Antiche strategie di indagine sulla gestazione: dai papiri egizi ai moderni orizzonti della medicina

La storia della medicina e la curiosità umana verso il mistero della vita hanno dato origine, nel corso dei millenni, a pratiche di osservazione tanto ingegnose quanto sorprendenti. Il desiderio di accertare lo stato di gravidanza in epoche lontane ha spinto le civiltà antiche a sviluppare metodi che, sebbene privi di un metodo scientifico moderno, rivelano una profonda capacità di osservazione empirica.

La prospettiva egizia: osservazione della natura come specchio della fertilità

La Papyrus Carlsberg Collection, donata all’Università di Copenaghen nel 1939, comprende circa 1.400 manoscritti, la maggior parte dei quali va dal 2.000 a.C. al 1.000 d.C. In un papiro risalente al 1400 a.C. emerge una delle tecniche più affascinanti dell'antichità. Per avere la risposta bisogna fare attenzione a ciò che succede all’orzo e al grano, dice Kim Ryholt, il capo della Papyrus Carlsberg Collection: “Se germogliano entrambi, è incinta. Ma gli egizi andavano oltre! Per sapere il sesso del bambino, la donna doveva tenere in considerazione un altro elemento: “Se germoglia prima l’orzo è maschio. Il grano invece indicherebbe una femmina. La ricercatrice del progetto Sofie Schiødt, dottoranda presso il Dipartimento di Studi interculturali e regionali dell’Università di Copenaghen, ha dichiarato in un’intervista: “Molte idee nei testi medici dell’antico Egitto compaiono di nuovo in testi greci e romani successivi”.

Papiro antico con geroglifici medici

Nella cultura faraonica l’ipotesi di scindere razionalità e magia (heka) era inconcepibile. Avrebbe implicato la negazione di quella stessa perfezione cosmica, garantita dalla fusione armonica tra dei, esseri viventi, astri, pianeti, vegetali e minerali, che l’uomo aveva invece il dovere di preservare sfruttando i flussi energetici da cui l’intero creato era pervaso, per mantenere un rapporto armonico con l’ambiente circostante. Rispettare il ritmo del tempo terreno - scandito dall’alternanza del bene e del male - significava anche prevenire possibili afflizioni. Il papiro medico di Ebers, datato 1550 a.C. ma risalente pare al IV millennio, offre un quadro dettagliato di queste pratiche, dove il test dell'orzo e del grano assumeva una valenza predittiva non solo per la gravidanza, ma anche per la vitalità del feto.

Magia, ostetricia e i rischi del parto nell'antichità

Secondo gli antichi egizi, ogni fase “critica” dell’esistenza andava monitorata; ma in determinate circostanze come quelle legate alla nascita, le arti magiche diventavano imprescindibili. Oltre a un bacino alto e stretto infatti, la natura aveva dotato le egizie di una pelvi piuttosto piccola, che rendeva problematica l’espulsione del feto. Ecco perché le future madri preferivano affidarsi agli influssi benefici della magia piuttosto che all’esperienza diretta di ostetrici, la cui presenza al parto, lo si evince dal papiro di Kahun del 1850 a.C., il più antico testo ginecologico finora individuato, non fu peraltro mai attestata prima del 700 a.C.

Statuetta della divinità egizia Taweret, protettrice del parto

Al contrario abbondavano statuette raffiguranti il dio nano Bes, nume tutelare della casa e dei bambini, o le dee Taweret e Hathor. «Che ogni dio protegga il tuo nome, ogni luogo ove ti troverai, ogni latte che berrai, ogni seno dove sarai preso, ogni ginocchio dove sarai segnato», recita uno degli scongiuri più comuni. Per favorire le contrazioni uterine, le donne si accucciavano con i piedi appoggiati sui quattro mattoni (meskhen), associati sia alle dee Nefti, Heket e Iside, sia alla dea delle nascite Meskhenet. Se da un lato la scelta della posizione accovacciata rispondeva a una necessità pratica, in quanto nello spazio centrale tra i mattoni veniva raccolto il liquido amniotico, dall’altro poteva causare lacerazioni perineali.

Test diagnostici e credenze sulla fertilità

Nonostante la fiorente letteratura specializzata, i figli del Nilo non avevano alcuna cognizione circa il funzionamento dell’apparato riproduttivo femminile; l’utero era per loro soltanto un ricettacolo dello spermatozoo preposto alla custodia della vita in formazione. Gli egizi stabilivano se una donna fosse più o meno fertile in base a criteri che non avevano un reale valore scientifico, ma che godevano di notevole popolarità. Quello maggiormente accreditato consisteva nell’osservare la reazione di una paziente alla somministrazione di una bevanda ricavata da latte umano e anguria: una crisi di rigetto avrebbe confermato l’idoneità a procreare; con un semplice rutto, invece, qualsiasi speranza sarebbe svanita.

Meno perentoria, ma altrettanto qualificata, era l’analisi basata sull’iridologia: «Lascia la donna in piedi nel corridoio, dietro la porta, che aprirai bruscamente in modo che la luce dia sul suo viso. Esamina i suoi occhi. Se vedi che un occhio assomiglia a quello di un asiatico e l’altro a quello di un nero, questa donna non è incinta». In alternativa, bastava porle una cipolla sulla vulva, posticipando il verdetto al giorno seguente: un persistente sapore sgradevole in bocca avrebbe indicato l’avvenuto concepimento. Ampiamente consigliate anche le fumigazioni di sterco di ippopotamo: se avessero causato l’evacuazione, il responso sarebbe stato positivo.

Evoluzione storica delle tecniche di verifica

Ben 4000 anni fa, gli Egizi utilizzavano un metodo che non si discosta moltissimo da quello attuale, pur basandosi su presupposti biologici diversi. Qualche anno fa è stata realizzata una prova in collaborazione con l'Istituto di Cerealicoltura di Bergamo e l’esperimento è quasi riuscito: è stato dimostrato che nel 70% dei casi l’urina delle donne incinte faceva germogliare i cereali, un fenomeno che oggi spieghiamo con l'alta concentrazione di estrogeni presenti nelle urine gestazionali.

Antico Egitto in (quasi) 20 minuti [SilverBrain]

Nel 16esimo secolo esistevano degli “esperti” in grado di determinare la gravidanza di una donna solo dal colore o dalle caratteristiche della sua urina. Altri la miscelavano col vino e ne osservavano i risultati, il che poteva in effetti avere successo data la reazione dell’alcol alle proteine contenute nella pipì di una donna incinta. Nel 1920, due scienziati tedeschi, Selmar Aschheim e Bernhard Zondek, hanno stabilito che vi era uno specifico ormone presente nelle urine delle donne in gravidanza. Iniettando quindi le urine delle donne incinte a conigli, ratti e topi, ne inducevano lo sviluppo ovarico. In seguito, i poveri animali venivano uccisi e sottoposti ad autopsia per esaminare lo stato delle loro ovaie e determinare quindi la gravidanza della donna.

Dalla manipolazione dei fluidi biologici alla scienza moderna

L'urinoterapia è una pratica, priva di riscontri scientifici, che consiste nell'utilizzo dell'urina tramite bagni, impacchi, iniezioni oppure attraverso l'assunzione orale. Il possibile ricorso all'urinoterapia per le presunte attività anti-cancro ha verosimilmente inizio a metà degli anni 1970, a seguito delle segnalazioni di Evangelos Danopolous, un medico greco, che sostenne di aver trattato con successo alcuni pazienti affetti da cancro. Tuttavia, le evidenze scientifiche a oggi disponibili non supportano in alcun modo l'ipotesi di chi sostiene che l'urina, somministrata in qualsiasi forma, sia utile ai pazienti oncologici.

La composizione chimica dell'urina, studiata accuratamente anche in contesti aerospaziali come nel rapporto NASA del 1971, conferma che si tratta di una soluzione acquosa al 95% di acqua, contenente residui metabolici che non possiedono proprietà terapeutiche miracolose. In Europa, i cosiddetti “Piss Prophet” nell'antichità analizzavano l'urina con tecniche visive, convinti che potesse rivelare segreti sul corpo umano, inclusa la fertilità, ma tali pratiche non sono accettate dalla medicina moderna, non essendo state sottoposte a verifiche sperimentali condotte con metodo scientifico o non avendole superate.

Schema illustrativo della composizione chimica dell'urina

Parallelamente alla ricerca dei test di gravidanza, la scienza ha fatto passi da gigante nel trattamento dell'infertilità. Negli anni '60, l'azienda Serono istituì tre centri per raccogliere l’urina, fornita ogni giorno da 600 suore alloggiate in varie case di riposo sparse per l’Italia. Questa raccolta massiccia serviva a estrarre la gonadotropina necessaria per il farmaco Pergonal. Nel 1962, per la prima volta, una donna sottoposta a un trattamento a base di questo principio attivo partorì una bambina. Negli anni Novanta, le scorte del medicinale iniziarono a terminare, portando a una svolta verso la produzione di sintesi. La Serono, che dagli anni Settanta aveva spostato la propria sede a Ginevra, nel 2006 è stata acquistata dall’azienda chimica tedesca Merck KGaA, segnando la fine di un'era in cui l'urina umana era una risorsa preziosa per la medicina della riproduzione, trasformandosi da oggetto di credenze popolari a base per la produzione di farmaci biotecnologici controllati e sicuri.

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