Guida alla Comunicazione dell'Eliminazione: Comprendere l'EC (Elimination Communication)

Il percorso verso la crescita di un bambino è costellato di scelte che i genitori compiono quotidianamente, spesso guidati da convenzioni sociali radicate o dalla ricerca di una praticità immediata. Una delle tematiche meno esplorate, ma estremamente profonde, riguarda il rapporto tra neonati e bisogni fisiologici. Spesso ci si chiede: è davvero necessario il pannolino? Ecco perché, non sfiorandomi neppure l’idea che si potesse tenere un bimbo di pochi giorni senza pannolino, cercavo più o meno consapevolmente una qualche soluzione che mi permettesse di evitare che si facessero la cacca addosso.

neonati e rapporto con il proprio corpo

La risposta a questa ricerca non risiede necessariamente in un metodo rigido, ma in un approccio naturale. Quando Arturo cominciò a stare seduto da solo provai a metterlo sul vasino; e lui, incredibilmente, ci fece subito pipì e cacca! Cominciai semplicemente a cambiare il bimbo molto spesso durante la giornata e, ogni volta che lo cambiavo, lo mettevo sul vasino. Il medesimo percorso l’ho ripetuto con Giuliano. Proprio in quel periodo sono venuta a conoscenza dell’EC, e sono rimasta folgorata.

Cos'è l'Elimination Communication (EC)

L’EC, nella sua declinazione più pura e autentica, non è un metodo e non è un allenamento. L’EC è qualcosa di più profondo e al tempo stesso più semplice: è il modo con cui la mamma, il papà (o chi accudisce il neonato) risponde alle sue necessità fisiologiche. Quando si comincia a fare EC si scopre che i neonati sembrano avere consapevolezza delle proprie necessità fisiologiche: sentono quando la loro vescica è piena e, proprio perché è piena, la svuotano; non ci sarebbe infatti alcun motivo per sforzarsi di trattenere la pipì.

Quando ho scoperto l’EC mi sono chiesta se mi sarei risparmiata i patimenti della stitichezza di Arturo (che forse stitichezza non era, ma solo rifiuto o incapacità di fare la cacca nel pannolino: provate voi a farla stando dritti in piedi o stesi nel letto!), se dovevo cominciare subito a fargliela fare in una ciotolina, tenendolo appoggiato al mio avambraccio con le gambine rannicchiate al petto, come ho fatto poi con Anita, la terzogenita.

Quando vado agli incontri sui pannolini di stoffa con i genitori in attesa di un figlio, la prima riflessione che condivido è che i bambini non hanno bisogno del pannolino, altrimenti nascerebbero pannolino-dotati. Di solito vedo tanti occhi sgranarsi. Ma poi, man mano che proseguo a spiegare, i volti si distendono e le espressioni diventano incuriosite. Alla fine dei lunghi incontri (in cui descrivo dettagliatamente tutte le tipologie di pannolini lavabili), la maggior parte delle domande riguarda proprio il “senza pannolino”.

Benvenuti al mondo! Una mini-guida per neo-genitori

Il mito del controllo degli sfinteri

Il pannolino è un tappo, un tappo comodissimo che ci permette di non doverci occupare, se non minimamente, dei bisogni di evacuazione del bambino. Certo è una grande comodità, perché possiamo dimenticarci di questi bisogni per ore, tanto sappiamo che “quella roba” sarà raccolta lì. Ecco, appunto, il pannolino è una comodità per la mamma e il papà, ma non una necessità per il bambino: il bambino non ha bisogno del pannolino.

Vorrei tornare un attimo su questo tema del “controllo degli sfinteri”, tanto caro ai pediatri e ai psicologi infantili. Guardandolo dal punto di vista dell’EC, esso appare mal posto. Si dice che l’età per il raggiungimento del controllo degli sfinteri corrisponda a circa 24 mesi; si dice che forzare i bambini a fare a meno del pannolino prima di quell’età sia una violenza inutile; si dice che da quel momento in poi con delicatezza si può cominciare a togliere il pannolino.

Riflettiamo un attimo. Quando il bambino nasce gli mettiamo il pannolino e lo teniamo a farvi i suoi bisogni 24 ore al giorno tutti i giorni, per anni. Facendo ciò, noi chiudiamo qualsiasi comunicazione riguardo all’espletamento dei bisogni fisiologici, prima ancora che questa comunicazione si apra. Vi è in questo comportamento un duplice messaggio implicito. Il primo è che cacca e pipì non sono fatti di cui curarsi: basta il pannolino e tutto ciò che si deve fare è prenderlo e buttarlo nel bidone.

La comunicazione tra genitore e neonato

Qualche anno fa in televisione mandavano una pubblicità che fotografava bene l’idea ingannevole che abbiamo dell’espletamento dei bisogni fisiologici di un neonato: si vedeva un papà che cercava di cambiare il pannolino al proprio bimbo, ma ogni qualvolta sollevava appena appena il lembo frontale del pannolino, dal pisellino del bimbo usciva un getto forte e continuo di pipì. Secondo la mia esperienza, invece, i neonati sembrano sapere cosa stanno per fare e sceglierebbero anche, se dessimo loro la possibilità di farlo, il luogo dove liberarsi.

schema del segnale di comunicazione del neonato

Se si impara ad ascoltarli e se non si impedisce loro di mandare dei segnali, anche i neonati comunicano. È incredibile, lo so, se me lo avessero detto prima dell’esperienza con Anita non ci avrei mai creduto. Se il bimbo ha fame, la mamma risponde prontamente tirando fuori il seno e sfamandolo; se ha freddo, il papà risponde coprendolo; se ha sonno o è agitato, la mamma e il papà a turno rispondono cullandolo e abbracciandolo.

Mi è capitato di vedere neonati o bimbi piccoli fermarsi immobili e diventare rossi in viso, evidentemente intenti a fare la cacca, e sentire le loro mamme dire: «Bello tatone, micio, fai la caccona? Bravo! Dai che dopo ci cambiamo!». Ecco, le mamme spesso sanno quando i loro bambini stanno per fare la cacca: il bimbo lo sa, la mamma lo sa, perché allora non cogliere l’occasione per togliere il pannolino e liberarsi altrove?

Le implicazioni psicologiche e lo sviluppo del bambino

Cosa succede quando il genitore toglie il pannolino al bambino? Lui non sa più cosa deve fare e perché, e se vogliamo fargli riacquisire consapevolezza dobbiamo, a questo punto sì, insegnargliela da capo attraverso un allenamento. In secondo luogo, il genitore, dopo aver detto e confermato implicitamente per anni che cacca e pipì si devono fare nel pannolino, improvvisamente gli dice che no, il luogo giusto non è più il pannolino, ma il vasino. Potrebbe essere questo il vero “trauma”: improvvisamente ciò che era giusto e buono diventa sbagliato e cattivo.

Il pannolino poi abitua il bambino a tenere i propri bisogni con sé, è come collegato al suo corpo: un bambino che tiene il pannolino 24 ore al giorno per anni non ha mai occasione di vedere i suoi escrementi, di vederli uscire da sé e scorrere lontano.

Naturalmente mi è capitato spesso di perdere delle pipì con Anita, soprattutto nelle giornate frenetiche in cui eravamo nervosi perché gli altri bimbi ci facevano impazzire, o quando Anita era agitata o ammalata. Ma è davvero tanto importante qualche pipì persa? Avevo tante ghettine e pantaloncini corti che alternavo a seconda della temperatura, se si bagnavano li cambiavo come avrei cambiato il pannolino. Nessuna fatica in più. L'ascolto dei bisogni del bambino trasforma l'accudimento in un dialogo costante, dove l'evacuazione cessa di essere un tabù o un momento di semplice gestione dei rifiuti, diventando invece una parte integrante della relazione di cura tra genitore e figlio. Questo approccio richiede pazienza, osservazione e, soprattutto, la volontà di rimettere in discussione le abitudini più radicate per accogliere un nuovo modo di interagire con il piccolo, basato sulla fiducia reciproca e sulla consapevolezza fisiologica.

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