Giampaolo Zancan: Una vita tra impegno civile, diritto e difesa della legalità

La figura di Giampaolo Zancan si staglia nel panorama giuridico e politico italiano come un esempio di coerenza, dedizione al diritto e coraggio civile. La sua carriera, che spazia dall’impegno nei processi più complessi della storia repubblicana alla militanza parlamentare, riflette una concezione della professione forense intesa come baluardo della democrazia e della legalità. Analizzare la sua traiettoria significa immergersi in un’epoca di grandi tensioni, dove il ruolo dell’avvocato è stato messo a dura prova non solo sul piano etico, ma anche su quello dell’incolumità personale.

Ritratto di Giampaolo Zancan in aula di tribunale durante gli anni di piombo

Le origini e la formazione accademica

Il percorso di Giampaolo Zancan affonda le radici in una solida base culturale torinese. Dopo aver completato gli studi classici presso l'Istituto Sociale, prestigioso liceo gestito dai gesuiti di Torino, Zancan ha intrapreso gli studi universitari presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. Qui, egli ha sviluppato una sensibilità particolare per le dinamiche sociali e i diritti dei lavoratori, culminando nel conseguimento della laurea con una tesi dedicata al diritto del lavoro.

Questa scelta accademica non è stata casuale, ma ha rappresentato il preludio a una carriera improntata alla difesa dei diritti fondamentali. Divenuto avvocato penalista, Zancan ha saputo coniugare la tecnica procedurale con una profonda visione etica, distinguendosi presto per la capacità di affrontare cause che richiedevano non solo competenza giuridica, ma anche una spiccata indipendenza di giudizio.

L’impegno nelle lotte per l’obiezione di coscienza

Prima di giungere alla ribalta delle cronache per i processi legati al terrorismo, Zancan si era già distinto per il suo impegno a fianco di movimenti che sfidavano le norme vigenti in nome di principi etici superiori. A partire dal 1972, infatti, ha collaborato con figure di spicco dell’avvocatura torinese - tra cui Maria Magnani Noya, Bianca Guidetti Serra, Fulvio Gianaria e Bruno Segre - per difendere gli attivisti del Movimento Internazionale di Riconciliazione e del Movimento nonviolento.

Manifestazione di attivisti per l'obiezione di coscienza negli anni '70

Il processo in questione, che vedeva gli imputati accusati di vilipendio alle Forze Armate e alla bandiera nazionale, nonché di istigazione dei militari a disobbedire alle leggi, rappresentò una pietra miliare nel dibattito sul riconoscimento dell'obiezione di coscienza al servizio militare in Italia. In quell'occasione, Zancan dimostrò come il diritto potesse essere utilizzato non solo per applicare la legge, ma per sollecitarne l'evoluzione verso standard di maggiore civiltà e rispetto per la libertà di coscienza.

Il Processo alle Brigate Rosse: una prova di democrazia

Il momento di massima tensione nella vita professionale di Giampaolo Zancan è senza dubbio legato al processo alle Brigate Rosse, avviato a Torino nel 1976 e conclusosi nel giugno 1978. Si trattò di una vicenda procedurale estremamente complessa e pericolosa, che rischiò di subire un arresto definitivo a causa dell'impossibilità di reperire un numero sufficiente di difensori d'ufficio. Gli imputati, infatti, rifiutavano ogni assistenza legale e minacciavano di morte chiunque avesse osato accettare tale incarico.

La situazione divenne drammatica quando l'avvocato Fulvio Croce, presidente del Consiglio dell'Ordine, si assunse l'incarico, firmando con ciò la sua condanna a morte. Questo tragico evento scosse profondamente l'ambiente forense, costringendo ogni avvocato a una riflessione profonda sul senso del proprio mestiere.

Come ricordato dallo stesso Zancan, fu necessario giungere a una situazione limite per completare il collegio difensivo: «Occorrevano una ventina di difensori d’ufficio. Si era arrivati a 16 o forse 18, con una notevole fatica, perché i rifiuti da parte degli avvocati non furono pochi, circa centocinquanta. A quel punto vennero indicati, ultimi due difensori d’ufficio, Bianca Guidetti Serra e il sottoscritto, essendo entrambi già inseriti nel processo come difensori di fiducia».

Il dilemma etico e il turbamento morale

La decisione di accettare l'incarico non fu dettata da leggerezza, ma da una profonda consapevolezza del dovere deontologico. Zancan ha raccontato di come i dubbi iniziali fossero stati fugati da un evento tragico: «Noi avevamo qualche dubbio, che venne fugato quando la mattina della ripresa del processo arrivò in aula la notizia che era stato ucciso Rosario Berardi, un maresciallo di polizia che conoscevamo bene, uno che ci aiutava in tutte le varie incombenze processuali. Ne fummo veramente turbati e Bianca disse: “Ci stanno ammazzando dentro di noi”. Capimmo che non potevamo tirarci indietro».

Aula di tribunale con i banchi della difesa e dell'accusa

Dal punto di vista della deontologia professionale, si delineavano due tesi contrapposte. La prima, sostenuta da una parte dell'opinione pubblica e della politica, suggeriva una partecipazione puramente formale: essere presenti ma non fare nulla, mantenendo un "processo simulacro" senza contatti con gli imputati. La seconda tesi, cui aderì Zancan, sosteneva l'obbligo di garantire il rispetto del rito e delle regole processuali. «Non potevamo stare lì come simulacri, ma dovevamo garantire il rispetto del rito e delle regole processuali. Gli imputati poterono fare domande a una parte offesa e poterono presentare dichiarazioni e proclami. Garantimmo il loro diritto di parola, che pure era una parola aberrante».

La gestione della paura e il valore della presenza

Alla domanda se avesse avuto paura, Zancan rispondeva con estrema onestà, sottolineando il clima di terrore che avvolgeva quegli anni: «Si può dire che ogni settimana ne ammazzavano uno: era difficile non aver paura. Io non pensavo al rischio solo perché ero giovane. E quando si è giovani…».

Tra i ricordi più vividi dell'avvocato, spiccano l'ironica bonomia con cui Fulvio Croce gestiva i momenti drammatici e la fermezza del presidente Gabri, che accettò di proseguire il processo nonostante le minacce. Un altro momento indelebile fu l'arrivo in tribunale di Adelaide Aglietta, accompagnata da decine di donne con fiori bianchi, per accettare la candidatura a giurato popolare, atto decisivo per la tenuta istituzionale del processo.

Piemonte Memoria n. 3 - Torino di Piombo, gli anni drammatici del terrorismo

Infine, Zancan rievocava con emozione la lettura dei nomi degli avvocati d'ufficio che accettarono l'incarico: «Man mano che venivano pronunciati, uno a uno ci si alzò in piedi, con un gesto spontaneo, assolutamente non concordato, un modo per dire: “Siamo qui. La legge ci ha dato questo posto e noi siamo liberamente rimasti”».

L'impegno politico e istituzionale

Dopo una lunga carriera dedicata alla professione forense, Giampaolo Zancan ha esteso il suo impegno al servizio delle istituzioni. Alle elezioni politiche del 2001, è stato candidato da L'Ulivo nel Collegio uninominale di Torino 3 per il Senato. Il consenso ottenuto, pari al 42,7% dei voti, gli ha consentito di essere eletto senatore della Repubblica.

A Palazzo Madama, Zancan ha aderito alla Federazione dei Verdi, portando con sé il bagaglio di esperienze maturate nelle aule di giustizia. È stato membro della Commissione Giustizia, ricoprendo il ruolo di vicepresidente. Questo passaggio dalla difesa tecnica alla legislazione ha rappresentato una naturale evoluzione del suo percorso, permettendogli di contribuire attivamente alla scrittura delle norme, sempre con l'obiettivo di bilanciare la tutela dei diritti individuali con la necessità di una giustizia efficace e democratica.

La deontologia come bussola costante

La carriera di Giampaolo Zancan illustra un principio fondamentale: l'avvocato non è un complice del proprio assistito, né un semplice funzionario della legge, ma una garanzia vivente che il processo sia, appunto, un processo e non una vendetta di Stato. La sua esperienza durante il processo alle Brigate Rosse rimane un punto di riferimento per chiunque si interroghi sulla tenuta delle istituzioni democratiche nei momenti di crisi.

La capacità di mantenere la lucidità di fronte alla minaccia fisica, unita alla fermezza nel difendere il diritto di parola anche per chi propugnava ideologie violente, definisce il profilo di un professionista che ha saputo elevare la propria missione ben oltre il confine del singolo mandato difensivo. La storia di Zancan non è solo cronaca giudiziaria, ma un capitolo fondamentale della cultura democratica italiana, dove il rispetto delle regole è emerso come l'unico antidoto possibile contro la barbarie e l'arbitrio.

Interno di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica italiana

Il suo percorso accademico, l'impegno civile per l'obiezione di coscienza e l'attività parlamentare si intrecciano in un unico filo conduttore: la convinzione che il diritto sia lo strumento più nobile per regolare i conflitti umani. Anche nel momento in cui la professione rischiava di essere annientata dalla violenza politica, Zancan ha saputo rispondere con la presenza, la parola e l'adesione rigorosa ai codici che regolano la convivenza civile, confermando che, anche nelle fasi più buie della nazione, la legge può rappresentare un faro capace di illuminare la strada verso la giustizia.

tags: #giampaolo #zancan #aborto