Bruno Tognolini è un nome che risuona con particolare forza nel panorama della letteratura italiana "per bambini e per i loro grandi". La sua opera, intrisa di una profonda sensibilità e di un'eccezionale maestria linguistica, si manifesta soprattutto attraverso la filastrocca, una forma poetica che Tognolini eleva a strumento potente di esplorazione e comprensione delle emozioni più intime e complesse, dalla rabbia alla tristezza, dal timore alla speranza. Il suo approccio non si limita a intrattenere, ma mira a fornire ai più piccoli - e agli adulti che li accompagnano - le "parole per dirlo," per navigare il proprio mondo interiore ed esterno.
Il Genio Linguistico al Servizio del Sentire Infantile
Bruno Tognolini è riconosciuto come il genio linguistico che tutti conosciamo. Il suo potere più grande, però, prima e oltre a quello di far poesia, è di riuscire a intendere il pensiero, anche il peggiore, di bambine e bambini, ragazzi e ragazze. Questa capacità lo rende un interprete unico delle sfumature emotive che caratterizzano l'infanzia, riuscendo a trasformare sensazioni universali in versi risonanti e accessibili.
La rima, la forma poetica, come spiegato da Chiara Carminati, è uno strumento potente di cui il bambino si deve impadronire per avere una freccia in più all’arco della propria capacità di comunicare. Le poesie di Tognolini sono delle filastrocche poggiate essenzialmente sulla rima, capaci di creare nel piccolo lettore emozioni e immagini. Questo potere dei versi Tognolini l’ha spesso ribadito. Nella prefazione al libro Cuoreparole. Poesie di poeti bambini d’Italia (Mondadori, 2010), ha scritto che la poesia è un giocattolo dell’anima e se non salva la vita certamente non la rovina. Il poeta sardo procede per negazione, ma il risultato non è meno efficace nello scopo di valorizzare la poesia; insegna ai bambini, infatti, che essa è uno strumento per vedere l’invisibile, quell’invisibile che sta sia dentro sia fuori di noi. Tognolini paragona la poesia ad un bastone simile a quello utilizzato dal contadino per raccogliere i frutti più alti, che aggancia il ramo e lo flette verso di sé. In questa operazione fondamentale è il gioco, e la manifestazione di questo momento ludico è la filastrocca. Le filastrocche di Bruno Tognolini sono scongiuri di ogni genere che invece di educare a trattenere liberano.

Un esempio della sua profondità si trova nella "Filastrocca del piccolo gesto importante" di Bruno Tognolini, uno dei più grandi scrittori italiani “per bambini e per i loro grandi.” Questa filastrocca introduce all’impresa dell’incoraggiamento: Bruno racconta il suo mondo e la sua poesia e parla alla grande comunità degli “incoraggiatori e incoraggiati” che esiste davvero, come la foresta che cresce.
Gli Enigmi Luminosi dell'Infanzia e le "Parole Staminali"
Da oltre trent’anni, Tognolini gira per le scuole d’Italia, osservando e interagendo con i bambini. Anche se arrivo come una meteora, sto un’ora e mezza nella classe e me ne vado, queste brevi ma intense interazioni gli rivelano la natura profonda dei più piccoli. Non sa cosa fanno le mille ore prima e le mille ore dopo con le loro maestre, ma è in quei momenti che li trova enigmatici e luminosi. È una frase non sua, è di Daniel Pennac, ma Tognolini la fa sua: i bambini sono enigmi luminosi. Questa visione nasce anche dal ricordo della sua infanzia come una nebbia luminosa, e dal sentirsi "integrato," con tutti i cerchi concentrici dell'albero ben vivi, non un cilindro cavo di legno che il vento tira giù.
Dai bambini gli arrivano dei segni in due direzioni, spesso sotto forma di quelle che chiama "parole staminali dell’infanzia." Sono termini che il bambino prova senza sapere ancora bene cosa vogliono dire e le mette lì, aspettando di comprenderlo dai contesti. La sua prima che ricorda era “Gesù-mi-metto,” che per lui era un Gesù un po’ piccolo, nanetto e simpatico, fino a che non si è frantumata contro l’ortografia della preghierina della sera “Gesù mi metto nelle tue mani, tienimi tu, tienimi stretto.” Poi ce n’era una di sua figlia che era il “pisci-ancora,” che chissà che cosa era per lei, forse uno che fa la pipì sempre. Invece era il secondo episodio di Guerre Stellari “l’impero colpisce ancora.” Questi sono enigmi luminosi perché quelle sono parole sacre, sono stra-cariche di senso, perché sono staminali come le cellule, si aspettano di evolvere verso un senso o un altro. L’inciampo è quello lì, la poesia è quello. Perché queste parole sacre e tutte-potenti, dopo si infrangono con l’ortografia. Non servono più, non dovrebbero esserci più e invece sono incancellabili. La gente se le ricorda. C’è sempre, sempre qualcuno con gli occhi luminosi che dice, ah, io l’avevo! Era lì, anche se non viene usata da cinquant’anni, perché ha una forza di evocazione del mondo. Ecco, è la lingua sacra.
Noi adulti questo enigma lo dobbiamo ridurre a notorietà, a evidenza. Non è un atto crudele, secondo Tognolini, è necessario. Noi gli dobbiamo dire no, non si dice “Gesù-mi-metto,” devi dirlo bene; Gesù non è un “mimetto”; devi dire bene, “acqua,” perché, se hai sete lo devi dire bene, altrimenti non te la danno. Quindi è nostro dovere sfrondare tutta questa sacralità e ridurre alla definizione quadrata. Ma questa lingua sacra rimane non solo nelle memorie delle paroline staminali che ognuno si ricorda, ma nelle filastrocche dei bambini. È quella lingua franca dove inventano etica per etica, pelemplempe, etica per atto, peluto, pelemplempluto, stinco. Tognolini ne ha una raccolta che registra nelle scuole con lo smartphone da quanto sono belle. Quelle sono le oasi di conservazione, i sacrari, in cui i bambini conservano quel loro mistero, la lingua misterica. L’inciampo nella poesia è quello: quando una parola che sembra uguale a quelle corrette - grammaticalmente, ortograficamente - i poeti la scrivono in un modo che anche quello è staminale. Allora ridiventa un inciampo che ti apre una nuvola di significati, non un quadrato.
L'Abbraccio Poetico: Sostegno, Contenimento e Necessità di Libertà
Un'immagine potente che Tognolini utilizza per descrivere il rapporto tra adulti e bambini, e in senso più ampio il concetto di cura, è quella dell'abbraccio. Un distico intero dice “come sarà l’orizzonte che tracci, dipende da come mi abbracci.” L’orizzonte è già un abbraccio, in qualche modo, è un cerchio. Lì noi proiettiamo fin dove arriviamo, fin dove arriva lo sguardo. Anche l’abbraccio per il bambino deve essere qualcosa di simile, ma anche per il grande. Dice: tu arrivi fin qui. L’abbraccio contiene, mantiene e sostiene. Ma anche costringe, c’è un po’ il rischio che costringa. Se contiene e stringe… costringe. Quindi l’abbraccio ha a che fare con il bisogno di essere tanto solido e deciso da sostenere e contenere, così che io mi senta sostenuto. Tognolini ha scoperto che “contento” significa proprio questo: “contento,” da “contineo,” quindi tengo insieme e quando sono contento è perché mi sento tenuto insieme in qualche modo. Richiamando la famosa battuta del film di Sorrentino, “non ti disunire,” si torna al fatto che i bambini sono enigmi luminosi.
L’abbraccio gli deve lasciare delle brecce, delle crepe, delle vie d’uscita, degli spifferi, in modo che faccia respirare. Questi spazi vengono trovati dai bambini, ad esempio, nelle loro filastrocche, per continuare a far vivere un po’ di quella lingua staminale e il loro immaginario, come Babbo Natale. Questo concetto di equilibrio tra contenimento e libertà si riflette anche nell'approccio del progetto P.I.P.P.I., per il quale Tognolini è un "incoraggiatore." Nel modello di P.I.P.P.I. il bambino non viene messo da solo al centro. Il bambino non è solo al centro; anzi, uno dei punti forti è che ci sono anche le famiglie, gli educatori. È un centro in cui si inizia già ad essere in molti. Questo è molto meglio rispetto al rischio che comunque c’è, di metterlo da solo al centro, come se fosse al centro di tutto. È troppo, poveri! Sono già pochi, che sono sempre al centro di tutto e al centro di niente al tempo stesso. Bisogna lasciare spazi disegnati vuoti: la filastrocca diceva di lasciargli dei vuoti disegnati comunque dagli adulti, progettati, ma che siano vuoti. Uno spazio in cui siano soli e abbiano un rapporto orizzontale e autarchico.
Se questo non succede, come si lamenta spesso, il tempo libero è infestato di scuole di calcio, di danza, di compleanni gestiti dai genitori, quando non addirittura dagli animatori o dal McDonald. Quindi questi bambini sono sempre al centro di tutta una macchina di progettualità adulta, in tutto, nello sport, nel tempo libero, nella scuola, nello studio. Allora se li mettiamo al centro anche nel disagio non c’è proprio più quasi nessuno spazio, se non gli spazi dei social, ma poi lì diventa ancora più complicato il discorso.
L'Autore Incoraggiatore: Dare Voce alle Emozioni Nascoste, dalla Rabbia alla Tristezza
Dopo molti anni in cui non sapeva bene come definirsi, Bruno Tognolini ha compreso di non essere solo un poeta per bambini. Ci sono stati anni in cui usava un termine bruttissimo che era la “mediazione adulta.” Invece adesso dice “per bambini e per i loro grandi.” Sa che parla anche a loro, ma parla in quel modo lì, in versi, come li sa scrivere lui. Ed è comunque un’impresa di incoraggiamento. Ha scoperto che lui e altri sono incoraggiatori. Girando per le scuoline dei paesi piccolissimi, quello che gli chiedono è un certificato di esistenza in vita: guardaci! Era andato lì da loro, e le sue rime servivano per questo. Le ferite ci sono eccome, e anche ai grandi può servire. A lui sono servite le narrazioni per le sue ferite. Si chiede: chi incoraggerà gli incoraggiatori? Le risposte che gli sono venute sono due: gli altri incoraggiatori, cioè gli altri che si vedono nella strada più accanto, che fanno cose diverse, ma nella stessa direzione. E poi gli incoraggiati: sono loro che ti incoraggiano. C’è un circolo sanguigno che quando comincia a girare bene, il sangue va e viene. Quindi il messaggio è: cari incoraggiatori, non vi scoraggiate, non vi preoccupate.
Questo ruolo di incoraggiatore si manifesta potentemente nella sua capacità di dare voce anche alle emozioni più difficili, come la rabbia e la tristezza. Rime di rabbia, edito da Salani e illustrato da Giulia Orecchia, è un libro a cui Tognolini è sempre più legato e che ha avuto un notevole successo, vincendo il premio speciale della giuria del XXX Premio Andersen e ricevendo riconoscimenti anche all’estero. Il libro contiene cinquanta invettive entro cui sono coagulate le rabbie dei bambini, un modo forte, ma anche ironico per far sbollire lo stesso sentimento che tante ambasce porta. Chi è arrabbiato realmente e legge un libro simile, non è escluso che possa calmarsi, proprio perché vede proiettata la propria rabbia e ne ride sopra. Come dice Anna Oliverio Ferraris nella prefazione al volume, Tognolini ci dice indirettamente che è normale arrabbiarsi per una cattiveria subita, un tradimento, una prepotenza…, ma se sappiamo rappresentare a parole tale frustrazione, la rabbia si sgonfia come un palloncino. Le invettive sono poesie che hanno sempre goduto nei millenni di superba salute. La rabbia è una delle emozioni primarie: se la gioia, l’amore, la tristezza hanno le loro poesie, perché la rabbia non dovrebbe averle? E la rabbia dei bambini cos’ha di diverso da quella dei grandi? È sempre sbagliata? Bisogna sempre solo reprimerla? Il nuovo libro di Tognolini propone cinquanta invettive per le grandi rabbie dei piccoli, e forse non solo dei piccoli. Sono poesie furiose, amare, spassose, dolenti e terribili. Poesie speciali che offrono ai bambini infuriati, per i loro buoni motivi di ogni giorno, “parole per dirlo.” Parole poetiche e belle, perché magari, dicendola bene, la rabbia fiammeggia meglio e sfuma prima. Sono poesie da leggere per ridere, o per consolarsi, o per specchiarsi e condividere; e forse da copiare sul diario di un amico che ci ha offeso, su un bigliettino da inviare a un insolente. Poesie che ci dicono tanto dei bambini sempre in movimento - come delle trottole - tra i banchi di scuola.
L'approccio di Tognolini non si ferma alla rabbia, ma si estende a tutto lo spettro emotivo, compresa la tristezza, il lutto e la difficoltà di accettare il dolore. Ha scritto filastrocche per situazioni di profonda sofferenza, dimostrando come la poesia possa essere un rifugio e un mezzo per elaborare l'incomprensibile.Tra le sue "rime d'occasione" si trovano opere di straordinaria delicatezza, nate da richieste specifiche e da situazioni di grande fragilità emotiva. Ha scritto, ad esempio, per Carmela, che ha perduto il suo bambino. Ha affrontato il tema della malattia grave, componendo poesie per un bambino che aveva la mamma molto malata, prima una poesia oscura, forse oracolare, quasi di certo sbagliata, ma più sbagliato sarebbe stato non scriverla, e poi una seconda poesia, scritta nel dubbio che la prima da sola non gli bastasse, non gli servisse, o semplicemente non gli parlasse.Vi sono filastrocche ideate per consolare i bimbi stranieri di prima primaria di un'amica maestra di Brescia, che hanno paura quando i grandi vanno via. Ha creato poesie per due bambini che hanno visto accadere cose brutte (come quelle fra il padre e la madre), e per tutti gli altri che il mondo ha ferito in altri modi.La sua sensibilità lo ha portato a rispondere a richieste come “una poesia che rimedi al diffondersi delle parole e dei gesti ostili” o “una filastrocca sui sentimenti neri, quelli che ognuno vorrebbe non provare.” Ancora, ha scritto “una rima per chi da bambino si è sempre sentito ‘trasparente,’ insignificante, come se fosse indifferente la sua presenza o esistenza per i genitori o per gli amici.” Ha composto versi “per i lutti improvvisi, per le persone a cui non si è fatto in tempo a dire addio. Per le parole non dette,” e “per quando manca il fiato e la voce non arriva.” Non ultimo, ha riflettuto sul “diritto di non farcela in qualche occasione, sul diritto a sbagliare e a fallire,” fornendo parole per accettare anche gli insuccessi. La poesia, in queste circostanze, diventa un balsamo, un modo per dare forma all'informe, e per riconoscere e validare il dolore.

Opere Emblematiche e la Costruzione di un Dialogo Poetico
La carriera di Bruno Tognolini è costellata di esperienze significative e opere che hanno lasciato un segno. Ha preso parte all’esperienza televisiva del programma “L’Albero Azzurro” negli anni 1991-1995 e nel 1997 ha curato “Rubrica internet” nel programma “Multiclub.”
Tra i libri più noti dell’Autore, Mal di pancia calabrone, inizialmente pubblicato per l’intuizione di Donatella Ziliotto con la Salani, ha avuto diverse ristampe, per essere ripubblicato con le edizioni Nord-Sud nel 2009, illustrato da Giulia Orecchia. Il libro è costituito da cinquanta filastrocche di formule magiche col fine di scacciare le cose brutte e favorire l’inveramento delle cose belle. In un altro libro, La sera che la sera non venne, un poemetto in ottave con le illustrazioni di Cecco Mariniello, la trama ha un certo fascino e racconta la storia inquietante di una sera in cui il sole decide di non tramontare; all’inizio la gente freneticamente indaffarata non se ne accorge, poi, quando giunge la notte e il sole è ancora alto sull’orizzonte, entrano in panico. A sciogliere l’incantesimo ci pensano i piccoli animali, che ristabiliscono il ritmo cadenzato del tempo.Un altro libro importante per misurare la qualità dello scrittore è Rima rimani, una silloge fortunata del 2002, ripubblicata dalla Nord-Sud nel 2007, con le illustrazioni di Giulia Orecchia. Il volume contiene filastrocche già utilizzate nella trasmissione Melevisione, ma per assumere qui una maggiore logica d’insieme, superando il mero aspetto di formule e riti magici; Tognolini costruisce una poesia-vera, in cui manifesta il mondo; anzi, potremmo dire, che con i versi è come se proiettasse le cose del mondo su uno schermo gigante, per renderle più chiare ed evidenti. E questo processo di proiezione avviene con l’uso di quel gioco straordinario che utilizza la rima e il ritmo regolare, determinato dall’abbondanza di decasillabi ed endecasillabi.

Recentemente, Bruno Tognolini ha intrapreso una significativa collaborazione con Silvia Vecchini, culminata nel libro Inizi e Fini. L'idea per questo libro è nata a Cagliari nell’ottobre 2023, al Festival Tuttestorie, in uno di quei conciliaboli a due nelle affollate cene che queste feste regalano, quando, con Silvia Vecchini, osservarono che mancava al mondo una raccolta di Canti delle Fini, che sono luoghi forti della vita. Passarono mesi. Per puro caso - se mai il caso esista e sia puro - Manuela Fiori propose l’anno dopo per il nuovo Festival il tema delle FINI, che fu discusso e accolto. Era un segno eloquente, e Tognolini e Vecchini decisero di azzardare una collaborazione tra due voci così diverse: una di suono battente a tamburo, l’altra di canto volante e sicuro. Una di senso rifratto in guizzi sparsi, l’altra di passi quieti e poi gran salti. Insomma, fisarmonica e violino, che si sono dimostrati capaci di suonare insieme.
Il processo creativo è stato un vero e proprio gioco, inizialmente chiamato "ping pong" e poi "frisbee," in cui si lanciavano una parola dopo l’altra cercando di tenerle in volo. Hanno abbozzato le prime regole, provvisorie: io scrivo e ti mando le poesie di inizio o di fine di due o tre cose; tu scrivi e mi mandi le poesie di fine o di inizio di quelle cose, e rilanci inizi o fini di altre cose. Occorrevano liste di titoli, repertori, tralicci per i rampicanti. Dopo un periodo in cui entrambi scrivevano inizi e fini a caso, a naso, a cuore, si sono dedicati a equilibrare i testi per arrivare a venti inizi e venti fini per ciascuno. Questo contare faceva forse meno giocoso il gioco? Meno libero e volante? Per niente. I giochi sono austeri ragionieri, hanno regole, conti e graduatorie. Il risultato è un’esplorazione profonda e delicata di cosa siano gli Inizi e le Fini, di come non siano sempre felici gli uni e tristi le altre, ma possano scambiarsi di significato a seconda della prospettiva, come nel caso di una malattia.
Le illustrazioni del libro, curate da Giulia Orecchia, amica di Tognolini da trent’anni e collaboratrice per numerosi progetti, sono state concepite con indicazioni molto precise da parte dell'editore Topipittori: "niente bambini." Questo per lasciare spazio alla densità delle poesie, evitando di raddoppiare o contraddire le narrazioni implicite. Le figure di Giulia parlano "d’altro meravigliosamente," sporgendosi tra i due blocchi dei versi con cautela, lasciando aria bianca e vuota di mezzo. Compaiono uccelli, rami, forme, pesci, giostre, e qualche oggetto di cui parla una poesia, come il gelato, il sipario, le matite, disegnati in modo che non pesino, non raddoppino, non spingano, e che anch'essi parlino "d'altro." Sulla copertina, l'immagine di un soffione assume un significato simbolico potente: una forma stellante dell’inizio, ma incompleta perché ha già iniziato a finire, mandando in volo nel vento i suoi semini, che sono la sua fine e nuovi inizi. I semini alati, con le puntine rosse di sangue, generative, sono i versi stessi.
Un altro aspetto interessante della collaborazione è la gestione dell'autorialità. Le 40 poesie nel libro non sono firmate singolarmente, ma un “codice colore” scandisce i titoli in ogni pagina: alcuni gialli, altri blu. Una didascalia fornisce la chiave: “Le poesie con il titolo giallo sono state scritte da Silvia Vecchini; quelle con il titolo blu da Bruno Tognolini.” Questa scelta ha generato un dibattito tra gli autori e l'editore, ricordando esperienze passate di Tognolini in cui le poesie non erano firmate affatto, lasciando al lettore il gioco di indovinare. Tuttavia, data la diversità stilistica tra i due poeti, si è optato per il codice colore per evitare confusioni, pur riconoscendo la saggezza dell'affermazione di Neruda: “La poesía no es de quien la escribe, sino de quien la necesita.”
Il Valore della Qualità e l'Immagine Vera dell'Infanzia
Tognolini non ha una grande esperienza come conduttore di laboratori, a differenza di altri autori, ma i suoi ricordi di come leggeva ai suoi figli e come sua figlia legge ora al suo, offrono spunti preziosi sull'importanza del libro per l'infanzia. Per i bambini piccoli, ad esempio, sono fondamentali gli albi con i fogli cartonati indistruttibili. Non solo non si distruggono, ma riescono ad acchiapparli, mentre invece si sentono frustrati coi fogli che non hanno la manualità fine da riuscire a pizzicarli per sfogliarli. Fino a tutta la ricchezza delle immagini. Tognolini crede che lì sia sempre questione di scelta e azzardo della qualità, del contenuto estetico alto delle immagini, anche se sono le più semplici e le più elementari del mondo. Egli ammira, per esempio, le illustrazioni della Pimpa di Altan, che ritraggono oggetti e figure con profili forti, neri, semplicissimi, ma con una capacità di diventare subito… poesia. Funzionano anche gli altri per la funzione informativa, confermativa dell’oggetto che il bambino ha visto sul tavolo e poi ritrova sul libro, ribadendo il concetto, fissandolo di più.
Tognolini ha scritto un libro sugli animali, intitolato Il giardino dei musi eterni, che è un romanzo sul cimitero degli animali. In quest'opera, basandosi su letture incantevoli di zooantropologia, si esplora l'idea che noi eravamo fratelli all’alba dei tempi e ci sposavamo fra noi, e tutti i mostri che ci siamo immaginati di centauri, minotauri, erano tutti questi ibridi di uomini e animali. Nell’embrione siamo simili, identici agli animali, poi ci differenziamo. Ma finché sono piccolissimi consoliamo i bambini con una grande compagnia di animali, sia sotto forma di giocattoli sia nei libri. Questo è ancor più importante dato che di animali non ne vedono più, in giro, se non solo cani e gatti; quindi la domanda su cosa siano le mucche diventa più che legittima.
Tognolini spesso si chiede come stia andando il mondo dei bambini. Gli viene da chiedere: come sta andando, ma davvero? Ha l'impressione che la società abbia dei bambini, e specialmente dei ragazzini, dei ragazzi, un’immagine che è calunniosa, l'immagine che danno i media. Vedendo i bambini di quinta, di quarta primaria e terza, egli osserva che sta andando bene, che non sono come quelli che disegnano, che ci fanno vedere i media. In quell’ora e mezza che stanno con lui, sono bambini uguali ai bambini di sempre. Non sono dei bulli, dei baby gangster. Teme che a forza di calunniarli poi ci credano davvero anche loro che sono così terribili. Ci vorrebbe un dispositivo di amplificazione della foresta che cresce, perché, come si dice, fa più chiasso l’albero che cade che la foresta che cresce, silenziosa. La sua poesia e il suo impegno come "incoraggiatore" mirano a offrire una narrazione più autentica e positiva dell'infanzia, un riconoscimento delle loro complessità e della loro intrinseca luminosità.
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