La gravidanza è un momento delicato della vita di ogni donna e richiede un po' di attenzione in più, giorno dopo giorno. Durante questo periodo di profondo cambiamento e attesa, ci sono sicuramente tante nuove abitudini da adottare e anche alcune cose da evitare assolutamente, al fine di salvaguardare la salute della futura mamma e del suo bambino. Le donne in dolce attesa si trovano spesso a dover affrontare una serie di disagi fisici, tra cui spiccano in particolare la nausea e l'acidità gastrica, fenomeni comuni che possono influenzare significativamente la qualità della vita quotidiana. La gestione di questi sintomi richiede un approccio attento e informato, spesso bilanciando l'efficacia dei rimedi con la massima sicurezza per la gestazione. In questo contesto, l'uso di prodotti da banco come gli effervescenti granulari, tra cui la Citrosodina, diventa un argomento di particolare interesse e merita un'analisi dettagliata per comprendere appieno le loro indicazioni, il loro meccanismo d'azione, le potenziali controindicazioni e le buone pratiche da adottare. È fondamentale che ogni decisione terapeutica, anche per disturbi apparentemente lievi, sia presa con cognizione di causa e, idealmente, sotto la guida di un professionista sanitario.
La Nausea Gravidica: Un Disturbo Diffuso e le Sue Origini
La nausea è forse il sintomo più diffuso e tipico della gravidanza, un compagno quasi immancabile per moltissime donne fin dai primi giorni. Colpisce almeno 3 donne su 4, e ricerche inglesi hanno evidenziato che circa il 50-90% delle donne in dolce attesa ne soffre nelle prime settimane di gestazione. Questo fastidio può manifestarsi in modo più o meno intenso, e in alcuni casi, può essere accompagnato da episodi di vomito. Generalmente, la nausea si manifesta per tutta la durata dei primi tre mesi di gestazione. Trascorso questo periodo, regredisce fino a scomparire, raggiungendo il suo picco tra la dodicesima e la quattordicesima settimana.
I momenti della giornata in cui la nausea fa capolino nella vita di una donna incinta sono spesso le prime ore del giorno, al mattino quando lo stomaco è vuoto. Non mancano però le donne che lamentano fastidi in altri momenti della giornata, rendendo il quadro clinico estremamente variabile. Fare una casistica generale è complesso perché la nausea può avvenire in modo molto diverso da donna a donna e variare notevolmente anche di intensità. Può essere poi determinata da fattori differenti come l’odore o la vista di un particolare cibo, dal fastidio che provoca avere lo stomaco vuoto, oppure dal disagio per un senso di gonfiore e pienezza.
Le cause esatte della nausea gravidica non sono ancora del tutto chiare, ma si ritiene che sia principalmente dovuta agli sbalzi ormonali tipici del momento. In particolare, la nausea in gravidanza sembrerebbe essere causata soprattutto dall’ormone beta hCG, facilmente misurabile per altro, anche se gli esperti non sono sicuri che sia l’unica causa di questi disturbi. Anche l'aumento del progesterone può giocare un ruolo, poiché un picco di progesterone può causare il rilassamento dello sfintere esofageo inferiore, favorendo il reflusso gastrico e contribuendo al senso di disagio. Talvolta la nausea può sfociare in iperemesi, con vomito importante, che impedisce alla donna in attesa di assimilare i nutrienti che le occorrono per stare bene. Se l'assunzione di alimenti o liquidi causa vomito, e i farmaci antiemetici non sortiscono l’effetto desiderato, nei casi più gravi può rendersi necessario il ricovero ospedaliero per prevenire disidratazione e carenze nutrizionali. I sintomi di bruciore di stomaco e cattiva digestione possono variare da un fastidio che dura circa 5 minuti dopo aver mangiato, a un dolore più intenso e bruciante.

Citrosodina: Composizione, Meccanismo d'Azione e Indicazioni Generali
La Citrosodina è un prodotto di automedicazione ampiamente utilizzato per contrastare i disturbi digestivi, in particolare l'acidità gastrica. La sua azione si deve alla presenza del bicarbonato di sodio, un sale a digestione basica. È molto efficace nel tamponare l'acidità gastrica sia in caso di acidità momentanea che prolungata. Il sodio bicarbonato assicura infatti un immediato effetto antiacido se assunto come effervescente o anche come compresse masticabili perché lega idrogenioni nell'ambiente gastrico, liberando acqua, sodio e anidride carbonica.
Il principio attivo di questo farmaco da banco è il citrato di sodio, il quale agisce neutralizzando l’acido gastrico e riducendo l’irritazione dell’esofago e dello stomaco. Rispetto ad altri antiacidi, il sodio bicarbonato è in grado di garantire un effetto antiacido immediato, grazie alla capacità di legare idrogenioni nell'ambiente gastrico, liberando acqua, sodio e anidride carbonica. Questo meccanismo rapido lo rende particolarmente adatto per il trattamento di episodi sporadici di acidità gastrica. Tuttavia, è importante notare che il trattamento cronico dell'acidità può essere trattato in diversi modi e molti di questi sono più efficaci della Citrosodina, che è poco indicata nel trattamento “cronico” e prolungato dell'acidità di stomaco. È in generale quindi molto adatto quando si hanno sintomi lievi come bruciore di stomaco, disturbi digestivi e acidità. Per il trattamento di episodi sporadici di acidità gastrica si consiglia l'assunzione di 2 cucchiai da caffè di granulato effervescente, 1 bustina o 4 compresse per 3-4 volte al giorno.
Uso degli Antiacidi (Parte1)
Citrosodina in Gravidanza: Sicurezza, Usi e Precauzioni
Quando si parla di farmaci e gravidanza, la cautela è d'obbligo. Per quanto riguarda la Citrosodina, la domanda se sia sicura in questo periodo è molto frequente. Molte donne, infatti, si affidano alla classica Citrosodina per attutire la nausea e i disturbi digestivi. La buona notizia è che Citrosodina in gravidanza, in generale, non presenta controindicazioni significative per la madre o per il nascituro. Gli effervescenti digestivi infatti possono essere utilizzati tranquillamente. La Citrosodina è solitamente ben tollerata dallo stomaco, va sciolta in acqua e può essere usata anche dai bambini e non causa alcun danno al feto, ecco perché tanti ginecologo ne consigliano l'uso proprio nel primo trimestre della gravidanza. Studi di farmacocinetica hanno dimostrato che la Citrosodina non si è rivelata tossica alle dosi terapeutiche, quando assunta in gravidanza, né per la madre né per il nascituro.
Nonostante la sua generale sicurezza, alcune precauzioni sono necessarie. La presenza di Sali di sodio all'interno di Citrosodina potrebbe essere poco indicata in pazienti affetti da insufficienza renale grave, ipertensione spiccata, o individui sottoposti a regime dietetico iposodico. In questi casi, l'assunzione di Citrosodina dovrebbe essere monitorata attentamente dal proprio medico. Inoltre, è bene sapere che studi di farmacocinetica mostrano come gli antiacidi possano inibire l'assorbimento di molti altri principi attivi, riducendone in modo significativo sia la biodisponibilità che l'efficacia terapeutica. Pertanto, è sempre consigliabile informare il medico o il farmacista di tutti i farmaci e integratori che si stanno assumendo.
Alcuni professionisti, pur riconoscendo la sicurezza della Citrosodina, preferiscono consigliare l’uso di farmaci a base di Idrossido di magnesio ed Idrossido di alluminio, principi attivi che reagiscono con l’acido cloridrico dello stomaco neutralizzando l’acidità gastrica che causa il bruciore di stomaco. Questi farmaci sono preferiti poiché offrono un’azione più mirata nel trattamento di disturbi digestivi e reflusso acido, con una maggiore sicurezza per la gravidanza. Un esempio di prodotto che può essere assunto in gravidanza o durante l'allattamento al seno, e che contiene sodio alginato e/o calcio carbonato, è Gaviscon Bruciore e Indigestione. Come per tutti i medicinali, la durata del trattamento deve essere limitata il più possibile.
In altri contesti, gli inibitori di pompa protonica, invece, raramente trovano impiego in gravidanza, poiché non vi sono dati sufficienti circa la loro sicurezza d'uso durante la gestazione. Allo stesso modo, esistono farmaci che solo il medico può prescrivere, come antistaminici e farmaci che contengono Vitamina B6, specifici per la nausea più severa. Ciò sottolinea l'importanza di una consulenza medica personalizzata, poiché ogni donna in attesa è diversa e richiede rimedi su misura, evitando il "fai da te", tranne che in episodi davvero sporadici.
Strategie Non Farmacologiche per Gestire Nausea e Acidità in Gravidanza
Indipendentemente dall'integratore che si decide di assumere, dalla Citrosodina effervescente o in compresse masticabili, esistono una serie di buone abitudini da adottare per diminuire la nausea gravidica soprattutto nel primo trimestre e per prevenire o trattare il bruciore di stomaco in generale. Questi consigli, spesso tramandati come "consigli della nonna", sono supportati da una logica pratica e possono fare una grande differenza nel benessere quotidiano della futura mamma.
Un primo suggerimento fondamentale è mangiare poco e spesso, frazionando i pasti durante la giornata. Questo è importante perché evita di farti provare la sensazione dello stomaco vuoto ma anche la pienezza e il gonfiore di aver mangiato troppo durante un pasto. Preferire cibi salati e secchi, come cracker o fette biscottate, può aiutare ad assorbire l'eccesso di acidità e a ridurre il senso di nausea. Al contrario, è consigliabile evitare i cibi il cui odore e la cui vista creano disagio, così come gli alimenti molto grassi e speziati che possono aumentare la nausea. È consigliabile seguire un’alimentazione sana e cercare di evitare i cibi che potrebbero favorire la risalita del contenuto gastrico o la cattiva digestione, per esempio i cibi piccanti e acidi, la menta, il cioccolato, le bevande molto calde e quelle contenenti caffeina.
Oltre all'alimentazione, anche lo stile di vita gioca un ruolo cruciale. Non impigrirsi sul divano ma al contrario passeggiare un po' dopo ogni pasto è un ottimo modo per avviare la digestione e sentirsi subito più leggeri, migliorando il transito intestinale e riducendo il gonfiore. Evitare gli ambienti chiusi e i luoghi dove l'odore di cibo cucinato è molto forte può contribuire a prevenire attacchi di nausea. Vietati fumo e alcol, che possono tra l'altro causare anche nausea, oltre a essere gravemente dannosi sia per la madre che per il feto.
Esistono anche rimedi naturali specifici che hanno dimostrato una certa efficacia. Uno dei rimedi naturali più apprezzato dalle donne in attesa è lo zenzero: lo zenzero può essere assunto sotto forma di tisana oppure contenuto in specifici preparati fitoterapici o integratori. Un altro rimedio molto usato, super sicuro per la mamma e per il feto, sono i braccialetti antinausea, che funzionano in base ai principi della digitopressione e che attenuano il senso di nausea. Tuttavia, è sempre opportuno ribadire che solo un medico, e in questo caso il ginecologo, può prescrivere il rimedio più adatto al proprio caso, quindi non tralasciare mai di consultarlo. Questo perché ogni donna in attesa è diversa e richiede rimedi su misura.

I Dolcificanti in Gravidanza: Tra Miti e Realtà Scientifiche
Durante la gravidanza, il tema dell’aumento di peso è particolarmente sentito dalle donne incinte. Alla base di questa preoccupazione, oltre alla consapevolezza che un eccessivo incremento ponderale potrebbe mettere a rischio la salute di mamma e bambino (pensiamo, per esempio, alle complicanze del diabete gestazionale), ci sono anche motivazioni “estetiche” e quindi emotive, legate alla difficoltà di accettare un corpo che progressivamente cambia e alla paura di non poter più tornare al fisico pre-gravidanza. Capisci benissimo che la futura mamma, se non adeguatamente informata e indirizzata dal professionista del settore, potrebbe essere portata a fare scelte alimentari, se non pericolose, quantomeno poco adeguate rispetto alla sua nuova condizione.
Alcune donne, soprattutto nel caso siano state loro imposte particolari limitazioni a livello alimentare (magari per una condizione di sovrappeso, o obesità pregresse), potrebbero decidere per esempio, di utilizzare nella quotidianità i dolcificanti ipocalorici, ritenendoli una alternativa più salutare rispetto allo zucchero. Questa idea potrebbe rappresentare il viatico per concedersi lo sfizio del dolce “a costo zero” in termini calorici. Il tema è stato oggetto di molti studi e per alcuni aspetti è ancora oggetto di dibattito: i dolcificanti artificiali fanno male in gravidanza? Sono pericolosi per la salute del feto?
Prima di scoprire come si pone il mondo scientifico rispetto all’utilizzo degli edulcoranti in gravidanza, è importante precisare che i dolcificanti sono riconducibili a due categorie principali. La prima è quella dei dolcificanti artificiali, detti non nutritivi e acalorici, tra cui ritroviamo aspartame, acesulfame, saccarina, ciclammati e sucralosio (contenuti, per farti un esempio, nella coca zero e nelle caramelle cosiddette “light”). Questi composti sono sintetizzati chimicamente e non apportano calorie o nutrienti significativi. La seconda categoria comprende i dolcificanti naturali nutritivi e calorici come (per citare i più conosciuti) il miele, il fruttosio, lo sciroppo d’agave e la stevia. Questi derivano da fonti naturali e, pur essendo "naturali", apportano calorie e influenzano il metabolismo glucidico.
Per quanto riguarda i dolcificanti artificiali, è stato dimostrato, in ambito scientifico, che il loro consumo può provocare nell’organismo umano delle alterazioni a livello fisiologico significative, non solo sulla glicemia, ma anche sul controllo del glucosio e sul prezioso microbiota intestinale. Riguardo all’uso degli edulcoranti naturali, è doveroso rimarcare che si tratta sempre e comunque di zuccheri e in quanto tali, se consumati in eccesso, hanno l’impatto negativo di aumentare la glicemia, con la conseguente predisposizione all’aumento del peso corporeo. Non devi pensare quindi: “in quanto naturali, sono necessariamente salutari!”. Questa è una distinzione cruciale per fare scelte alimentari informate e sicure durante la gravidanza.

Raccomandazioni Specifiche sull'Uso degli Edulcoranti in Gestazione
Per quanto riguarda il consumo di edulcoranti durante la gestazione, il consiglio che possiamo dare alle donne in gravidanza è di fare molta attenzione! È fondamentale comprendere le specifiche linee guida e le precauzioni necessarie. Devi sapere che, dopo attenti studi, l’uso degli edulcoranti è stato regolamentato a livello europeo attraverso l’individuazione delle dosi massime giornaliere consentite e ritenute “sicure” per la popolazione (ADI - Acceptable Daily Intake), tenuto conto dei membri più sensibili e vulnerabili della popolazione stessa, come i bambini e le donne in gravidanza. Nel rispetto di queste quantità, misurate in milligrammi per chilogrammo di peso corporeo, non sono riscontrabili effetti tossici a carico dell’organismo.
Quello che a noi però interessa particolarmente in gravidanza è la capacità degli edulcoranti di attraversare la barriera placentare e i loro potenziali effetti sul feto. A questo proposito, alcune sostanze richiedono un'attenzione maggiore, se non una completa eliminazione. In gravidanza deve essere assolutamente EVITATO IL CONSUMO di SACCARINA e di CICLAMATO. In relazione a quest’ultimo per esempio, è stata osservata una diminuzione delle dimensioni della placenta e del peso fetale, dati che rendono la sua assunzione inaccettabile durante la gestazione.
Agli altri edulcoranti - aspartame, acesulfame, sucralosio e i “glucosidi steviolici purificati” - è possibile ricorrere, ma la parola d’ordine è “moderazione” e assoluto rispetto dei livelli di assunzione giornaliera raccomandati. Questo significa non superare le dosi stabilite dagli enti regolatori e considerare sempre il consumo complessivo di tutti gli alimenti e bevande contenenti tali sostanze. Per quanto riguarda la nota stevia, è fortemente sconsigliato l’utilizzo della foglia cruda (ma anche infusi o estratti della foglia intera) perché potrebbero contenere sostanze tossiche per il feto, come anche affermato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA). È importante distinguere tra la foglia intera non purificata e i glucosidi steviolici purificati, che sono considerati sicuri entro i limiti dell'ADI. La cautela e la consulenza medica rimangono sempre i pilastri per una gravidanza serena e sicura.
Impatto dei Dolcificanti sugli Esiti della Gravidanza: Studi e Dibattiti Aperti
Da qualche tempo la ricerca scientifica si è anche concentrata sulla possibile interferenza del consumo di dolcificanti in gravidanza sugli esiti della gravidanza stessa, come l’aumento del rischio di parti pre-termine, una condizione sicuramente rischiosa sia per la mamma che per il bambino. Uno studio europeo, per esempio, ha evidenziato che il consumo da parte delle donne incinte di bevande ZUCCHERATE (più di volte al giorno) e di bevande con edulcoranti, aumentava il rischio di avere un parto prematuro rispettivamente dell’11 per cento e del 25 per cento. Questi dati sollevano interrogativi importanti sulla sicurezza a lungo termine di queste sostanze.
Per correttezza deve essere precisato che questi studi presentano alcuni aspetti contraddittori e in essi non sono pienamente desumibili le ragioni legate al verificarsi del parto prematuro, perché è ormai noto che ci sono altri fattori che possono aumentare il verificarsi di questo evento, in primis il SOVRAPPESO, l’OBESITÀ e il DIABETE [1]. Di conseguenza, anche la stessa EFSA ha dichiarato che per il momento non ci sono evidenze scientifiche comprovanti una relazione causale tra l’uso di bevande con edulcoranti e un aumentato rischio di nascite pretermine. La questione è, dunque, ancora oggetto di approfondimento e di dibattito nella comunità scientifica.
La questione è però ancora aperta come dimostra un recentissimo studio (si tratta di una meta analisi di studi osservazionali) [2] nel quale si afferma: “prove di certezza da basse a molto basse suggeriscono che il consumo quotidiano di aspartame durante la gravidanza è associato a un aumento del rischio di parto pre-termine, aumento del peso alla nascita e diminuzione dell’età gestazionale. Sono urgentemente necessarie ulteriori ricerche di “alta” qualità, per valutare ulteriormente queste relazioni”. Questo evidenzia la complessità del problema e la necessità di dati più robusti prima di trarre conclusioni definitive.
C’è sicuramente un dato innegabile: esiste comunque una correlazione tra stile di vita alimentare della donna incinta e interferenze con gli esiti della gravidanza. Le ultime evidenze scientifiche rinforzano questa consapevolezza. Risale al 2020 la pubblicazione di uno studio condotto dall’Università di Calgary [3] sull’impatto che può avere a livello fisiologico e metabolico il consumo, a basse dosi, di stevia e aspartame nelle madri obese e nei loro figli. Sai cosa è stato scoperto? Che, indipendentemente dall’obesità materna, l’utilizzo di questi due dolcificanti da parte delle donne incinte e in allattamento può comportare l’aumento del grasso corporeo anche del nascituro (e persino una ridotta tolleranza al glucosio per quanto riguarda il sesso maschile). Lo studio ha evidenziato anche delle alterazioni al suo microbiota intestinale, determinando una ridotta adiposità e tolleranza al glucosio nei primi anni di vita, nonostante l’assenza di consumo diretto di dolcificanti da parte del nascituro stesso.
Il tema che riguarda i possibili effetti (negativi) dei dolcificanti durante la gravidanza e anche nell’allattamento è ancora oggetto di attento approfondimento e crediamo non si possa parlare di evidenze scientifiche definitive. Tuttavia le conclusioni cui sono arrivati anche gli studi più recenti dovrebbero portare a questa riflessione: il consumo di edulcoranti da parte delle future mamme che vogliono, o che devono monitorare l’incremento di peso in gravidanza ha una valida giustificazione? Rappresenta una scelta sensata nella dieta materna? Di fronte a dati ancora in fase di consolidamento e a potenziali rischi, la cautela e la preferenza per l'acqua e alimenti non processati rimangono le scelte più prudenti.
Fattori Ambientali e Gravidanza: Un Approfondimento sui Rischi Nascosti
Al di là delle considerazioni su farmaci e alimentazione, la gravidanza è un periodo in cui la donna e il feto sono particolarmente vulnerabili a fattori esterni, inclusi quelli ambientali. La fase embrio-fetale, durante la quale si formano tutti gli organi, è molto delicata e può essere influenzata negativamente da migliaia di molecole presenti nell’ambiente. Molte di queste hanno una tossicità diretta sulle cellule, altre hanno una conformazione molto simile a quella dei nostri ormoni e possono fornire informazioni sbagliate, che rimangono impresse nel nostro DNA e possono dare effetti negativi anche a grande distanza di tempo, potendo essere trasmesse da una generazione all’altra. Per fortuna alcuni di questi cambiamenti sono reversibili. La lista delle sostanze che sarebbe bene evitare in gravidanza è lunga, ma bisogna anche considerare che la donna arriva in età fertile con un fardello di inquinanti depositati nel suo organismo, che dipende dal posto in cui è nata, dalla sua alimentazione, dal suo ambiente di vita e di lavoro. L’inquinamento dell’acqua, dell’aria e della terra è talmente diffuso che è impossibile evitarlo del tutto. Possiamo però limitare un ulteriore carico, con opportune scelte e comportamenti. Purtroppo da vari studi di sorveglianza emerge che le famiglie hanno scarsa consapevolezza delle fonti di inquinamento, specialmente in ambiente domestico (inquinamento indoor). Questo aspetto è cruciale, poiché l'esposizione costante a basse dosi di sostanze nocive può avere effetti cumulativi e a lungo termine, difficili da individuare nel breve periodo.
L'Inquinamento Quotidiano: Dalla Casa all'Ambiente Esterno
È sorprendente quanto l'ambiente in cui viviamo possa influenzare la nostra salute, e in gravidanza, questa influenza si amplifica. Come sottolinea Giuseppe Primavera, pediatra di famiglia e membro del Gruppo Pediatri per un Mondo Possibile (PuMP) dell’Associazione Culturale Pediatri, «la fase embrio-fetale, durante la quale si formano tutti gli organi, è molto delicata e può essere influenzata negativamente da migliaia di molecole presenti nell’ambiente». In particolare, la nostra casa, luogo che percepiamo come rifugio sicuro, può nascondere insidie significative.
Giuseppe Primavera evidenzia: «Va posta particolare attenzione all’ambiente domestico, dove trascorriamo buona parte del nostro tempo, ora anche costretti dalla ben nota situazione sanitaria. L’aria all’interno delle abitazioni è spesso più inquinata di quella esterna, perché alle sostanze presenti nell’aria esterna se ne aggiungono altre, proprie dell’ambiente interno». Tra queste sostanze vi sono il fumo di tabacco, attivo e passivo, i composti organici volatili (VOC), come il benzene e la formaldeide, contenuti in molti arredi, colle, vernici, prodotti per la pulizia, profumi. Troviamo anche i ritardanti di fiamma, presenti nella gommapiuma dei divani, tappeti e apparecchi elettronici. Altri inquinanti includono i gas che si sprigionano in cucina dalla cottura degli alimenti (se il riscaldamento è assicurato da stufe o caminetti la quantità di questi gas aumenta in modo considerevole), i prodotti per la pulizia della casa, insetticidi e antiparassitari per animali domestici, le polveri di toner per stampanti, le sostanze utilizzate per realizzare oggetti in plastica e da questa rilasciate nell’ambiente, come bisfenolo e ftalati. La polvere delle nostre case contiene un mix di tutte queste sostanze con cui, ricordiamolo, il bambino piccolo, con i suoi comportamenti (gattonare, mettere tutto in bocca…), viene facilmente in contatto, amplificando il rischio di esposizione.
Altri pericoli sono collegati al diffuso inquinamento dell’ambiente esterno: «Moltissime sostanze, tra cui i sottoprodotti di molte attività lavorative, non sono biodegradabili e possono in diversi modi disperdersi e contaminare l’acqua e il terreno». Un esempio significativo sono le sostanze perfluoroacriliche, indicate con la sigla PFAS. Si tratta di una serie di composti comunemente adoperati in diversi tipi di lavorazioni industriali, alcuni dei quali caratterizzati da una lunga persistenza nell’ambiente, che rende possibile il fatto che entrino nelle falde acquifere e, in ultima analisi, nell’alimentazione umana. Le PFAS sono adoperate in molti settori, tra cui la concia delle pelli, la fabbricazione di carta e cartone (anche quelli destinati a prodotti alimentari), la realizzazione di pentole e padelle antiaderenti, di materie plastiche, di schiume antincendio, prodotti cosmetici, detergenti per le pulizie domestiche, tessuti impermeabili, eccetera.
«Tra le norme per ridurre l’esposizione a questi composti, ricordiamo quella di usare pentole e padelle antiaderenti solo se in buone condizioni, perché se usurate possono contaminare i cibi. Si può, inoltre, evitare l’uso di pellicole per alimenti, oggetti in plastica monouso e contenitori di plastica, che non dovrebbero mai essere adoperati per scaldare i cibi, in quanto il calore facilita il passaggio di sostanze tossiche», sottolinea Giuseppe Primavera. Si ritiene che questi composti rientrino nei cosiddetti “interferenti endocrini”, cioè sostanze in grado di interagire con il sistema endocrino, che attraverso gli ormoni regola una buona parte delle funzioni dell’organismo umano.

La Complessità della Ricerca e l'Importanza della Prevenzione Ambientale
Il problema dell'esposizione a sostanze inquinanti, in particolare durante la gravidanza, è ulteriormente complicato dalla difficoltà di condurre ricerche precise e di valutare l'impatto reale di queste sostanze sulla popolazione. «Purtroppo non è semplice riuscire a misurare l’effetto preciso di queste sostanze sull’organismo umano», ci ha detto Maurizio Bonati, che dirige il Dipartimento di Salute Pubblica e quello per la Salute Materno Infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano. «Dobbiamo tenere presente che si tratta di sostanze che sono state e sono largamente impiegate in molti settori, entrate in tantissimi oggetti di uso comune e quindi è realmente complicato evitare di entrarvi in contatto», aggiunge il ricercatore.
Ma per valutare in maniera corretta i rischi per la popolazione e, più specificatamente, su gestanti e nascituri, bisogna fare una considerazione: «Il problema principale delle ricerche su queste sostanze riguarda l’entità dell’esposizione sulla popolazione generale. Se si escludono i casi di esposizione professionale (cioè le persone che lavorano in aziende che producono tali composti), più semplici da valutare, la presenza di queste sostanze in numerosissimi prodotti e ambienti rende difficile capire quanto il singolo vi entri in contatto».
Nonostante le oggettive difficoltà, gli studi che nel tempo si sono accumulati suggeriscono la possibilità di effetti pericolosi anche su mamme e bambini. Per esempio, ha messo in evidenza come la concentrazione di PFAS nel sangue in gravidanza sia associata a un aumento della concentrazione di grassi nel sangue. Altri studi pongono l’accento su effetti che si possono verificare addirittura attraverso le generazioni, mostrando come l’esposizione a PFAS delle gestanti sia associata a obesità soprattutto nelle generazioni successive. In pratica, i livelli più elevati di una delle sostanze appartenenti alle PFAS misurati nelle nonne aumentavano il rischio di obesità nelle nipoti. Questo suggerisce una trasmissione epigenetica o ereditaria degli effetti dell'esposizione, con implicazioni che vanno ben oltre la singola gravidanza.
Le ricerche in corso, e soprattutto le considerazioni relative alla difficoltà di individuare ed evitare tutte le fonti di esposizione a questi composti, mettono in luce l’importanza del rispetto per l’ambiente, anche al fine di tutelare la salute umana. «Nello specifico caso delle PFAS, per esempio, è essenziale procedere a uno smaltimento corretto di queste sostanze, affinché non raggiungano le falde acquifere o la catena alimentare in altri modi». Questo richiede un impegno collettivo e politiche ambientali rigorose.
«È bene pensare alle diverse azioni di prevenzione, piccole e grandi che siano, in positivo e non come prescrizioni oppressive, perché ogni comportamento virtuoso rappresenta una protezione per il nascituro, ma anche un piccolo passo verso un mondo più pulito e un piccolo aiuto al contrasto del cambiamento climatico. La consapevolezza e l'adozione di pratiche sostenibili diventano, quindi, parte integrante della cura prenatale e della responsabilità intergenerazionale.
FONTI:[1] Edulcorantes no calorico en embarazo y lactancia, in Rev. ESP. Salad publica, 2019 in PubMed.com[2] Cai C, Sivak A, Davenport MH. Effects of Prenatal Artificial Sweeteners Consumption on Birth Outcomes: A Systematic Review and Meta-Analysis, Public Health Nutrition 2021 Jan 14;1-26.[3] Maternal low-dose aspartame and stevia consumption with an obesogenic diet alters metabolism, gut microbiota and mesolimbic reward system in rat dams and their offspring, in Riv.[4] J Am Soc Nephrol. 2009 Sep;20(9):2075-84.[5] Endocrine. 2010 Oct;38(2):221-6.[6] Eur J Appl Physiol. 2011 Jan 1.
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