Giorgiana Masi: Anatomia di un mistero italiano

La storia dell’Italia repubblicana è costellata di zone d’ombra, momenti in cui la verità storica si frammenta in mille narrazioni divergenti, lasciando spazio a un dolore che non trova pace nelle aule di tribunale. Tra questi, il 12 maggio 1977 occupa un posto di drammatica rilevanza. È la data in cui una ragazza di diciannove anni, Giorgiana Masi, viene colpita a morte nel centro di Roma, al culmine di una giornata di scontri che avrebbe segnato indelebilmente la memoria collettiva di un decennio.

Piazza Navona e il centro di Roma militarizzati il 12 maggio 1977

Il contesto: Roma, 12 maggio 1977

Gli anni Settanta, spesso definiti genericamente come "anni di piombo", rappresentano un periodo di straordinarie conquiste civili e, contemporaneamente, di violenze devastanti. La giornata del 12 maggio 1977 si inserisce in questo clima teso. Il Partito Radicale aveva indetto una manifestazione per celebrare il terzo anniversario della vittoria referendaria sul divorzio e per raccogliere firme su nuovi quesiti. Tuttavia, il ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, aveva vietato ogni manifestazione pubblica a Roma, in seguito all'uccisione dell'allievo sottufficiale di Pubblica Sicurezza Settimio Passamonti, avvenuta il 21 aprile precedente durante gli scontri all'Università.

Il centro della capitale fu trasformato in una roccaforte, presidiata da 1.800 uomini delle forze dell'ordine. Nonostante il divieto, che di fatto sospendeva le libertà costituzionali nella città per un mese, i radicali non recedettero dall'intento di tenere un sit-in in piazza Navona. La città divenne teatro di una guerriglia urbana diffusa: lanci di ordigni incendiari, cariche di polizia e resistenze degli autonomi.

La dinamica dell'uccisione

Giorgiana Masi, studentessa del liceo "Pasteur", si trovava nel centro di Roma quel pomeriggio, accompagnata dal fidanzato. La ragazza voleva raggiungere i banchetti per le firme, cercando di svicolare tra i numerosi focolai di scontri che si propagavano tra piazza Navona e il Lungotevere. Verso le ore 20:00, Giorgiana si trovava nei pressi di ponte Garibaldi, verso piazza Belli e Trastevere, proprio mentre le forze dell'ordine avevano appena smantellato una barricata e stavano ingaggiando un confronto con i manifestanti.

In quel momento fatale, un proiettile blindato, sparato da notevole distanza, la raggiunse alla schiena. Soccorsa, Giorgiana morì durante il trasporto in ospedale. La scena, rievocata dai testimoni, appare surreale: una ragazza che scappa, un colpo secco, la caduta al suolo. Nessun bossolo, apparentemente, fu trovato nell'immediato.

Fotografia d'epoca delle forze dell'ordine schierate su ponte Garibaldi

Il dibattito sulla presenza di agenti in borghese

Uno dei punti più controversi dell'intera vicenda riguarda la presenza di agenti in borghese. Sebbene il ministro Cossiga, in una prima dichiarazione parlamentare, avesse negato tale circostanza, le prove fotografiche scattate dai reporter presenti sul campo raccontarono una storia diversa. In diverse immagini vennero ritratti individui in abiti civili armati, operanti tra le fila della polizia e dei carabinieri.

Di fronte all'evidenza delle immagini, il ministro ammise la presenza di tali elementi, sostenendo tuttavia che si trattasse di personale in servizio per segnalare reati, non tenuto a intervenire direttamente negli scontri. Questa versione, tuttavia, non convinse mai del tutto l'opinione pubblica né le parti civili, che vedevano in quelle presenze una gestione dell'ordine pubblico opaca e pericolosa.

Le indagini e le verità negate

L'inchiesta sulla morte di Giorgiana Masi fu un percorso tortuoso, caratterizzato da perizie balistiche contrastanti e testimonianze discordanti. Quando l'istruttoria fu chiusa nel 1981, la figura dell'avvocato Boneschi emerse come l'unica a subire conseguenze giudiziarie, venendo accusato di aver criticato l'operato del giudice istruttore. Le perizie della polizia furono messe in discussione dagli esperti di parte, che cercarono di dimostrare come la traiettoria del proiettile avesse origine proprio dal ponte occupato dalle forze dell'ordine.

Nel corso dei decenni, il caso Masi divenne un emblema di un’Italia che non riesce a fare i conti con le proprie ferite. Negli anni Novanta e duemila, nuove piste vennero esplorate: il nome di Fabrizio Nanni fu collegato a un'arma ritrovata, e dichiarazioni spontanee di criminali neofascisti come Angelo Izzo portarono ulteriori elementi di confusione.

12 maggio 1977 -2017 - 40 dall'assassinio di Giorgiana Masi

Le dichiarazioni di Francesco Cossiga

Le polemiche non si spensero neppure a distanza di decenni. In diverse interviste, l'ex ministro Francesco Cossiga ribadì la propria posizione, sostenendo di essere a conoscenza della "verità" ma di non volerla rivelare per non aggiungere dolore a chi era ancora in vita. Le sue tesi puntarono spesso verso il cosiddetto "fuoco amico", suggerendo che Giorgiana potesse essere stata colpita accidentalmente da colpi vaganti esplosi dagli stessi manifestanti o dal suo fidanzato, ipotesi sempre fermamente smentite dalla famiglia Masi e dagli esponenti radicali.

Cossiga sostenne inoltre di aver dovuto gestire una situazione di estrema tensione, dove le forze dell'ordine erano bersagliate e in grave difficoltà. Le sue dichiarazioni, spesso provocatorie, contribuirono ad alimentare il mito del complotto e la sensazione di un potere statale che, per proteggere la propria immagine o per coprire tragici errori, avesse preferito il silenzio alla verità processuale.

Memoria e eredità di un evento tragico

Ogni anno, il 12 maggio, in piazza Sonnino, si tiene una commemorazione per Giorgiana Masi. A distanza di tempo, la sua morte resta una ferita aperta. Nonostante la pubblicazione di inchieste giornalistiche e il tentativo di ricostruire le vicende tramite i documenti d'archivio, la mancanza di una verità giudiziaria condivisa rende Giorgiana Masi un simbolo della "generazione del '77" - una generazione che cercava nuovi spazi di espressione politica e che si scontrò con una realtà fatta di repressione, violenza diffusa e silenzi istituzionali.

L'impossibilità di giungere a una conclusione definitiva rende la storia di Giorgiana Masi non solo un dramma privato, ma un caso nazionale. È la testimonianza di come, in contesti di forte polarizzazione politica, l'accertamento della verità possa diventare un obiettivo irraggiungibile, vittima di reticenze, manipolazioni e del peso di un passato che continua a interrogare il presente senza ricevere risposte.

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