Il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia ruota da decenni attorno alla legge 194 del 1978, una norma che, pur essendo pienamente in vigore, è oggetto di letture, interpretazioni e prassi applicative profondamente divergenti tra le diverse forze politiche. Quando non scelgono il silenzio sull’aborto, i partiti sono apparentemente tutti d’accordo sulla legge 194 che regola le interruzioni volontarie di gravidanza: ne va garantita la piena applicazione. Lo scrivono nei loro programmi +Europa, l’Alleanza Verdi Sinistra, il Pd e anche Fratelli d’Italia. Non Impegno civico, né Azione-Italia Viva, né Lega, né Forza Italia, che invece sull’argomento semplicemente tacciono.

La dicotomia interpretativa sulla "piena applicazione"
Il concetto di "piena applicazione" non è univoco. Per Fratelli d’Italia, in particolare, piena applicazione significa insistere sulla «prevenzione» degli aborti e istituire «un fondo per aiutare le donne sole e in difficoltà economica a portare a termine la gravidanza». Quando parla di piena applicazione della legge 194, dunque, FdI allude alle misure che possono scoraggiare il ricorso all’aborto. La legge 194 del 1978 stabilisce invero che le istituzioni promuovano «i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite» e che i consultori familiari contribuiscano «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza».
Al contrario, la piena applicazione della legge 194 a cui fanno riferimento +Europa, Alleanza Verdi Sinistra e Pd, riguarda invece il «riconoscimento dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne» e la rimozione degli ostacoli che impediscono l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (ivg), primo tra tutti l’alto tasso di obiettori di coscienza.
L’impatto dell’obiezione di coscienza sul servizio sanitario
In Italia, la maggioranza dei ginecologi ospedalieri si rifiuta di praticare aborti per motivi di coscienza. Secondo l’ultima Relazione del Ministro della salute gli obiettori sono il 64,6% a livello nazionale, con percentuali che variano molto da regione a regione. Per le autorità italiane ufficialmente non è un problema: da oltre quarant’anni il Ministero della Salute nella sua analisi annuale dei dati conclude puntualmente che l’alto tasso di obiezione non pregiudica l’applicazione della legge 194.
Tuttavia, istituzioni super partes sono arrivate a conclusioni diverse. In due occasioni, nel 2014 e nel 2016, il Comitato europeo dei diritti sociali ha stabilito che l’Italia viola i trattati internazionali perché non garantisce il diritto all’assistenza sanitaria per quanto riguarda l’aborto, visto che il servizio è di fatto limitato dalla presenza di un numero troppo alto di medici e personale sanitario obiettore. Anche il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2017 ha criticato le difficoltà di sottoporsi alle ivg legali in Italia.
Uno studio della professoressa Letizia Mencarini, demografa dell’Università Bocconi di Milano, conferma le difficoltà per le donne: più è alta l’obiezione di coscienza, più le donne si spostano fuori provincia e fuori regione e hanno tempi di attesa più lunghi per abortire. Questa mobilità è maggiore di quella che si riscontra per altri tipi di assistenza sanitaria e permane nonostante il fatto che il tasso di aborto in Italia sia molto basso rispetto agli altri Paesi europei.

L’innovazione dell’aborto farmacologico
Nell’agosto del 2020 il ministro della Salute Roberto Speranza ha emanato le nuove Linee di indirizzo sull’ivg che ampliano l’uso dell’aborto farmacologico. L’aborto farmacologico è molto meno invasivo rispetto a quello chirurgico: prevede l’assunzione di una prima pillola che provoca l’interruzione della gravidanza e poi, al terzo giorno, di una seconda pillola che provoca l’espulsione del tessuto embrionale. La riforma Speranza ha esteso la possibilità di effettuare aborti farmacologici fino alla nona settimana e ha abolito la prescrizione del ricovero, oltre a permettere di somministrare le pillole in ambulatori e consultori familiari.
L’adozione delle linee di indirizzo nazionali dipende però dalle singole Regioni. Se, e come, lo hanno fatto è una spia di come i partiti, al di là delle dichiarazioni programmatiche, traducano in realtà la «piena applicazione» della legge 194. Mentre Toscana e Lazio hanno iniziato a somministrare le pillole in strutture extra-ospedaliere, Piemonte, Umbria e Marche hanno deciso di non applicare le nuove linee di indirizzo, ribadendo il regime preferenziale del ricovero.
Proposte legislative: tra diritto e status giuridico
"La norma sull’aborto rimane esattamente com’è". Più volte nel corso della campagna elettorale Giorgia Meloni ha assicurato di non voler abolire o modificare la legge 194. Eppure, tra i disegni di legge depositati in questo inizio di nuova legislatura ce n’è uno proveniente dai suoi alleati al governo che, senza cambiare formalmente la norma, porterebbe di fatto a rendere illegittima l’interruzione di gravidanza.
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha proposto una modifica dell’articolo 1 del codice civile in materia di riconoscimento della capacità giuridica del concepito. L’esponente vorrebbe anticipare tale capacità prima ancora che si venga alla luce, ossia al momento del concepimento. Dal punto di vista giuridico, questa modifica potrebbe esporre le donne intenzionate a interrompere la gravidanza al rischio dell’ipotesi di reato di omicidio. Anche il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia ha presentato una proposta per riconoscere la soggettività giuridica agli embrioni dal momento del concepimento.
Il ruolo dei Consultori Familiari
La legge 194 attribuisce un ruolo centrale ai consultori familiari. Secondo una legge del 1996, sul territorio nazionale dovrebbe essere presente un consultorio ogni 20 mila abitanti, ma la realtà è diversa: i consultori attivi sono in media uno ogni 35 mila abitanti. L’Alleanza Verdi Sinistra denuncia un depauperamento progressivo dei consultori e sostiene che «il modello assistenziale di cura alla donna è negativamente impregnato di pregiudizi che ostacolano il cambiamento culturale».
Lotta per il diritto all'aborto in Italia | Re: | ARTE.tv Documentari
Il dibattito sui sostegni economici alla maternità
Un'altra linea di intervento proposta da esponenti della maggioranza è il cosiddetto "reddito di maternità". Il senatore Gasparri propone una cifra di mille euro al mese, fino al compimento del quinto anno del bambino, come incentivo per le donne che scelgono di non abortire. Secondo la relazione che accompagna il disegno di legge, "migliorare la condizione economica delle donne è quindi un obiettivo sociale e politico indispensabile per ridurre effettivamente gli aborti".
Questa posizione è duramente contestata dalle opposizioni. Il Partito Democratico parla di "pura propaganda fatta sulla pelle delle donne", sottolineando che la serenità per una genitorialità si raggiunge con misure di contrasto al lavoro precario e all'emergenza abitativa, non con contributi estemporanei. La critica principale è che le donne che decidono di abortire non possono essere trattate come persone inconsapevoli che hanno bisogno di essere convinte con dei contributi economici, poiché l'aborto rimane, nel quadro legislativo attuale, una scelta garantita come diritto.
Contesto storico e sociale della legge
La legge 194, approvata il 22 maggio 1978, segnò la fine di un lungo percorso di mobilitazione, culminato anche negli arresti di figure come Emma Bonino per la pratica di aborti assistiti. Prima di allora, l'interruzione di gravidanza era un reato previsto dal codice penale. Il referendum abrogativo del 1981 confermò la volontà popolare di mantenere la legge, con quasi il 70% dei votanti a favore dell'aborto.
Negli ultimi quarant’anni il numero di aborti effettuati in Italia è calato di oltre il 70 per cento, passando dai 234 mila interventi del 1983 ai circa 66 mila del 2020. Questo calo è imputabile principalmente al miglioramento dell’accesso alla contraccezione e a una maggiore educazione sessuale, elementi che oggi restano al centro del dibattito tra chi vorrebbe rafforzare le politiche di prevenzione basate su supporti economici diretti e chi, invece, spinge per un accesso più agevole e capillare ai presidi medici e ai consultori moderni.

Le posizioni sulla legge 194 riflettono, in ultima istanza, due visioni contrapposte della società italiana: da una parte l'idea che l'aborto sia un'extrema ratio da prevenire attraverso il sostegno economico e culturale alla maternità tradizionale; dall'altra la visione che lo considera un diritto fondamentale, la cui piena applicazione richiede la rimozione di ogni ostacolo burocratico, ideologico o medico sul territorio nazionale.