Dove Nasce il Sole: Un Viaggio Lirico Attraverso la Musica Italiana

Il concetto di "dove nasce il sole" evoca immagini di speranza, rinascita e origine, trovando risonanza profonda nella musica italiana. Questa espressione, pur nella sua apparente semplicità, si manifesta con molteplici sfumature di significato nei testi di brani iconici, da descrizioni di amori puri a testamenti spirituali che annunciano nuove albe, fino a rievocazioni di ricordi e contestazioni sociali. Attraverso l'analisi di alcune delle canzoni più significative, emerge come "dove nasce il sole" trascenda la mera indicazione geografica, diventando metafora di momenti cruciali dell'esistenza umana e del percorso artistico.

"Dove è sempre sole" dei Modà: L'Amore come Eterno Alba

Il brano “Dove è sempre sole” dei Modà, contenuto nell’album “Gioia” del 2013, rappresenta una delle canzoni più note del gruppo. Successivamente è stato realizzato anche in una nuova versione con Jarabedepalo, dimostrando la sua capacità di evolversi e toccare pubblici diversi. Come molti testi dei Modà, il brano in questione non ha bisogno di molte spiegazioni, poiché la caratteristica principale delle canzoni del gruppo è infatti racchiusa nella semplicità e nell’immediatezza dei messaggi che si intende trasmettere.

Nella fattispecie, in questa canzone si parla di un amore, descrivendone gli aspetti più puri. La donna a cui è dedicata viene associata alla natura e a colori radiosi, con un riferimento evocativo al sole, ai fiori, al vento e al concetto di tempo. Questa associazione non è casuale; il sole, simbolo universale di vita e calore, qui si lega indissolubilmente all'essenza dell'amata, suggerendo un sentimento che è fonte di energia, chiarezza e una bellezza senza tempo. La natura stessa diventa una proiezione di questo amore, un luogo dove il tempo sembra quasi fermarsi, in un eterno presente di gioia e luminosità, proprio come suggerisce il titolo "Dove è sempre sole". L'immediatezza del messaggio dei Modà permette all'ascoltatore di immergersi direttamente in questa visione idilliaca e senza filtri, dove l'amore è un rifugio costante e radioso, un'alba perpetua che scaccia ogni ombra e nutre l'anima con la sua pura essenza. L'associazione della figura femminile a elementi così vitali e primari della natura eleva l'amore descritto a un livello quasi primordiale, un'esperienza fondamentale e insostituibile, paragonabile all'indispensabilità del sole per la vita sulla Terra. Questa scelta lessicale e concettuale rende il brano un inno alla luminosità e alla costanza dei sentimenti, un luogo interiore dove il buio non può mai prevalere, garantendo un'eterna solarità all'esistenza.

Copertina album Gioia Modà

"Ad Est ad Est" di Augusto Daolio: Una Nascita Oltre la Fine

Il noto leader della band "Nomadi", Augusto Daolio, un artista molto attivo anche nella Granda, morì di cancro ai polmoni nel 1992. Il 7 ottobre 1992 segnò la scomparsa di questa figura poliedrica che iniziò la sua carriera musicale a sedici anni, manifestando il suo pensiero in diversi modi: la poesia, le canzoni, la pittura. A ventotto anni di distanza da quella data, lo si può ricordare attraverso una canzone che è divenuta il suo lascito: "Ad est ad est". Tratta dall’album “Contro” del 1993, questa traccia rappresenta una delle più sensibili e malinconiche dell'intero lavoro discografico. È un vero e proprio testamento spirituale che, paradossalmente, annuncia un nuovo sole, pur nascendo dal contesto della malattia e della consapevolezza della fine imminente.

Il brano si apre con parole cariche di frenesia e velocità, un senso di urgenza che pervade i primi versi:"Un conto veloce di quanto possiedoI soldi di carta e tanta rabbiaPer questa vita che si spegne di corsaCome un fuoco di foglieCome un lampo nel cielo."Queste righe dipingono un quadro di una vita che fugge via rapidamente, quasi consumandosi in un battito d'ali, lasciando dietro di sé un misto di possesso materiale insignificante e una rabbia profonda per la sua impermanenza. Il richiamo della natura, con l'immagine del "fuoco di foglie" e del "lampo nel cielo", enfatizza la transitorietà e la potenza ineluttabile del destino.

Nel primo ritornello, un elemento grammaticale particolare attira l'attenzione: la particella pronominale "si" in "adesso si va", che "stona" con il racconto. Questa particella può essere intesa come impersonale, ma acquisisce una chiave di lettura più ampia se interpretata come un "noi": "adesso (noi) si va". Un "noi" che può essere inteso come l'unione indissolubile di corpo e anima. Mentre uno dei due deve andare di corsa, l'altro, ovvero l'anima o la dimensione creativa, vorrebbe rimanere a cantare e dipingere, manifestando la dualità tra l'ineluttabilità fisica e la persistenza spirituale.Il versetto successivo ribadisce il richiamo della natura e l'esistenza fisica: "Il corpo risponde, risponde più volte / Uno sguardo veloce alla mia casa / Con tanta rabbia in quei dipinti / Rimasti in bianco fra i discorsi di tanti / In barba ai santi, a tutti i santi." Qui, il corpo è ancora presente, risponde agli stimoli e si muove veloce, proprio come veloce è la vita che si spegne. La rabbia contenuta nei dipinti rimasti "in bianco" suggerisce progetti incompiuti, parole non dette o opere non finite, un grido silente contro l'impotenza di fronte alla malattia e al tempo che stringe.

Ad est, ad est

Il ritornello viene ripreso, ma questa volta con una modifica significativa che introduce il tema centrale:"Ad est, ad est adesso si vaAd est, ad est là dove nasce il soleAd est, ad est ritroverò la vitaAd est, ad est perché non è finita."La frase "là dove nasce il sole" non è solo un'indicazione geografica o un riferimento a un luogo fisico, ma diventa una potente metafora di rinascita e speranza. Augusto Daolio, pur sapendo della morte improvvisa, parla di nascita, di una vita che non è finita ma che si rinnova in una dimensione ultraterrena o spirituale. La persistenza del "si" (noi si va) in questo contesto rafforza l'idea di un percorso condiviso, forse con la propria essenza o con una speranza collettiva, verso un'alba che segue inevitabilmente anche la notte più buia. La melodia, a detta di chi l'ha ascoltata per la prima volta, può trasmettere spensieratezza, creando un mistero tra il suono e il significato delle parole, un mistero che Augusto, con la sua arte, ha voluto lasciare come testamento, suggerendo che anche nella fine può esserci un nuovo inizio, un "sole" che continua a sorgere.

"La Canzone del Sole" di Lucio Battisti: Memoria, Crescita e Nascita del Sentimento

"La canzone del sole", cantata da Lucio Battisti, è un'altra pietra miliare della musica italiana, nata dal fecondo sodalizio di Mogol con Lucio Battisti. Il testo, infatti, è firmato da Giulio Rapetti, in arte Mogol. L’occasione che gli ha fornito l’immaginazione per scrivere il testo fu una vacanza trascorsa a Silvi Marina, in Abruzzo, dove Mogol andava a villeggiare da piccolo. Lì ricorda di aver trascorso alcuni giorni d’estate con un’amica di nome Titty, una bambina di cui era vicina di casa a Milano e con cui strinse un forte rapporto. "Titty era una ragazza che aveva un anno più di me e tra le nostre porte non c'era mezzo metro, eravamo sempre insieme. Lei è anche la bambina de 'Il salame' (altra canzone della coppia), era bionda molto carina, vivace, intelligente", racconta Mogol. Ha unito questo ricordo di lei e ha immaginato di rincontrarla, creando una storia tenera e infantile che avesse un séguito e, siccome lo aveva, aveva anche una forma di gelosia.

Lucio Battisti e Mogol
Il testo riflette il confronto tra passato e presente, tra ciò che si è vissuto e ciò che l'oggi mette davanti. A confrontarsi sono i ricordi di gioventù con corpi che attestano invece un cambiamento intercorso. Si è persa "l’innocenza sulle gote" che segnava il volto della giovane ragazza che trascorreva la propria estate nella riviera abruzzese. Ci si trova ora di fronte a una donna, di cui però non si afferra ancora completamente la sua identità, un velo di mistero e trasformazione che rende il ricordo ancora più malinconico e profondo.

Gli anni passati lontani portano dubbi e incertezze su quello che si è vissuto nei primi anni della propria giovinezza. La cruda realtà si manifesta nella domanda: "Ma quante braccia ti hanno stretto tu lo sai per diventar quel che sei… che importa tanto tu non me lo dirai … purtroppo" è l’amara constatazione che si snoda lungo tutto il brano. Questa incertezza di un sentimento che non si riesce a comprendere se sia ancora attuale o meno, rivela la complessità delle relazioni umane e il peso del tempo. Era il 1971 quando Lucio Battisti pubblicò "La canzone del Sole" (il lato b era "Anche per te"), una canzone che, come molte del cantante romano, diventerà patrimonio musicale di tante generazioni. Prima tra le prime, se si parla di gioventù ed estate, è sicuramente una delle più suonate durante i falò estivi sulle spiagge, dove spesso si sentono riecheggiare le sue parole, con quell'attacco, ormai iconico, che recita: "Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi le tue calzette rosse e l'innocenza sulle gote tue due arance ancor più rosse".

Era novembre quando la canzone, la prima incisa con l'etichetta Numero Uno, vide la luce, ma fu solo l'anno successivo, il 1972, che "La canzone del sole" trovò spazio nelle posizioni più alte della classifica di vendita dei singoli: si piazzò, infatti, al 93º posto tra i singoli più venduti nell'anno di uscita, arrampicandosi fino al settimo l'anno successivo. In quell'anno, il podio vedeva il trittico "Il Padrino" di Santo and Johnny, "Grande grande grande" di Mina e "Imagine" di John Lennon, davanti, però, a un'altra canzone di Battisti, ovvero "I Giardini di marzo".

Ad est, ad est

Innanzitutto c'è un forte richiamo ambientale, come confermano alcune strofe, dal fiore alle rocce, il mare verde, il prato e quel mare nero che il paroliere spiega così: "Il mare nero, che non era nero, meno di quello che è oggi, c'ha una piccola traccia di inquinamento, magari qualcosa vista sulla spiaggia e per me è stata una sofferenza grandissima." È tutto un insieme di ricordi di vita irradiati dal sole e dai colori, una specie di dipinto, come lo definisce Mogol, che cattura l'essenza di un periodo. E in questo dipinto, però, non può non far parte anche la scoperta del sesso, come spiega sempre Mogol in un'intervista. Verso la fine della canzone, infatti, mentre i due protagonisti sono distesi sul prato, si legge: "e d'improvviso quel silenzio tra noi e quel tuo sguardo strano ti cade il fiore dalla bocca e poi oh no, ferma ti prego la mano". Mogol racconta la giovinezza e il sesso ne fa parte: "Fa capolino anche il sesso e fa parte tutto di questo periodo della giovinezza e di questi sentimenti che nascono in mezzo a una natura incontaminata". Questa narrazione della nascita dei sentimenti e della consapevolezza di sé, in un contesto di natura primordiale e pura, rende "La Canzone del Sole" un inno alla "nascita" della persona attraverso l'esperienza, sotto il simbolo perenne del sole.

L'Evoluzione della Canzone d'Autore Italiana: Un Nuovo Sole nel Panorama Culturale

Il panorama musicale italiano, in particolare quello del cantautorato, ha saputo esplorare le profondità del significato di "dove nasce il sole" attraverso una lente sociale e culturale, rappresentando un vero e proprio "nuovo sole" nel contesto artistico e nella coscienza collettiva.

Le Origini del Cantautorato e il Ruolo del SudSalvatore Antonio Gaetano, nato a Crotone il 29 ottobre 1950, trascorse l'infanzia e la prima adolescenza sulle calde spiagge della Calabria. Non a caso il sud sarà tra i temi centrali della poetica di questo giovane con la smania di cominciare subito e presto a fare musica. Roma lo forma, con i suoi quartieri popolari e il celebre Folkstudio, in un momento storico in cui sta nascendo l’industria della canzone. Appena prima, negli anni Sessanta, la canzone inizia a imporsi come rappresentazione di eventi significativi, una sceneggiatura capace di raccontare la realtà e in cui rispecchiarsi. Un pubblico giovanile, alla ricerca di luoghi aggregativi, si era già ormai abituato a questo linguaggio, trovando nelle canzoni una bandiera da sventolare, la colonna sonora della loro partecipazione agli eventi, alla Storia, specialmente in un'epoca di fermento come quella dei movimenti e delle rivolte studentesche che esploderanno nel ’68. La canzone di protesta, d’impegno e di lotta, diviene una necessità e risponde a richieste molto nette da parte di questo nuovo pubblico. Giovani che ascoltavano invece di cantare, che restavano seduti in gruppo invece di ballare a coppie, che del disco discutevano e parlavano o che magari assaporavano il disco nella loro stanza, da soli, mentre, di là, papà e mamma seguivano Canzonissima alla Tv.

L'Industria Discografica e la Nascita del "Cantautore"Lungo questa strada, nel decennio successivo, la canzone riuscirà a suscitare l’interesse di agenti e discografici ben intenzionati a investire su un genere musicale che presto entrerà a pieno titolo nel sistema del mercato discografico. Diversi cantautori, col tempo, si imporranno con grande successo, togliendosi finalmente i panni del “giullarazzo”, a detta di De André: “Negli anni 60 o ancora prima - diceva - il cantante era alla stregua del ladro o della puttana; non era un fatto felice, fare il cantautore […]. Eravamo una minoranza, e sinceramente, una minoranza emarginata.”Le case discografiche avevano cominciato a dotarsi di una struttura interna più articolata, un’organizzazione artistica e amministrativa in grado di incanalare risorse per la produzione di progetti nostrani, invece di limitarsi a sbarcare successi stranieri in Italia. Produttori indipendenti come Ennio Melis e Nanni Ricordi, Gianfranco Reverberi e Enzo Micocci pensarono che la canzone potesse essere qualcosa di più di un oggetto ludico e investirono nella ricerca di nuove voci e generi. C’erano gli editori che facevano le canzoni - dice Nanni Ricordi - e i cantanti che bisognava fargliele su misura. Noi cercammo di fare un discorso razional-culturale cercando non di partire scritturando dei cantanti, ma di capire se c’era della gente, per caso, come in altri Paesi, che aveva delle cose da dire tramite la canzone. E la nostra indagine andò in questo senso. Si facevano caterve di provini. E grazie a questa lungimiranza molti artisti riuscirono a emergere e ad avere un certo successo facendosi portavoce di un anticonformismo che anticipava gli imminenti cambiamenti sociali.

È proprio lungo la strada di questa sperimentazione e della contestazione verso il passato, verso la trita e ritrita tradizione del cantante melodico tutto gorgheggi, lacrime e sospiri, ma anche per una nuova avversione ai vacui valori della società capitalistica, che aveva cominciato a definirsi la tipologia del “cantautore”, termine coniato da Ennio Melis e Vincenzo Micocci nei primi anni Sessanta. Questa definizione serviva a stabilire una rottura, la contrapposizione tra “autori capaci anche di cantare le loro canzoni (o i cantanti capaci anche di scriverle) ed esecutori professionali di cose scritte o manipulate da altri”. Cantautori, dunque, artisti dotati di una propria poetica, di un linguaggio espressivo, di un’immagine, di una vocalità immediatamente riconoscibili. Decollava la discografia italiana; il colosso della RCA con sede a Roma investiva su nuovi artisti e su etichette indipendenti come la IT, dove si allevavano, sotto la guida di Vincenzo Micocci, le nuove leve del cantautorato italiano.

Folkstudio Roma anni 70

Rino Gaetano: Ironia, Nonsense e il Sole della Critica SocialeRoma, Folkstudio. Anche questo vivaio era in fermento, un luogo dove si incontrava chi voleva fare e ascoltare musica. Dalla Calabria ci è arrivato anche lui, il giovane ventenne Salvatore Antonio che tutti chiamano Rino: Rino Gaetano. Venditti produrrà il suo primo 45 giri, sotto la guida di Micocci, "I love you Maryanna", che Rino firma con lo pseudonimo Kammamuri’s, il compagno di Sandokan nei Pirati della Malesia di Salgari. “Si considerava un autore, non un cantante - dirà Micocci -. Era convinto di non avere una bella voce, tanto che dopo l’uscita di I Love You Maryanna, quando fu l’ora di incidere il primo album, venne a dirmi che sarebbe stato meglio far cantare le sue canzoni a un amico. Io, naturalmente, mi misi a ridere e lo mandai in studio.” La canzone che dà il titolo al disco è un gioco di parole scanzonato, che prende in giro l’amore, mescola lingue e linguaggi, gioca con i doppi sensi: Marianna, il nome della nonna materna, è anche un’allusione alla marijuana, come in "Sometime Maryanna" di Ivan Graziani. Domina su tutto l’illogico, il nonsense che spiazza quel pubblico attento alle canzoni politiche, di contenuto sociale, storie di vita reale e cruda.

Copertina album Ingresso Libero Rino Gaetano
Il suo primo vero disco, però, composto di canzoni che davvero rappresentano Rino è "Ingresso libero" (1974). I testi li scrive osservando il mondo dal bar del Barone a Roma, a Montesacro: un luogo frequentato da gente semplice, uomini e donne del quartiere con indosso la loro normale quotidianità. Lo scrive nel momento in cui l’Italia è sconvolta in modo drammatico sul piano politico e sociale: gli anni del terrorismo, della bomba sull’Italicus, della strage di Brescia. Ma anche degli scioperi degli operai alla Fiat e della cassa integrazione, della battaglia per il divorzio, della società che si interrogava e si trasformava. Sono gli anni delle canzoni che incoraggiano a prendere coscienza della situazione, della nuova ventata di fascismo che soffia sul Paese, con brani come "Non è finita Piazza Loreto" di Fausto Amodei, "Ringhera" di Ivan Della Mea, "Piazza della Loggia" di Pardo Fornaciari.

"Ingresso libero" non è un album militante; del resto, Rino odia le etichette, ma certo i temi che affronta rivelano uno sguardo più approfondito sulla società italiana e i suoi problemi, con l’idea di denunciare i mali del Paese. Tra questi l’emigrazione con lo sradicamento e le difficoltà ad adattarsi, l’alienazione del lavoro nelle fabbriche, le questioni personali e collettive della precarietà e dello sradicamento, le ingiustizie sociali e le disuguaglianze. Le tematiche sono d’impegno, ma raccontate anche con un tono ironico che permane nell’intero album. Rino non vuole che le sue proteste risultino populiste, retoriche o troppo di parte. “Ho fatto vari pezzi che parlano dell’emigrazione - dirà - ma ho sempre inserito questa piaga nel più vasto e alienante concetto dell’emarginazione e soprattutto non ho dipinto l’emigrante nella solita e trita iconografia (occhi lucidi, valigia di cartone e mamma in nero) cercando di cogliere maggiormente il travaglio dei suoi stati d’animo e dei suoi affetti.” Questa tematica, infatti, si amplia in termini di problematica sociale in "Agapito Malteni, il ferroviere". È una ballata che ha per protagonista un ferroviere pugliese che decide di sabotare il treno affinché dal suo paese la gente smetta di partire per rifarsi una vita al nord. Il suo proposito viene ostacolato dall’altro macchinista che impedisce ad Agapito Malteni di attuare il folle progetto. La canzone, però, induce a riflettere sulla situazione contingente del Paese. L’emigrazione è inevitabile in questi anni, l’unica possibilità di trovare un lavoro è sbarcare al nord. La situazione del Mezzogiorno è drammatica: verranno investiti soldi su una fabbrica petrolchimica, la SIR, già in fallimento per la crisi petrolifera. E al nord? Al nord gli emigrati si impiegano nelle fabbriche della Fiat. In questa vita alienata e sottomessa l’unica salvezza sembra essere un bicchiere di vino il fine settimana, andarsene dalla città. Se non che l’auto per fuggire viene ritrovata bruciata. Nessuna possibilità di evadere. In "L’operaio della Fiat (La 1100)" l’operaio è sempre l’ultimo anello della catena che deve pagare per la lotta di classe. Ma Rino, insieme alle canzoni più impegnate, ne inserisce anche alcune con uno spirito più leggero e spensierato, giocoso e dissacrante. Infatti scrive "A Kathmandu", ispirandosi al luogo mitico, meta di pellegrinaggi esotici e fricchettoni.

Il 1975 è un anno cruciale, di cambiamenti e stravolgimenti: la protesta anticipata da una serie di eventi che sconvolgeranno il Paese, come il massacro del Circeo e la violenza dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini, l’ascesa del Pci nelle elezioni amministrative e le basi del compromesso storico gettate da Aldo Moro verso un’ipotesi di rinnovamento della politica italiana. In questo contesto, Rino incide "Ma il cielo è sempre più blu", una canzone strana, un elenco di parole e frasi che in parte saranno censurate, come “chi tira la bomba e chi nasconde la mano”. È un modo per raccontare la stagione di giovani morti per le strade, di giovani che partecipavano alle mobilitazioni di piazza, distaccati dalle formazioni consolidate, soprattutto nella sinistra extraparlamentare, per diventare “schegge” autonome e militarmente più organizzate. Accostamenti insoliti, frammenti di storie e di drammi, un affresco del Paese con tutte le sue contraddizioni. Nonostante tutte le miserie e i drammi, canta il ritornello, "Ma il cielo è sempre più blu", veglia comunque un cielo sereno, un cielo senza nuvole, suggerendo una speranza ostinata che il sole, in qualche modo, riesca sempre a farsi strada.

Ad est, ad est

"Mio fratello è figlio unico" è l’album che esce l’anno dopo, alla fine di un lungo periodo in sala d’incisione. L’album gli fa guadagnare una certa notorietà, contiene canzoni che diventeranno memorabili, orecchiabili e all’apparenza prive di significato. C’è "Berta filava", canzone “contro gli eroi, le novelle e i falsi miti di patria e famiglia”, ma anche canzone dissacrante dell’immagine femminile, che inneggia allo stile di vita sconveniente della protagonista, giovane donna che vive la sessualità in maniera libera ed emancipata, a suo modo femminista. E c’è la canzone che dà il titolo all’album, la più geniale e intensa che Rino abbia mai scritto. Sebbene sia un paradosso, un nonsenso, nell’assurdità dell’espressione, si cela un messaggio straordinariamente potente: mio fratello è figlio unico perché è l’emarginato, l’isolato dalla società. Colui che sta fuori dal coro, che non si omologa, che non riesce ad adattarsi a una società di falsità e compromessi. Per questo, è lui alla fine a soccombere “dimagrito, declassato, sottomesso, disgregato”. Ma non è il povero barbone che vive ai margini per indigenza, o il drogato alcolizzato che si è lasciato vincere e nell’oblio di sé cerca il modo di sopravvivere. Non è il reietto della società, il povero Cristo cantato da De André. È la persona qualunque. “Pochi si occupano delle cosiddette persone normali - dirà. - […]. Questo è Mio fratello è figlio unico, una persona tutto sommato normalissima. Mi piace esasperare le cose, amo i paradossi. Dire che mio fratello è figlio unico perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati, i malpagati e i frustrati non è demagogia. […] Analizzo la situazione dell’escluso, dell’emarginato della società e ne concludo che in fondo siamo tutti figli unici: i rapporti di convivenza sono dettati solamente dal dovere e non dal piacere di incontrarsi e di collaborare umanamente.” La canzone sarà una delle più amate dai tanti artisti che nel tempo l’hanno ripresa, celebrando la poesia di Rino, la sua capacità di vedere la "nascita" di una nuova consapevolezza anche nell'isolamento.

Il 1977 è anno di violenze, di provocazioni e di scontri accesi tra giovani e forze dell’ordine: gli atenei sono di nuovo occupati e le proteste danno luogo a disordini che spesso lasciano in terra morti. Anche i cantautori vengono contestati durante i loro concerti: troppo cari i loro biglietti, i giovani del Movimento '77 pretendono di poter usufruire di quella musica gratuitamente.La canzone che dà il titolo all’album successivo, "Aida", sintetizza in poche parole la storia recente del Paese, il Novecento appena trascorso attraverso le gesta del personaggio femminile dal nome mitologico, protagonista dell’opera verdiana, la figlia del re di Etiopia. La storia di Aida parte dall’inizio del secolo e tocca la Seconda guerra mondiale. Passa in rassegna i tanti tabù del passato, la religiosità di facciata fatta di madonne e di rosari. La voglia di trasgredire con le calze a rete, come quelle di Marlene Dietrich. I saluti fascisti e il discorso del Duce all’Italia che entra in guerra. E poi l’Italia del dopoguerra, divisa tra il rosso e il nero, le lotte partigiane, le morti ingiuste, la povertà e la miseria, le macerie di un Paese. Il disco riscuote una certa fortuna e Rino è pronto a fare il salto. La casa discografica punta tutto su di lui, è arrivato il momento della grande visibilità. È arrivato il momento di mostrarsi a un vasto pubblico, quello della televisione in prima serata. È arrivato il momento di Sanremo.

Rino Gaetano con ukulele a Sanremo
Rino non contesta più di tanto questa manifestazione. Non ha in mente le proteste dei giovani Cantacronache che, alla fine degli anni Cinquanta, in quel festival vedevano la rappresentazione dell’Italia più bigotta e fasulla, di un’Italia che, grazie alla canzonetta e a quel festival televisivo a essa dedicato, rinchiudeva gli italiani in un mondo fatato, di amori esotici, di cuori addolorati, di mamme e di lacrime facili. Addormentarli al suono di placide ninne nanne, perché dimenticassero il passato e vivessero di eterna evasione: “il palcoscenico della smemoratezza italiana”, dirà Stefano Pivato. Non lo contesta come a suo modo Luigi Tenco, la sera che, scartata la sua "Ciao amore, ciao" a tema sociale, preferì farla finita di fronte all’ennesima delusione: una canzone come "Io, tu e le rose" che, invece, andava avanti. Ciò che contesta a Sanremo è il suo alone di vetustà, la noiosa ripetizione di un copione visto e rivisto, la polverosa tediosità. Così Rino decide che al Festival parteciperà, ma a modo suo. Il 26 gennaio 1978 sale su quel palcoscenico con la tuba nera in testa, un frac striminzito e sul bavero migliaia di medagliette appuntate, un papillon bianco, scarpe da ginnastica ai piedi e tra le braccia una chitarrina in stile hawaiano, un ukulele. Così Rino canta "Gianna", canzone originale e divertente, e sarà il primo a pronunciare, al festival di Sanremo, la parola "sesso". Rino è da subito la ventata di nuovo che svecchia la rassegna, la sua esibizione è una svolta. Con la sua performance anticonformista, Rino Gaetano incarna un "sole" che sorge su una tradizione stantia, portando una nuova luce e un nuovo linguaggio nella musica italiana e nella sua rappresentazione.

Pooh: La Nascita di Nuove Armonie nella Continuità Artistica

Anche band storiche come i Pooh hanno dimostrato una continua ricerca di "nascita" e rinnovamento nel loro percorso artistico, anche quando non esplicitamente legato all'espressione "dove nasce il sole". Il loro metodo di lavoro, evolutosi nel tempo, esemplifica come la ricerca di nuove sonorità e collaborazioni possa rappresentare un'alba creativa. In un brano specifico, per la prima volta Red Canzian e Roby Facchinetti eseguono un canto gregoriano, costituito da un’antica preghiera in latino a protezione della casa, dimostrando una volontà di esplorare radici profonde e forme espressive inaspettate. Questo inserimento di elementi antichi in un contesto moderno testimonia un processo di "nascita" di nuove armonie, dove la tradizione si fonde con la contemporaneità per creare qualcosa di inedito.

I Pooh in studio
Da sempre il tre è il numero perfetto, e con una punta di umorismo, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian hanno scherzato: «Se i Pooh in quattro hanno fatto, per quasi 40 anni, la storia della musica italiana, figuriamoci noi tre cosa possiamo fare». Questa affermazione racchiude la consapevolezza di una nuova fase, una ripartenza che, in un certo senso, può essere vista come una "nascita" o una rifondazione del proprio sound e della propria identità. «Continuiamo perché abbiamo ancora tante cose da dire al nostro pubblico», spiega Dodi, sottolineando una vitalità e un desiderio di esprimersi che è intrinseco a ogni processo creativo. «Abbiamo cambiato modo di lavorare, preferendo stare molti giorni insieme: con i collaboratori più stretti e, a volte, anche con le nostre famiglie», svela Roby. «Prima ci vedevamo nei nostri uffici e mettevamo insieme le strofe o intere canzoni che avevamo realizzato separatamente. Ora pensiamo e realizziamo il disco tutti insieme. E il nuovo cd, con undici brani, sarà, forse, il più bello. Lo incideremo dopo i tre concerti che terremo in Canada. Uscirà a metà ottobre». Questo nuovo approccio, più collaborativo e immersivo, è un chiaro esempio di come anche in contesti musicali consolidati si possa cercare una "nascita" di nuove dinamiche e ispirazioni.

Il disco, in questo caso, è nato in montagna, nell’hotel CastelBrando, a Cison di Valenarino, in provincia di Treviso. «Abbiamo vissuto insieme per un mese, dalla colazione alle passeggiate. E quasi 12 ore al giorno in sala di incisione per trovare le giuste soluzioni sonore», spiega Red. Questa esperienza di vita comune e di profonda condivisione del processo creativo è un terreno fertile per la "nascita" di idee e soluzioni innovative. «Abbiamo già il titolo e la cover, cosa mai successa negli anni passati», aggiunge Red, indicando un livello di coesione e visione unificato che segna un vero e proprio "nuovo inizio". Anche se non usano esplicitamente l'espressione "dove nasce il sole", il loro percorso di rinnovamento e la ricerca di nuove forme espressive e collaborative rappresentano metaforicamente una costante tendenza a cercare la fonte di nuova ispirazione e creatività, un proprio "sole" artistico che continui a brillare. Questo dimostra come il tema della nascita e del rinnovamento sia un filo conduttore, esplicito o implicito, nella cultura musicale italiana.

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