La Donna Libera dall'Uomo: Un'Analisi Marxista dell'Oppressione e della Liberazione Femminile

La questione della liberazione femminile e della sua equiparazione all'uomo è un tema centrale nell'analisi marxista, che ha indagato le radici storiche e socio-economiche dell'oppressione delle donne, ponendo le basi teoriche per il suo superamento. Come osservato da Fourier già nel 1808, "i progressi sociali si misurano in ragione del progresso della donna verso la libertà". Questa intuizione fu poi approfondita da Marx ed Engels, i quali analizzarono lo sviluppo della società umana non solo sul piano economico, ma anche su quello culturale e dei rapporti tra i sessi.

Le Origini Storiche dell'Oppressione Femminile: La Famiglia e la Proprietà Privata

Engels, ne "L'Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato" (1884), a partire dalle conoscenze scientifiche e antropologiche dell'epoca, illustrò il carattere dinamico delle strutture sociali e come queste fossero intrinsecamente legate allo sviluppo delle forze produttive. L'aumento della produzione, in particolare nell'allevamento, nell'agricoltura e nell'artigianato domestico, rese la forza-lavoro umana capace di creare un prodotto che eccedeva la quantità necessaria al sostentamento. In questo contesto, la proprietà degli armenti, un nuovo mezzo di produzione, passò dalla proprietà comune della tribù o della gens al possesso dei singoli capifamiglia.

Questo cambiamento ebbe profonde ripercussioni sulla struttura familiare. L'uomo, precedentemente impegnato nella produzione di utensili e nella loro proprietà, si trovò a gestire il nuovo mezzo di produzione rappresentato dal bestiame. Il surplus generato da questa attività divenne sua proprietà, mentre la donna, pur partecipando al consumo, ne era esclusa. Il guerriero e il cacciatore "selvaggio", che in casa erano in posizione secondaria rispetto alla donna, cedettero il passo al "più mite" pastore, la cui ricchezza gli conferì un ruolo dominante, relegando la moglie in una posizione subordinata. Questo mutamento segnò la caduta del diritto matriarcale e l'avvento di quello patriarcale, la transizione dalla coppia alla monogamia e la trasformazione della famiglia singola in una potenza autonoma.

Rappresentazione artistica di una famiglia preistorica con divisione dei ruoli.

Da questa genesi antica, le donne sono state e continuano ad essere considerate esseri inferiori. Persino nel XIX secolo, in Italia, l'abate Rosmini, ispirando l'educazione di molte "fanciulle" di buona famiglia, si appellava alla natura per giustificare l'antica soggezione femminile all'uomo: "Compete al marito secondo convenienza della natura essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, l’esser quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata". Queste teorie, che oggi possono apparire antiquate, hanno costituito il fondamento del Diritto di famiglia in Italia fino alla sua riforma nel 1975, avvenuta dopo lotte durissime.

La Liberazione Fuori dalle Mura Domestiche: Il Ruolo del Capitalismo

Engels spiegò come l'oppressione della donna nella famiglia derivasse da un cambiamento esterno ad essa. Quando il lavoro dell'uomo, legato all'allevamento e all'agricoltura, iniziò a produrre un surplus vendibile sul mercato, la ricchezza della società si spostò dalla sfera domestica a quella produttiva esterna. Il lavoro domestico, privato e non scambiabile, perse valore, mentre il lavoro dell'uomo, i cui prodotti generavano profitto, divenne "produttivo". Questa inversione dei rapporti di forza all'interno della famiglia fu una diretta conseguenza di questo mutamento economico.

"Si chiarisce fin da adesso che la liberazione della donna e la sua equiparazione all’uomo è e resterà impossibile fintanto che la donna venga tenuta fuori dal lavoro sociale produttivo e si debba limitare al lavoro domestico privato. La liberazione della donna diventa possibile solo quando ad essa sia permesso di partecipare, su larga scala, alla produzione, e l’impegno del suo lavoro domestico sia ridotto ad una quantità irrilevante. Tutto ciò è divenuto possibile solamente con la grande industria moderna, che non solo rende possibile il lavoro della donna su larga scala, ma lo esige formalmente, ed ha la tendenza a trasformare in misura sempre crescente lo stesso lavoro domestico privato in una industria pubblica."

Lo sviluppo del modo di produzione capitalista ebbe quindi ripercussioni significative su tutte le donne, indipendentemente dalla loro classe sociale. I processi descritti da Engels spinsero le donne borghesi, e talvolta le nobildonne, a rivendicare maggiori diritti, dando vita a battaglie a cavallo tra il XIX e il XX secolo che scossero le coscienze e il sistema sociale.

Illustrazione che rappresenta donne al lavoro in una fabbrica tessile nel XIX secolo.

La Lotta di Classe e Contro il Patriarcato

Il modo di produzione capitalista creò una frattura insanabile tra gli interessi degli sfruttati e quelli degli sfruttatori. Il sistema capitalista spinse gli individui a trovare un ruolo nella produzione sociale. Non solo le donne borghesi uscirono dalle loro "prigioni dorate" per rivendicare un posto in Parlamento o nelle professioni maschili, ma milioni di contadine e casalinghe furono costrette dal bisogno a partecipare alla produzione su larga scala: la fabbrica, la filanda, la miniera, l'ufficio e il call center divennero luoghi di un'ulteriore forma di oppressione, quella di classe.

Tuttavia, questo secondo fardello sottrasse le donne alla solitudine delle mura domestiche, offrendo loro la possibilità di incontrare altre compagne e compagni con cui ribellarsi alla propria condizione di sfruttate, diventare protagoniste della propria vita e spezzare la sottomissione all'uomo, colpendo così il patriarcato. L'esperienza delle lotte delle lavoratrici dimostra che alla lotta sul luogo di lavoro si accompagna sempre una crisi nella famiglia: gli uomini vedono con sospetto il nuovo protagonismo femminile, mentre le donne, acquisendo fiducia nelle proprie capacità, non tollerano più soprusi e ridicolizzazioni da parte di padri, mariti e fratelli.

L'ingresso nel mondo del lavoro, il conseguimento di un salario e, in ultima analisi, il conflitto di classe non portano automaticamente alla liberazione della donna. I comunisti, ponendosi questo obiettivo, devono cogliere il nesso tra questi due piani. Attraverso il conflitto di classe, si svela più chiaramente alle masse femminili il carattere reazionario della famiglia come luogo di oppressione. I comunisti devono sfruttare questa condizione oggettiva per promuovere un'idea diversa di convivenza umana, basata sulla socializzazione delle risorse economiche, dei compiti domestici, della cura e dell'educazione dei figli. È fondamentale chiarire che le tensioni e la violenza nei nuclei familiari sono determinate dal carattere privato delle responsabilità che il capitalismo scarica sulla famiglia e, in particolare, sulle donne. Rompere l'oppressione della donna e il carattere privato di queste responsabilità significa inserire la battaglia per la liberazione della donna nella lotta contro il capitalismo. La questione femminile non è una semplice appendice, ma un tema decisivo che porta la lotta anticapitalista su un terreno più avanzato.

La Natura del Femminismo: Tra Rivoluzione e Limiti Borghesi

Il termine "femminismo", originariamente coniato da Fourier con un valore positivo, indicava la lotta rivoluzionaria delle donne contro la loro oppressione. Tuttavia, nel corso della storia, questo termine è stato spesso monopolizzato da movimenti di matrice borghese o piccolo-borghese, entrando in conflitto con il movimento operaio.

Il movimento femminista, soprattutto nel secondo dopoguerra, ha prodotto analisi di indubbio valore, alcune delle quali sposavano tesi rivoluzionarie marxiste. Ciononostante, nel suo complesso, è rimasto prigioniero di una visione riduttiva della questione femminile, considerandola una battaglia centrale in cui accomunare tutte le donne indipendentemente dalla loro estrazione sociale e dalle altre lotte (salario, condizioni sociali, ecc.). Sebbene la negazione dei diritti colpisca donne di classi sociali diverse, esiste una distanza abissale tra le loro condizioni, che si riproduce inevitabilmente negli obiettivi che esse si pongono.

In primo luogo, vi è il problema della proprietà: le donne borghesi necessitano di tutelare le loro proprietà e quelle dei loro familiari, mentre le proletarie, con le loro rivendicazioni di classe e di genere, rappresentano una minaccia costante alla proprietà borghese. In secondo luogo, vi sono gli obiettivi della lotta. Il femminismo ha avuto numerose articolazioni. Le donne borghesi si sono concentrate sulla battaglia culturale: dall'estensione dei diritti democratici (voto, studio, accesso alle professioni) all'affermazione del protagonismo femminile e alla critica della cultura cattolica che relega la donna al ruolo di "angelo del focolare" (battaglie per il divorzio e l'aborto). Questa battaglia culturale, pur potendo suscitare clamore, rischia di rimanere parziale se impostata a prescindere dal sistema economico.

I settori più moderati del movimento si sono limitati a rivendicare aggiustamenti nella condizione femminile, promuovendo una lenta emancipazione. Altri settori, più radicali ma spesso confusi, hanno autenticamente richiesto una liberazione, senza comprendere che ciò implicava la necessità di superare i limiti del femminismo per abbracciare una lotta più ampia contro il capitalismo, promuovendo un programma rivoluzionario all'interno del movimento operaio.

STORIA DEL FEMMINISMO - PRIMA PARTE

Lavoratrici e Ideologia Patriarcale: Il Doppio Fardello

Per le lavoratrici, l'oppressione di genere nell'ambito domestico si intreccia con i problemi legati alla condizione sociale. Queste donne subiscono l'asfissia del lavoro domestico e di cura, che non possono delegare al lavoro salariato come le borghesi. Sebbene negli ultimi decenni vi sia stato un certo coinvolgimento maschile nella cura dei figli e della casa nei paesi avanzati, la responsabilità ultima ricade ancora sulla donna. Nei ceti meno abbienti e nella classe lavoratrice, questa responsabilità è ancora più accentuata, poiché il capitalismo non ha interesse a socializzarla.

Questa situazione modifica il ruolo della donna e, in particolare, della lavoratrice: il tempo dedicato alla casa e alla cura sottrae spazio allo studio, al sindacato, alla politica e al miglioramento della propria condizione lavorativa. Tuttavia, a differenza delle borghesi, le donne della classe operaia, pur oppresse dai loro uomini, devono affrontare un percorso più tortuoso per liberarsi. Non ambiscono a professioni ben retribuite in competizione con gli uomini della loro classe; il lavoro salariato, sebbene in media più remunerato per gli uomini, non offre una vera emancipazione. La vita di coppia e familiare, insostenibile sul piano umano ed economico, entra inevitabilmente in crisi.

Le lavoratrici, di fronte alla prospettiva del divorzio, devono affrontare la sfida di una vita da single, magari con figli (che nella stragrande maggioranza dei casi restano affidati alla madre), con un salario esiguo e un nuovo affitto da pagare. Il capitalismo impone alla donna il doppio fardello del lavoro fuori e dentro casa, e di fronte all'insostenibilità di questo peso, non offre soluzioni, se non ulteriore solitudine e disgregazione sociale. Circa la metà dei nuclei familiari in Italia non sono più quelli tradizionali, e nella maggior parte dei casi sono donne che cercano disperatamente una via di emancipazione dall'oppressione familiare. Pur sfuggendo agli obblighi verso il marito, non possono eludere il ruolo che il capitalismo assegna loro: la cura dei figli, le discriminazioni sul lavoro, le necessità economiche crescenti e il bisogno di solidarietà umana, in cui però si riproducono sempre le divisioni di ruolo basate sul genere.

L'Aborto: Una Battaglia Complessa tra Diritti e Valori

La questione dell'aborto si inserisce in questo complesso quadro di lotte per la liberazione femminile, ma presenta sfaccettature che meritano un'analisi approfondita e, talvolta, controversa. L'aborto, lungi dall'essere una semplice scelta medica, è diventato un terreno di scontro ideologico e culturale, intrecciato con le rivendicazioni femministe, ma anche con profonde riflessioni etiche e morali.

Da un lato, il movimento femminista ha storicamente rivendicato il diritto all'aborto come parte integrante della libertà e dell'autodeterminazione della donna sul proprio corpo. La possibilità di interrompere una gravidanza indesiderata è stata vista come fondamentale per garantire alle donne la possibilità di scegliere il proprio destino, di accedere all'istruzione e al lavoro, e di sfuggire a una maternità forzata che avrebbe potuto compromettere la loro realizzazione personale e sociale. Le battaglie per la legalizzazione dell'aborto negli anni '70 e '80 sono state cruciali per sottrarre le donne a pratiche clandestine e pericolose, spesso eseguite in condizioni insalubri e con gravi rischi per la salute e la vita. Testimonianze di donne costrette ad abortire clandestinamente, come quelle raccolte nel materiale storico, evidenziano la drammaticità di una situazione che costringeva le donne a "fare i salti mortali per i soldi", a contrarre debiti e a sottoporsi a procedure rischiose.

Manifestazione per il diritto all'aborto negli anni '70.

Dall'altro lato, vi sono posizioni che, pur riconoscendo le difficoltà e le sofferenze delle donne, criticano la legalizzazione dell'aborto e la sua interpretazione come un diritto inalienabile. Queste posizioni sottolineano il valore intrinseco della vita del feto e sollevano interrogativi sull'impatto psicologico e morale dell'aborto sulla donna. Si argomenta che l'aborto, considerato un omicidio fin dai tempi di Ippocrate, sia diventato un "male minore" con la legge 194, per poi essere oggi interpretato come un vero e proprio diritto, ma che in realtà umilierebbe la dignità della donna, riducendo la sua libertà alla possibilità di "uccidere legalmente i propri figli".

Viene evidenziato come l'ideologia di genere, promossa da una parte del femminismo, tenda a livellare le differenze naturali tra uomo e donna, promuovendo un'uguaglianza astratta e "innaturale" che porta all'annullamento della specificità femminile. La maternità viene ridotta a mera gravidanza, trascurando il suo profondo valore emotivo e spirituale. L'enfasi sulla libertà assoluta e sull'autodeterminazione della donna, secondo queste critiche, esclude il padre dalla decisione e relega il feto a mero "elemento di disturbo".

Le preoccupazioni riguardo alle conseguenze psicologiche dell'aborto sono ampiamente documentate, con studi che indicano un aumento del rischio di depressione, ansia, disturbi alimentari, dipendenza da sostanze e persino tendenze suicide nelle donne che vi ricorrono. La commercializzazione di farmaci come la RU-486, definita "kill pill", solleva ulteriori interrogativi sui rischi per la salute delle donne e sugli interessi economici che vi sono sottesi.

Una Prospettiva di Cambiamento Culturale e Sociale

Indipendentemente dalle diverse posizioni sull'aborto, è evidente che la questione femminile e la ricerca della liberazione delle donne sono profondamente legate a un cambiamento culturale e sociale più ampio. Il femminismo degli anni '70, con la sua enfasi sull'autocoscienza e sulla politicizzazione del privato, ha aperto spazi importanti per la discussione su corpo, sessualità e sentimenti, che erano stati a lungo taciuti o marginalizzati dalla politica tradizionale.

La riscoperta di pensatrici, scrittrici e artiste dimenticate, la nascita di collettivi e riviste autoprodotte, e le pratiche di "fare da sole" hanno contribuito a ridefinire il ruolo della donna nella società e a mettere in discussione i ruoli codificati e sedimentati da secoli di storia patriarcale. La lotta per l'emancipazione non è solo una questione di diritti civili e politici, ma implica una profonda trasformazione dei rapporti interpersonali, della famiglia e della cultura nel suo complesso.

Copertina di una rivista femminista degli anni '70.

La sfida rimane quella di conciliare le diverse istanze, riconoscendo la complessità delle esperienze femminili e la necessità di affrontare le disuguaglianze sociali ed economiche che continuano a opprimere le donne. La lotta per la liberazione femminile, come auspicato dall'analisi marxista, deve necessariamente intrecciarsi con la lotta contro il capitalismo e per la costruzione di una società più giusta ed equa, dove la dignità e la libertà di ogni individuo siano pienamente realizzate.

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