La trama invisibile: Storia dell'emancipazione femminile e del diritto all'aborto

La Storia è il sole nella cui luce muoviamo i nostri passi, tutti i giorni. Comprendere il passato non è un esercizio di erudizione, ma un atto di consapevolezza necessaria per navigare il presente. Nel dibattito contemporaneo, l’aborto è spesso dipinto come un principio immutabile o una questione di opinione astratta. Eppure, la storia ci insegna che il controllo del corpo delle donne è sempre stato il riflesso di configurazioni politiche, economiche e patriarcali ben precise. Ripercorrere questo percorso significa smantellare l'illusione che i diritti siano conquiste definitive e immuni dall'erosione del tempo.

rappresentazione storica del movimento femminista e della lotta per i diritti civili

Il corpo come proprietà: L'eredità dell'Ottocento

Già nell’Ottocento, la maternità divenne una questione pubblica. In quest’ottica, il feto si trasformò in un "futuro cittadino, soldato e lavoratore" da salvaguardare e, di conseguenza, "la donna gravida non è più semplice moglie del cittadino, ma in un certo modo proprietà dello Stato", secondo la definizione data dal medico illuminista tedesco Johann Peter Frank. In epoca fascista, le leggi su questo tema si fecero più stringenti: aborto e contraccezione divennero reati contro la persona o delitti contro l’ordine della famiglia.

In Italia, è con il nuovo Codice penale Rocco, promulgato nel 1930, che «l’oggetto giuridico del reato» d’aborto procurato diviene esplicitamente «l’interesse dello Stato», secondo il Titolo X, Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe. Il corpo femminile non apparteneva più alla donna, ma alla nazione. Questa concezione, che affonda le radici nella trasformazione tardo-settecentesca in cui al «non nato» vennero assegnati i caratteri di «persona» e cittadinanza, ha sedimentato nel tempo l'idea che la riproduzione fosse una funzione biologica subordinata alle necessità dello Stato.

Il silenzio e il sangue: L’epoca dell’aborto clandestino

Prima del 1978, l'interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano, che lo puniva con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all'esecutore dell'aborto sia alla donna stessa. Nel 1973, in Italia, erano più di 3 milioni le donne che ogni anno ricorrevano a un aborto clandestino. Molte morivano nelle ore successive, dissanguate, con l'utero perforato da ferri da calza malamente manovrati dalle mammane, o avvelenate da decotti fatti in casa.

Non mancavano le donne che sceglievano di ricorrere a quello che alcuni autori definirono il "cieco attacco" contro il proprio utero, con uno strumento che bucasse la placenta: come un particolare ago di bronzo, antenato del ferro da calza delle mammane. Secondo i dati registrati nel 1973 dal movimento Gaetano Salvemini, le donne morte di aborto o di malattie conseguenti ad esso erano circa ventimila all’anno. Le pratiche e gli strumenti maggiormente utilizzati erano di tipo artigianale e consistevano in immersioni in bagni bollenti, stampelle (divenute lo strumento simbolo degli attivisti abortisti), ferri da maglia, stecche di ombrelli che, nel migliore dei casi, provocavano infezioni ed emorragie.

22 maggio 1978 sulla Gazzetta Ufficiale la legge n.194

L'irruzione del soggetto politico: Autocoscienza e disobbedienza

La prima cosa da fare era appunto rompere il silenzio. Come spesso avviene nella storia delle donne, sono i movimenti minuti - agiti e scelti nella sfera considerata tradizionalmente soltanto “privata” - a smuovere l’attenzione dell’opinione pubblica. A cavallo tra anni Sessanta e Settanta, un insieme ampio e sfaccettato di soggetti animò la campagna italiana per la depenalizzazione dell’aborto. Il femminismo di radice marxista, in particolare, inserì nell'analisi la classe sociale, chiarendo che l’aborto rappresentava un altro modo specifico di “morire di classe”.

L’autorganizzazione dal basso fu decisiva: si pensi all’attività del Cisa, il Centro informazioni sulla sterilizzazione e sull’aborto fondato nel 1973 da Adele Faccio e Guido Tassinari, convinti sostenitori della disobbedienza civile. Allo stesso modo, le esperienze dei consultori autogestiti femministi (come il consultorio della Bovisa a Milano o il Centro per la salute della donna a Padova) permisero di affrontare direttamente i problemi delle interruzioni di gravidanza clandestine.

La Legge 194: Un compromesso storico

Il 22 maggio 1978 la legge 194 iniziava a garantire in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza e la tutela sociale della maternità. Si trattava di un avanzamento legislativo fondamentale, ma il risultato fu un compromesso che finì per scontentare un po' tutti: la Chiesa, i partiti e i movimenti femministi che auspicavano una depenalizzazione totale.

In verità, in Italia l’impostazione della legge 194 non è legata al principio della libertà personale, né tantomeno all’autodeterminazione riproduttiva, bensì alla tutela del diritto alla salute, a partire dalla sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 1975. La legge abrogherà l’intero Titolo X del codice Rocco, ma la sua applicazione rimane strettamente legata alla capacità delle strutture sanitarie di garantirla, rendendo il diritto astratto spesso difficile da esercitare concretamente.

grafico che mostra l'evoluzione dell'accesso all'IVG dopo il 1978

Nuove sfide: Il diritto che non può dirsi acquisito

La storia delle leggi sull’aborto dimostra come esso non sia un diritto che può essere dato per acquisito una volta per tutte. Oggi, il dibattito si è spostato su linee di confine etniche, economiche e sociali. Strasburgo pone l’accento su donne in condizioni di povertà, razzializzate, provenienti da zone rurali, persone LGBTQ, donne migranti e con disabilità, per le quali i dispositivi di tutela risultano inefficaci.

Guardando all’Italia, mentre le associazioni pro-life acquistano sempre più spazio, nei soli primi tre mesi della XIX Legislatura sono state presentate diverse proposte di legge che mirano a mettere in discussione il paradigma del concepito, cercando di anticipare la capacità giuridica al concepimento o di istituire «Giornate della vita nascente». Come hanno evidenziato le studiose Alessandra Gissi e Paola Stelliferi, l’aborto non appartiene a una dimensione metastorica, ma è un prodotto storico stratificato. Proteggere questo diritto richiede oggi una vigilanza costante, consapevole che, come nel passato, il corpo della donna continua a essere il campo di battaglia di tensioni ideologiche e tentativi di controllo.

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