La cultura popolare abruzzese rappresenta un mosaico vibrante di suoni, gesti e sapienze tramandate oralmente, un patrimonio che affonda le sue radici nelle pieghe profonde della Valle Peligna e oltre. Riscoprire le filastrocche non significa solo riportare alla luce dei versi per l’infanzia, ma decodificare un linguaggio fatto di memorie contadine, ritmi di vita scanditi dalle stagioni e una visione del mondo dove il sacro e il profano si intrecciano indissolubilmente.

Il ponte tra storia e innovazione: “Filastrocche tutto l’anno”
La conservazione di questo immenso bagaglio culturale trova oggi nuove forme di espressione, capaci di parlare anche alle generazioni più giovani. Un esempio virtuoso è rappresentato dal volume “Filastrocche tutto l’anno”, opera di Nicoletta Romanelli e Jean-Pierre Colella. Questo libro nasce dall’idea degli autori di gettare un ponte tra storia e innovazione, offrendo al lettore suggestivi scorci di antiche memorie attraverso il ritmo giocoso della filastrocca ed il brio del fumetto. Gli autori, appassionati di tradizioni e folklore abruzzese, si ispirano alle atmosfere fiabesche di un passato mai dimenticato.
Il valore di quest’opera risiede nella sua capacità di attualizzare la ricerca storica, trasformando il rigore della documentazione in uno strumento educativo accessibile. Non è un caso che il volume sia oggetto di presentazioni nelle scuole, come quella tenutasi presso l’Istituto comprensivo 2 di Chieti, segno di una volontà di mantenere vivo il legame tra le classi studentesche e le proprie radici regionali. Il libro concretizza un paziente percorso di ricerca, che negli anni 2006 e 2007 ha impegnato Romanelli e Colella, nella realizzazione di due mostre legate al Capetiémpe, antico capodanno agricolo peligno, presentato al pubblico sempre in chiave fumettistica.
Il tempo sospeso: il Capetièmpe e la cultura peligna
Il Capetièmpe è termine arcaico che designava, nella Valle Peligna, il periodo tra il 1° Novembre, celebrazione cristiana di Ognissanti, e la festa di San Martino. In questo arco temporale, la comunità contadina misurava il passaggio verso il riposo invernale, un momento in cui la terra, dopo i frutti dell'estate, si preparava ad accogliere il gelo. La tradizione orale, in questo contesto, serviva a rafforzare l’identità comunitaria.
Il lavoro di studiosi come Ottaviano Giannangeli, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea, si presenta come un lavoro di notevole interesse sia per gli specialisti che per gli appassionati della cultura popolare dell’Abruzzo, e ciò non solo e non tanto per la corposità della raccolta (194 testi poetici e 316 proverbi) quanto per l’impostazione stessa della ricerca, che ha richiesto anni di solerte cura per la selezione e il raffronto tra i testi. L’autore non ha inteso quantificare ricercando “a tutto campo”, ma qualificare la materia puntando su ciò che gli è stato trasmesso dalla famiglia entro le mura domestiche. È proprio questa dimensione intima, domestica, che permette alle filastrocche di conservare una carica emotiva che supera le epoche.
La voce del popolo: ironia e satira nel vernacolo
Le filastrocche abruzzesi non sono solo ninne nanne o canzoni di cortile; esse contengono spesso una sottile vena satirica, una cronaca sociale filtrata attraverso il dialetto. Un esempio emblematico è quello che riguarda le caratteristiche dei paesi e dei loro abitanti, spesso tratteggiate con un umorismo graffiante. Come si legge in un frammento di testimonianza: “Pesa vento di Collepietro, molto ventilato. Ben parlare di Navelli: non sappiamo se perché parlano il dialetto stretto o se parlano veramente ‘bene’. Bocca scarciata della Civita: è vero!!!”.
La critica sociale si sposta poi verso figure locali, come dimostra la filastrocca recitata da “Miuccio” (Gino Ranalli) e dedicata al “tribunale”, bisnonno di “Susino” (Luciano Moscardelli, figlio di Alessio):
O Tribunale pessimo o tribunale tristeTu ti “rubast i moccoli”Per ungere le scarpeFin nel sepolcro a Cristo.Poi ti ponesti al pubblicoAd ungere con essiLe tue scarpacce sudicePer palesar gli eccessi.Non ti vergogni o perfidoDi porre cose taliCose che non farebberoNeppur degli animali.Meriteresti un fulmineMandato dall’EternoTi riducesse in polvereE a “giri” nell’inferno.
Questi versi ci raccontano una società attenta al comportamento morale dei suoi membri, dove la pubblica condanna, espressa attraverso il ritmo incalzante della rima, diventava lo strumento per stigmatizzare il malcostume.
Il documentario e la canzone popolare
Il rito e la purificazione: il fuoco di San Giovanni
Tra le tradizioni più sentite in Abruzzo vi è quella legata al 24 giugno, giorno in cui si celebra la nascita di San Giovanni Battista. Il Battista è l’unico Santo di cui la Chiesa celebra anche la nascita perché egli segna il confine fra l’antica alleanza e il tempo nuovo che inizia con Gesù. A Tussio, come nei paesi vicini, la vigilia, ovvero la sera del 23, si accendevano piccoli fuochi sui quali, tutti, uomini, donne e bambini, saltavano.
Il rito dell’accensione dei fuochi ha diversi significati. Sebbene la bibliografia nazionale offra svariate interpretazioni, per chi viveva la tradizione in prima persona il gesto era spontaneo, quasi un’esigenza collettiva. Mi hanno raccontato che tutti, uomini, donne, giovani e vecchi, saltavano. I più vecchi e le più vecchie che non potevano spiccare un salto passavano su di esso la gamba. Le donne, mentre eseguivano il salto, cantavano:
San Giuann’ San Giuann’salvam’(e) le zamp’(e)prima a ‘mmyy ‘ppo’ a mamma.
(San Giovanni San Giovanni, salvami le gambe, prima a me e poi a mamma).
Le interpretazioni di questo rito sono molteplici. Legate alle feste e ai riti del fuoco vi sono alcune prove da superare; le più comuni e tradizionali sono la pirobazia e il salto del falò. Il salto delle fiamme, a coppie o da soli, è una prova di purificazione e coraggio che veniva superata tradizionalmente in tutte le campagne d’Italia la notte di San Giovanni. Si diceva, ad esempio, che saltare tra le fiamme potesse guarire il mal di schiena, migliorare la vista o tonificare la virilità. Per le ragazze, il salto era spesso un rito divinatorio per trovare marito, mentre per le coppie di innamorati assumeva significati legati alla durata della vita coniugale. Infine, non va dimenticato il significato sociale del “comparatico”: la notte della vigilia, l’amicizia si suggellava divenendo compari di San Giovanni, e da quel momento ci si dava del “voi” per tutta la vita.
Voci d’Abruzzo: l'eredità di Vanda Santogrossi
La custodia di queste memorie non sarebbe possibile senza la dedizione di figure che hanno dedicato la vita alla scrittura e alla conservazione del dialetto. Vanda Santogrossi in Casilio, nata a Tussio e residente all’Aquila, è una di queste voci. Ha insegnato alla scuola elementare con dedizione e passione e ha contribuito con versi in vernacolo a rivalutare gli ambienti rurali, descrivendo arnesi e attrezzi usati in passato, riunendo le sue composizioni in opuscoli dattiloscritti quali: “Momenti d’infanzia”, “Il focolare”, “La casa”, “La cantina”, “La rimessa”.
La sua opera si estende anche alla raccolta dei proverbi paesani, tradotti e commentati per non smarrire il senso dell’espressione originaria. Pubblicazioni come “Colori del tempo”, “L’incanto del creato” e “Il sapore dei ricordi” testimoniano un impegno costante verso il territorio. La sua produzione letteraria ci restituisce un affresco vivace di personaggi locali, come in questi versi che tratteggiano figure tipiche del paese:
Ji tenea tutti cquiji capiji bbianghi e fortieju soprannome che j’avea lassatu ju patre mortu.Jiea sembre a testa ritta pe’ mistràji mustaccittie tuttu lo rrestu come ‘nu “fusu” prond’a ll’usu.
Oppure la descrizione di “Mastru Camillu”:
Le ggende, “Mastru Camillu” ju chiamea, pecchèsottu a n’arcu patronale, na stanzetta issu teneaeda falegname a “tembu perzo” ci lavoreaea cquacche seggia e taolinu jiu pee ruttu raccongea.E ‘ndramende che chioi e colla issu addopeacquacche amicu a parlà a lla scaletta se metteaepicchieri e buttijia co’ llo vinu bbono allora cacceae:- a lla salute Mastru Cami…i…i…!!

Il canestraro e le figure del quotidiano rurale
La tradizione non è statica; essa si evolve attraverso la narrazione dei mestieri che un tempo animavano le piazze. Crillantu, il padre di Chichittu, è una di quelle figure che emergono dalla memoria come icone di un tempo in cui il banditore, con la sua trombetta, annunciava la vita del paese:
Crillantu era ju patre de Chichittue ju maritu de Marianna “Cillittu”e ‘n testa ju portea ‘nu “scuffittu”pe’ rreparasse daju vendu de lla “ruetta”che tenea sajji quannu “jettea ju bbannuco’lla trombetta strillennu pe’ tuttu ju paese:- so’ arriate le fiquere a lla fonde-e-e!…!- è arriatu ju canestraru-u-u!
Questi versi non sono solo poesia, ma documenti di un’antropologia del quotidiano. Essi ci mostrano come il suono della trombetta, l’arrivo del canestraro o la presenza del falegname sotto l’arco patronale non fossero eventi isolati, ma tasselli di una trama sociale dove ogni individuo aveva un ruolo e un soprannome, un legame indissolubile con il luogo e con la sua storia. L’Abruzzo, attraverso queste testimonianze, continua a raccontarsi, dimostrando che, nonostante il passare del tempo e il mutare delle condizioni economiche, il nucleo pulsante della sua tradizione resta saldamente ancorato alla capacità di nominare le cose, di celebrarle col canto e di tramandarle con la cura che si riserva alle cose preziose.
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