L'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia è un tema complesso, fortemente influenzato da disparità regionali e dalla persistenza dell'obiezione di coscienza, che rende la ricerca di strutture adeguate una sfida per molte donne. Sebbene la Legge 194 del 1978 abbia depenalizzato e reso legale l'aborto, garantendolo entro i primi 90 giorni di gestazione e ammettendolo oltre tale termine solo in casi di grave pericolo per la vita della donna o di anomalie o malformazioni del nascituro, la sua piena attuazione incontra ancora ostacoli significativi. Ogni struttura sanitaria, secondo la legge, avrebbe il dovere di assicurare gli interventi di IVG, e spetta alla regione controllarne e garantirne l'attuazione, anche attraverso la mobilità del personale. Tuttavia, quarantasei anni dopo l'entrata in vigore della legge, queste garanzie rimangono spesso solo sulla carta.

La Sfida dei Dati e l'Obiezione di Coscienza
I dati ministeriali sull'applicazione della Legge 194, sebbene aggiornati, non sempre consentono di inquadrare correttamente il fenomeno. L'ultima relazione del Ministero della Salute al Parlamento, contenente i dati del 2021, evidenzia come la percentuale di obiettori di coscienza sia elevata a livello nazionale: il 63,4% dei ginecologi, il 40,5% degli anestesisti e il 32,8% del personale non medico. Questo significa che quasi sette medici su dieci non praticano l'IVG. Sebbene rimanga un margine di medici non obiettori a cui rivolgersi, questa disponibilità non è uniforme in tutte le regioni e strutture sanitarie, rendendo complicato per molte donne accedere al servizio.
Le autrici della ricerca "Mai Dati", Chiara Lalli e Sonia Montegiove, hanno ottenuto informazioni tramite richieste di accesso civico, rivelando che nel 2021 ben 72 ospedali avevano tra l'80% e il 100% di obiettori. Ventidue ospedali e quattro consultori registravano il 100% di obiezione tra medici ginecologi, anestesisti, infermieri e operatori socio-sanitari. Questi dati, se resi aperti, hanno un significato più profondo, permettendo alle donne di scegliere in quale ospedale recarsi.
L'Interruzione Volontaria di Gravidanza in Sicilia e nella Provincia di Messina
La Sicilia, in particolare, presenta un quadro critico per quanto riguarda l'accesso all'IVG. L'85% dei ginecologi è obiettore, una percentuale che raggiunge il 100% in 26 strutture dell'isola, come evidenziato dal rapporto di Medici del Mondo "Aborto farmacologico in Italia". Questo studio ha anche rivelato che a Catania l'IVG farmacologica non è disponibile in nessun ospedale, mentre a Messina la situazione è marginalmente migliore, con una sola struttura nell'intera provincia che offriva questo specifico servizio al momento della rilevazione. Nel 2021, la pillola Ru486 era stata somministrata solo nel 23,4% dei casi in Sicilia. L'isola si è inoltre distinta per la difficoltà nel reperire dati completi, con solo una delle nove ASL che ha fornito informazioni nonostante i solleciti.

Nonostante queste difficoltà, la legge italiana prevede che tutti gli ospedali debbano essere attrezzati per praticare l'interruzione di gravidanza, almeno fino alla dodicesima settimana. La teoria, tuttavia, si scontra con la pratica dell'alto tasso di obiettori di coscienza che compromettono la concreta fruibilità del servizio. L'Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato per la prima volta un elenco ufficiale delle strutture pubbliche o convenzionate che praticano aborti, fornendo uno strumento in più per le donne.
Strutture Accreditate per l'IVG nella Provincia di Messina
Gli elenchi pubblicati da enti come il Servizio Sanitario Regionale, distinti per provincia, contengono la lista delle strutture private accreditate con il Servizio sanitario regionale. Al fine di semplificare la ricerca delle strutture per tipologia di prestazioni erogate, tutte le strutture sanitarie di una provincia sono riportate in un unico elenco, ivi comprese le strutture di Medicina di laboratorio aggregate, identificate dalla dizione "Medicina di laboratorio - Aggregazione" nella colonna "Attività".
Per quanto riguarda specificamente la provincia di Messina, le informazioni più aggiornate disponibili, basate sui dati del 2023 e pubblicati dall'ISS, indicano che l'Azienda Ospedaliera Universitaria G. Di Martino di Messina ha effettuato 340 interruzioni volontarie di gravidanza, di cui 150 sono state farmacologiche, utilizzando la Ru486. Questo dato, pur rappresentando l'unica struttura elencata per la provincia di Messina nel corpus dei dati più recenti, evidenzia la concentrazione dei servizi e la necessità di una maggiore capillarità.
La Legge 194 e i Tentativi di Limitazione
La Legge 194, frutto delle lotte dei movimenti femministi, è stata definita un compromesso parlamentare. Non ha esplicitamente sancito il diritto all'aborto né ha garantito pienamente l'autodeterminazione della donna. Anzi, ha fornito uno strumento per limitarne la portata: l'obiezione di coscienza. Nonostante ciò, la legge è stata pensata per garantire l'accesso ai servizi.
Negli anni, sono emersi numerosi modi, talvolta legittimati e promossi da governi e amministrazioni regionali, per impedire l'autodeterminazione delle donne. Queste pratiche includono la dissuasione dalla scelta di abortire, l'obbligo di percorrere chilometri prima di riuscire a farlo, o peggio, l'obbligo di ascoltare il battito fetale o di vedere l'immagine dell'ecografia. Questi approcci, spesso supportati da politiche regionali che privilegiano associazioni antiabortiste o limitano l'accesso a metodi come l'aborto farmacologico, creano ulteriori barriere.
Aborto Farmacologico: Sicuro ed Efficace ma Spesso Limitato
L'Organizzazione Mondiale della Sanità considera l'aborto farmacologico un metodo «sicuro ed efficace». Tuttavia, la sua disponibilità e applicazione variano considerevolmente. Nelle Marche, ad esempio, è praticato solo fino alla settima settimana di gestazione, a fronte di una possibilità legale fino alla nona e di linee guida internazionali che lo prevedono fino alla dodicesima. In Sicilia, come detto, la disponibilità è estremamente limitata. Solo tre regioni - Lazio, Toscana ed Emilia Romagna - garantiscono la somministrazione della Ru486 in consultorio, dove l'aborto farmacologico è il metodo prevalente.
Migrazione Sanitaria e la Necessità di Dati Aperti
La carenza di strutture e personale non obiettore porta a una migrazione sanitaria, con donne costrette a spostarsi in un'altra provincia o regione per cercare personale non obiettore. Si stima che ciò accada in almeno il 20% dei casi. La mappatura dei servizi offerti da associazioni come Laiga è fondamentale per migliorare l'accesso a questo servizio sanitario, fornendo alle donne informazioni aggiornate e precise, poiché i servizi sanitari cambiano frequentemente a seconda del personale e delle politiche interne alla struttura. La disponibilità di dati aperti e dettagliati è cruciale per permettere alle donne di esercitare la propria libertà di scelta in modo informato e sicuro.

La situazione nella provincia di Messina, come nel resto della Sicilia e in molte altre regioni italiane, evidenzia una persistente discrepanza tra il diritto sancito dalla legge e la sua effettiva applicazione sul territorio. La continua opera di sensibilizzazione, la raccolta dati e la difesa dei diritti delle donne da parte della società civile rimangono essenziali per colmare questo divario e garantire un accesso equo e sicuro all'interruzione volontaria di gravidanza.
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