Il verso “e mi lascio cullare” racchiude in sé una fenomenologia del distacco che attraversa i secoli della letteratura italiana, trasformandosi da espressione di pace metafisica a strumento di sopravvivenza di fronte al lutto. Che si tratti della contemplazione serale in Ugo Foscolo o del “Compianto” di Maurizio Nocera, l’atto di abbandonarsi a un ritmo - sia esso naturale o sillabico - rappresenta il tentativo dell’essere umano di ricomporre il frammento, di trovare un argine al vuoto che segue la perdita.

La sera come grembo: Foscolo e l’armonia del tramonto
Nel sonetto “Alla sera”, Ugo Foscolo eleva l’abbandono a una dimensione cosmica. La sera, per il poeta, non è solo la fine del giorno, ma l’immagine stessa della morte, intesa come una quiete liberatrice. Il significato profondo del lasciarsi cullare qui risiede nell’accettazione del limite: il poeta, stanco delle “tenebre” della vita e delle proprie passioni, trova nel crepuscolo un porto sicuro.
Questa “immago” della notte eterna non è una minaccia, ma un’invocazione di pace. Foscolo si lascia cullare da questa visione perché in essa scorge la possibilità di una conciliazione tra le proprie tempeste interiori e l’immobilità della natura. È un momento di sospensione in cui il poeta smette di opporre resistenza al fato.

Il compianto come viatico: Maurizio Nocera e la Mater Dulcissima
Se per Foscolo il cullarsi è un atto di meditazione solitaria, nell’opera di Maurizio Nocera, in particolare in Compianto (7156 ore) e successivamente in (F)atti di dolore, esso assume i tratti di un rito funebre. Nocera, intellettuale salentino, trasforma la perdita dei genitori in un canto che fonde il vissuto personale con la tradizione delle prefiche mediterranee.
Il significato di “lasciarsi cullare” si sposta qui verso la ninnananna: il figlio cerca di cullare la madre morente, ma è lui stesso a essere cullato dal ritmo dei versi, che diventano un mantra salvifico. Come annota Mario Geymonat, nei versi di Nocera si avverte la musica di una ninnananna che accompagna il passaggio. Il dolore diventa “puro e semplice, ma immortale”. In questa prospettiva, la scrittura non è solo un atto creativo, ma un Atto di dolore che sublima l'affetto filiale. Il poeta diventa, in un certo senso, il Cristo dell’Anonimo Romano, in cerca di conforto, mentre la madre-Madonna risponde dal “gaudio” dell’aldilà.
Naccarata di Pisticci (canto funebre)
L’equilibrio tra sofferenza e forma: la ricerca di un ritmo vitale
Il cullarsi, in poesia, è spesso una risposta al trauma. Sandra Greggio, poetessa contemporanea, descrive questo processo come un bisogno di “sfogo interiore” e di elevazione al di sopra della realtà. La sua opera rivela una ricerca legittima e naturale dei bisogni della persona: “Mi manchi” diventa il grido d'aiuto di chi interagisce con l'assenza. Anche quando le parole si fanno “imbizzarrite come cavalli al galoppo”, la poetessa cerca di ricondurle a una forma di pacificazione, a una ninna nanna che possa consolare il vuoto lasciato dal naufragio dell'esistenza.
La struttura poetica diventa, dunque, la culla. Il ritmo del verso è l'unico strumento in grado di dare forma all'indicibile, di contenere la disperazione senza farla esplodere. Si passa dal “dolore artistico” della prima stesura al “dolore vero” che esplode nella maturità, come notava Nicola G. De Donno riguardo a Nocera.
La prospettiva universale del lutto
Il culmine di questo percorso non è mai un punto di arrivo, ma un eterno ritorno al tema della morte. Che si parli di Dante, di Pascoli, o delle voci più intime della poesia contemporanea, la funzione della parola è quella di rendere sopportabile l’insopportabile. Il “lasciarsi cullare” è dunque un'azione consapevole di affidamento:
- All’archetipo: La madre, la terra, il mare sono i luoghi in cui il poeta torna per riscoprire le proprie radici.
- Al suono: La reiterazione (il mantra di Nocera) serve a placare l’angoscia del silenzio che segue la scomparsa.
- Alla memoria: I ricordi, anche quelli più dolorosi, diventano parte di un sistema venoso, una “pagina antropica” che palpita di vita impressa.
In questo continuo fluire di pensieri e ricordi, la poesia si fa mediatrice tra l'umano e il divino, tra il finito del corpo che cessa di respirare e l'infinito del verso che continua a vibrare. Lasciarsi cullare significa, in definitiva, riconoscere che anche nell'ora della perdita estrema, la bellezza del linguaggio offre una forma di resistenza alla nullità, permettendo al dolore di trasformarsi, infine, in canto.

Non vi è dunque, nel lasciarsi cullare, alcuna passività, bensì una profonda attività dello spirito che, di fronte alla fine delle cose, decide di non smettere di cercare un ordine, un ritmo, un respiro. È la vittoria del significante - la parola scelta, il verso costruito - sulla brutalità dell'evento.