L'evoluzione economica e strutturale di Cosa Nostra: dalle radici del latifondo al sistema del Maxi Processo

Le origini di Cosa nostra affondano le radici nella realtà del latifondo siciliano, che caratterizzava in particolare l'economia e la società nelle province di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta. Sebbene sia liquidata come una leggenda popolare dagli storici, le origini dell'organizzazione si fanno spesso risalire alla setta segreta dei Beati Paoli del XII secolo o, secondo alcuni, addirittura alla rivolta dei Vespri siciliani contro gli angioini, secondo altri, al periodo spagnolo e all'Inquisizione o, andando più indietro, alla resistenza araba all'invasione normanna. In realtà le radici storiche sono più recenti e risalirebbero ai primi del XIX secolo. Con l'abolizione dei privilegi feudali nel 1812, la vecchia nobiltà siciliana abbandonò definitivamente le campagne per stabilirsi nelle grandi città dell'isola e lasciò in affitto, tramite la gabella, le grandi proprietà terriere ai cosiddetti gabellotti. Essi erano spesso uomini che si erano fatti da soli, che volevano sfruttare al massimo le terre da loro amministrate ma, per fare ciò, dovevano scendere a patti con le bande di briganti e predoni che infestavano le campagne ed inoltre reprimere le rivendicazioni sociali dei contadini e dei braccianti, trattati alla stregua di servi della gleba.

Per questo motivo si circondarono di guardie armate a cavallo, i campieri, spesso reclutati tra la delinquenza del luogo per la loro ferocia ed audacia. La nascita di queste nuove classi sociali parassitarie, che assunsero i connotati di vere e proprie cosche o consorterie che sopperivano all'assenza della vecchia nobiltà e di un potere centrale forte, nonché la mancanza di una borghesia imprenditoriale in un'economia di tipo agricolo ed ancora feudale, sono considerate dalla maggioranza degli storici le cause principali della nascita di Cosa nostra. Queste consorterie ben presto imitarono i riti e le strutture delle sette carbonare e massoniche per meglio consolidare i vincoli di solidarietà e del silenzio, ovvero l'omertà, tra i loro adepti.

Cartogramma della Sicilia del 1900 circa densità mafiosa dei comuni siciliani Antonino Cutrera

L'industria della violenza e i mercati internazionali di esportazione

La setta nacque nell'entroterra di Palermo quando i più energici e intelligenti tra i banditi, i membri dei "partiti", i gabellotti, i contrabbandieri, i ladri di bestiame, i guardiani delle tenute, gli agricoltori e gli avvocati si unirono per specializzarsi nell'industria della violenza. Questo metodo per accumulare potere e ricchezza fu perfezionato nel business degli agrumi e dello zolfo. In principio vi furono le industrie di prodotti di esportazione: limoni, ricercati come rimedi allo scorbuto sulle navi inglesi, e zolfo, materia prima essenziale per la lavorazione di svariati prodotti industriali, dagli anticrittogamici alla carta, dai pigmenti colorati agli esplosivi.

Gli agrumeti ottocenteschi erano attività produttive moderne, che esigevano massicci investimenti, ma erano anche altamente vulnerabili: l'ambiente perfetto per i racket mafiosi della protezione ed estorsione. Al più tardi intorno al 1875, perlomeno nell'area di Palermo, le componenti più importanti del metodo della mafia avevano ormai messo salde radici. Più tradizionali erano invece altre attività illecite: il contrabbando di frumento e di derrate alimentari ai danni degli uffici doganali di Palermo e l'abigeato, il traffico e la macellazione di bestiame clandestina. La mafia non è nata tanto dall'arretratezza, quanto piuttosto dalla modernizzazione economica che si è avuta in alcune zone della Sicilia nel corso dell'Ottocento, e si è sviluppata non tanto nelle zone rurali profonde, quanto nella campagna urbanizzata attorno a Palermo e nelle aree investite dalla domanda di prodotti inseriti in vasti mercati internazionali.

Come la mafia controlla l'economia italiana

Il consolidamento politico e le prime repressioni statali

Con l'allargamento della platea elettorale nel 1882, il gabellotto si trasformò anche in agente elettorale per determinati candidati, che si avvalevano dei suoi particolari servizi, ossia l'intimidazione degli elettori e i brogli veri e propri. Questo contribuì ad accrescerne ulteriormente l'influenza, godendo quindi di una quasi totale impunità garantita dal candidato eletto nel suo collegio elettorale, potere che fu incrementato con l'introduzione del suffragio universale maschile disposto da Giolitti nel 1912. Una repressione decisa del fenomeno fu tentata nel 1877 dalla Sinistra storica con l'invio in Sicilia del prefetto Antonio Malusardi, il quale condusse arresti e retate di massa che sgominarono soprattutto il brigantaggio nelle campagne ma lasciarono quasi intatta la mafia, che godeva di ben altre protezioni.

Nel 1894 il Governo Crispi III sciolse con la forza il movimento d'ispirazione socialista dei fasci siciliani, che stava cercando di ottenere condizioni lavorative più eque per i contadini siciliani che subivano le angherie dei gabellotti mafiosi. Inizialmente, Cosa nostra aveva cercato di sfruttare il successo dei fasci infiltrandoli in ogni maniera ma, alla fine, scelse di schierarsi con la repressione governativa. All'inizio del secolo, con l'aumento dei flussi migratori verso gli Stati Uniti d'America, alle migliaia di emigranti siciliani che lasciarono l'isola si mescolarono spesso delinquenti mafiosi, che andarono a fondare un'organizzazione sorella d'oltreoceano specializzata nel taglieggiamento dei suoi connazionali, definita "Mano nera".

La prima guerra mondiale determinò il caos nell'isola, che si tradusse nella diffusa renitenza alla leva e al conseguente ingrossamento delle bande di briganti sempre operative nell'entroterra siciliano come manodopera al potere mafioso. Successivamente, il fascismo ebbe un rapporto ambivalente con Cosa nostra: da un lato avviò una dura repressione poliziesca affidata al prefetto Cesare Mori, il quale si limitò a stroncare il brigantaggio nelle campagne con metodi particolarmente duri ma non riuscì ad estirpare il problema alla radice, e dall'altro, in diversi casi, intrattenne stabili rapporti con i suoi capi, come avvenne nel caso di Vito Genovese, amico personale di diversi gerarchi fascisti.

Ritratto del prefetto Cesare Mori durante le operazioni antimafia in Sicilia

Il secondo dopoguerra: terra, indipendentismo e sangue

L'immediato dopoguerra fu caratterizzato dall'occupazione delle terre incolte del latifondo da parte di movimenti organizzati di contadini e braccianti, che avevano rialzato la testa dopo la promulgazione delle leggi Gullo-Segni, le quali assegnavano alle cooperative di lavoratori la coltura dei feudi rimasti in stato di abbandono. I gabellotti, sentendo minacciati i loro secolari privilegi, reagirono come al solito con la violenza e l'omicidio dei leaders sindacali in tutta l'isola. Caddero infatti vittime della violenza mafiosa Accursio Miraglia, Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale e tantissimi altri sindacalisti che guidarono l'occupazione pacifica dei feudi.

Il piombo mafioso si accanì anche sulle masse inermi riunitesi nella vallata di Portella della Ginestra, nei pressi di Piana degli Albanesi, per festeggiare la festa dei lavoratori e la vittoria della coalizione di sinistra alle prime elezioni regionali del 1947. Questa orribile strage, che non risparmiò vecchi e bambini, fu firmata da Salvatore Giuliano, uno dei più temibili capi-banda della Sicilia occidentale che si era messo al servizio della mafia di quelle zone, diventando un colonnello dell'E.V.I.S., l'esercito clandestino del movimento indipendentista siciliano sostenuto da Cosa nostra e dagli agrari con uomini e mezzi.

Una teoria divenuta molto popolare afferma che Cosa nostra siciliana, nelle persone dei boss Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, fu arruolata dai servizi segreti statunitensi grazie ai buoni uffici di Lucky Luciano per facilitare lo sbarco alleato sull'isola nel luglio 1943. A parte contraddittorie testimonianze e l'effettiva circostanza che diversi sindaci nominati dall'AMGOT dopo lo sbarco fossero noti mafiosi, questa teoria non risulta provata ed è considerata dagli storici alla stregua di un mito. Tuttavia, il connubio fra affari criminali e politica si radicò ancora di più in questo periodo di transizione.

Manifestazione contadina in Sicilia nel dopoguerra con bandiere e cartelli per la riforma agraria

Il "Sacco" delle città e la speculazione edilizia

Il secondo dopoguerra si caratterizza per l'ingresso massiccio nella speculazione edilizia: i mafiosi iniziano a tener d'occhio i cantieri, esattamente come in passato avevano fatto con i limoneti, e si pongono come intermediari verso il ceto politico per l'ottenimento e la revoca delle concessioni edilizie. La speculazione sulle aree edificabili fu possibile grazie all'infiltrazione di Cosa nostra nei partiti governativi, che consentì di modificare a proprio vantaggio e contro la legge interi piani regolatori e di eliminare la concorrenza indesiderata delle altre imprese.

Ne furono scellerato esempio i famigerati "sacchi" di Palermo ed Agrigento, che ebbero eco nazionale perché stravolsero completamente il volto urbanistico delle due città con la distruzione sistematica di vaste aree verdi e di parte del patrimonio artistico-architettonico nonché l'abnorme cementificazione del paesaggio. Gli appetiti delle cosche su queste nuove attività economiche generarono rivalità e contrasti. Nel 1957, su consiglio di alcuni inviati di Cosa nostra statunitense, l'organizzazione siciliana si dotò di una "Commissione" sul modello di quella dei loro colleghi americani che doveva servire per appianare le divergenze che sorgevano tra le varie famiglie.

Tuttavia il conflitto scoppiò ugualmente e la stampa parlò di "prima guerra di mafia", che insanguinò Palermo fino alla strage di Ciaculli del 30 giugno 1963, in cui lo scoppio di un'autobomba uccise sette appartenenti alle forze dell'ordine. Questo evento indusse il governo ad adottare il pugno duro: centinaia di mafiosi finirono in galera o al confino mentre altri fuggirono all'estero. Dopo la debacle seguita alla strage di Ciaculli, Cosa nostra tornò in attività con la strage di viale Lazio nel 1969, il rapimento del giornalista Mauro De Mauro nel 1970 e l'omicidio del procuratore Pietro Scaglione nel 1971.

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L'impero dell'eroina e la mafia finanziaria

Nei primi anni settanta le organizzazioni di contrabbandieri siciliani si legarono a quelle napoletane per sbaragliare la concorrenza marsigliese nel traffico di sigarette estere e di eroina dall'Est Europa. Cosa nostra entra nel traffico di stupefacenti e gli affari sono talmente in crescita da generare forti rivalità interne. I rappresentanti di questa nuova mafia finanziaria che costruì le proprie fortune sul traffico dell'eroina furono Salvatore Inzerillo, parente dei Gambino di Brooklyn, e Gaetano Badalamenti, con solidi legami con la famiglia di Detroit.

Essi, insieme a Stefano Bontate, cercarono di estromettere dai guadagni i Corleonesi di Riina e Provenzano, rimasti da soli al comando dopo l'arresto di Luciano Leggio nel 1974. La "seconda guerra di mafia" iniziò sul finire degli anni ’70 per la volontà del clan dei Corleonesi di assumere il controllo dell'intera organizzazione criminale palermitana. Gli omicidi si susseguirono in continuazione e, oltre ai mafiosi, sotto i colpi della criminalità cadero uomini politici come Piersanti Mattarella e Pio La Torre, magistrati come Rocco Chinnici e forze dell'ordine, compreso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Uno dei superstiti al massacro dei nemici di Riina, Tommaso Buscetta, vide uccisi per vendetta due figli, un cognato, un fratello e un nipote. Perciò, una volta catturato in Brasile nel 1983, decise di rivelare tutti i segreti dell'organizzazione al giudice Giovanni Falcone. Il plenipotenziario della mafia di Palermo sul mercato dei narcotici era stato lui, il "boss dei due mondi", fino a quel momento un fantasma intercettato dall'Fbi a New York in una pizzeria del Village che sfornava partite di eroina.

Veduta di un laboratorio clandestino di eroina scoperto negli anni '80 in Sicilia

La struttura di Cosa Nostra come ordinamento giuridico parallelo

L'organizzazione mafiosa regolamenta le relazioni all'interno di ogni singolo gruppo, evita la concorrenza tra i gruppi con il principio di competenza territoriale e prevede accordi ad hoc o strutture federative. I membri di una Famiglia, chiamati soldati o uomini d'onore, eleggono per alzata di mano un proprio capo, che nomina un sottocapo, un consigliere e uno o più capidecina. I rappresentanti di tre o quattro Famiglie contigue eleggono un capomandamento; tutti i mandamenti di una provincia eleggono il rappresentante provinciale.

Secondo gli studi dello storico Salvatore Lupo, la mafia può essere vista come un ordinamento giuridico parallelo a quello dello Stato, ovvero come anti-Stato. Proprio come lo Stato cui si contrappone, la mafia tenta di esercitare un controllo sul territorio: qui regolamenta gli affari, leva imposte ovvero riscuote tangenti sia sulle attività lecite che su quelle illegali, produce legittimità e definisce l'illecito stabilendo regole ed eccezioni, giudica, assolve e punisce, contendendo allo Stato il monopolio della violenza. La funzione base della mafia starebbe nel racket della protezione, che è protezione-estorsione, dal momento che è essa stessa all'origine dell'insicurezza da cui pretende poi di proteggere contadini, piccoli commercianti e imprenditori.

Si ha così il passaggio dall'impresa-protezione al controllo dell'impresa tout court. Vi è da un lato una continua trasformazione di mafiosi in affaristi, dall'altro una continua trasformazione di imprese pulite in imprese contigue alla mafia. La mafia è un’organizzazione segreta cui si accede con riti di affiliazione e la sua struttura è organica e piramidale con caratteristiche che la rendono simile a una holding di affari e capace di forti e decisive influenze politiche.

Diagramma della struttura gerarchica di Cosa Nostra soldati capidecina mandamenti e cupola

Verso il Maxi Processo: il Pool Antimafia e il Rapporto dei 161

Gli interventi di contrasto da parte dello Stato italiano si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta del XX secolo, attraverso le indagini del cosiddetto "pool antimafia" creato dal giudice Rocco Chinnici e in seguito diretto da Antonino Caponnetto. Facevano parte del pool anche i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il metodo di lavoro prevedeva la condivisione delle informazioni tra gli inquirenti per evitare che diventassero un bersaglio facile della vendetta mafiosa.

Una pietra miliare fu il "rapporto dei 161" firmato dai poliziotti Ninni Cassarà e Francesco Accordino e dal capitano dei carabinieri Angiolo Pellegrini, presentato alla procura di Palermo il 13 luglio 1982. Questo dossier delineava i contorni dei nuovi assestamenti mafiosi e le responsabilità emerse a carico dell'associazione. Il rapporto conteneva già i nomi di boss come Riina, Provenzano, Brusca, Badalamenti e i Greco, l'aristocrazia mafiosa di Ciaculli frequentata da uomini politici e alti magistrati.

Ninni Cassarà non riuscirà a vedere il risultato del suo lavoro: sarà ucciso il 6 agosto 1985 sotto casa sua. Nel frattempo, le rivelazioni di Tommaso Buscetta e di Salvatore Contorno, a cui i Corleonesi avevano massacrato 35 parenti e amici, consentirono di condurre 366 arresti nel settembre 1984, la famosa "notte di San Michele". Finirono in manette anche importanti uomini di collegamento tra il mondo mafioso e politico, come Vito Ciancimino e i cugini Nino ed Ignazio Salvo.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino durante una sessione di lavoro nel bunker di Palermo

L'Aula Bunker e la sentenza storica

L'ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio portata a termine da Falcone e Borsellino nell'isola de l'Asinara, dove erano stati trasferiti per sicurezza, contava 707 indagati. Per celebrare il processo fu realizzata in soli sette mesi un'aula bunker accanto al carcere Ucciardone, un'astronave verde di forma ottagonale dotata di sistemi di protezione missilistici. Il maxiprocesso iniziò il 14 febbraio 1986 con 475 imputati alla sbarra, tra cui Luciano Leggio, Pippo Calò e Michele Greco, detto "il papa".

Dopo 349 udienze e lo storico confronto tra Buscetta e Pippo Calò, il 16 dicembre 1987 il presidente Alfonso Giordano lesse il dispositivo della sentenza: 19 ergastoli, 2665 anni di carcere e multe per miliardi di lire. Il maxiprocesso ha consentito di svelare tanti dettagli dell’organizzazione mafiosa, come la sua struttura verticistica e le sue collusioni col mondo dell’economia e della politica. La società civile uscì da un lungo periodo di rassegnazione e di passività; Palermo da capitale della mafia cominciò a essere percepita come capitale dell’antimafia.

Nonostante la vittoria giudiziaria, la vendetta dei Corleonesi non tardò: il 12 marzo 1992 fu ucciso Salvo Lima, ritenuto incapace di modificare l'esito del processo in Cassazione. La risposta dello Stato proseguì con l'arresto di Riina nel 1993 e di Provenzano nel 2006, ma l'economia di Cosa Nostra aveva già iniziato la sua trasformazione verso una "società liquida", infiltrandosi nei settori degli appalti pubblici, della sanità privata e delle energie rinnovabili.

Come la mafia controlla l'economia italiana

L'economia mafiosa tra pizzo e nuovi investimenti

L’economia di Cosa Nostra risente delle dinamiche del mercato e si differenzia per luogo d’azione. In Sicilia, il ricavato delle estorsioni serve spesso a pagare gli onorari degli avvocati e a mantenere le famiglie dei detenuti. Tuttavia, il traffico di droga continua a essere il core business. La mafia esiste dove ci sono interessi economici e le stragi sono la semplice conseguenza del desiderio di arricchimento. Secondo il Fondo monetario internazionale il riciclaggio muove almeno il 5 per cento del Pil del pianeta, e in Italia le mafie muovono somme impressionanti capaci di sovvertire le regole del libero mercato.

Oggi il volto di Cosa Nostra è anche quello dei colletti bianchi che gestiscono la grande distribuzione, la cantieristica navale e le energie alternative. Esiste uno scambio di know-how tra Cosa Nostra e imprese che operano nel settore edilizio, dove l'organizzazione cura le pubbliche relazioni per l’aggiudicazione dei bandi. La mafia non si sente vincolata dai confini e si arrampica lungo la penisola, infiltrando il denaro sporco nel tessuto sano dell'economia del Nord. Come rilevato da magistrati esperti, la soluzione può essere solo quella di una revisione culturale, poiché prima delle leggi è necessario cambiare il sistema di pensiero che permette all'illegalità di mettere radici.

Pietro Grasso mostra l'identikit ricostruito di Bernardo Provenzano durante una conferenza stampa

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