana, riflettendo e plasmandosi nell'atmosfera del Romanticismo e del Risorgimento.

Giovanni Prati e il Panorama Romantico Italiano: Un'Era di Passioni e Ideali

Giovanni Prati, come scrisse il Carducci, fu «il rappresentante vero dell’ultima trasformazione del romanticismo». Egli si inserisce in una linea di continuità e di evoluzione rispetto alla prima generazione de’ romantici italiani, quella famiglia del 1818, che raggruppatasi intorno al focolare del Conciliatore, riguardava come suo padre, pel concetto dell’utilità morale e civile delle lettere, il Parini. Questa generazione aveva spiegate le sue vitali energie poetiche con la lira drammatica ed elegiaca, patriottica e religiosa del Torti, del Pellico, del Grossi, del Berchet, del Carrer e d’altri profeti dei nuovi tempi. Questi poeti, velati ancora della dolce mestizia virgiliana, meditavano gli oracoli dell’avvenire con lo sguardo intento alla tragedia medievale, all’immaginoso mondo cavalleresco, ai casti amori e alle grandi visioni della fede cristiana.

Era il genio del risorgimento, che sognava sull’alba gli ultimi sogni, veri come un vaticinio biblico; e si agitava oppresso dai fantasmi incalzanti di quell’ideale, che attraverso otto secoli di lotta fra la libertà e il despotismo, s’affrettava a compiere la sua marcia cruenta tra lo scoppio dell’armi e il grido de’ popoli, assunti finalmente alla civile coscienza della loro forza e de’ loro diritti. Il Manzoni aveva aperta un’êra nuova, deducendo per tre sorgenti perenni l’eterno vero nelle lettere e nella civiltà d’Italia, cui dopo la teologica visione di Dante non era più stato concesso un genio capace di consociare la terra al cielo. Al tempo del Manzoni, e dopo di lui, erano sorti a dar voci canore a tutti gli affetti, a tutte le mestizie, le speranze, le brame, le ire e le rivolte, le estasi e i presagi, che sempre più possenti agitavano l’anima italiana. Erano sorti a disfogare nel canto quella mazziniana veemenza di passioni e d’ideali, uno stuolo di poeti e grandi e minori, onde a nessuna regione d’Italia tacque il verso della libertà e della patria.

Giovanni Prati ritratto

Il coro augurale si levò, salutando nel suo natale epico la rivendicata indipendenza d’Italia. Se oggi, tendendo l’orecchio a quel coro, noi ci rappresentiamo tutta la vastità e la forza del latente conato di spiriti, che veniva maturando le sorti della nazione; se ripensiamo i repressi moti e le riardenti speranze, le dubbiezze e gli sconforti, la febbre dell’attesa, i taciti ardori della preparazione, e i sacrifizj e le lotte, e i delirj dell’apoteosi all’inceder trionfale degli eventi, che aveano alfine trovata la loro via; se noi, guardando a quel concitato e mirifico mondo, a parlar del quale sembra oggigiorno a taluno si parli di una mitologica impresa, vogliamo tuttora coglier nell’alto le voci de’ poeti, oh come nei più par divenuto ormai fioco il primitivo suono! Al grande poema, che il patriottismo italiano scrisse nella storia della civiltà, mancò e forse mancherà sempre la concezione immensa dell’epica fantasia. Ma perché quanto si spazia sotto il patrio cielo il grido fremebondo di quel momento eroico, perché non vediam noi spaziarsi vasta altrettanto l’ala degli estri lirici?

La voce del rapsodo trentino, Giovanni Prati, che quattr’anni prima delle cinque giornate avea sollevato in Milano l’entusiasmo di Cesare Correnti, e fatto balzar tutti i cuori giovanili in un’onda palpitante di pietà e d’amore narrando le sventure di Edmenegarda, proveniva da una regione d’Italia sino allora vergine di poeti creatori. Lì, la bellezza e la mestizia, la libertà e la forza dei monti davano ai nervi e al sangue del poeta la più schietta romantica tempra. Le mille spose, e le agonie di un’intera gente di prodi strappavano al cielo il consenso de’ fati eterni; e quegli stupendi baleni di concordia e di pace, che pareano aprire il paradiso sopra l’arca di Pio IX; e poi le dilacerazioni partigiane e gli odj settarj, le sconfitte magnanime e le inebriate esultanze trionfali: tutta questa cavalleresca impresa, senza pari nella storia, qualora non avessimo i versi del Prati, si andrebbe coprendo della nebbia silente, che ogni cosa umana, anche i fasti più gloriosi ravvolge, quando non raggia sovr’essi l’omerico sole dell’arte. O rimarrebbe almen priva di quelle vivaci colorazioni d’anima, che sino alle ultime stagioni della memoria umana serbano ai fatti storici l’immortal giovinezza della poesia. Poiché Giovanni Prati, come testimoniò Ferdinando Martini, fu veramente il poeta del risorgimento italiano.

Le Manifestazioni del Genio di Prati: Poeta Lirico, Nazionale e Romantico

Il genio del Prati si esprime in tre splendide manifestazioni: è poeta nazionale, poeta lirico, poeta romantico. Egli è poeta lirico per eccellenza, e stende le sue musicali penne per l’immenso universo della bella natura, de’ sentimenti umani, della fantasia e dell’ideale. Lirico per eccellenza, il Prati possedette in sommo grado la facoltà di astrarre da tutto l’universo visibile gli spiriti dell’armonia e della bellezza, che nascosti nel profondo cuore d’ogni cosa creata, parlano di là all’anima del poeta misteriose parole che intende egli solo, e ch’egli solo sa rivelare nel verso. Queste parole sono al tempo stesso pittura e musica, raggio fiammante e volo eccelso, un volo magnifico, levantesi dritto verso il sole, e che lanciato negli altissimi spazj, non ricade in terra giammai.

Nella storia dell’arte poetica vediamo concesso da natura che ben di rado questo volo lirico veemente e gagliardo, che sospeso nell’azzurro, più s’inalza e più s’inebria di luce, e mai non precipita, ma ascende roteando sempre più sublime, finché pare s’arresti in grembo alla nube sfolgorante, che cel toglie di vista come una divinità che s’inciela. Guai a chi volle cimentarsi a tal volo con ala inadeguata! Sarebbe come l’infinito con nervi d’acrofobo, che pochi palmi sopra il suolo vien preso dalle vertigini. Or bene, il Prati ebbe questo dono miracoloso delle ali canore aperte e ferme, che volan per l’aer, ma non già dal voler portate. Poiché la volontà e la ragione sembrano quanto mai si possa immaginare estranee all’ineffabile impulso di quel canto, ch’egli possiede come l’augello possiede il suo, ch’egli espande come espande la rosa le sue fragranze, ch’egli non medita, non elabora, non perfeziona applicando ad esso i canoni dell’arte. Piuttosto, lo lascia traboccare dal suo labbro in tutta la sovrabbondanza della vena, quale natura gliel’ha data, limpida e freschissima, brillante e sonora come le cascate che balzan giù deliziose pe’ verdi fianchi di quei suoi monti, ch’egli ha sempre negli occhi e nell’anima. Questo dono del suo canto è veramente miracoloso, non è una iperbole. Ed è così che anche il Carducci abbia chiamato un “miracolo di poesia” quella bellissima lirica intitolata Incantesimo, che è tra le gemme dell’Iside.

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Ma pure in quest’armonica danza d’immagini vestite di nugolette d’oro e d’ambre impalpabili, non v’è solo una folleggiante ridda di fantasmi bizzarri; il lirico movimento dell’ode non nasce solo da un’inconsapevole e irriflessiva concitazione dell’estro, no. V’è un pensiero, che balza fuori improvviso da impensate profondità mentali, quasi ripercotendo la voce dell’eterno Spirito, che dal sommo de’ cieli echeggia nelle viscere dell’abisso. Il poeta che sognava immortali abitacoli in grembo alle stelle, all’acque, ai venti, cogliendo nell’oblio della terra una sovrumana gioia d’amore, trapassa di repente dall’inebriata canzone al sospiro pensoso d’una solenne tristezza antica. La filosofia pessimista, che dall’India sacra scende pei secoli ad amareggiare perennemente il pensiero dell’umanità, non potrebbe trovare espressione più austera in più concettosa e scultoria armonia di verso. Quanti nelle liriche del Prati incontriamo di questi impensati subitanei trapassi, onde l’idea dalle vaporose chimere folleggianti pe’ ceruli laghi del sogno, può trasvolar d’un attimo alle eccelse vette della sapienza, e assumere la forma di prismatica densità dell’aforismo filosofico! Quella facoltà visiva strapotente, capace d’abbracciare con un giro d’occhio il poema dell’universo, facoltà propria solo de’ più grandi artefici della poesia, raggiunge qualche volta nel Prati una grandiosità di descrizione ariostesca. Egli, per la sua orfica virtù, ha nell’universo della sua fantasia un impero ben più felice che non i grandi poeti pensatori e gl’inarrivabili artisti della melopea, quali un Foscolo, un Leopardi, un Monti; ben più felice che non l’avesse la stessa incommensurabil mente filosofica di un Manzoni, poeta dell’infinito.

"La Culla" nel Cuore del Poeta: Affetti, Famiglia e l'Anima del Risorgimento

La poesia di Giovanni Prati è intrisa di una genuinità dell’eterno fanciullo, che sola fa mirabile l’universo; e possiede tenerissimo quel senso di pietà e d’amore, che tutto l’universo abbracciando, converte l’io del poeta nel tempio dell’umanità. Questo tempio è ora votivo di lacrime e d’inni e di consolati dolori, ora paradiso di sogni natanti per oceani di delizie alle rive della bellezza e della gioia. Tutto questo mondo, tutta questa vita interiore, grandeggia luminosissima sempre nella credente, amante, ingenua e schietta anima del Prati. Ed è ben questo il principio creativo sovrano, da cui nascerà la sua poesia originale più bella.

Da questa sensibilità profonda nascerà il canto patriottico, perché l’ideale della patria è nell’essenza sua più pura un ideale evangelico: carità verso il passato, sacrifizio del presente, fede nell’avvenire. E nascerà l’idillio vero, la poesia della famiglia, la più intimamente sentita, la più altamente umana, casta e serena, tenera e veneranda: quella che meglio d’ogni altra fa manifesta tutta la delicatezza e tutta la sensibilità, onde par che mille cuori battano nel cuore del vate. È in questo contesto che una composizione come "La culla" trova il suo significato più profondo. Quanti nasceste capaci di sentire questa poesia abbellitrice dei domestici affetti, potreste dire se un tripudio pensoso di madre che stringesi al petto il suo figliolino, potrebbe trovare un accento più carezzevole e più soave, più materno di questo, che udiamo commossi ricercarci l’anima dal commosso labbro del poeta.

Culla d'epoca

Il tema della culla, simbolo universale di nascita, protezione e affetto incondizionato, risuona con particolare intensità nell'opera di Prati. La sua vita personale, segnata dalla perdita della moglie nel 1840, vide i temi della morte della moglie e dell’affetto per la figlia ritornare frequentemente nelle sue liriche. Questo retroterra biografico conferisce alla "poesia della famiglia" non solo una delicatezza astratta ma una concretezza di sentimento vissuto, trasformando il dolore privato in espressione lirica universale. La "culla" non è solo un oggetto, ma un fulcro emotivo, il luogo sacro dove si manifesta l'amore più puro e disinteressato, la speranza per il futuro e la continuazione della vita. È in questo spazio intimo e protetto che l'anima credente, amante, ingenua e schietta del Prati trova una delle sue massime espressioni, un balbettìo d’infante che racchiude il mistero della vita e l'ineffabile tenerezza. L'invito a "salutare la sua culla" riferito al paese natio, Dasindo, evocato da don Lorenzo Guetti, non è solo un riferimento geografico, ma un'espressione metaforica di profondo rispetto per le origini e per la radice più autentica del sentire del poeta, la sua matrice intima e spirituale.

La poesia lirica è poesia universale, che tutte abbraccia e s’incorpora le varie specie e forme della poetica creazione, dall’inno al dramma, dall’elegia all’epopea. Prati, con il suo genio lirico inventivo, non presenta in sé alcun segno né di ereditario, né di composito, né di amalgamato. Di tutte le cose ch’egli mira e intende, non assorbe se non quello che viene spontaneo dal mar palpitante dell’essere ad accarezzare i suoi occhi e l’anima sua armoniosa. Egli non ha bisogno d’andare in cerca della bellezza; la bellezza dell’universo corre a lui da sé, desiosa ch’ei la contempli e le dia una loquela. "La culla" si pone in questo alveo di spontaneità e di verità sentimentale, offrendo un ritratto commovente e autentico di quell'amore che lega l'individuo alla propria discendenza e, in senso più ampio, alla propria terra e al proprio destino.

Il Percorso Biografico e le Sue Opere Maggiori: Dalla Fama alla Disillusione

Giovanni Prati ebbe un percorso di vita tanto ricco di avvenimenti quanto di travagli interiori. Studiò dapprima a Trento, poi, assai malvolentieri, legge a Padova, ma non arrivò alla laurea. In questo periodo, si tuffò nella vita goliardica, presentandosi come un individuo bello e poeta, ma debole di volontà e impreparato ad affrontare seriamente la vita, tanto da essere un marito infedele e leggero. La perdita della moglie nel 1840 segnò profondamente il suo animo, e, come accennato, i temi della morte e dell’affetto per la figlia ritorneranno frequentemente nelle sue liriche, dando spessore autobiografico a molte delle sue più intime espressioni.

Trasferitosi nel 1841 a Milano, vi pubblicò quello stesso anno il poemetto Edmenegarda, un'opera che consacrò definitivamente la sua fama di poeta. Già in Edmenegarda si manifestano con nettezza i due poli tra i quali oscilla l’opera pratiana: la poesia-musica, troppo spesso vaga sino all’inconsistenza, e la poesia-racconto e descrizione, che non rifugge dai particolari più concreti, umili e magari triviali. Questi aspetti avrebbero continuato a definire la sua produzione, suscitando ammirazione e, talvolta, critiche.

Illustrazione del Risorgimento Italiano

Il 1848 lo trovò a Padova, dove si distinse come propagandista di libertà, acceso e convinto fautore di Carlo Alberto. A causa di questo impegno, nel gennaio di quell’anno fu arrestato e confinato nel Trentino. Tuttavia, nel marzo era già a Venezia, donde il Manin non tardò a sfrattarlo come monarchico perturbatore. La sua instabilità politica lo portò anche a Firenze, dove era passato nel settembre, solo per essere sfrattato nuovamente come ostile al governo democratico. All’appassionato difensore di Carlo Alberto non restava ormai altro rifugio che Torino, e là nel dicembre Prati trasferì la sua definitiva residenza, chiudendo il primo movimentato periodo della sua vita. Con gli anni si vennero anche rarefacendo le burrasche sentimentali, finché seconde nozze con l’attrice drammatica Lucia Arnaudon gli ridiedero anche uno stabile centro familiare. A Torino, presso il Caffè Fiorio in via Po, frequentato tra gli altri anche da Camillo Benso conte di Cavour, Massimo D’Azeglio, Urbano Rattazzi, Gabrio Casati, Prati discuteva le sorti della neonata Italia, partecipando attivamente al dibattito culturale e politico dell'epoca.

Il primo movimento romantico, lombardo-piemontese, erede del Parini e seguace del Manzoni, aveva ormai compiuto il suo ciclo, né d’altra parte poteva appagare quel bisogno di fluido sentimentalismo che si era ormai largamente diffuso. Prati, pur raccogliendo l'eredità romantica, cercava nuove vie. Pensò dapprima addirittura a un’opera in 54 canti, nella quale avrebbe tracciato la poetica storia dell’umanità, e di cui pubblicò anche un declamatorio saggio (Ielone di Siracusa, 1852); poi ripiegò su più modeste posizioni. Di un Ermanno e Ricciarda pubblicò solo l’introduzione; compiuto invece apparve Rodolfo (1853). Sebbene il Rodolfo fosse concepito come un'opera importante, in cui il protagonista si muove di errore in errore verso la definitiva redenzione sul campo di battaglia, esso fu giudicato arbitrario e superficiale nella psicologia, gonfio e straripante nelle immaginazioni, e nel suo insieme un’opera mancata. Ciò nonostante, in esso si possono trovare "rarità di perle vere" mescolate a elementi meno riusciti.

Sopraggiunti gli eventi del 1859-60, Prati li celebra e commenta con canti, inni, satire di mediocre valore, nei quali si sente soprattutto l’influsso di Hugo e dei classici latini, che in questi anni il poeta va studiando con fervore, e con un altro poema, o piuttosto romanzo in versi, Ariberto (1860). All'interno di Ariberto, e in opere come Conte di Riga e Armando, il poeta volle ragionare, ma per questo non gli riuscirono pienamente, e furono condannati dalla critica, non a torto, come genere falso. In Armando, Prati si proponeva di studiare una “malattia morale”: il protagonista, diretta discendenza della stirpe dei Werther, degli Ortis, dei Rolla, di tutti gli eroi romantici delle varie letterature, è un inerte, un’ “anima estinta”, preda del tedio e della totale disillusione, il quale invano anela, nel suo lungo errare, a liberarsi dal “tarlo del pensiero”, che lo persuade della suprema inutilità di tutto: salvezza per lui non vi può essere che nella morte.

L’indifferenza con cui fu accolto questo suo massimo sforzo verso il grande poema, persuase forse Prati a rinunciare ad ulteriori tentativi. Era ormai un sorpassato, un disilluso. A volte acre o accorato, l’antica combattività gli si andava attenuando in un atteggiamento di amaro e sdegnoso distacco da tutto e da tutti, mentre sopravvivevano interi l’antico orgoglio e l’alta coscienza di sé che lo persuadono a rifugiarsi nella poesia, unica consolatrice. Questo distacco dal mondo vivo è ancora più profondo in Iside, dove ridicoli sono gli uomini che penano dietro a cose che una volta, sì, appassionavano anche il poeta, ma che ora egli vede bene come siano ombre. La stessa ballata di un tempo è ripresa, ma per ironizzare quel mondo cavalleresco nel quale aveva tanto poeticamente creduto. Nonostante questo e altri riconoscimenti ufficiali, visse gli ultimi anni immalinconito e spaesato, soffrendo per l’indifferenza sempre più generale, ma lavorando assiduamente a nuove opere. Giovanni Prati morì a Roma nel 1884. Sepolto a Torino, le sue ceneri furono poi trasferite nel paese natio, Dasindo, ricongiunto alla patria, quasi a sottolineare il legame indissolubile tra il poeta e le sue radici, il luogo della sua "culla" più autentica.

Riflessioni sulla Critica e la Durata dell'Opera Pratiana

La critica letteraria, nel valutare l'opera di Prati, si è spesso trovata di fronte a dilemmi complessi. Da un lato, le immagini per lo più si affollano sovrapponendosi e quasi sempre offuscandosi a vicenda, e il tenerume o languidume troppo insistente e diluito dispiacque a ragione anche allora, e tanto più dispiace al lettore odierno. Le “meste estasi” a lungo andare svelano la loro inconsistenza poetica e ancora i canti politici e patriottici non sempre si elevano dal convenzionale. Questa fu la base di molte delle riserve mosse alla sua produzione, specialmente per le opere che, come Rodolfo o Armando, tentavano forme più strutturate e razionali, ma che, per stessa ammissione del testo, "il poeta volle ragionare, e che perciò non gli riuscirono."

Manoscritto di Prati

D'altro canto, è tuttavia innegabile nel Prati un’ebbrezza di canto, che si comunica al lettore: comunicativa che è propria soltanto del vero poeta. Questa ebbrezza, questo slancio lirico puro e incontaminato, rappresenta la sua forza più grande e la ragione della sua duratura rilevanza. La sua poesia è l’espressione di una sensibilità fantasticante, cercatrice di sogni remoti dalla realtà quotidiana, incline a vedere nelle cose la presenza di una riposta operosa magia che non giova indagare né cercar di definire. Questa è la qualità che distingue il suo genio lirico da quello di altri grandi poeti-pensatori, che magari avevano idealità religiose, etiche o civili più definite, ma non quella spontaneità quasi orfica.

La sfida della critica è sempre stata quella di cogliere l'autentico stupore dinanzi alle conquiste dell’ingegno umano e alla varia operosità degli uomini, e, più suggestivamente, all’apparire di forme, luci, ombre e colori che l’occhio contempla per la prima volta, come se una nuova magia operasse nelle cose. Nel caso di Prati, si trattava di discernere tra l'ingegnosità che si esercita a freddo sulla metafora e mira all’argutezza, per dare apparenza di novità a temi e motivi ormai vieti, e un ansioso studio di un eloquio nuovo, che risponda alle esigenze espressive di un nuovo sentire. La vitalità del suo canto, la sua capacità di far traboccare la vena poetica "limpida e freschissima, brillante e sonora come le cascate," supera le obiezioni mosse alla strutturazione di alcune delle sue opere maggiori.

Nonostante il Croceanesimo avesse posto in risalto i limiti di certa poesia barocca e la reazione anti-secentesca avesse condannato un approccio all'arte troppo incentrato sull'ingegno e l'artificio, l'analisi del lirismo di Prati deve riconoscere la sua originalità e la sua forza intrinseca. La sua poesia, soprattutto quella più spontanea e meno "ragionata," continua a toccare corde profonde, specialmente quando si esprime negli affetti più intimi, come quelli evocati dal simbolo della culla. Il poeta, con la sua ineffabile tenerezza d’un balbettìo d’infante e il mistero che si disasconde ne’ taciti sospiri d’un labbro innamorato, ci lascia un’eredità di sentimento che, pur tra le fluttuazioni del gusto e della critica, mantiene la sua immortal giovinezza.

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