La figura di Fausto Tommei rappresenta un capitolo significativo e poliedrico nella storia dello spettacolo italiano del ventesimo secolo. Attore dalla versatilità rara, la sua carriera si è snodata attraverso i decenni con una dedizione costante verso il teatro di prosa, la rivista, la radio, il cinema e, in modo determinante, il mondo del doppiaggio. La sua parabola artistica, caratterizzata da una spiccata capacità di entrare in sintonia con il pubblico, ci permette di rileggere un’epoca in cui la recitazione italiana cercava nuove forme di espressione tra la tradizione classica e le moderne spinte mediatiche.

Dalle aule universitarie al debutto teatrale
Il percorso umano e professionale di Fausto Tommei ebbe una svolta decisiva già in gioventù. Nel 1928, quando frequentava ancora l'università a Pavia, interruppe bruscamente gli studi per dedicarsi al teatro. Questa scelta, dettata da una vocazione profonda, lo portò rapidamente ad entrare a far parte di varie compagnie di grido. In breve tempo, Tommei riuscì ad affermarsi come attore brillante, estroverso e simpatico, capace di notevole presa sul pubblico.
La sua formazione non fu solo accademica, ma vissuta sul campo, in un clima di fervore culturale che portò il giovane interprete a confrontarsi con testi di alto valore letterario. Una conferma della sua caratura artistica giunse nel 1941, quando raccolse un notevole successo nel Poeta fantastico di Goldoni, messo in scena da Orazio Costa al Festival di Venezia. È in questo periodo che la figura di Tommei inizia a consolidarsi come uno dei volti più interessanti del panorama teatrale nazionale, capace di muoversi con agilità tra i generi.
La radio e l'ascesa mediatica
Fino agli anni Quaranta, la vita professionale di Fausto Tommei fu scandita da un equilibrio dinamico tra l'attività radiofonica e quella teatrale. Come presentatore all'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) di Torino, Tommei divenne una voce familiare per milioni di italiani. La radio, in quegli anni, rappresentava il veicolo di intrattenimento più pervasivo e la sua presenza nelle trasmissioni dell'ente contribuì in modo decisivo a forgiare la sua popolarità.
Questa doppia veste di uomo di palcoscenico e voce radiofonica gli permise di sviluppare una dizione impeccabile e una sensibilità verso il suono che si sarebbe rivelata fondamentale negli anni a venire. Fu proprio in questo clima di creatività radiofonica che Tommei maturò quell'estro che lo rendeva unico, capace di alternare la recitazione comica a quella impegnata con la stessa naturalezza.

Il cinema e la stagione della rivista
Il rapporto di Fausto Tommei con il cinema fu un aspetto della sua carriera che, pur non essendo predominante, merita attenzione per la qualità di alcune collaborazioni. Esordì nel cinema durante la guerra, ma la sua attività in questo campo fu saltuaria e marginale, in parti secondarie e di scarso interesse. Tra le pellicole a cui prese parte si ricordano: Ecco la radio! (1940), regia di Giacomo Gentilomo; La fortuna viene dal cielo (1942), regia di Ákos Ráthonyi; Tentazione (1942), regia di Aldo Frosi; Cercasi bionda bella presenza (1942), regia di Pina Renzi; Silenzio, si gira! (1943), regia di Carlo Campogalliani; Vivere ancora (1944), regia di Nino Giannini e Leo Longanesi.
Particolare menzione merita Siamo tutti milanesi (1954), diretto da Mario Landi e tratto dall'omonima commedia di Arnaldo Fraccaroli. Tommei aveva già interpretato con successo questo ruolo in teatro nel 1952, e la trasposizione cinematografica fu l'occasione per riportare sullo schermo una delle sue performance più apprezzate. Parallelamente, nel secondo dopoguerra, rivolse la propria attenzione al teatro di rivista, partecipando come attore comico a vari spettacoli fra i secondi anni Quaranta e i primi anni Cinquanta. Ricordiamo, ad esempio, la partecipazione a 07… Aria nuova, allestito dalla Compagnia Grandi Riviste Totò nel 1943.
Così erano le CASE dei PAESI italiani negli ANNI '50 🏠
L'impegno nel doppiaggio: un'eredità tecnica
Uno degli aspetti più rilevanti, e spesso meno celebrati, della vita artistica di Fausto Tommei è il suo contributo al doppiaggio. Negli anni quaranta iniziò a lavorare in questo settore, attività che proseguirà sino a quasi pochi giorni prima della sua morte. Il suo lavoro di doppiatore appare di un certo interesse perché Tommei, ottimo conoscitore di vari dialetti, prestò in questo campo un'opera particolarmente utile, fornendo ad attori italiani le varie inflessioni richieste dalle esigenze sceniche.
In un'epoca in cui il doppiaggio italiano stava definendo i propri standard qualitativi, Tommei fu uno dei professionisti che seppe coniugare la tecnica interpretativa con la precisione filologica delle sfumature linguistiche locali. Questa sua abilità non era solo un esercizio di stile, ma una reale necessità produttiva che permetteva a pellicole di diversa origine di trovare un'autenticità espressiva nel mercato tricolore.
Il Teatro delle Maschere: una direzione artistica d'eccezione
Verso la fine degli anni Cinquanta, Tommei consolidò il suo legame con il teatro di prosa, dirigendo dal 1956 al 1958 il Teatro delle Maschere a Milano. Questo triennio rappresentò un momento di altissima intensità creativa, dove l'attore ebbe modo di misurarsi anche con la regia, plasmando messe in scena che spaziavano dal classico al contemporaneo.
La programmazione del Teatro delle Maschere sotto la sua direzione fu ricca di titoli significativi:
- Una partita a scacchi di Giuseppe Giacosa (23 settembre 1957)
- La famiglia del caffettiere di Riccardo Bacchelli (23 settembre 1957)
- Copecchia e Marianorma di Rosso di San Secondo (7 ottobre 1957)
- L'altra vita di Carlo Castelli (7 ottobre 1957)
- Serata d'onore di Dino Falconi (7 ottobre 1957)
- Il principe azzurro di Sabatino Lopez (23 ottobre 1957)
- Due gigli in boccio di Dino Falconi (16 dicembre 1957)
- Capogiro di Willy Lukas, regia di Francis Gmehling (25 gennaio 1958)
- Hai capito, Amalia? di Umberto Simonetta e Guglielmo Zucconi (11 febbraio 1958)
- La campana di frate Ignazio di A. Salvatore e W. Bellodi (11 marzo 1958)
- Le domeniche di Angiola e Bortolo di Gino Pugnetti (14 aprile 1958)
- La cruna nell'ago di Turi Vasile (14 aprile 1958)
- La sommossa di Giovanni Mosca (14 aprile 1958)
- Lulù la banana di Anna Bonacci (29 aprile 1958)
- L'uomo nuovo di Ferdinando Visconti di Modrone (29 aprile 1958)
Successivamente, il suo impegno proseguì al Teatro Sant'Erasmo, dove diresse Le miserie del signor Travetti di Vittorio Bersezio il 23 giugno 1958.

Gli ultimi anni e la memoria di un artista
La vita professionale di Tommei si spense mentre ancora era nel pieno della sua attività. I primi sintomi della grave malattia che lo porterà alla morte lo colsero a Venezia, sua città natale, durante la ripresa di uno sceneggiato televisivo, sulla scalinata di Palazzo Ducale. Anche la sua attività televisiva, sebbene molto modesta e limitata a qualche commedia e a qualche sceneggiato, rimane come testimonianza della sua costante ricerca di nuovi linguaggi comunicativi.
La figura di Fausto Tommei è stata analizzata anche in testi di settore, come nel volume di Massimo Emanuelli, 50 anni, storia della televisione attraverso la stampa settimanale, edito da Greco & Greco, che contestualizza il ruolo di artisti come lui all'interno dell'evoluzione dei media in Italia. Il ricordo di Tommei permane vivo non solo tra i colleghi che hanno avuto modo di apprezzarne la professionalità, ma anche in chi riconosce in lui il tipico esempio dell'attore di mestiere, capace di dominare ogni palcoscenico con intelligenza, umiltà e una profonda dedizione al lavoro. La sua capacità di passare dal dialetto alla lingua pura, dalla commedia al dramma, rimane un modello di versatilità per le generazioni di attori che si sono succedute dopo la sua scomparsa.