Un Viaggio nella Memoria: Fertilia, Focolare dell'Esodo Giuliano-Dalmata

Il 10 Febbraio è una data di profonda risonanza nella memoria collettiva italiana, celebrandosi in essa il “Giorno del Ricordo”. Questa ricorrenza, che mira a commemorare e preservare la memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata, assume un’importanza particolare in virtù dell'ottantesimo anniversario dell’inizio degli infoibati al confine orientale d’Italia. A questo tragico evento, fece seguito il dramma dell’esodo, che vide ben 350mila italiani costretti ad abbandonare le loro case, un capitolo doloroso e spesso sottovalutato della storia nazionale. Tra le storie di resilienza e di una difficile ma fruttuosa integrazione, spicca quella di Fertilia, un borgo in provincia di Sassari, in Sardegna. Rai Scuola ha dedicato attenzione a questa realtà, recandosi sul posto dove tra il 1947 e il 1960 vennero accolti oltre 600 profughi provenienti dall'Istria e dalla Dalmazia. Le loro testimonianze e il loro percorso sono stati raccolti e preservati nell'"Ecomuseo Egea", un luogo della memoria che custodisce storie preziose, tra cui la famosa foto della "Bimba con la valigia", raffigurante Egea Haffener Tomazzoni, divenuta simbolo di un'intera tragedia.

Fertilia è oggi al centro di un rinnovato interesse grazie a nuove produzioni audiovisive, come il docufilm ‘Fertilia Istriana’ di Cristina Mantis, e il film ‘Rotta 230. Ritorno alla terra dei padri’ di Igor Biddau. Questi progetti si propongono di gettare luce su una storia vera ma ancora troppo poco conosciuta, rendendo omaggio alla capacità di resilienza degli esuli e all'accoglienza di una comunità che seppe trasformare un dramma in un'opportunità di rinascita.

Mappa dell'Istria e della Dalmazia

Le Radici Storiche dell'Esodo Giuliano-Dalmata: Un Contesto Complesso e Doloroso

L'esodo giuliano-dalmata, conosciuto anche come istriano o giuliano-dalmata-istriano, rappresenta un evento storico di vasta portata, consistente nell'emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di nazionalità e di lingua italiana dalla Venezia Giulia, che includeva parte del Friuli Orientale, l'Istria e il Quarnaro, e dalla Dalmazia. Un consistente numero di cittadini italiani, o che lo erano stati fino a poco prima, di nazionalità mista, slovena e croata, si ritrovò coinvolto in questo fenomeno, che si verificò a partire dalla fine della seconda guerra mondiale (1945) e si protrasse per il decennio successivo. Il drammatico esodo seguì gli eccidi noti come massacri delle foibe e coinvolse, in generale, tutti coloro che diffidavano del nuovo governo jugoslavo comunista di Josip Broz Tito. Il fenomeno fu particolarmente rilevante in Istria e nel Quarnaro, dove interi villaggi e cittadine si svuotarono dei propri abitanti, lasciando dietro di sé un vuoto profondo e una ferita aperta nella storia italiana.

La complessità di questo evento affonda le sue radici ben prima del secondo conflitto mondiale. Già con la caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 476 d.C., le popolazioni romanizzate dell'Istria e della Dalmazia rimasero in balia di alcune tribù bellicose, principalmente Avari e Slavi. Alla fine del VIII secolo, l'Istria interna e i suoi dintorni furono conquistate da Carlo Magno. Poiché tali terre erano scarsamente popolate e impervie, i Franchi e, successivamente, le autorità del Sacro Romano Impero, vi consentirono l'insediamento degli slavi. Le comunità ladine che popolavano l'area di Postumia, Idria e dell'alto Isonzo, ad esempio, scomparvero dal Rinascimento, assimilate dalle popolazioni slave.

Esisteva una chiara differenza di carattere linguistico-culturale tra le città e le coste, prevalentemente romanzo-italiche, e le campagne dell'entroterra, che erano in parte slave o slavizzate. Tuttavia, le classi dominanti, ovvero l'aristocrazia e la borghesia, erano ovunque di lingua e cultura italiana, anche qualora di origine slava. Fino all'Ottocento, in Venezia Giulia, nel Quarnaro e in Dalmazia, le popolazioni di lingua romanza e slava convissero pacificamente, creando un mosaico culturale unico.

Foto storica di esuli dalmati in Italia

Le tensioni iniziarono a manifestarsi tra il 1848 e il 1918, quando l'Impero Austroungarico, in particolare dopo la perdita del Veneto a seguito della Terza guerra d'Indipendenza nel 1866, favorì l'affermarsi dell'etnia slava per contrastare l'irredentismo, vero o presunto, della popolazione italiana. Questa politica aggressiva è ben documentata. «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l'influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno». Questa direttiva portò a espulsioni di massa, con oltre 35.000 persone espulse dalla sola Venezia Giulia nei primi anni del Novecento, fra cui moltissimi provenienti da Trieste. Spiccarono in questo contesto i decreti Hohenlohe, dal nome del governatore di Trieste, principe di Hohenlohe. Si registrarono anche deportazioni in campi di concentramento, con un numero oscillante fra 100.000 e 200.000 deportati durante la prima guerra mondiale, in particolare dal Trentino-Alto Adige e dall'Istria. L'impiego di squadracce di nazionalisti slavi nell'esercizio massivo della violenza contro gli Italiani causò innumerevoli atti di violenza, attentati, aggressioni e omicidi.

Nonostante queste politiche, la collaborazione con i serbi locali, inaugurata dallo zaratino Ghiglianovich e dal raguseo Giovanni Avoscani, permise agli italiani la conquista dell'amministrazione comunale di Ragusa nel 1899. Il 26 aprile 1909, al termine di una lunga trattativa che aveva coinvolto il governo austriaco e i rappresentanti dei partiti dalmati, venne pubblicata un'ordinanza ministeriale concernente l’uso delle lingue presso le i.r. autorità civili ed uffici dello Stato in Dalmazia. Quest'ordinanza stabiliva che gli atti ufficiali giuridici o tecnici potevano essere compilati in lingua italiana; inoltre, le notificazioni ufficiali, le insegne e i timbri sarebbero stati bilingui in 24 distretti (mandamenti) lungo la costa dalmata, dove erano concentrate le comunità italiane. Tuttavia, in conseguenza della politica del Partito del Popolo, che conquistò gradualmente il potere, in Dalmazia si verificò una costante diminuzione della popolazione italiana, in un contesto di repressione che assunse anche tratti violenti. Nel 1845 i censimenti austriaci, peraltro approssimativi, registravano quasi il 20% di Italiani in Dalmazia, mentre nel 1910 erano ridotti a circa il 2,7%.

Con la prima guerra mondiale, i territori austro-ungarici dell'Adriatico orientale furono oggetto delle ambizioni italiane e serbe. I nuovi confini stabiliti dopo la guerra, con il trattato di Saint-Germain (1919) con l’Austria e quelli di Rapallo (1920) e di Roma (1924) con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, assegnarono al Regno d’Italia la Val Canale, la Contea di Gorizia e Gradisca, la città di Trieste, l’Istria e le Isole Quarnerine occidentali, il comune di Idria, il circondario di Postumia, la città di Fiume, la città di Zara, l’arcipelago di Lagosta, e l’Isola di Pelagosa. Secondo il censimento jugoslavo del 1921, c’erano in tutta la Jugoslavia 12.553 cittadini jugoslavi di madre lingua italiana e di questi 9.063 quasi tutti nella parte costiera, cioè in Dalmazia. La parte annessa al Regno d'Italia fu sottoposta a un processo di italianizzazione forzata.

Già nel 1941 comparvero i primi movimenti di resistenza, fra i quali cominciarono presto profonde divisioni causate dalle differenti etnie e ideologie politiche. La risposta dell'esercito italiano fu la costituzione di un tribunale militare che comminò numerose condanne a morte, nonché l'organizzazione di campi d'internamento e di concentramento in cui vennero deportati partigiani e civili slavi. Inoltre, si eseguirono operazioni di rappresaglia con incendi di villaggi e fucilazioni sul posto, anche, e non solo, a seguito di uccisioni di militari italiani. Come nel resto dell'Italia e nei territori da questa controllati, l'8 settembre 1943, in conseguenza dell'armistizio, l'esercito italiano si trovò allo sbando a causa della mancanza di ordini e di direzione. Alcuni storici hanno voluto vedere in questi atti, quasi tutti verificatisi nell'Istria meridionale (oggi croata), una sorta di jacquerie, quindi di rivolta spontanea delle popolazioni rurali, in parte slave, come vendetta per i torti subiti durante il periodo fascista; altri, invece, hanno interpretato il fenomeno come un inizio di pulizia etnica nei confronti della popolazione italiana.

Quando l'Italia perse l'Istria e Dalmazia (ESODO GIULIANO)

Con la fine della guerra, a questi si aggiunsero gli appartenenti alle unità fasciste che avevano operato agli ordini dei nazisti, soprattutto ufficiali, e il personale politico fascista che aveva collaborato con i nazisti. «La borghesia italiana se ne andò… in quanto la trasformazione socialista della società presupponeva la sua espropriazione…». Dopo l'armistizio di Cassibile, il 10 settembre 1943, la Wehrmacht occupò Zara. L'Istria, assieme al restante territorio giuliano, venne occupato dalle truppe germaniche con l'operazione Wolkenbruch ("Nubifragio"), impiegando tre divisioni corazzate SS e due divisioni di fanteria (una delle quali turkmena). Queste respinsero il IX Corpus infliggendogli perdite pari a circa 15.000 effettivi e distruggendo gli abitati utilizzati dagli jugoslavi come basi di appoggio. L'operazione, iniziata nella notte del 2 ottobre 1943, sotto il comando del generale delle SS Paul Hausser, si concluse il 15 ottobre 1943, consentendo agli Italiani, nel frattempo in fase di riorganizzazione dopo l'8 settembre, di ispezionare almeno parte dei siti nei quali erano stati infoibati i connazionali. L'amministrazione civile della Zona d'operazioni del Litorale adriatico fu affidata al Supremo Commissario Friedrich Rainer. Si realizzò così il predeterminato disegno di Hitler, Himmler e Joseph Goebbels di occupare militarmente e poi annettere, a guerra conclusa, tutti i vasti territori che furono un tempo sotto il dominio dell'Impero austro-ungarico. Il Supremo Commissario Tedesco creò il Tribunale Speciale di Sicurezza Pubblica per giudicare gli atti di ostilità alle autorità tedesche, la collaborazione col nemico e le azioni di sabotaggio. Il Tribunale non era tenuto a seguire le norme procedurali consuete e le domande di grazia potevano essere inoltrate e accolte solo da Rainer.

Il 31 ottobre 1944, la città di Zara, che nel frattempo era stata distrutta da ben 54 bombardamenti aerei alleati promossi da Tito e che uccisero circa 2.000 persone, superata anche l'estrema resistenza strenuamente opposta dalla compagnia "d'Annunzio" della X MAS, fu conquistata dall'armata partigiana jugoslava. Nuovamente si ripeterono rappresaglie verso gli italiani considerati occupanti e collaboratori dei tedeschi. Un numero imprecisato di italiani venne arrestato e poi annegato in mare. Nel frattempo, anche i rapporti tra la resistenza italiana non comunista e la resistenza jugoslava, che sino allora avevano operato contro il nemico comune, si erano deteriorati, influenzando i rapporti anche all'interno della resistenza italiana. Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945, l'Istria, grazie allo sforzo congiunto della resistenza locale, sia slava che italiana, fu liberata dall'occupazione tedesca dall'armata jugoslava di Tito. In primavera, i partigiani jugoslavi puntarono direttamente verso Trieste e Gorizia, per raggiungerle prima degli Alleati, conquistando le due città giuliane il 1º maggio; Fiume e Pola furono conquistate rispettivamente il 3 maggio e il 5 maggio 1945. L'obiettivo era di vincere la "Corsa per Trieste", conquistando il maggior territorio possibile onde imporre una situazione di fatto agli Alleati. Nel giugno 1945, però, Gorizia, Trieste e Pola furono sgomberate dalle forze di Tito e poste sotto il controllo delle truppe angloamericane che avevano varcato l'Isonzo il 3 maggio.

Illustrazione delle diverse ondate dell'esodo

Le Diverse Fasi dell'Abbandono e le Testimonianze del Dolore

L’esodo dei giuliano-dalmati, che coinvolse principalmente gli italiani dalla provincia di Zara, dalle città di Fiume e di Pola, nonché dal resto dell’Istria e della regione Giulia che dopo la seconda guerra mondiale furono assegnate alla Jugoslavia, non fu un evento unico e circoscritto. Fu, invece, un processo complesso e prolungato, che durò dalla fine del 1943 a circa il 1960. L’esodo dalla provincia di Zara, in cui fu coinvolto oltre il 75% dei suoi 28.000 abitanti stimati, con oltre 25.000 abitanti nel Comune di Zara e intorno ai 2.700 nel Comune di Lagosta, iniziò come sfollamento della città a seguito dei devastanti bombardamenti alleati del 1943/44. Si consolidò poi in un vero e proprio esilio dopo l’ingresso in città delle truppe jugoslave nell'ottobre 1944. A questi si aggiunsero nello stesso periodo alcune migliaia di altri dalmati, specie dai principali centri costieri ed insulari.

L’esodo da Fiume iniziò subito dopo la conquista della città da parte delle truppe jugoslave, avvenuta il 3 maggio 1945, e si esaurì nei primi anni Cinquanta, coinvolgendo oltre 40.000 residenti. Da Fiume, infatti, se ne andarono, nel periodo 1946-1954, oltre 30.000 abitanti. Le ragioni di un esodo così massiccio furono di diversa natura, alimentando un senso di urgenza e disperazione. Le testimonianze dell'epoca dipingono quadri vividi e struggenti: «Ricordo il suono dei martelli che battevano sui chiodi, il camion che trasportava la camera da letto di zia Regina al molo Carbon, avanzando tra edifici mortalmente pallidi di paura, e tutti gli imballaggi che si infradiciavano nella neve e nella pioggia. La grande nave partiva due volte al mese, dai camini il fumo saliva al cielo come incenso e insinuava negli animi il tormento sottile dell’incertezza e l’ombra dell’inquietudine; ognuno si sentiva sempre più depresso dall’aria di disgrazia che aleggiava sugli amici che si incontravano per strada».

Un caso particolare fu quello di Pola. Il 9 giugno 1945, venne firmato a Belgrado un accordo tra gli alleati e gli Jugoslavi, nelle persone rispettivamente del generale Harold Alexander e del maresciallo Josip Broz Tito che, in attesa delle decisioni del trattato di pace, divise la regione secondo il tracciato della cosiddetta Linea Morgan. Tale linea poneva sotto l'amministrazione alleata un territorio leggermente più esteso dei confini attuali dell'Italia, ma che comprendeva anche l'exclave della città di Pola. Il 3 luglio si costituì il "Comitato Esodo di Pola", presieduto da Giuseppe Giacomazzi. Il giorno successivo "L'Arena di Pola" titolò a piena pagina: "O l'Italia o l'esilio". Nell'articolo principale a firma dello scrittore Guido Miglia, si legge: «Il nostro fiero popolo lavoratore… abbandonerebbe in massa la città se essa dovesse sicuramente passare alla Jugoslavia, e troverà ospitalità e lavoro in Italia, ove il governo darà ogni possibile aiuto a tutti questi figli generosi». Come ribadito dalle esperienze di allora, «Con l'esodo, a Pola, abbiamo avuto una scelta di tipo occidentale ancor prima che italiana». Il 12 luglio, il "Comitato Esodo di Pola" cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 persone, una vasta maggioranza decise per l'esilio. L’esodo da Pola, iniziato nella seconda metà del 1946, ancor prima dell’assegnazione della città alla Jugoslavia in base al trattato di pace firmato il 10 febbraio 1947, coinvolse circa 30.000 polesi.

Dalle altre parti dell’Istria, ad esclusione del territorio della Zona B del Territorio Libero di Trieste, dalla Carsia e dal goriziano emigrarono oltre 135.000 persone. L’esodo dalla Zona B del TLT iniziò attorno al 1950 e si protrasse fino alla fine degli anni Cinquanta (1960 circa), coinvolgendo circa 55.000 persone. Molti titoisti consideravano la popolazione italiana come ostile allo Stato jugoslavo progettato da Tito. Violenze e sopraffazioni similari avvennero anche in altre zone occupate dalle truppe comandate da Tito. Anche tali azioni spinsero la maggior parte della popolazione di lingua italiana a lasciare la regione nell'immediato dopoguerra.

Una storia a parte è quella dell'esodo da Zara e da alcuni altri centri della Dalmazia marittima. La città, capoluogo amministrativo del Governatorato della Dalmazia, occupata dai tedeschi due giorni dopo l’armistizio dell'8 settembre 1943, fu colpita dal 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944 da 54 bombardamenti compiuti dalle forze aree anglo-americane, che sganciarono sulla città oltre 520 tonnellate di bombe. Anche Spalato, città della Dalmazia invasa e annessa dall'Italia nel 1941, che contava in quegli anni circa 1.000 italiani autoctoni, dopo l'armistizio italiano del settembre 1943 subì le vendette partigiane ed ustascia. Vennero uccisi 134 italiani fra agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie, ma anche civili come Giovanni Soglian, originario di Cittavecchia di Lesina e al tempo Provveditore agli Studi della Dalmazia. Altre famiglie italiane di Spalato scelsero l'esodo e partirono via mare. Anche Fiume fu oggetto di bombardamenti aerei nel 1944 da parte di aerei della RAF, contribuendo al clima di terrore e distruzione che spinse all'abbandono.

Fertilia: Un Faro di Accoglienza e Rinascita in Sardegna

In questo scenario di profonda incertezza e migrazione forzata, Fertilia emerse come un faro di speranza e accoglienza. Il borgo, situato a nord di Alghero in Sardegna, era stato progettato durante il fascismo per diventare il centro propulsore della bonifica della piana della Nurra, un vasto territorio disabitato. Nel 1936 fu inaugurato un primo lotto di 100 case, dove vennero insediate delle famiglie di coloni ferraresi, che dovevano contribuire a bonificare quel territorio paludoso. Poi, però, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, e Fertilia rimase incompiuta. Alla fine della guerra la città era ridotta in uno stato di completo abbandono, con la chiesa usata persino come ricovero per animali.

Nel 1947, il trattato di pace di Parigi pose fine alla guerra e sancì il passaggio alla Jugoslavia della Dalmazia, Fiume e l’Istria. Gli italiani che risiedevano in quelle terre dovettero optare tra la cittadinanza jugoslava oppure partire per l’Italia, lasciando le loro case allo stato jugoslavo. La maggior parte decise di partire, dando il via a una delle più grandi migrazioni interne della storia italiana. In questo contesto, il primo ministro Alcide De Gasperi inviò in Sardegna una commissione di esperti per valutare la possibilità di un insediamento di profughi giuliani a Fertilia. Terre e case rurali furono assegnate agli esuli, che si trasferirono lì assieme al loro parroco, dando inizio a un nuovo capitolo di vita.

Panoramica di Fertilia con il mare

Alla fine del 1948, erano giunti a Fertilia più di 1.000 profughi, in gran parte pescatori. Di questi, ben 450 erano arrivati a bordo dei pescherecci istriani, dopo una navigazione di 20 giorni che rappresentò un viaggio epico e doloroso. Questi uomini, donne e bambini portavano con sé non solo beni materiali, ma anche un patrimonio di cultura, tradizioni e professionalità. Fertilia divenne così la città degli esuli giuliani e dalle colonie d’Africa, ma anche degli algheresi, dei veneti e dei ferraresi, creando una comunità multiforme e ricca.

Le testimonianze degli esuli, come quella raccolta nell'Ecomuseo Egea, rivelano la profonda gratitudine per l'opportunità offerta. «Io provenivo da un lungo internamento in campo profughi. Ho subito capito che Fertilia equivaleva alla vera libertà: Fertilia non era circondata dal reticolato, non c’era nessun poliziotto di guardia». Questa frase cattura il senso di liberazione e speranza che Fertilia rappresentò per molti. Mauro Manca, direttore dell’ecomuseo Egea, dedicato a Egea Haffner, la “bambina con la valigia”, racconta la storia del nonno: «Mio nonno venne via da Fiume, con la moglie. Finirono in un campo profughi a Gaeta, che è bella ma molto povera. Sentono parlare di Fertilia, c’è il mare, e mio nonno con un amico decide di venire a vedere questo luogo in avanscoperta. Mandano il telegramma: trovato paradiso terrestre, venite subito. Le mogli trovano tutt’altro: sassi, pietre e polvere. Non c’erano le strade, le case. Ma da quella città incompiuta è nato quel paradiso».

Passeggiando per Fertilia, ci si imbatte di continuo nei cartelli che indicano le vie, e troviamo i nomi di via Pola, via Fiume, via Cherso. Fertilia è davvero “una piccola Istria”, un pezzo di terra sarda che ha accolto e custodito la memoria delle terre perdute. Oggi, la città vanta una cittadinanza che parla più lingue, ci sono sardi che parlano il dialetto istro-veneto e molti figli dei profughi conoscono il sardo e l’algherese, che deriva dall’antico catalano. Questo incontro di culture e lingue è un esempio straordinario di integrazione e resilienza.

I Progetti della Memoria: Documentari e Ricerca di Identità

La storia di Fertilia, ricca di dolore ma anche di speranza e rinascita, è stata recentemente raccontata e valorizzata attraverso importanti progetti audiovisivi, che si propongono di tramandare questa memoria alle nuove generazioni.

"Fertilia Istriana": Una Storia di Incontro e Superamento

Il nuovo docufilm di Cristina Mantis, autrice insieme a Daniela Piu e Francesca Angeleri, e anche regista di ‘Fertilia Istriana’, traccia ancora una volta, dopo ‘Magna Istria’ del 2010, il dolore patito dagli esuli Fiumani Giuliano Dalmati alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma il film racconta anche il senso dell’incontro speciale che in Sardegna ha avuto luogo e che è alla base del racconto in questo nuovo ed innovativo prodotto audiovisivo. Cristina Mantis, che non conosceva che per sommi linee, come lei stessa afferma, la dolorosa vicenda dell’esodo giuliano dalmata, ha voluto dare luce a questa storia vera ma poco conosciuta, perché solo il racconto della verità che passa per le emozioni umane permette di metabolizzare il dolore.

Il docufilm, infatti, rende merito agli abitanti di Fertilia per l’accoglienza verso i fratelli e le sorelle costretti ad abbandonare la loro casa, proponendo una narrazione in controtendenza, che elimina gli stereotipi che per anni hanno etichettato la popolazione Istriana come appartenente ad una fazione politica. In realtà, gli esuli erano solo uomini, donne, bambini, famiglie costrette all’esodo per volontà politico-militari che non hanno tenuto conto della vita di migliaia di innocenti. La figlia di un esule Fiumano ha apprezzato soprattutto le testimonianze degli Istriani ancora in vita e la capacità del docufilm di tenere viva la memoria su una popolazione che lentamente sta scomparendo, così come un intero pezzo d’Italia fu spazzato via. È emozionante in ‘Fertilia Istriana’ sentire il ‘dialeto Fiuman’ che si interseca con quello sardo, due popoli con un’identica passione: il mare che nel docufilm unisce e consola. E così come i due mari Adriatico e Tirreno finiscono con l’incontrarsi ed amalgamarsi in eterno nello specchio del mar Mediterraneo, anche i popoli che da terra si affacciano su esso si incontrano e cooperano per il bene comune.

L’idea di realizzare il film, in questo caso, è della scrittrice Daniela Piu, che insieme alla giornalista Francesca Angeleri, nipote di esuli, ha coinvolto Cristina Mantis in questa storia. La colonna sonora del docufilm è altrettanto suggestiva, grazie alle musiche di un bravissimo musicista di origini istriane, Mario Fragiacomo & la Mitteleuropa Ensemble, che sin dall’inizio del montaggio si sono sposate perfettamente con le immagini, a riprova del fatto che fossero non solo belle ma anche cariche d’ispirazione. Come ispirata e bellissima è anche la melodia “Nostalgia Giuliana”, composta dallo special guest Paolo Fresu, celebre trombettista sardo. La partitura originale è uno dei documenti storici presenti nel Museo Etnografico Egea di Fertilia, è scritta da Dario Bernazza e resa famosa da Giorgio Consolini nel 1950. Il musicista sardo, dopo aver visitato il museo, l’ha fotografata, poi registrata in duo con il bandoneonista Daniele di Bonaventura e successivamente donata all’Ecomuseo Egea. Un altro aspetto che colpisce è la presenza dell’archivio e di immagini in superotto che conferiscono una speciale suggestione al documentario. Il filmato, per la regista, è un flusso di visioni anche interiori, in cui il passato e il presente si confondono continuamente, si fanno l’occhiolino, si rafforzano a vicenda. Per questo ha sentito che anche sullo schermo non poteva che essere così, considerato quanto è vivo il passato nel presente di ogni esule.

La realizzazione del film è stata un’impresa collettiva, resa possibile grazie alla determinazione del produttore Gianmichele Manca, che ha anticipato il budget di tasca sua, cosa rarissima, e ha messo tutta la troupe a suo agio, nonostante i tempi non facili, con gentilezza e professionalità. Un ringraziamento va anche a Michele Gagliani per l’ottima fotografia e a Daniele Diana per il suono. Il progetto ha avuto anche il sostegno del team di Sguardi Altrove, che crede nella necessità di dare visibilità a storie legate alla ricerca di identità e di accoglienza interculturale. Passeggiando per Fertilia, la giornalista Francesca Angeleri si perde nelle vie intitolate alle città istriane, ritrovando un pezzo della sua stessa storia. A proposito di incontri significativi, la Mantis racconta un aneddoto: mentre si trovavano con il fotografo Paolo Curto, giungendo al porto con Francesca per un’intervista, si imbatté in Angelino, il direttore del porto, di origini sarde, che immediatamente raccontò dell’amicizia sin dall’infanzia con il fotografo, descrivendo come fossero cresciuti insieme come una grande famiglia. Cinque minuti dopo, ancora prima di procedere con l’intervista, da un gruppetto di gente che parlava in sardo sbucò Giulio, esule bambino, che pitturò sul muro il nome di via Pola, un gesto di memoria e appartenenza. Fertilia, come sottolineato dallo storico locale Enrico Valsecchi nell'introduzione del documentario, è una città rimasta incompiuta in epoca fascista. Ecco perché più che le ombre dolorose della storia, in Fertilia Istriana troviamo la luce. E quelle ricette, che si ritrovano anche in "Magna Istria", hanno odori che sanno farsi ricordo, struggente ma senza il minimo risentimento, come a ringraziare un’entità misteriosa per l’opportunità avuta, nonostante la tragedia vissuta.

"Rotta 230. Ritorno alla Terra dei Padri": Un Viaggio Inverso per Riannodare i Fili

Un altro potente progetto che celebra e approfondisce questa memoria è il film “Rotta 230. Ritorno alla terra dei padri” del regista Igor Biddau, prodotto da Gianluca Vania Pirazzoli per Time Multimedia, che Rai Cultura propone in occasione del Giorno del Ricordo. Il film ripercorre in senso inverso la rotta solcata, nella primavera del 1948, da 13 pescherecci con a bordo 53 famiglie di esuli di Istria, Fiume e Dalmazia. Dopo aver dovuto abbandonare la terra in cui sono nati, dopo 20 giorni e 20 notti di navigazione lungo le coste della nostra penisola, queste famiglie raggiunsero Fertilia, una piccola città di fondazione incompiuta sorta vicino ad Alghero in Sardegna, facendo germogliare il seme di una nuova vita.

Quando l'Italia perse l'Istria e Dalmazia (ESODO GIULIANO)

Il protagonista di questo viaggio è proprio Giulio Marongiu, esule da Pola e trapiantato a Fertilia, che, al termine di un lungo viaggio a bordo della sua imbarcazione, la Klizia, ha rivisto per la prima volta la città di Pola abbandonata da bambino. La Klizia, un motorsailer in legno degli anni Ottanta, è salpata il 30 luglio da Alghero per ripercorrere questa rotta inversa. Navigando con un equipaggio formato dal figlio Federico, da Mauro Manca, fondatori dell’Ecomuseo Egea, da Giuseppe Bellu, e da Federica Picone, che ha interpretato la Sirena ispiratrice che lo ha condotto nel suo ritorno alla terra natia, Giulio ha riannodato i fili della storia. Il film è stato scritto da Mario Audino e Igor Biddau, e la voce narrante è quella di Roberto Pedicini, uno dei migliori doppiatori italiani, mentre Alina Person ha dato voce alla Sirena.

Questo evento rappresenta un modo di “Riunire i Fili della nostra Storia”, ed un’importante occasione per far conoscere una storia ricca di valori e di una straordinaria capacità di ricostruire una vita partendo da zero, che gli esuli di tutto il mondo hanno dimostrato ovunque. Il progetto, che ha l'obiettivo di far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni, una storia dolorosa e poco nota ma esemplare dal punto di vista dei valori, si è potuto concretizzare grazie alla disponibilità della Regione Sardegna, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e del Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Istriana, Fiumana e Dalmata, oltre a tanti altri Enti ed Istituzioni Pubbliche e Private fra cui il Comune di Alghero, che per primo ha voluto patrocinare l’evento, fortemente voluto dall’Associazione EGEA - Una Luce sulla Memoria e dal Comitato Provinciale Sassari - Fertilia dell’A.N.V.G.D.

La Klizia ha fatto tappa in alcuni dei più importanti porti italiani, prima di raggiungere le mete da cui partirono le diverse comunità. Nel mese di agosto è previsto l'incontro con le comunità degli esuli giuliano-dalmati, ma anche quelle dei sardi che hanno dovuto lasciare la loro terra, in particolare nei porti di Livorno, Civitavecchia e Gaeta, dove ancora vivono numerosi gruppi di immigrati. In Adriatico l'imbarcazione ha navigato verso i luoghi da cui nacque la comunità multiculturale di Fertilia. La prima tappa del "Ritorno alla Terra dei Padri" è stata Ferrara, da cui negli anni Trenta giunsero i coloni che bonificarono i terreni su cui nacque, qualche anno più tardi, Fertilia. La seconda tappa è stata Chioggia, il porto da cui partirono i pescherecci carichi di esuli nel 1948. È stata quindi la volta di Venezia, della quale Fertilia conserva i simboli rappresentati dal Leone di San Marco e dal campanile della Chiesa. Il viaggio è proseguito a Trieste e Gorizia per concludersi a Muggia, ultimo baluardo italiano in Istria, e quindi a Pirano, in Slovenia, e a Rovigno, in Croazia, per poi giungere a Pola, principale città istriana della Croazia.

Grazie a questo viaggio, destinato a rimanere nella memoria, sarà possibile far conoscere un meraviglioso esempio di resilienza e di inclusione, quale è stato certamente Fertilia, ma più in generale la caratteristica di una intera comunità. Alla presentazione del progetto a Venezia sono intervenuti Igor Biddau (regista), Gianluca Pirazzoli (produttore), Mauro Manca e Giulio Marongiu (equipaggio del Klizia), Renzo Codarin (Presidente Federesuli e Presidente Nazionale A.N.V.G.D. - Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), il professor Davide Rossi (Università di Trieste), e Alessandro CUK (Responsabile Cinema ANVGD). Il film, dopo la presentazione a Venezia, verrà proiettato in prima nazionale a Fertilia in occasione dell’evento “Fertilia Città di Fondazione”, una tre giorni organizzata congiuntamente dalle associazioni che operano nella Città di Fondazione. Sarà l’occasione per un incontro storico tra le maggiori Associazioni italiane del mondo dell’Esodo giuliano-dalmata con i rappresentanti delle Comunità italiane in Slovenia e Croazia, alla quale parteciperanno i rappresentanti delle principali Città in cui il Klizia è approdato lo scorso anno, in modo da mantenere vivi i legami costruiti durante il viaggio. L’evento verrà presentato in conferenza stampa ad Alghero.

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