La storia della medicina è costellata di momenti che ridefiniscono i confini del possibile, e pochi eventi hanno avuto un impatto così profondo e duraturo quanto la nascita di Louise Brown. Il 25 luglio 1978, in un ospedale in Inghilterra, venne alla luce una bambina che sarebbe diventata il simbolo di una rivoluzione scientifica e sociale: la prima neonata concepita attraverso la fecondazione in vitro. Quella nascita, avvenuta in gran segreto, ha aperto le porte a speranze prima inimmaginabili per milioni di coppie affette da infertilità, segnando l'inizio di una nuova era nella medicina riproduttiva e scatenando un dibattito etico che perdura ancora oggi.
La Nascita Rivoluzionaria di Louise Brown: Un Inizio Inatteso
I genitori di Louise, John Brown e Lesley Whiting, decisero di ricorrere alla fecondazione assistita dopo aver provato inutilmente a concepire per nove anni. La causa della loro infertilità risiedeva in un problema alle tube di Falloppio di Lesley, un ostacolo che la medicina tradizionale dell'epoca faticava a superare. Sebbene i Brown sapessero che la procedura era sperimentale, i medici non dissero loro che fino a quel momento non era ancora nato nessun bambino attraverso quel metodo. Anzi, la ricerca di Robert Edwards e Patrick Steptoe, i due "papà scientifici" della piccola Louise, era da molti ritenuta immorale e pericolosa, perché - si obiettava - se mai fosse andata in porto avrebbe certamente fatto nascere neonati deformi. Persino fra gli addetti ai lavori gli scettici erano la maggioranza. Il mondo, alla notizia di quella nascita, rimase di stucco. Infatti, sebbene negli anni precedenti i giornali avessero seguito gli sforzi degli scienziati che tentavano di ottenere la fecondazione in vitro, quella possibilità sembrava appartenere più alla fantascienza che alla realtà.
La storia di Lesley e John Brown non era molto diversa da quella di moltissime coppie che negli anni Settanta non riuscivano ad avere un figlio. Sposato in seconde nozze, lui era già padre di una bambina, che gli era stata affidata quando la prima moglie se n’era andata con un altro, e che Lesley aveva cresciuto come se fosse stata sua. Il desiderio di avere un figlio loro sembrava però destinato a restare inappagato. Nove anni di tentativi non avevano portato a nulla e quella frustrazione tanto bruciava nell’animo di lei che, quando John aveva preso una sbandata per un’altra donna, Lesley gli aveva detto di andarsene con l’amante, che era una “donna vera”. John però non lo aveva fatto. I due si rivolsero quindi a Patrick Steptoe, un ginecologo di Oldham noto per aver messo a punto una tecnica chirurgica innovativa per risolvere l’occlusione delle tube, il problema che impediva a Lesley di restare incinta. Il caso di Lesley era fra quelli che difficilmente si risolvevano con un intervento chirurgico; così, Steptoe propose alla coppia la nuova tecnica. Lesley e John si sottoposero al trattamento nell’autunno del 1977, e la gravidanza ebbe inizio.
Il sospetto che stesse accadendo qualcosa fuori dall’ordinario li colse qualche mese più tardi, quando la donna si trovò in più occasioni a essere seguita da giornalisti ansiosi di conoscere i dettagli della vita sua e del marito. I problemi per Lesley iniziarono alla trentaquattresima settimana. Ne mancavano solo sei al termine della gravidanza, ma Louise era piccola rispetto alla sua età gestazionale e, soprattutto, i valori della pressione arteriosa della madre si erano alzati a livelli allarmanti. Giorno dopo giorno la situazione si faceva più critica: se Steptoe avesse optato subito per un cesareo la bambina probabilmente non ce l’avrebbe fatta, ma la donna si sarebbe salvata; viceversa, se la gravidanza fosse andata avanti, la vita di entrambe sarebbe stata in pericolo. Per monitorare meglio la situazione, a metà giugno il ginecologo decise di ricoverare la donna e, per evitare la stampa, la registrò con il falso nome di Rita Ferguson. Lo stratagemma però fu presto svelato e in breve l’ospedale di Oldham fu preso d’assalto dalla stampa. Nessuno, tuttavia, riuscì a sapere in anticipo ciò che Steptoe era ben determinato a mantenere riservato.

Dopo cinque settimane di riposo assoluto, il medico considerò che il peso di Louise era ormai sufficiente e il 25 luglio, nel pomeriggio, decise di farla nascere. Prima del parto cesareo, Lesley doveva restare digiuna per otto ore, ma per non insospettire i giornalisti Steptoe le fece comunque portare la cena, che, con la complicità di un’infermiera, finì nella borsa della moglie del medico e fu poi buttata nella spazzatura. Quella sera John fece la sua consueta visita alla moglie e tornò a casa alla solita ora, senza che neppure a lui venisse svelato ciò che stava per accadere. Anche Steptoe rientrò a casa come sempre, fingendo l’assoluta normalità, per poi tornare di nascosto in ospedale qualche ora più tardi, e avvisare il marito di Lesley. Robert Edwards, che era rientrato proprio quel pomeriggio da una breve vacanza, fu avvisato all’ultimo momento che l’intervento si sarebbe svolto quella sera. Anche l’équipe medica fu messa in allerta poco prima dell’ora stabilita, così come la troupe incaricata di filmare l’evento, in virtù di un accordo fra Steptoe e il ministero della Sanità britannico.
Louise nacque alle 23:47 all'Oldham General Hospital (Inghilterra), con un parto cesareo programmato, pesava 2,608 kg. La paziente addormentata è portata in sala operatoria, medici e infermieri si guardano, la tensione è palpabile. Sono uomini e donne di esperienza, e quello non è certo il primo cesareo della loro carriera. Questa volta però è diverso. In quella stanza dalle pareti bianche dell’ospedale di Oldham, nel Nord dell’Inghilterra, sta per nascere Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta. Il parto fu ripreso su nastro. Quando le viene reciso il cordone, la bambina spalanca la bocca, respira profondamente ed emette il primo potente vagito. È il solenne ingresso nel mondo di una neonata che ha cambiato la storia della medicina.
§.2/- PRIMati: 25 luglio 1978 Louise Brown, PRIMa figlia della provetta - RAI STORIA ACCADDE OGGI
I Pionieri della Fecondazione in Vitro: Edwards, Steptoe e Purdy
La metodica che portò alla nascita di Louise Brown fu sviluppata da Jean Purdy, Robert Geoffrey Edwards e Patrick Steptoe. Quest'ultimo, un ginecologo di Oldham, lavorava già da vari anni a un progetto molto più ambizioso: poiché la chirurgia non sempre permetteva di ottenere il risultato sperato, aveva infatti iniziato a collaborare alle ricerche sulla fecondazione in vitro di Robert Edwards, scienziato dell’Università di Cambridge, molto esperto nella manipolazione di embrioni e gameti. La nascita della piccola è stata annunciata alla comunità scientifica nel 1978 sulla rivista Lancet dal biologo R.G. Edwards e dal ginecologo P.C. Steptoe, che avevano messo a punto la tecnica utilizzata, divenuta poi celebre con il nome di IVF (In Vitro Fertilization). Questo insieme di tecniche ha valso a Robert Edwards il Premio Nobel nel 2010 per la Fisiologia o la Medicina, in riconoscimento del suo ruolo fondamentale nello sviluppo della fecondazione in vitro. Sebbene il premio sia stato assegnato a Edwards, il contributo di Steptoe e Purdy fu altrettanto cruciale per il successo clinico della procedura. Oggi, la procedura è stata messa a punto e migliorata, ma è rimasta essenzialmente la stessa nelle sue fasi fondamentali.
La Vita di Louise Brown: Oltre la Scienza, la Normalità
Louise Brown, la prima bambina al mondo ad essere stata "concepita in provetta", ha condotto una vita che ha sfatato molte delle paure iniziali legate alla fecondazione assistita. Dopo aver lavorato per qualche tempo come bambinaia, è stata assunta in un ufficio postale. Il 4 settembre 2004, ha sposato Wesley Mullinder, una guardia giurata. Il 20 dicembre 2006 ha dato alla luce un figlio, Cameron, concepito naturalmente. Nel 2013 ha partorito un altro maschio, Aiden. Il figlio della signora Brown, atteso per gennaio 2007, è nato senza il ricorso alla tecnologia della fecondazione in vitro (IVF), così come il secondo. Louise ha anche una sorella minore, Natalie, anche lei nata con la fecondazione in vitro.
La normalità della gravidanza di Louise è la risposta ad uno dei numerosi interrogativi sollevati all'epoca della sua nascita riguardo alla moralità e alla sicurezza di tale procedura. Il fatto che Louise avesse tentato di rimanere incinta nei due anni successivi al suo matrimonio, celebrato nel settembre 2004, aveva spinto alcuni ad ipotizzare che la chiusura delle tube della madre fosse ereditaria. Tuttavia, la sua capacità di concepire naturalmente ha dimostrato la piena integrità riproduttiva dei nati da IVF, dissipando molte delle preoccupazioni iniziali. Louise Brown è diventata un simbolo vivente della sicurezza e dell'efficacia delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, incarnando la speranza per milioni di famiglie.

L'Evoluzione della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): Da Sperimentazione a Prassi Diffusa
La nascita di Louise Brown ha scatenato un aumento vertiginoso delle richieste di IVF. Da allora, si stima che nel mondo siano oltre dieci milioni i bambini e le bambine nati grazie all’aiuto della medicina riproduttiva. Decorre proprio oggi il 40esimo anniversario della nascita del primo bambino concepito "in provetta", e si stima che in questi 40 anni siano nati oltre 8 milioni di bambini in tutto il mondo grazie alle tecniche di procreazione assistita, e negli ultimi anni sono più di 1.200 i bambini che nascono ogni giorno a seguito dell’applicazione di queste metodiche.
Questo risultato lo si deve in gran parte ai progressi che la ricerca scientifica ha compiuto negli ultimi cinquant’anni, i quali hanno permesso di sviluppare tecniche di “procreazione medicalmente assistita” (o PMA) sempre più efficaci e sicure. Il problema della sterilità è stato a lungo considerato di modesto rilievo clinico e sociale e solo a partire dagli anni 1970 la medicina ha iniziato a occuparsene con impegno. Questa maggiore attenzione è dovuta sia alla richiesta di intervento da parte delle coppie sterili, sia alla maggior frequenza della sterilità stessa a causa di numerosi fattori, tra cui l’inquinamento ambientale, i mutamenti dell’igiene di vita e dei comportamenti individuali, e la scelta di avere figli in età più avanzata. Oggi, la fecondazione in vitro è una procedura di routine per i medici, ma non ovviamente per i genitori. In Danimarca, per esempio, il 4 per cento di tutte le nascite è il risultato di procedure di IVF.
Le prime forme di procreazione artificiale risalgono a ben prima della fecondazione in vitro. La forma più semplice è quella in cui il medico si limita a inserire il seme nella vagina o nell’utero della donna. I primi risultati di questa tecnica, relativi a casi di impotentia coeundi, furono riportati da un medico francese nel 1803. Le prime inseminazioni con seme di donatore (eterologhe) risalgono alla fine dell’Ottocento. Bisogna però arrivare al 1953, anno in cui vennero annunciati i primi successi conseguiti con seme congelato, per registrare alcuni risultati concreti e l’istituzione delle prime banche del seme, che garantivano l’assoluta riservatezza, la disponibilità di campioni di seme con differenti caratteristiche (per es., aspetto fisico e gruppo sanguigno) e la possibilità di eseguire controlli adeguati per evitare la trasmissione di malattie sessuali.
Il tentativo di fecondare un ovocita umano in vitro (cioè in un terreno di coltura, fuori dal corpo materno) fu praticato per la prima volta a Melbourne nel 1973. Il primo vero successo risale, però, soltanto al 1978 con la nascita di Louise. L’idea originale era quella di risolvere il problema della sterilità tubarica non suscettibile di correzione chirurgica. Molto rapidamente, però, l’indicazione si è allargata ai casi di sterilità da cause non conosciute, di scarsa fertilità maschile e di sterilità da cause immunologiche.
Le Tecniche di PMA: Un Panorama Dettagliato
Le tecniche di procreazione medicalmente assistita si sono notevolmente evolute dal 1978, diventando sempre più sofisticate e accessibili.
Fecondazione in Vitro (FIVET)
La Fecondazione in Vitro con Trasferimento dell'Embrione (FIVET) è la tecnica fondamentale che ha portato alla nascita di Louise Brown ed è ancora oggi una delle più diffuse. Il processo inizia con la somministrazione alla madre di farmaci per la fertilità al fine di favorire la produzione di ovuli e di stimolare poi l'ovulazione. Mentre una donna rilascia abitualmente ogni mese un solo ovulo nell'ambito del ciclo mestruale, questo processo provoca la produzione di diversi ovuli. Attraverso un intervento chirurgico gli ovuli vengono raccolti subito prima che avvenga l'ovulazione. Nei primi tempi questo intervento era altamente invasivo, ma oggi la tecnica è stata affinata in misura considerevole e può durare appena 20 minuti, con il ricorso ad un'anestesia generale che è facoltativo.
In confronto, la parte dell'intervento relativa alla fecondazione in vitro sembra essere piuttosto a bassa tecnologia. Gli ovuli vengono portati in laboratorio e uniti allo sperma del padre in uno speciale mezzo di coltura e poi lasciati riposare. Dopo circa 18 ore, gli ovuli dovrebbero già essere fecondati e possono essere rimossi. Gli embrioni candidati sono poi valutati sotto il profilo della qualità e i "migliori" vengono impiantati nell'utero della madre. Talvolta, per potenziare le possibilità di concepimento, possono essere trasferiti contemporaneamente diversi embrioni; questo è tuttavia anche il motivo per cui con la fecondazione in vitro non sono rare le nascite plurigemellari. La percentuale di gravidanze multiple nelle p. assistite è tuttavia molto elevata, poiché raggiunge (e in alcune casistiche supera) il 20%. Se gli embrioni hanno "attecchito", un normale test di gravidanza ne confermerà il successo. A volte vengono somministrati ulteriori farmaci per evitare che sopraggiunga il flusso mestruale che espellerebbe i nuovi embrioni. Si stima che le probabilità di successo oscillino fra il 20 e il 30 per cento per ciclo, sebbene alcune cliniche rivendichino un tasso di riuscita del 50 per cento. Le indagini condotte riguardo ai bambini concepiti in provetta hanno individuato argomenti sia a favore sia contro ad un potenziale aumento dei rischi di difetti congeniti.
Le terapie di stimolazione sull’ovaio, inoltre, possono, se eccessive, determinare la comparsa di una vera e propria sindrome da iperstimolazione ovarica, una temuta complicazione non solo delle fecondazioni assistite, ma di tutte le stimolazioni ovariche. L'impianto di molti embrioni rappresenta un grave rischio ostetrico e un ancor più grave problema di medicina neonatale.
Iniezione Intracitoplasmatica di Spermatozoi (ICSI)
Un'evoluzione della FIVET è la ICSI (intra cytoplasmatic sperm injection), che prevede l’introduzione di singoli spermatozoi nell’ooplasma degli ovociti, mediante un sistema microiniettivo. Questa tecnica è particolarmente utile in caso di basso quantitativo di spermatozoi o problemi di motilità maschile. Il processo ICSI risulta in qualche modo più discutibile rispetto alla semplice IVF, e alcuni hanno ipotizzato che la procedura ICSI comporti più rischi in termini di difetti congeniti, sebbene i dati siano ancora oggetto di studio e dibattito scientifico.
Trasferimento Intrafalloppiano di Gameti (GIFT)
La GIFT (gamete intra fallopian transfer), proposta nel 1984, viene utilizzata con successo in una serie di condizioni di sterilità di coppia (sterilità da cause ignote; diminuzione della fertilità maschile; alterazioni della parte distale delle tube). Questa tecnica è del tutto simile alla FIV/ET per quanto riguarda la stimolazione ovarica e il prelievo degli ovociti; ottenuti i gameti, questi (spermatozoi e ovociti) vengono inseriti in un sottile catetere e poi iniettati all’interno di una o di entrambe le tube. In questo modo, la fecondazione avviene in vivo, all'interno del corpo femminile, replicando più fedelmente il processo naturale. Dal punto di vista etico, la GIFT sembra non presentare alcun problema particolare, salvo il fatto di prevedere un’elevata perdita embrionale.
La Crioconservazione Ovocitaria: Preservare la Fertilità per il Futuro
In particolare, la conservazione pianificata degli ovociti rappresenta una delle frontiere più recenti e interessanti della PMA. Questo insieme di tecniche permette alle donne di conservare i propri ovociti - e, dunque, la propria capacità riproduttiva - in previsione dell’impossibilità, un domani, di concepire un figlio a causa di una patologia, di un trauma, o del naturale declino della fertilità dovuto all’età. Le tecniche che si utilizzano sono relativamente note e considerate ormai “standard” e non più sperimentali.
Come funziona? Gli ovociti vengono prelevati dopo il ricorso a cicli di stimolazione ovarica per essere poi conservati a temperature molto basse (“criopreservati”) in apposite biobanche, dove possono rimanere per anni o anche decenni. Tramite la fecondazione in vitro, questi ovociti possono essere utilizzati insieme a un gamete maschile - fresco o criopreservato, da partner o donatore - per creare un embrione da impiantare, con la speranza di portare a termine una gravidanza. Una donna può così concepire un figlio a lei geneticamente imparentato anche dopo essere diventata infertile.
La possibilità di conservare in modo pianificato i propri ovociti offre nuove e importanti opportunità riproduttive. Questo è vero, in primo luogo, per le donne che ricevono una diagnosi di tumore, o che soffrono di altre condizioni ereditarie o acquisite che sono incompatibili con il concepimento o la gravidanza. Grazie alla ricerca e ai progressi nelle terapie, infatti, la probabilità di essere in vita dopo cinque anni per una donna che riceve una diagnosi precoce di cancro al seno sfiora il 90%. Purtroppo, alcuni trattamenti come la radioterapia e la chemioterapia sono anche potenzialmente “gonadotossiche”, e cioè possono compromettere la fertilità. Per questo motivo, solo qualche anno fa, per una donna che riceveva una diagnosi di tumore in età fertile era difficile se non impossibile diventare madre. Oggi, invece, non è più così: dopo la diagnosi ma prima di ricevere i trattamenti, una donna può sottoporsi al prelievo degli ovociti per poi conservarli, mantenendo così la possibilità di diventare madre dopo la malattia. Oltre ai tumori, però, la conservazione degli ovociti può essere utile anche per le donne che soffrono di altre patologie che, sebbene non fatali, possono comunque ridurre la fertilità, come l’endometriosi.

Soprattutto, e forse è questa la cosa più rilevante per il futuro della nostra società, grazie alle tecniche di conservazione degli ovociti una donna può decidere di salvare “oggi per domani” una parte della propria capacità riproduttiva anche in assenza di una diagnosi o patologia. Ad esempio, una donna può oggi scegliere di conservare i propri ovociti, e “proteggersi” così dal naturale declino della fertilità dovuto all’avanzare dell’età, nell’attesa del “partner giusto”, di completare un percorso di studi, di superare una fase critica per la propria carriera, di raggiungere una condizione di migliore equilibrio economico, professionale o personale o, semplicemente, per salvaguardare un eventuale desiderio di maternità nel futuro. Questa possibilità è piuttosto recente, ma i suoi effetti sulla società e sulle scelte delle persone cominciano già a essere visibili.
Secondo uno studio recente, tra il 2019 e il 2021, negli Stati Uniti il ricorso a questa tecnica è aumentato del 39%. Questi numeri, è facile prevedere, sono destinati ad aumentare. La conservazione degli ovociti è già disponibile anche in Italia nei centri di PMA di secondo e terzo livello accreditati presso il Servizio Sanitario Nazionale e presso diverse strutture private, ed è accessibile sia per ragioni strettamente mediche che di altra natura.
Dilemmi Etici e Quadro Normativo: La Procreazione Assistita tra Scienza, Morale e Legge
Da quando nel 1978 è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta, il rapido progresso medico nel campo della procreazione assistita è andato crescendo di pari passo con la riflessione bioetica. Questa riflessione è stata fortemente sollecitata da quello che sembrava, da un lato, un legittimo intervento terapeutico per affrontare la sterilità umana e, dall’altro, un complesso metodo di ‘riproduzione’ artificiale della vita, pieno di incertezze e difficoltà, sotto il profilo etico oltre che tecnico.
Le prime controversie etiche emersero subito dopo la nascita di Louise Brown. Mentre la maggior parte dei bambini che nascono viene accolta dai familiari euforici, i Brown avevano l'ulteriore presenza dei media di tutto il mondo, accompagnata da un intenso dibattito sulla validità e sull'eticità della procedura. I problemi di fondo riguardavano il modo in cui gli embrioni si erano formati, vale a dire in laboratorio, non ricorrendo a "metodi naturali", e quale fine avessero fatto gli embrioni non utilizzati: si temeva "un'altra forma di aborto". La Chiesa cattolica, in particolare, si è opposta alla fecondazione in vitro. Ulteriori indagini si sono incentrate sulla selezione naturale: un bambino concepito in vitro è la scelta "migliore" o la scelta che la natura avrebbe altrimenti compiuto?
Per comprendere la complessità del tema, è bene partire da una prima distinzione, tra procreazione omologa ed eterologa. La procreazione omologa designa le tecniche volte a ottenere un concepimento umano a partire dai gameti di una coppia. La procreazione eterologa è volta invece a ottenere un concepimento a partire dai gameti provenienti da almeno un donatore estraneo alla coppia.
La riflessione etica sulle tecniche di procreazione assistita deve prendere le mosse da due presupposti fondamentali: il concetto di procreazione umana e la tutela della vita e della salute dell’individuo sin dalla fecondazione. Alla luce dell’antropologia personalista, la procreazione non è un fatto puramente biologico ma un ‘atto personale’, che in quanto tale deve coinvolgere la totalità delle persone nella coppia, in maniera esclusiva, che partecipano responsabilmente con il dono reciproco e totale del proprio essere persona (corpo e spirito). Distaccare nella procreazione la componente biologica da quelle affettiva e spirituale equivale a istituire una separazione tra vita e amore. Su questo punto si è espressa la Chiesa cattolica, spiegando (Istruzione Donum Vitae, 1987) che la fecondazione è lecita quando «è il termine di un atto coniugale per sé idoneo alla generazione della prole».
Ne derivano considerazioni etiche diverse. Per l’inseminazione omologa, essa è lecita finché si tratti di un aiuto terapeutico e integrativo, volto a far sì che l’atto coniugale, in sé completo, possa avere effetto procreativo; in pratica quando l’aiuto tecnico non risulti sostitutivo dell’atto coniugale e il seme, raccolto nell’ambito dell’atto, possa unirsi alla cellula uovo attuando la fecondazione. Il problema, infatti, non è l’intervento artificiale in sé, ma il rispetto della dignità della coppia e dell’atto procreativo. In particolare, la GIFT sembra, da questo punto di vista, non presentare alcun problema, salvo il fatto di prevedere un’elevata perdita embrionale. Due aspetti restano da chiarire. In primo luogo l’ipotesi in cui il seme venga prelevato con la masturbazione, quindi al di fuori dell’atto coniugale, in considerazione del fatto che si tratta di uno specifico momento, quello dell’inseminazione, che, pur separando la dimensione procreativa da quella unitiva, vorrebbe giustificarsi in funzione dell’intenzionalità procreativa della coppia (morale dell’intenzionalità) e nell’ambito di una vita coniugale; su questo punto però la riflessione etica porta a escludere che la globalità della vita coniugale possa garantire la dignità della procreazione, a prescindere dai singoli atti compiuti per raggiungere tale scopo.
Diversa è la valutazione etica sull’inseminazione eterologa e sulla FIVET. Nel primo caso, infatti, la figura del donatore del seme solleva innumerevoli problematiche di carattere etico, psicologico, sociale e giuridico, non solo nei confronti del figlio concepito (che avrà un padre biologico e un padre sociale) ma anche rispetto ai concetti di famiglia e di coppia, dove intervengono situazioni di ‘plurigenitorialità’. La separazione tra genitorialità genetica, gestazionale e sociale (educativa) diviene ancora più evidente nell’ipotesi di donazione, oltre che del seme, anche di ovocita da parte di una donna estranea alla coppia, o di embrione, nonché in caso di maternità surrogata, in seguito alla quale un figlio può arrivare ad avere una madre genetica (che ha donato l’ovulo), una madre gestazionale (che ha portato la gravidanza), una madre sociale (che lo alleva), un padre genetico e un padre sociale. Particolari problemi di carattere etico e giuridico sollevano poi i temi dell’attribuzione di paternità, del segreto sul donatore e della normativa commerciale sui gameti conservati e donati.
Naturalmente, come ogni tecnologia che interessa direttamente le scelte e la vita degli individui, anche la conservazione degli ovociti solleva una serie di domande etiche molto profonde e complesse. Quali sono i profili di sicurezza ed efficacia di queste tecniche? Quale impatto possono avere per l’autonomia riproduttiva delle donne, per le diseguaglianze tra i sessi e per le generazioni future? Per rispondere a queste e altre domande, il Comitato Etico della Fondazione Veronesi sta elaborando un nuovo parere dedicato ai profili etici della conservazione degli ovociti. Come ogni altro parere del Comitato, questo documento avrà il doppio scopo di informare la cittadinanza su un tema così importante e ancora poco conosciuto, e di offrire ai decisori politici una serie di raccomandazioni di indirizzo.
Negli ultimi cinquant’anni, sia negli Stati Uniti sia in Europa, sono stati costituiti appositi comitati e commissioni di studio sulle problematiche etiche, sociali, giuridiche e psicologiche della fecondazione artificiale, e sono state promulgate leggi e convenzioni, anche al fine di regolamentare la materia nella maniera più dettagliata possibile. A tale proposito va tuttavia sottolineato che le differenti soluzioni legislative non risolvono in alcun modo la riflessione etica sulle problematiche sollevate dal progresso medico in materia di procreazione umana.
In Italia, la procreazione medicalmente assistita è specificamente contemplata dalla l. n. 40/2004. In base a questa legge, qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità inspiegate e documentate da atto medico, una coppia di persone maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, può chiedere di accedere alle pratiche di procreazione medicalmente assistita di tipo omologo, e, quindi, senza ricorrere a donatori esterni alla coppia stessa. Chiunque, a qualsiasi titolo, utilizzi a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro. Il medico deve informare in maniera dettagliata la coppia sui metodi, sui problemi bioetici e sui possibili effetti collaterali sanitari e psicologici conseguenti all’applicazione delle tecniche stesse, sulle probabilità di successo e sui rischi dalle stesse derivanti, nonché sulle relative conseguenze giuridiche per la donna, per l’uomo e per il nascituro, che comunque avrà lo stato di figlio legittimo o riconosciuto. Alla coppia deve essere prospettata la possibilità di ricorrere a procedure di adozione o di affidamento ai sensi della l. n. 184/1983, e successive modificazioni, come alternativa alla procreazione medicalmente assistita. Le informazioni (comprese quelle concernenti il grado di invasività delle tecniche nei confronti della donna e dell’uomo) devono essere fornite per ciascuna delle tecniche applicate e in modo tale da garantire il formarsi di una volontà consapevole e consapevolmente espressa. Inoltre, alla coppia devono essere prospettati con chiarezza i costi economici dell’intera procedura qualora si tratti di strutture private autorizzate, e la volontà di entrambi i soggetti di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita deve essere espressa per iscritto congiuntamente al medico responsabile della struttura. Tra la manifestazione della volontà e l’applicazione della tecnica deve trascorrere un periodo non inferiore a 7 giorni. Il personale sanitario ed esercente le attività sanitarie ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure per l’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita di cui alla l. n. 40/2004 quando sollevi obiezione di coscienza con preventiva dichiarazione. L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività sanitarie ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificatamente e necessariamente dirette a determinare l’intervento di procreazione assistita.
Oltre i Confini Temporali: Un Embrione Congelato per Decenni Riscrive la Storia
La capacità di crioconservare embrioni ha aperto nuove frontiere e sollevato ulteriori interrogativi. Una recente notizia dagli Stati Uniti ha illustrato in modo emblematico i progressi e le implicazioni di questa pratica. Una coppia statunitense, Lindsey e Tim Pierce, ha avuto un figlio col quale ha molto probabilmente battuto un record. Per quello che si sa, infatti, il loro è il primo caso di una gravidanza andata a buon fine dopo l’impianto di un embrione (cioè un ovulo fecondato) rimasto congelato per così tanto tempo: quasi 31 anni, dal 1994. Lindsey e Tim Pierce, di 35 e 34 anni, residenti in Ohio, si erano sottoposti a una procedura di fecondazione assistita dopo sette anni di tentativi infruttuosi di avere un figlio.
Negli Stati Uniti è possibile donare i propri embrioni congelati, ma è molto raro che venga fatto con embrioni così vecchi. La donna che ha donato l’embrione di 31 anni ai Pierce si chiama Linda Archerd e ha 62 anni. Nel 1994 si era sottoposta a una procedura di fecondazione in vitro con trasferimento dell’embrione, che oggi è una delle tecniche di fecondazione assistita più comuni ma che ai tempi era una novità. Insieme al marito, aveva ottenuto quattro embrioni. Dopo essersi separata dal marito ed essere andata in menopausa, Archerd pagava circa mille dollari all’anno per conservare i tre embrioni, ma non voleva buttarli, e neanche regalarli alla ricerca scientifica o donarli a una famiglia in modo anonimo. Archerd trovò quindi un’agenzia cristiana, la Nightlight Christian Adoptions, che si occupa di “adozioni di embrioni” a partire dalla convinzione religiosa secondo cui la vita inizierebbe dal concepimento e che quindi gli embrioni avrebbero in qualche modo “diritto” di diventare persone. L’agenzia trovata da Archerd non è l’unica negli Stati Uniti che mette in contatto persone che vogliono donare i propri embrioni con coppie che ne hanno bisogno: i donatori possono conoscere le coppie e decidere se donare proprio a loro o meno.
Gli embrioni di Archerd furono inseriti all’interno di un programma speciale dell’agenzia, per embrioni più difficili da donare di altri; i Pierce stavano provando da anni ad avere figli, e decisero di affidarsi a quello stesso programma perché si sentivano a loro volta un caso più difficile di altri. Anche la clinica a cui si sono rivolti i Pierce per la fecondazione assistita, la Rejoice Fertility, è cristiana: il medico che ha impiantato l’embrione, John Gordon, è impegnato nel tentativo di ridurre il più possibile il numero di embrioni conservati negli Stati Uniti, i quali, dice, «pesano sulla sua coscienza». Per questo non si è tirato indietro di fronte alla possibilità di impiantare un embrione così vecchio, come invece avrebbero fatto molti altri al suo posto. Secondo gli esperti, negli Stati Uniti ci sono circa un milione e mezzo di embrioni congelati. La clinica ha fatto sapere che gli embrioni di Archerd erano conservati con un metodo vecchio e che per questo il processo di scongelamento è stato particolarmente delicato. Questo evento straordinario sottolinea non solo l'incredibile longevità della vita crioconservata, ma anche le complesse intersezioni tra scienza, fede, etica e scelte personali che continuano a modellare il panorama della procreazione assistita.
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