Il Buio Capitolo: Donne Incinte e Sperimentazioni nei Campi di Concentramento Nazisti

L'ideologia nazista pose la politica demografica al centro della sua visione del mondo, un concetto che si tradusse in un doppio obiettivo operativo: favorire l'aumento della popolazione tedesca da un lato e, dall'altro, creare le premesse per una costante diminuzione delle nascite delle popolazioni considerate "subumane", tra cui slavi, zingari e, in modo particolarmente crudele, gli ebrei. Questa visione distorta della società e della razza non solo portò alla persecuzione e all'annientamento di milioni di persone, ma si manifestò anche attraverso una serie di aberranti esperimenti medici e politiche di sterilizzazione che presero di mira in modo specifico le donne, sia all'interno che all'esterno dei campi di concentramento. Il dramma delle donne incinte e la brutalità delle sperimentazioni subite rappresentano un capitolo a lungo misconosciuto della Shoah, svelando una dimensione di orrore che va oltre la privazione e la violenza generalizzata, concentrandosi sulla distruzione della fertilità e della maternità stessa.

La Radice Ideologica: Politica Demografica e Igiene Razziale Nazista

La demografia, per il nazismo, era uno strumento di ingegneria sociale su larga scala. Prima ancora dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale, nell'ambito di un più ampio piano di "igiene razziale", era stata varata la "Legge sulla Sterilizzazione" il 14 aprile 1933. Questa legge aveva portato alla sterilizzazione di circa 400.000 cittadini tedeschi, un programma che era costato allo stato nazista 14 milioni di Reichsmark, equivalenti a cinque milioni di dollari attuali. Le procedure iniziali prevedevano sterilizzazioni chirurgiche, con il legamento delle tube per le donne e la vasectomia per gli uomini. Tuttavia, il costo sopportato dallo Stato apparve estremamente pesante, e già tra il 1935 ed il 1936 si era fatto ricorso a sistemi alternativi, come la scarificazione delle tube e l'uso dei raggi X. Nonostante questi tentativi, tali tecniche erano ben lungi dall'essere perfezionate e presentavano tassi di mortalità troppo elevati. Sterilizzare intere popolazioni attraverso sistemi chirurgici appariva non solo economicamente insostenibile ma anche troppo lungo in termini temporali, spingendo la ricerca nazista verso metodi più rapidi, economici e, inevitabilmente, più brutali. L'opportunità di disporre nei campi di concentramento di un larghissimo numero di cavie umane diede il via ad una corsa per sperimentare i metodi alternativi alla chirurgia più assurdi e letali, con un'attenzione particolare alla sterilizzazione delle donne considerate "inferiori".

Mappa dei principali campi di concentramento nazisti in Europa

I Laboratori dell'Orrore: Sperimentazioni sulla Sterilizzazione Femminile

All'interno dei campi di concentramento, donne di ogni età, etnia e condizione, ma in particolare ebree e rom, divennero oggetto di esperimenti medici mostruosi, finalizzati a trovare metodi efficienti e di massa per la sterilizzazione. Questi "trattamenti sperimentali", come venivano eufemisticamente definiti, erano condotti da medici e scienziati che, sotto la copertura della ricerca scientifica, perpetravano indicibili crudeltà.

Il Metodo di Clauberg ad Auschwitz: Iniezioni e Agonia Silenziosa

Ad Auschwitz, uno dei più grandi esperti del campo, il professor Carl Clauberg, inventò un metodo per sterilizzare le donne senza sottoporle ad intervento chirurgico o all'azione dei raggi X. Il suo approccio prevedeva l'introduzione nell'utero, con l'uso di una siringa, di sostanze irritanti, forse a base di nitrato d'argento misto a composti radiologici. Nel maggio 1941 venne creata una commissione medica destinata ad approfondire questo metodo. La commissione, tuttavia, non svolse alcun serio lavoro a causa di dissidi tra le autorità naziste: Himmler pretendeva che gli esperimenti venissero svolti nel lager femminile di Ravensbrück, mentre Clauberg insisteva affinché le detenute fossero trasportate nella sua clinica. Per un anno la questione non venne ripresa, poi nel maggio 1942 Clauberg si lasciò convincere a continuare le sue ricerche nel campo di Auschwitz. Non era esattamente ciò che desiderava, ma la possibilità di disporre di cavie umane lo indusse ad accettare.

Si mise al lavoro dichiarando alle vittime che si stava procedendo ad un'inseminazione artificiale per poter iniettare il liquido irritante senza troppe complicazioni, affiancato in ogni istante della "visita" da un finto radiologo. Per una sterilizzazione definitiva, però, il liquido doveva essere iniettato ben tre volte, e questo provocava dolori intensissimi ed emorragie diffuse ai genitali, tanto che le detenute gridavano disperatamente. Una volta scese dal lettino subito dopo il piccolo intervento sterilizzante, le donne, sotto la minaccia di venire uccise all'istante, dovevano camminare diritte e uscire cantando dalla baracca. Avevano inoltre l'ordine categorico di non parlare di quanto accaduto con le compagne. Il giorno seguente, sempre perdendo sangue, queste donne erano costrette ad essere presenti agli appelli, ciascuno dei quali durava due/tre ore, all'alba e al tramonto, durante i quali erano obbligate a rimanere in piedi. Molte morivano e venivano subito cremate. Le più gravi, prima di partire, presagendo il loro destino, cercavano di lasciare qualche messaggio o almeno il loro nome alle compagne anziane e a quelle che non dovevano essere sterilizzate. Dopo un anno di lavoro, nel giugno 1943, Clauberg comunicò a Himmler che il suo metodo era quasi a punto e che un medico, con dieci assistenti, poteva sterilizzare 1.000 donne al giorno, mascherando l'operazione come semplice visita ginecologica.

Le testimonianze delle vittime sono strazianti. Chana Chpfenberg, matricola di Auschwitz n. 50344, raccontò: "Il professor Clauberg mi sottopose a quattro iniezioni, a due prove del sangue e a diversi altri esperimenti al basso ventre, soprattutto all'utero. Non saprei dire con esattezza ciò che mi venne fatto perché mi bendavano gli occhi e minacciavano di uccidermi all'istante se avessi gridato. Nonostante i dolori fortissimi che seguivano dopo ogni esperimento dovevo andare cantando al lavoro col sorriso sulle labbra." Un'altra testimonianza, quella di Rywiza Grynberg, matricola di Auschwitz n. 52318, rivela ulteriori orrori: "Ad alcune giovani donne greche il professor Clauberg fece inaridire artificialmente le ovaie e poi, per osservare il risultato, faceva loro aprire il basso ventre. Molte morirono e le sopravvissute risentono ancora oggi di quelle operazioni."

La Ricerca di Metodi "Naturali": Il Caladium seguinum

Nell'ottobre 1941 fu proposta l'adozione di un sistema di sterilizzazione completamente nuovo, basato su un approccio "naturale". Un articolo pubblicato da un medico, il dottor Gerhard Madaus, sosteneva che, in base ai suoi esperimenti su ratti e topi, la somministrazione di un estratto dalla pianta sudamericana di Caladium seguinum provocava effetti di sterilizzazione. La scoperta di Madaus destò l'attenzione di Himmler, che diede il via ad una serie di tentativi di coltivazione della pianta. Il sogno era quello di ottenere un preparato chimico in grado di sterilizzare le popolazioni "subumane" su larga scala e con costi minimi. Nonostante i tentativi, il progetto probabilmente si arenò per la difficoltà incontrata nel coltivare su larga scala il Caladium seguinum, impedendo che questa potenziale fonte di orrore si sviluppasse oltre la fase di sperimentazione preliminare.

Le Radiazioni di Schumann: Raggi X e Conseguenze Devastanti

Un altro medico coinvolto in queste atroci pratiche fu Horst Schumann, che operava al Block 30 di Auschwitz-Birkenau con un sistema che egli riteneva "definitivo". Esponeva le prigioniere per 15 minuti a una irrorazione diretta ai raggi X, ai quali le cellule germinative sono particolarmente sensibili. Infatti, bastava un'esposizione relativamente breve delle ovaie alle radiazioni per rendere una donna sterile. Le dosi dovevano essere, però, sufficientemente forti affinché la funzione riproduttiva non fosse bloccata solo temporaneamente, ma in modo permanente.

Questi esperimenti portarono naturalmente alle donne reazioni collaterali devastanti, rappresentate da scomparsa di mestruazioni, disturbi metabolici, psichici, caduta di peli e capelli e ustioni cutanee. Privi di qualsiasi attenzione alla sterilità degli ambienti, Schumann e il suo assistente operarono centinaia di ragazze, molte delle quali avevano tra i 16 e i 18 anni (per la quasi totalità ebree greche), mietendo un numero imprecisato di morti per complicanze post-operatorie. È da notare che molte delle vittime venivano sottoposte agli esperimenti già in uno stato di denutrizione avanzata e, spesso, con patologie tubercolari in corso, rendendole ancora più vulnerabili. Da Auschwitz, Schumann venne trasferito a Ravensbrück, dove continuò le sue operazioni su bambine zingare di 13-14 anni, estendendo la sua crudeltà a vittime ancora più giovani e indifese. Sostanzialmente, Schumann non riteneva valida l'idea dell'irrorazione ai raggi X e, nei suoi rapporti, cercò di dissuadere le autorità naziste dal perseguire queste ricerche, a suo dire assolutamente inutili. Il 29 aprile 1944 si prese atto del sostanziale fallimento del metodo dei raggi X: l'unica sterilizzazione efficace rimaneva la chirurgia.

Medicina e Shoah - La medicina dei nazisti nei campi di sterminio

L'Abuso Medico al di Là della Sterilizzazione: Il Caso Wirths e Altri Orrori

Oltre agli esperimenti di sterilizzazione, le donne nei campi di concentramento furono sottoposte a una gamma più ampia di abusi medici, spesso camuffati da ricerca scientifica. A partire dal 1942, il dottor Eduard Wirths ricoprì la carica di comandante dei medici ad Auschwitz. Oltre a comandare tutti i presenti ed essere il principale responsabile per l'organizzazione delle selezioni che conducevano l'80% degli ebrei deportati alle camere a gas, Wirths coltivava le sue personali ricerche "scientifiche" utilizzando le prigioniere come cavie.

Wirths era interessato allo studio del cancro della cervice, la parte alta dell'utero. Eduard utilizzava uno strumento detto colposcopio con il quale riusciva a mettere allo scoperto la cervice e ad applicarvi acido acetico e composti allo iodio. Quando si manifestavano effetti causati dalle applicazioni, Wirths asportava la cervice chirurgicamente e la inviava a suo fratello Helmuth in un laboratorio di Amburgo per ulteriori analisi. Ovviamente, queste rimozioni erano crudelmente inutili: sarebbe stato sufficiente svolgere una banale biopsia su un piccolo pezzo di tessuto per ottenere informazioni diagnostiche. Una parte delle pazienti moriva a causa di emorragie e complicazioni post-operatorie, e un'altra parte usciva dall'esperienza così indebolita da essere inabile al lavoro e quindi destinata immediatamente alle camere a gas. In queste operazioni, Wirths era aiutato da un medico prigioniero, il dottor Maximilian Samuel, un ebreo tedesco che accettò di collaborare nella speranza di salvare se stesso e la figlia. Secondo la testimonianza di Adelaide De Jong: "il 29 agosto 1943 contro la mia volontà e senza alcuna necessità venni sterilizzata dal dottor Samuel che mi praticò due iniezioni e persi conoscenza. Quando rinvenni mi ritrovai in un letto dell'infermeria e mi accorsi che perdevo sangue in mezzo alle gambe. Domandai al dottor Samuel cosa era successo e lui mi rispose che mi avevano sterilizzata." Purtroppo, la collaborazione non salvò Samuel: ovviamente, Wirths fece uccidere sia lui che sua figlia, dimostrando la totale assenza di morale o rispetto per gli accordi.

In altri campi, come Ravensbrück, venivano effettuati esperimenti altrettanto disumani, come quelli mediante frattura delle ossa, prelievo di tessuto osseo sano o precedentemente infettato, innesto di tessuto sano o infettato, sia nelle mammelle che nelle gambe, per studiare gli effetti dei sulfamidici. Ben presto, le donne si resero conto che quelle che andavano al "revier" (infermeria) venivano sottoposte a strane operazioni e che era difficile tornare alla baracca vive o totalmente sane. Le donne selezionate per gli esperimenti venivano ingannate, si diceva loro che andavano solamente a lavorare in una fabbrica, e quelle che si ribellavano venivano picchiate o direttamente gassate. La categoria speciale di prigioniere su cui venivano compiute operazioni chirurgiche ed esperimenti cominciavano dal numero 5000 e venivano designate nel lager col nome polacco di "Krouki", che significava "cavie umane". La loro baracca aveva la sigla NN (Nacht und Nebel, ossia "notte e nebbia"). Questa sigla segreta compare nei documenti della Gestapo e delle SS accanto al nome di persone che dovevano essere eliminate e sulla cui sorte nessuno doveva sapere nulla. Dovevano scomparire dalla faccia della terra ed ogni loro traccia essere cancellata. Sparivano nella notte e nella nebbia.

Strumenti chirurgici dell'epoca nazista

Ravensbrück: Un Campo Interamente Femminile e la Specificità dell'Orrore

Nel maggio del 1939, i Nazisti aprirono il più grande campo di concentramento esclusivamente femminile, quello di Ravensbrück, situato a Fürstenberg/Havel, nella Germania orientale. Tra la sua apertura e il momento in cui le truppe sovietiche lo liberarono, nel 1945, più di 100.000 donne furono incarcerate, provenienti da ogni parte dell'Europa occupata dall'esercito tedesco. Viaggiavano su convogli provenienti dalla Cecoslovacchia, dall'Ungheria, dalla Polonia, dalla Francia e dall'Italia, ed erano destinate in gran parte a lavorare come schiave per l'industria bellica del Reich, ma a migliaia sarebbero state uccise col gas. Altre finirono i loro giorni fra stenti, sevizie, malattie e orribili esperimenti genetici.

Ravensbrück è uno degli angoli più bui della storia del Novecento, un "non-luogo dell'umanità", che ha obbligato gli storici a esplorare l'universo concentrazionario tenendo conto dell'ottica di genere. In passato, infatti, si pensava che non vi fosse differenza fra uomini e donne all'interno di un lager, perché la morte accomunava la sorte di tutti. Eppure, come ha notato la storica Anna Foa, una differenza di genere è esistita, se è vero che ad esistere è stata l'attenzione dei carnefici per il corpo femminile. Gli esperimenti effettuati sui corpi delle donne e sulla fertilità, gli aborti, le sterilizzazioni e gli assassinii dei bambini appena partoriti dalle prigioniere sono atti di crudeltà riservate a quelle donne che osarono alzare la testa contro il regime di Hitler. Una colpa imperdonabile per "soggetti sociali pericolosi", vero male da estirpare per realizzare l'esperimento totalitario di rigenerazione della stirpe ariana.

Cancello d'ingresso del campo di concentramento di Ravensbrück

Le donne italiane internate a Ravensbrück sono ad oggi conteggiate in 871. Fra loro c'è Laura Polizzi, partigiana della XII Brigata Garibaldi, deportata insieme a tutta la famiglia. Arrestata per attività antifascista, in seguito alla delazione di una vicina di casa, e interrogata brutalmente nella questura di Parma affinché rivelasse la rete clandestina di cui era a conoscenza, Laura venne destinata a un campo in Germania. Con lei venne portata via anche Julca Destrovik, una profuga slava arrivata a Parma per organizzare i gruppi di difesa della donna, in evidente stato di gravidanza. La loro odissea, come quella di migliaia di altre, iniziò con un viaggio disumano.

La Disumanizzazione del Corpo Femminile: Traumi Fisici e Psicologici

Il viaggio stesso verso i campi era un precursore della disumanizzazione. Distesa nel suo giaciglio nella camerata del lager, Laura rivedeva tutti i particolari di quella terribile mattina. "Capii subito che eravamo in trappola." Gli interrogatori durarono un mese finché Laura e Julca non vennero mandate nel campo di transito di Bolzano, dove le detenute sostavano qualche tempo in attesa della deportazione in Germania, impiegate come donne di servizio per le truppe tedesche. "Ogni tanto ci mettevano in fila ed erano botte e spintoni." Nell'agosto del 1944 le due donne arrivarono a Ravensbrück e già durante il viaggio capirono di trovarsi in un limbo, in un passaggio che le stava conducendo verso qualcosa di oscuro e ignoto. La testimonianza di Laura si snoda nella descrizione delle ore passate nei vagoni piombati, tra la paura e i malesseri fisici, senza poter respirare, bere o mangiare. Il viaggio era già un modo per eliminare i più deboli, soprattutto anziani e bambini, e quando non uccideva, serviva a umiliare, a piegare la dignità. "Eravamo in tante. Non so quanti giorni siamo state là dentro. Spesso c'era l'allarme e il treno si fermava. Noi speravamo ci venissero a liberare i partigiani. Dentro c'era gente che aveva sete e bisogno di andare al gabinetto: Julca, poi era incinta."

L'arrivo al campo segnava l'inizio di una serie di umiliazioni sistematiche. "Ravensbrück mi sembrava immenso. C'erano tante baracche. Ci condussero in uno stanzone molto grande; cominciarono a spogliarci completamente." Mia madre aveva agganciato l'orologio da polso alla spallina della sottoveste, forse per comodità. L'indomani mattina iniziava la distribuzione delle divise, "un grembiule rigato con un paio di zoccoli e una fascia bianca con un triangolo rosso" con impresso un numero. La prima offesa alla propria identità, il segno dell'umiliazione del proprio io.

Le due donne vennero quindi avviate ai lavori forzati, costrette a marciare chilometri ogni giorno per andare a costruire trincee. Fra le punizioni, mortali per molte, c'era quella di trascinare avanti e indietro tutto il giorno un rullo di pietra di 30 kg, come bestie da soma. Nessuna pietà muoveva le guardie carcerarie che osservavano le detenute trasportare mattoni e ferri fino a sera, quando, stremate, rientravano nelle baracche, abbandonavano i corpi su tavolacci di legno. L'accanimento del personale di sorveglianza era una forma di pressione psicologica per far scontare alle detenute il loro attivismo politico, ma assumeva le sembianze di veri e propri atti di sadismo. "L'appello si svolgeva per tutta la durata, in posizione di attenti, sotto la pioggia, la neve o il vento. All'appello era proibito muoversi, parlare con le compagne, accoccolarsi quando le gambe non reggevano più, battere i piedi per scaldarsi, avere il petto coperto con un pezzo di carta rubata per difendersi dal freddo. L'appello era un mezzo, fra i tanti, studiato apposta per mettere le prigioniere in condizione di non pensare, per disumanizzarle, per distruggerle." Così racconterà Lidia Beccaria Rolfi, prigioniera n. 44140, oppositrice del fascismo, in un'intervista rilasciata nel 1965 alla regista Liliana Cavani per il celebre documentario Rai intitolato "La donna nella Resistenza". "Alle stazioni dove ci radunavano, i bambini accorrevano per sputarci addosso o darci calci alle caviglie… Una volta arrivate, fummo radunate e costrette a spogliarci tutte nude, per la visita parassiti. Controllavano che non avessimo pidocchi, o piattole."

In questo inferno, le ragazze più giovani, fra i 16 e i 20 anni, si aggrappavano alle madri o alle donne più grandi, unica forma di appiglio per la sopravvivenza, soprattutto quando le adolescenti vedevano sparire il ciclo mestruale, a causa degli esperimenti medici effettuati sui loro corpi, o quando i capelli cominciavano a cadere. Il campo non era soltanto un moderno e sofisticato luogo di detenzione fisica e di isolamento dal mondo esterno, ma l'inizio dell'azzeramento di ogni condizione umana, dove si perdeva il rispetto per la decenza e il pudore. Nelle memorie delle donne, questa dimensione rimane ben fissa anche a distanza di molto tempo da quegli avvenimenti traumatici, come dimostra la testimonianza di Rosmunda C., una ragazza catturata a Firenze nel marzo 1944 per antifascismo. Appena arrivata al campo insieme con altre ragazze, venne subito mandata in infermeria per la visita medica di controllo. Ed è a questo punto che i ricordi si caricano di livore e astio: "Ci ordinarono di spogliarci nude e ci dettero dei camiciotti a righe sul grigio, poi una alla volta fummo sottoposte alla visita ostetrica." Quel giorno Rosmunda e le altre ragazze furono costrette a perdere la verginità. Un atto di immotivata crudeltà che faceva scoprire alle detenute di essere scese, di colpo, all'ultimo stadio della categoria umana.

Vivere la prigionia significava affrontare anche forme di sofferenza più sottili, di natura psicologica, attuate volutamente per degradare l'essere umano agli istinti più bassi, in un tragico bollettino di supplizi quotidiani: alla promiscuità nelle baracche, alla sporcizia, all'assenza di acqua e cibo, si aggiungevano gli incidenti sul lavoro e la violenza di restare chiuse, con le porte sigillate, all'interno dei capannoni di fabbrica, che venivano periodicamente bombardati dall'aviazione angloamericana. Le "lavoratrici coatte", come venivano definite le deportate nei lager, in caso di incursioni nemiche, non disponevano di ricoveri antiaerei, come invece le maestranze operaie.

Baracche dei prigionieri nel campo di Ravensbrück

Una delle esperienze più traumatiche e diffusamente raccontate dalle donne sopravvissute riguardava la gestione del flusso mestruale. Nei lager le donne dovevano gestire il flusso mestruale con quello che si riusciva a recuperare. Molte fecero la traumatica esperienza dell'amenorrea, ovvero dell'interruzione delle mestruazioni a causa della denutrizione e del deperimento fisico. Come ha raccontato Liliana Segre, "la spoliazione della femminilità, la rasatura, la perdita delle mestruazioni, sono state un percorso comune a tutte le donne. Sì, ne abbiamo risentito tutte moltissimo." Le fa eco la testimonianza di Charlotte Delbo, partigiana francese sopravvissuta ad Auschwitz, che ricorda una discussione avvenuta in una stanza piena di donne ai tempi della prigionia: "È sconvolgente non avere il ciclo… Inizi a sentirti più vecchia." Timidamente, Irene chiese: "E se dopo non tornassero mai più?" Sentendo quelle parole, un'ondata di orrore le travolse tutte. Le cattoliche si fecero il segno della croce, altre recitarono lo Shemà. Tutte cercarono di esorcizzare questa maledizione alla quale i tedeschi le avevano condannate: l'infertilità. Per le donne che invece continuarono ad avere le mestruazioni, fu necessario affrontare le atroci condizioni igieniche dei campi. Come racconta Trude Levi, un'infermiera ebrea ungherese di vent'anni, "Non avevamo acqua per lavarci, non avevamo biancheria intima. Non potevamo andare da nessuna parte." La sterilizzazione dei "popoli inferiori" rientrava nella logica darwinista del nazismo, un intento che si manifestava in ogni aspetto della vita e della morte nei campi.

La Gravidanza e la Maternità nell'Inferno dei Campi

Le donne ebree in stato di gravidanza e le madri di bambini piccoli venivano deportate nei campi di sterminio, dove gli addetti alla selezione le inserivano quasi sempre nei gruppi destinati a morire subito nelle camere a gas. Sia nei campi che nei ghetti, le donne erano particolarmente vulnerabili e soggette spesso sia a pestaggi che a stupri. Le donne ebree incinte cercavano disperatamente di nascondere il loro stato per non essere costrette ad abortire, un destino spesso imposto con violenza o inganno.

Chi torna da questo inferno, ha il dovere di non dimenticare, soprattutto quando gli occhi hanno assistito alla morte di bambini appena venuti al mondo. Le donne arrivate a Ravensbrück in stato di gravidanza vennero in un primo momento costrette ad abortire, anche se questo significava morire per loro e per i tedeschi perdere braccia da lavoro. In seguito, la procedura all'interno del campo cambiò e il personale medico decise di non rischiare la vita delle "schiave di Hitler" permettendo loro di portare a termine la gravidanza. Ma l'orrore non si fermava qui: le madri, appena partoriti i loro figli, dovevano essere proprio loro a sopprimere i bambini, soffocandoli o annegandoli in una tinozza d'acqua. Anna Cherchi Ferrari, deportata a Ravensbrück dopo un periodo di detenzione alle Nuove di Torino per attività antifascista, ricorda, nel corso di un'intervista rilasciata nel 1994, l'orrore che i suoi occhi avevano visto: una ragazza ungherese aveva partorito un bambino di quattro kg il giorno di Natale, per poi essere costretta a vederlo morire in condizioni disumane. Questa particolare forma di violenza contro la maternità e la vita nascente evidenzia la profondità della depravazione nazista, che mirava a distruggere non solo le persone, ma anche il loro futuro e la loro discendenza.

Madri e bambini ebrei durante la Shoah

Resilienza e Resistenza Femminile

Nonostante le brutalità inimmaginabili, le donne ebbero anche un ruolo importante in numerose operazioni della Resistenza, specialmente quelle appartenenti ai movimenti giovanili socialisti, comunisti e sionisti. Molte altre scapparono nei boschi della Polonia orientale e dell'Unione Sovietica per unirsi alle unità partigiane. Alcune donne, inoltre, furono leader o membri della Resistenza nei campi di concentramento stessi. Un esempio eclatante di coraggio e determinazione si verificò nell'ottobre 1944 ad Auschwitz-Birkenau: cinque donne ebree procurarono la polvere da sparo usata per far saltare in aria una camera a gas e uccidere diverse guardie delle SS nel corso di una rivolta. Questa "ostinata volontà di difendere la vita anche nell'orrore della morte" è ciò che la storica Daniela Padoan definisce "una particolare forma di resistenza", una forza interiore che permetteva di opporsi all'annientamento totale, anche solo attraverso la dignità e la solidarietà.

Medicina e Shoah - La medicina dei nazisti nei campi di sterminio

La Memoria Negata e la Riscoperta della Specificità Femminile

Per molte donne deportate nei campi di concentramento, il prezzo della sopravvivenza fu la sterilizzazione. Oltre alle violenze, alle privazioni e alle umiliazioni, molte di esse furono costrette a subire mostruosi esperimenti medici che avrebbero segnato i loro corpi per sempre. Nel suo ultimo libro “Quando imparammo la paura. Vita di Laura Geiringer, sopravvissuta ad Auschwitz”, lo storico Frediano Sessi, uno dei massimi esperti dell'universo concentrazionario nazista, fa luce su un capitolo a lungo misconosciuto della Shoah, sul quale non erano stati finora pubblicati studi di rilievo in italiano: quello delle donne sottoposte ai cosiddetti trattamenti sperimentali dal professor Carl Clauberg. Una di esse era Laura Geiringer, una ragazza triestina - ebrea battezzata - che finì ad Auschwitz con tutta la sua famiglia e alla fine fu l'unica dei suoi parenti a salvarsi. Dopo la liberazione del campo, rimase ricoverata per mesi nell'infermeria del lager insieme ad altre donne che, come lei, erano state sottoposte a esperimenti sulla sterilità femminile.

Milioni di donne furono perseguitate e uccise durante l'Olocausto. Per molti anni, nelle opere memorialistiche della Shoah, la maternità come rivalsa, l'ultimo frammento di margarina passato sotto gli occhi come antirughe, la relazione con le altre per salvarsi, tutto questo è stato taciuto. La memoria non è neutra e, anche quella dell'Olocausto, ha spesso declinato al maschile le esperienze, facendo sparire i corpi femminili. La storica Anna Bravo, già in un convegno del 1994, mise in evidenza come di 149 opere memorialistiche della deportazione, i libri di donne non fossero più di 20. La storica Daniela Padoan, nel libro “Come una rana d’inverno” (Einaudi), ha chiesto a tre testimoni straordinarie - Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi, internate ad Auschwitz-Birkenau nello stesso periodo ma in età diverse della vita - di ripensare la loro esperienza di persecuzione, prigionia e ritorno alla normalità declinandola al femminile.

«In quel coraggioso convegno del 1994 dedicato alla deportazione femminile, destinato a rimanere unico per molto tempo, la partigiana Lidia Beccaria Rolfi rimproverò aspramente agli storici la mancanza di attenzione verso l'esperienza delle donne» sottolinea Padoan, riportando le parole che la partigiana rivolse agli storici: «La storia vera, si sa, la fanno gli uomini e a loro è destinata.» Un'assenza nella storia consolidata anche nelle pratiche di memoria quotidiana: «Negli allestimenti memoriali, per quanto spazio venisse dato alle vicende specifiche di rom, sinti, testimoni di Geova e omosessuali maschi, non erano previste sezioni dedicate alle donne. Eppure donne e bambini costituirono il 60-70% delle persone mandate nelle camere a gas» specifica la storica Padoan, che continua: «Allo stesso modo, per quanto siano stati scritti testi femminili rilevantissimi (basti citare Ruth Klüger, Margarete Buber-Neumann, Charlotte Delbo, Giuliana Tedeschi, Liana Millu), la letteratura di testimonianza è stata fatta prevalentemente da uomini. Certamente sono maschili i testi più conosciuti: Primo Levi, Robert Antelme, Jorge Semprun, Elie Wiesel, Jean Amery. Nominare è far esistere. L'allargamento di dicibilità, secondo la storica, arriva proprio «dalla rottura di un neutro linguistico, di un plurale declinato al maschile che cancellava i corpi femminili: “noi sopravvissuti”, “noi testimoni”.»

«Nel lager ho sentito con molta forza il pudore violato, il disprezzo dei nazisti maschi verso donne umiliate. Il processo di disumanizzazione delle donne nei lager presentava la specificità di iscriversi direttamente sul corpo: all'ingresso nei campi di concentramento le deportate venivano spogliate, private dei loro effetti personali, depilate e rapate, subivano visite mediche che includevano un'ispezione ginecologica e dovevano procedere alla vestizione con stracci o divise logore. Scrive Primo Levi, a cui Padoan si è ispirata per titolare il libro “Come una rana d’inverno”: «Ti insegnano a stare sempre composta, a vestire accollata, a provare pudore del corpo. Poi, di colpo, nello stesso giorno in cui ti strappano ai tuoi familiari, nello stesso giorno in cui scendi da un treno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che non sai nemmeno collocare geograficamente su una cartina, ti ritrovi nuda insieme ad altre disgraziate che, come te, non capiscono niente di quello che sta succedendo - scrive Padoan - Non c'è nulla, lì attorno, che non faccia paura.»

Oggi Ravensbrück è un luogo della memoria. Chi si avventura fra le baracche dormitorio, rimaste intatte, e percorre i locali del Memoriale di Ravensbrück, fra gli ex capannoni della zona industriale della ditta Siemens, si ritrova alla fine del viaggio su una piccola striscia di terra fra le sponde del lago Schwedt, dove furono gettate le ceneri delle prigioniere finite nei forni crematori. Pochi luoghi della storia conservano la potenza visiva ed emotiva del lager di Ravensbrück. Sulle acque di quel lago si riflette l'immagine di una statua divenuta il simbolo del campo: "Tragende" (La portatrice), una donna che porta fra le braccia un'altra donna senza forze, morente, un'immagine che incarna la solidarietà e l'estrema sofferenza delle donne in quel "non-luogo" dell'umanità.

Statua

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