Maternità, Discriminazione e Ripudio: Un'Analisi Profonda della Condizione Femminile

L'esperienza della maternità, un pilastro della vita umana e della società, si scontra spesso con realtà complesse di discriminazione, abbandono e ripudio che travalicano epoche e confini geografici. Dalla difficoltà di conciliare vita familiare e professionale nelle società moderne occidentali, fino alle antiche pratiche legali e sociali che condannavano le donne per scelte riproduttive o per la loro stessa esistenza, e alle drammatiche conseguenze della violenza in contesti di conflitto, la condizione femminile è costantemente messa alla prova. Questo articolo esplora le molteplici dimensioni di questo fenomeno, esaminando come le donne siano state e siano tuttora soggette a forme di emarginazione e ripudio a causa della gravidanza o di eventi ad essa correlati, sottolineando la resilienza e la lotta per la dignità.

La Sfida della Maternità e del Lavoro in Italia: Un Equilibrio Precario

In Italia, la scelta di diventare madri per le donne è spesso "solo teorica". Nonostante desidererebbero, in media, avere due o più figli, nella maggior parte dei casi si fermano a uno. Il nodo critico di questa situazione risiede nel rapporto famiglia-lavoro, una conciliazione che rimane ancora "improponibile". Questa difficoltà è denunciata per una donna su tre, come afferma un'indagine dell'Istat, realizzata insieme al Cnel e presentata questa mattina, che ha intervistato 50 mila donne a distanza di 18-21 mesi dalla nascita dei figli. Questo periodo è particolarmente significativo perché è quello in cui, in media, matura la scelta di avere altri figli in futuro.

La situazione italiana è eccezionale e unica, con il numero medio di figli per donna sotto 2 da quasi trent'anni. La ricerca Istat evidenzia che "in nessun paese nel tempo statisticamente documentabile e nello spazio si è mai osservato un andamento simile", e che "l'autentico problema della fecondità italiana sta nella caduta verticale delle nascite successive al primo". Se le seconde nascite si sono "molto ridotte", le terze nascite sono ormai un "evento eccezionale". Il nodo cruciale è, per l'Istat, il passaggio dal primo al secondo figlio.

Donna in bilico tra carriera e famiglia

La principale difficoltà nella conciliazione fra lavoro e famiglia, di cui parla il 37,5% delle donne intervistate, riguarda la rigidità dell'orario di lavoro (44,4%) e i turni lavorativi (26,8%). Seguono, con percentuali significative, un impegno troppo faticoso (6,3%) e la difficoltà di raggiungere i posti di lavoro (5,8%). Per molte donne italiane conciliare scelte riproduttive e lavorative significa, perciò, "dover subordinare una scelta all'altra". Sono costrette, quindi, se vogliono mettere al mondo un figlio, soprattutto dopo il primo, a perdere o lasciare il lavoro. Ad esempio, il 6% delle donne che lavoravano in gravidanza è stato licenziato, e in alcuni casi ciò è avvenuto perché il loro contratto è cessato oppure è terminata l'attività del datore di lavoro. Inoltre, il 14% di chi lavora in gravidanza decide poi di abbandonare il lavoro per "gli orari inconciliabili con i nuovi impegni familiari o per potersi dedicare completamente alla famiglia". L'intenzione, per molte madri, è di lasciare il lavoro momentaneamente, ma si è visto che tra tutte le donne che hanno svolto un'attività lavorativa nel corso della loro vita (ma che non lavorano in gravidanza né al momento dell'intervista), il 71% desidera tornare a lavorare in futuro. Mentre questa percentuale scende al 50% per le donne che non hanno mai lavorato, evidenziando una forte volontà di reinserimento.

La discriminazione delle lavoratrici in gravidanza assume diverse forme, spesso subdole e difficili da contrastare. In Italia, la normativa a tutela della maternità è piuttosto articolata, estendendosi anche alla fase di selezione e reclutamento, quindi a un momento antecedente alla costituzione del rapporto di lavoro, come stabilito dall'art. La discriminazione delle madri lavoratrici ha conseguenze devastanti non solo a livello individuale, ma anche sociale, economico e demografico. Sempre più spesso le donne sono costrette a scegliere tra maternità e carriera in un Paese dove avere un lavoro non basta più, soprattutto se si è giovani. Non è un caso che si diventi genitori sempre più tardi, con gli annessi rischi per la fertilità. "In media una donna di 30 anni ha il 69% di probabilità di restare incinta", un dato che evidenzia le difficoltà legate all'età avanzata nella riproduzione. L'esclusione delle madri dal mercato del lavoro rappresenta, inoltre, uno spreco di capitale umano e competenze, con un impatto negativo sull'intera economia.

Papa Francesco: Chiesa senza popolo e’ rischiosa. Prego per donne incinta

Un passo importante, anche se non sufficiente, è rappresentato dalla sentenza della Corte d'Appello di Trento che ha condannato la multinazionale Dana. La Corte ha scritto una pagina importante nella tutela della maternità in ambito lavorativo, condannando l'azienda che aveva licenziato una donna subito dopo aver saputo della sua maternità. I fatti risalgono al settembre 2021, quando un'impiegata, che lavorava con un contratto interinale tramite l'agenzia Manpower con missione a termine fissata addirittura al 2049, è stata posta in gravidanza a rischio. In un primo momento, l'azienda, tramite la sua difesa forense, ha sostenuto di non avere alcun dovere nei confronti dei lavoratori in somministrazione, in quanto "formalmente dipendenti di altre aziende".

Anche figure di spicco si sono espresse contro questa piaga sociale. "Troppe donne licenziate perché incinte", ha detto Papa Francesco a un convegno di imprenditori, con parole semplici che sono andate dritte al bersaglio: "Quante volte abbiamo sentito di una donna che va dal capo e gli dice di essere incinta, e di lui che le risponde 'Da fine mese non lavori più'? E invece la donna deve essere custodita e aiutata, nel suo doppio lavoro di madre e di lavoratrice". Le parole di Francesco, semplici e dirette, hanno il grande merito di portare in primo piano un dramma che continua a ripetersi sui posti di lavoro. Una ragazza non viene mai assunta senza irrispettose incursioni nella sua vita privata ("Lei è fidanzata? Pensa di sposarsi?") e a una donna sposata si lanciano avvertimenti indiretti sull'inopportunità di fare figli, se ci tiene alla carriera e alla stabilità del posto. Il datore di lavoro o il capo del personale temono i relativi impicci: prima il congedo di maternità, poi il diritto ai permessi se il bimbo si ammala.

In molti casi, le aziende si sono spinte più in là, con la pratica illegale delle cosiddette "dimissioni in bianco", senza la data e con l'obbligo di firmarle all'atto dell'assunzione. Appena la dipendente rimane incinta, l'ufficio del personale provvede ad aggiungere la data e ad avviare il documento alle autorità competenti. Un brutto, vergognoso ricatto. Adesso la nuova legge sul lavoro ha previsto, per la presentazione delle dimissioni, esclusivamente una procedura on line che può essere attivata solo dal dipendente, e che - a partire dalla certezza della data - dà alle lavoratrici incinte tutte le garanzie di non poter essere licenziate contro la loro volontà. Ma il problema della donna nel mondo del lavoro è tutt'altro che risolto. Perché? Perché per i problemi umani non c'è accoglienza, non c'è apertura, ed è questo che ci ha voluto indicare papa Francesco. Naturalmente, quello di Francesco non è un discorso "sindacale". S'inserisce, come altre posizioni del Papa, nella critica a una società che tende sempre di più a considerare "valori" soltanto quelli del mercato. Ha affermato il Papa: "È necessario orientare l'attività economica in senso evangelico, cioè al servizio della persona e del bene comune". Un richiamo che non viene soltanto dalla cattedra di San Pietro, se si guarda ai recentissimi studi di economisti laici: non è escluso che il modello del profitto sia un bolide senza freni, destinato ad andare a sbattere. Davvero non possiamo vedere se sarebbe lungimirante percorrere altre strade?

L'esempio dell'imprenditore fiorentino Marco Bartoletti, operaio diventato proprietario di un'azienda di minuterie metalliche per l'industria del lusso che esporta in tutto il mondo, offre una prospettiva diversa. Bartoletti assume anche malati di tumore, anziani che non trovano più impiego, ex tossicodipendenti che nessuno vuole, persone con problemi psichici. Ha trovato il lavoro adatto per tutti questi soggetti che teoricamente sarebbero incompatibili con la produzione, ed è soddisfattissimo del loro rendimento: "Chi è malato fa del suo meglio, e molte volte supera i cosiddetti sani". L'ho chiamato l'uomo "con una stella nel cuore" per la sua fattiva bontà (che non è buonismo), e non lo considero un utopista, ma una persona concreta, capace di cambiare il famoso proverbio americano che "se non si fa parte della soluzione si fa parte del problema". Adattare il lavoro a un problema non può magari spalancare nuove prospettive? Nessuno crede di poter arrivare alla società perfetta, ma vediamo almeno di organizzare il lavoro come accoglienza all'intero essere umano. Ciò che più ha colpito nel discorso del Papa è il riferimento alla necessità di dare un posto alla maternità della donna che lavora. Quando dice che "la donna deve essere custodita e aiutata", non si percepisce nemmeno un filo di paternalismo e di superiorità, ma l'idea della giustizia da rendere a questa donna che aspetta un figlio. Francesco - che è un prete, che è un maschio, che è un Papa - con il breve e secchissimo dialogo tra la dipendente e il suo capo, ha saputo darci gli estremi per immaginare l'angoscia di una Annunciazione alla rovescia. Non è difficile indovinare un disordinato batticuore, e la triste previsione, subito confermata, che quel bambino nessuno lo aspetta, e che la nostra società non lo vuole.

Radici Storiche del Ripudio: La Condizione Femminile nell'Antica Roma

La discriminazione di genere e il ripudio delle donne, inclusa la maternità, affondano le radici in culture patriarcali millenarie, come dimostra l'analisi della condizione femminile nell'antica Roma. Nei primi secoli di vita della città, in perfetta coerenza con le esigenze di gruppi familiari fortemente patriarcali, le donne venivano sottoposte al potere di un uomo (prima il padre, poi il marito) che esercitava su di loro poteri personali così forti da comprendere il diritto di vita e di morte. Di conseguenza, le discriminazioni di cui erano vittime erano molte, a partire dal momento stesso della nascita. Una legge di Romolo, per cominciare, stabiliva che chi esponeva (vale a dire abbandonava alla sua sorte) un figlio maschio venisse punito con la confisca di metà del patrimonio. Chi esponeva una femmina, invece, veniva punito solo se si trattava della primogenita; tutte le altre potevano essere impunemente abbandonate.

Mappa dell'Impero Romano con focus sulle aree di influenza

E posto che le donne romane si sposavano giovanissime (l'età legale era 12 anni) e che ai tempi non esistevano efficaci contraccettivi, il numero di figlie cadette che potevano essere esposte era molto alto e la loro sorte, se scampavano alla morte, era comunque tragicamente segnata. Chi raccoglieva una neonata, infatti, lo faceva, di regola, pensando di fare un investimento economico: appena raggiunta l'età, la ragazza poteva essere venduta come schiava, o più spesso avviata alla prostituzione. Le altre, quelle che erano state allevate (a meno che non diventassero sacerdotesse, unica alternativa al matrimonio), attendevano in casa l'uomo che avrebbero sposato, ovviamente scelto dal padre. A dimostrarlo, prima ancora che dalle norme giuridiche, stavano alcune antichissime cerimonie nuziali, quale il culto del dio Tutunus Mutunus, nel corso del quale la sposa simulava il congiungimento con il dio, cavalcandone il fascinus, vale a dire l'organo riproduttore. Non meno significativa, in questo senso, era la cerimonia dei Lupercalia, che ancora in epoca repubblicana si celebrava ogni 17 febbraio, durante la quale uomini nudi armati di cinghie di pelle caprina (i Luperci) fustigavano le donne per combatterne la sterilità. Superfluo dire che alle donne nubili si chiedeva la castità, e a quelle coniugate la più rigorosa fedeltà sessuale. Se venivano meno a questi doveri, venivano punite dal padre o dal marito, che potevano anche metterle a morte, e un'antica legge, attribuita a Romolo, stabiliva che potessero essere punite con la morte tutte le donne che bevevano vino. Quale fosse la ragione del divieto appare con assoluta chiarezza da quel che dice in proposito Valerio Massimo: "la donna che beve chiude la porta alla virtù e la apre a ogni vizio". Infine, quelle che sottraevano le chiavi della cantina nella quale era conservato il vino potevano essere ripudiate (anche se non lo bevevano), così come venivano ripudiate le donne che abortivano senza il consenso del marito (il quale, se lo credeva opportuno, poteva imporre loro di interrompere la gravidanza).

Illustrazione di una scena di vita romana antica con donne

A cavallo tra il I secolo avanti e il I secolo dopo Cristo, le donne romane cominciarono a godere di una notevole libertà di movimento e ottennero il riconoscimento di una serie di diritti che originariamente e per lungo tempo erano stati loro negati. L'antico matrimonio, a seguito del quale entravano a far parte della famiglia del marito, era stato quasi totalmente sostituito da un nuovo tipo di matrimonio, a seguito del quale esse continuavano a far parte della famiglia di origine. Ma quel che più rileva è il fatto che il nuovo matrimonio era ispirato a principi di libertà del tutto inediti: la sua esistenza non dipendeva più dalla celebrazione di una cerimonia nuziale, a seguito della quale i coniugi rimanevano tali sino a che il matrimonio non veniva interrotto dalla morte o dal divorzio (o, per meglio dire, all'eventuale ripudio, visto che per molti secoli il diritto di interrompere il matrimonio era stato concesso solo agli uomini). A questo si aggiunga che le donne romane, indipendentemente dalla loro condizione sociale, ricevevano un'educazione di base. Alle scuole elementari (pubbliche) erano ammesse anche le bambine, e le ragazze delle classi alte, non diversamente dai fratelli, ricevevano dai pedagoghi - spesso di origine greca - una buona educazione superiore, che prevedeva a volte anche l'insegnamento della retorica e del diritto.

Uno dei fattori che consentirono alle donne romane di emanciparsi, dunque, fu l'istruzione; e accanto a questa, non meno importante, il diritto di partecipare alla successione paterna insieme e alla pari dei fratelli maschi, concesso loro quantomeno a partire dall'epoca delle XII Tavole, ma forse sin dalle origini della città. Per quanto singolare possa sembrare, infine, a favorire il loro processo di emancipazione fu anche la politica estera di Roma, e il succedersi quasi ininterrotto di circa due secoli di guerre, tra cui, tutt'altro che trascurabile, la seconda guerra punica. La decimazione della popolazione maschile, inevitabile conseguenza dell'espansione, determinò un cambiamento fondamentale nel rapporto tra i sessi. Molte donne, persi in guerra i padri e i mariti, si trovarono a essere libere e indipendenti, e anche quelle che avevano ancora un marito o un ascendente maschio in vita erano di fatto, non di rado, le sole persone che potevano occuparsi del patrimonio familiare: e molti uomini, impegnati nelle campagne e nelle preoccupazioni belliche, erano costretti ad affidare alle donne la gestione e la salvaguardia degli affari e del patrimonio familiare. L'imperialismo romano, insomma, produsse i suoi effetti anche sulla condizione femminile, così come la trasformazione dell'economia, a seguito della quale la ricchezza venne a essere sempre più spesso rappresentata dal denaro, e non più dalla terra. E il denaro, che poteva essere trasferito senza bisogno di autorizzazione del tutore (al cui potere per molti secoli le donne furono sottoposte a vita) con semplice consegna (traditio), sfuggiva praticamente a ogni controllo.

Molto rimarchevole fu anche, soprattutto se rapportato ai secoli precedenti, il riconoscimento a uomini e donne di diritti formalmente identici in materia di divorzio. Che, poi, la prassi sociale valutasse in modo diverso la scelta di porre fine all'unione quando era fatta dalla donna è un altro discorso, che (pur essendo tutt'altro che privo di conseguenze) non toglie valore all'indiscutibile progresso rappresentato dall'affermarsi della nuova configurazione del matrimonio e dalla concessione alle donne di nuove libertà, alcune delle quali non erano solo formali. A partire dagli ultimi secoli della repubblica, infatti, subirono sensibili modifiche anche le norme che regolavano la sottoposizione delle donne a tutela perpetua che scomparve definitivamente all'epoca di Costantino. Infine, mentre nei primi secoli l'unica parentela riconosciuta dal diritto era quella in linea maschile (adgnatio), e pertanto tra madre e figlio non esisteva un rapporto riconosciuto e tutelato dal diritto, a partire dalla fine della repubblica una serie di provvedimenti diede inizio a una revisione di questi principi. All'epoca di Adriano si stabilì che la madre, qualora avesse tre figli, potesse ereditare da costoro, sia pur dopo i figli dei figli, il padre degli stessi e alcuni agnati. I secoli fra principato e impero (preparati dagli ultimi secoli della repubblica) consentirono dunque alle donne romane di ampliare i loro orizzonti al di là della vita familiare, partecipando ampiamente alla vita sociale.

Un fenomeno importante, del quale, a seconda dell'ottica di chi di volta in volta lo ha osservato, sono state date interpretazioni diverse e contrastanti: secondo alcuni affermazione e vittoria delle donne, che conquistarono libertà per alcuni versi paragonabili a quelle moderne; secondo altri deplorevole rilassatezza di costumi, immoralità senza freni, disinteresse per le sorti dello stato. Tra questi ultimi, gli stessi romani, o quantomeno molti di loro. Catone, ad esempio, era preoccupatissimo, racconta Livio. Quando le donne (nel 195 a.C.) scesero in piazza per ottenere l'abrogazione di una legge che limitava l'uso dei gioielli e di altri simboli del lusso, avvertì i suoi concittadini: "non bisogna conceder loro di essere pari agli uomini" - disse - "quando saranno pari, ci comanderanno" (Livio, 34, 7, 5). Né era il solo a temerlo. Più avanti nel tempo, circa un secolo e mezzo dopo, Marziale scrive: "Io non voglio sposare una donna ricca. Mi chiedete / perché? Voglio sposare, non essere sposato" (VIII,12). Le donne sono diventate arroganti, dicono i loro concittadini, sono arroganti, saccenti, corrotte, non vogliono più fare figli perché temono di sciupare il ventre, se rimangono incinte abortiscono senza neppure pensarci. Esagerazioni, ovviamente, espressione di una grande incertezza, per non dire paura, di fronte al vacillare di un potere che era stato così forte e sicuro. Piaccia o meno agli uomini, comunque, le donne si erano emancipate. Non solo a Roma, e non solo tra le classi alte. Gli scavi di Pompei hanno restituito testimonianze indiscutibili del fatto che il fenomeno, perlomeno in territorio italico, era generale, e non toccava solo le classi alte. Ma questo non vuol dire che tutte le donne ne beneficiassero.

Accanto alle donne libere esistevano le schiave, quelle che si trovavano nella condizione peggiore, la più dura e la più inumana. Giuridicamente considerate "oggetto" e non "soggetto" di diritto (non diversamente dagli schiavi maschi, del resto), le schiave erano destinate ai lavori più pesanti: pulizie, macinatura del grano, coltivazione dei campi. E avevano un dovere ulteriore: quello di essere a disposizione dei membri maschi della familia qualora questi, come spesso accadeva, preferissero intrattenere i loro rapporti sessuali extramatrimoniali con le schiave di casa, piuttosto che con le prostitute. Non potevano sposarsi e, se erano di fatto unite a uno schiavo, i loro figli, se ne avevano, appartenevano al padrone, che tra l'altro poteva interrompere l'unione quando voleva, vendendo uno dei due a un altro padrone. Sintomatico e per noi incredibile a questo proposito era il quesito che i giuristi romani si ponevano a più riprese: il figlio della schiava è o non è da considerare un "frutto"? Per capire il senso della domanda, è necessario pensare che giuridicamente non sono "frutti" solamente i frutti dell'albero, ma tutti i prodotti autonomi di una cosa, come il legname dei boschi, il latte, la lana o i nati dalle pecore, e via dicendo. E i "frutti", nel diritto romano, appartenevano al proprietario della cosa-madre, a meno che questa non fosse stata data in usufrutto: nel qual caso, invece, spettavano al titolare di questo (usufruttuario). Il quesito, dunque, non era solo accademico. Anche la schiava, come una cosa, poteva essere data in usufrutto: e i suoi figli, in questo caso, in quanto "frutti", secondo i princìpi del diritto civile, spetterebbero all'usufruttuario. Ma erano "frutti" troppo preziosi perché il padrone della schiava potesse accettare di perderli: ecco, quindi, la vera ragione del dibattito. Nell'interesse dei proprietari, era meglio stabilire che la schiava non era una cosa fruttifera: e così venne fatto. Perché la durezza della loro condizione cambiasse, avrebbero dovuto attendere la mitigazione della condizione schiavile; quelli della condizione femminile non le avrebbero mai riguardate, né nel bene né nel momento in cui, man mano che la crisi dell'impero si sarebbe manifestata con sempre maggior evidenza, le donne avrebbero perso i vantaggi ottenuti nei secoli d'oro della loro storia.

Con il mutare delle condizioni politiche, economiche e sociali, infatti, con la burocratizzazione del potere e con la militarizzazione dello stato vennero meno, inevitabilmente, le condizioni che avevano consentito e favorito l'emancipazione. Il settore nel quale vennero attuati gli interventi più significativi fu la politica familiare, sulla quale agì, fra le altre circostanze, la concezione cristiana del matrimonio. Per influsso del cristianesimo, accanto ai matrimoni combinati, che continuarono a sussistere, aumentarono le unioni non più predeterminate e imposte dai genitori (e in particolare dai padri), ma decise dalle parti contraenti. E questa nuova considerazione della volontà conferì certamente al matrimonio un nuovo e più alto significato etico. Ma il cristianesimo agì anche in una direzione diversa, in un certo senso svalutando il ruolo del consenso dei coniugi. Per il diritto classico, infatti, l'intenzione di essere sposati doveva essere continua, vale a dire doveva sorreggere l'unione per tutto il corso della vita matrimoniale. Per i cristiani, invece, la volontà di contrarre matrimonio, manifestata al momento della celebrazione, era irrevocabile. I cristiani, in altri termini, presero in considerazione la sola volontà iniziale, fissandola per così dire nel tempo, e attribuendo solo a essa valore determinante; e gli imperatori cristiani cercarono in molti modi di modificare il regime del matrimonio per renderlo più rispondente alla concezione che di esso aveva la nuova religione di stato. Gli interventi imperiali, da Costantino a Giustiniano, attuarono inoltre una politica volta a impedire o quantomeno a limitare i divorzi, stabilendo, per la prima volta, una casistica di circostanze che li giustificavano. Lo scioglimento del matrimonio, ora, poteva aver luogo solo in circostanze e per cause prestabilite, tra le quali la colpa delle parti, ovviamente diverse a seconda che fossero maschili o femminili. Erano "colpa" del marito solo comportamenti gravissimi, come ad esempio l'aver tentato di prostituire la moglie; la moglie, invece, veniva considerata colpevole non solo se commetteva adulterio (che non era "colpa" se commesso dal marito, considerato colpevole solo se aveva una concubina), ma anche se andava ai banchetti o ai bagni con estranei, o frequentava spettacoli senza il consenso del marito. Per quanto riguarda la vita delle donne al di fuori della famiglia, si stabilì che "per garantire la pudicizia" era loro vietato il mestiere di avvocato, e si vietò loro di ricoprire gli "uffici civili e pubblici". Escluse, dunque, dai territori "maschili", le donne, che da quelli "femminili" avevano tentato di uscire, furono in questi di nuovo sospinte. Nei primi decenni del VI secolo d.C. il Corpus Iuris Civilis, la grande codificazione giustinianea, testimonia che la vecchia etica e regola patriarcale era stata inesorabilmente ristabilita. A conferma del fatto che, ieri come oggi, la storia non procede in modo lineare verso il progresso.

Ripudio e Violenza in Contesti Globali: Il Dramma di Donne e Bambine

Il fenomeno delle donne ripudiate a causa della gravidanza o di situazioni ad essa correlate si manifesta con particolare drammaticità in diversi contesti globali, spesso aggravato da violenze e conflitti. In Marocco, per esempio, le principali cause di abbandono dei minori sono da ricercare nelle situazioni familiari precarie e nel concepimento fuori dal vincolo del matrimonio. Quest'ultimo, in particolare, è un grosso problema che ha radici culturali più che economiche: la donna che rimane incinta non essendo sposata, infatti, entra nella "cultura della hchouma", ovvero della vergogna, che la porta all'emarginazione sociale e al ripudio. Con il progetto "Insieme per l’infanzia", finanziato dall’Unione Europea, Ai.Bi. ha previsto un servizio di sostegno psicologico e di assistenza amministrativa e legale proprio per contrastare questo fenomeno e cercare di dare a più donne, e ai loro figli, una possibilità di futuro diversa. In particolare, in questa località, durante la missione di monitoraggio nella regione Orientale, lo staff di Ai.Bi. ha lavorato attivamente.

Rifugiati in un campo profughi africano

Ancora più estreme sono le condizioni di donne e bambine in aree di conflitto come la Repubblica Democratica del Congo e i campi profughi in Burundi. Qui, bambine violentate e donne ripudiate sono una realtà sconvolgente. Isolate, sviluppano disagi psichici e disturbi post traumatici che aggravano la loro condizione di emarginazione nei campi. Le storie delle rifugiate congolesi che vengono sostenute nei centri di salute di GVC, all'interno dei campi dell'Unhcr in Burundi, raccontano di una fuga che sembra non portare mai a una vera salvezza. Ma anche di un impegno, quello degli operatori di GVC, che non si esaurisce e non si arresta di fronte alle ferite psichiche e ai rischi cui vengono continuamente esposte donne e bambine nei campi. Nella Giornata internazionale del rifugiato 2018, GVC ha ricordato che "Secondo le Nazioni Unite, ci sono stati 15mila casi accertati di violenze sessuali in Congo. Molte sono bambine".

La storia di Alizia*, un nome di fantasia per proteggere la riservatezza, è emblematica. Alizia ha solo 22 anni, anche se ne dimostra molti di più. Racconta: "Sono arrivata in questo campo cinque anni fa. Sono fuggita dalla mia terra, il Congo, a causa della guerra civile. I Mai-Mai hanno attaccato il nostro villaggio, uccidendo e violentando le donne. Io ero una di loro. È toccato anche a me, quando ancora ero poco più che una bambina. Ed è così che sono rimasta incinta per la prima volta. Mia figlia è nata qui, in Burundi, e ora la sua vita è insieme a me e alle sue sorelle, in questo campo nella Provincia di Ruyigi". Oggi ha già tre figlie che vivono con lei nel campo di Bwagiriza diretto dall'Unhcr, che oggi conta 10mila rifugiati (il 51% sono donne e bambine), all'interno del quale GVC gestisce i centri di salute, fornendo assistenza sanitaria, lavorando alla prevenzione contro l'HIV e sensibilizzando ai temi della violenza contro le donne, della salute psichica e riproduttiva, oltre che al contrasto alla malnutrizione. GVC è presente in 4 centri di salute nei campi delle province di Muyinga, Ruyigi, Cibitoke e Bujumbura, sostenendo 58mila rifugiati, dei quali ¼ sono bambini sotto i 5 anni.

I casi di violenza sono tanti e spesso lasciano segni indelebili sulla psiche di donne e bambini. Karikumutima Theobard, uno degli infermieri di GVC che lavorano nel campo di Kavumu, racconta: "Una giovane rifugiata congolese ha sviluppato disagi psichici e traumi post traumatici in seguito a un attacco militare nel suo villaggio, durante il quale ha subito violenza. Fuggita in Burundi per salvarsi, è stata sottoposta a un'ennesima umiliazione e a un nuovo dolore", continua. "Suo marito l'ha disconosciuta a causa di ciò che le era accaduto e la sua famiglia si è divisa". Oltre al trauma e alla violenza, anche la colpevolizzazione e lo stigma sono un dolore troppo grande da sopportare, una ferita dalla quale non è semplice guarire, tanto più quando si viene abbandonati da tutti. Perché qui, nei campi grandi come megalopoli, essere donna ed avere un disagio psichico o un disturbo post traumatico costituisce un ulteriore fattore di rischio. Avere una malattia mentale o neurologica, così come una disabilità, significa essere esposti maggiormente a discriminazione ed emarginazione. "Gli epilettici, ad esempio, vengono spesso isolati all'interno dei gruppi di amici e in alcuni casi anche all'interno delle famiglie stesse", spiega Karikumutina Theobard. Herimana Anastasie, assistente sociale di GVC, ogni settimana organizza delle visite alle famiglie dei rifugiati residenti nel campo che hanno bisogno di assistenza, mentre sostiene le donne nei problemi che affrontano prima e dopo la gravidanza, ricevendole presso il centro di salute di GVC. "Sul fronte del planning familiare, dell'educazione sessuale e del rispetto di genere, c'è ancora molto da fare", dice. "Bisognerebbe educare anche gli adolescenti. Non di rado, infatti, si verificano episodi di maltrattamenti tra ragazzi e ragazze".

Donne rifugiate che partecipano a un programma di formazione professionale

Le condizioni di vita nel campo sono difficilissime. Kwizera Tierriy Hubart, agente di sensibilizzazione ai rischi dell'HIV nel centro di salute del campo dal 2013, spiega: "I mariti di molte donne sono stati uccisi o sono dispersi in Congo. In altri casi, le donne sono state ripudiate dopo aver subito violenza. Così sono costrette a sposarsi di nuovo, per ottenere protezione e stabilità, ma spesso con scarsi risultati. Ricordo il caso di un uomo che sottraeva parte del pacchetto alimentare destinato alla sua famiglia per darlo alle altre sue amanti", continua. "Sopravvivere nel campo non è semplice. Per questo alle volte sono costrette a vendere i propri corpi ad altri uomini e si assiste a casi di promiscuità che espongono ancora di più alla contrazione e alla diffusione dell'HIV". Per quanto chi vive nei campi abbia la sensazione di essere precipitato in un limbo, le storie più drammatiche rimangono quelle vissute nel proprio paese di origine. "Ho assistito a così tanti casi di donne che arrivavano qui dopo aver vissuto violenze terribili! Ricordo la storia di Gloria*, una ragazzina di 23 anni che è stata violentata dai militari governativi ugandesi".

In Congo, nascere "femmina" non è una grande gioia ed è per questo che le donne incinte non si augurano mai di avere figlie femmine, perché consapevoli che non avranno vita facile. I combattenti dei gruppi armati al confine tra Ruanda, Burundi e Uganda sono i principali emittenti di queste violenze; essi agiscono di notte prendendo alla sprovvista i villaggi, rapendo le donne per poi violentarle nelle foreste. I casi denunciati sono pochissimi, perché le donne hanno paura delle conseguenze, sono poche le donne coraggiose che, per aiutare le altre, fanno sentire la loro voce e creano delle associazioni. "La violenza sulle donne e sulle bambine, in guerre come quella in Congo così come in tutte le altre, viene usata come arma da guerra", spiega Dina Taddia, presidente di GVC. "In Congo, alle violenze si aggiunge anche l'ignoranza: spesso le vergini vengono violentate perché si crede che l'atto possa rendere immuni o far guarire dall'HIV", continua Taddia.

Ma qualche donna non ha avuto paura. La coraggiosa Rebecca Masika Katsuva, nata il 26 maggio 1966, vittima di violenza per quattro volte, nel 1998 Masika è stata violentata con le sue figlie, una di nove e una di dodici anni; le sue figlie dopo l'accaduto sono rimaste incinte e sono state ripudiate dalla famiglia del padre che a sua volta è stato ucciso qualche anno prima dallo stesso gruppo armato. Nonostante tutte le sue sofferenze, Masika ha avuto il coraggio di alzarsi più forte di prima, ha fondato 50 case di accoglienza nate come case di ascolto, in supporto a tantissime vittime di violenze. Molte persone la chiamano "Mama" Masika, perché ha fornito loro l'amore, l'ascolto ed il nutrimento che non avevano mai avuto prima. Ha dato loro qualcosa di più prezioso di qualsiasi terapia: l'amore incondizionato in un ambiente impregnato di paura, violenza e insicurezza. Nel 2010 Masika ha ricevuto il Ginetta Sagan Award for Women’s and Children’s Rights da parte di Amnesty International USA.

Mattia Bellei, coordinatore di GVC, che si trova a Bujumbura, spiega l'approccio dell'organizzazione: "Quando una donna arriva al centro le facciamo il test per l’HIV, le diamo un farmaco per le infezioni sessualmente trasmissibili, la prendiamo in carico dal punto di vista sanitario". Se una donna è stata violentata, "entro 72 ore le diamo un anticoncezionale". Nei giorni seguenti viene monitorata rispetto all’eventuale presenza del virus HIV e viene fornito un servizio di counseling, rinviando ad altre associazioni partner i casi che necessitano di un sostegno psicologico più approfondito. "Generalmente le donne violentate vengono stigmatizzate e relegate al di fuori delle dinamiche sociali", aggiunge Bellei, e la loro fuga a causa della guerra civile "sembra non portare mai a una vera salvezza", precisa GVC.

Un destino analogo a chi ha una malattia mentale o neurologica o una disabilità, aggiunge lo stesso operatore. "Sul fronte del planning familiare, dell’educazione sessuale e del rispetto di genere, c’è ancora molto da fare. Bisognerebbe educare anche gli adolescenti. Per le donne sopravvivere nel campo non è semplice. Per questo alle volte sono costrette a vendere i propri corpi ad altri uomini e si assiste a casi di promiscuità che espongono ancora di più alla contrazione e alla diffusione dell'HIV", aggiunge Kwizera Tierriy Hubart. Alla violenza sulle donne usata come arma da guerra si aggiunge l’ignoranza: "Spesso le vergini vengono violentate perché si crede che l'atto possa rendere immuni o far guarire dall’HIV", spiega la presidente di GVC Dina Taddia, sottolineando che oltre alla risposta emergenziale la sua organizzazione cerca di contribuire a diffondere buone pratiche e ad agire sulle consuetudini e abitudini culturali che rischiano di aggravare la condizione delle donne rifugiate.

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