Alcune immagini smettono di essere scatti o illustrazioni, e diventano un capitolo di storia. Le copertine delle riviste, da sempre, rappresentano il biglietto da visita di una pubblicazione, ma spesso vanno oltre, trasformandosi in potenti veicoli di messaggi sociali e culturali. Accattivanti, controverse, polemiche o celebrative, hanno posto l’accento su personaggi e avvenimenti del nostro secolo, entrando con forza nell’immaginario collettivo e lasciando un segno indelebile nel tempo. Tra queste, quelle che ritraggono donne incinte famose hanno spesso generato dibattito, ma anche aperto la strada a una nuova percezione della maternità nella società moderna.
La Rivoluzione di Demi Moore: Il Corpo Incinto che Rompe i Tabù
Era l'agosto del 1991 quando la rivista Vanity Fair uscì con una copertina che fece scandalo. Questa fu la prima volta che venne mostrata una donna nuda con il pancione, in uno scatto che punzecchiava i benpensanti, in tanti infatti a considerare il corpo di una donna in gravidanza ancora come un tabù. L'attrice americana Demi Moore, in attesa del primo figlio da Bruce Willis, posò nuda per la copertina di Vanity Fair America davanti all’obiettivo di Annie Leibovitz, una delle più grandi fotografe contemporanee. Se fino ad allora mostrare il corpo di una donna in gravidanza era considerato un tabù, l’attrice americana ruppe tutti gli schemi, mostrando fiera i cambiamenti (meravigliosi) della gravidanza. Questa piccola provocazione era rivolta ai benpensanti americani che già avevano gridato allo scandalo dopo “Proposta Indecente”, in cui era apparsa al fianco di Robert Redford.
La foto fece il giro del mondo e cambiò il modo di vedere e rappresentare il corpo femminile, facendo passare il messaggio che si può essere sexy anche quando si è incinte. Ovviamente, la foto suscitò subito un forte scandalo, l’immagine fu giudicata offensiva e Vanity Fair ricevette molte lettere di protesta a riguardo. La foto scandalo di Demi Moore spaccò in due l’opinione pubblica: molte persone si dichiararono contrarie e gridarono allo scandalo, d’altronde era la prima volta che veniva pubblicata una foto del genere. Altri invece accolsero in modo positivo questa rivoluzione del ritratto di gravidanza. Questo momento segnò uno spartiacque nella rappresentazione pubblica della maternità, trasformando un atto considerato intimo e privato in un'affermazione di bellezza e forza.

Dalla Trasgressione all'Accettazione: L'Eredità di un Nuovo Simbolismo
Dopo la foto scandalo del pancione di Demi Moore, il ritratto di gravidanza è finalmente diventato socialmente accettabile. L'onda lunga di questa copertina ha influenzato un'intera generazione, portando molte altre attrici famose e donne dello spettacolo a decidere di farsi fotografare con il loro pancione. Monica Bellucci, Eva Herzigova, Claudia Schiffer, Cindy Crawford e tantissime altre si alternarono sulle prime pagine per condividere con i loro fans “questo momento così incredibile e personale”. Cindy Crawford, ad esempio, apparve in copertina come Demi Moore, in uno scatto di Michael Thompson, contribuendo a normalizzare questa rappresentazione.
L'avvento dei social media ha ulteriormente amplificato questa tendenza. Prima dei social, le mamme vip annunciavano la loro gravidanza sulle copertine delle riviste con servizi fotografici patinati e super sexy. Con l'avvento di Instagram, tutto è cambiato e adesso le celebs spesso preferiscono dichiarare il loro stato al mondo intero con tempi e modi più intimi e personali, per poi sfoggiare la nuova pancia a eventi e gala. Chiara Ferragni ha documentato tutta la sua gravidanza su Instagram, dall’annuncio fatto quasi al 4° mese fino alla nascita del piccolo Leone. I suoi social sono pieni di foto del suo “pancione”. Rihanna, popstar e regina di Instagram, ha mostrato il suo pancione in attesa con giacca vintage di Chanel e lunga collana di pietre. Non tutti amano condividere sui social la loro maternità, ma una cosa è certa: oggi il ritratto di gravidanza non è più un tabù. Possiamo affermare quindi che il ritratto di gravidanza è finalmente diventato social-mente accettabile, in tutti i sensi.
Questo cambiamento è stato così profondo che in Italia, una pratica considerata ancora da molti un vero e proprio tabù, si sta diffondendo forse anche più velocemente di quanto si creda. La maternità, ora, è vista come una delle esperienze più intense e magiche nella vita di una donna, un momento che molte desiderano immortalare.
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Prima di Demi: La Gravidanza Come Tabù nella Storia e nell'Arte
La maternità per molto tempo ha avuto un’accezione piuttosto negativa. Questo perché un tempo la gravidanza era e doveva rimanere un fatto privato, un qualcosa di intimo da non condividere con altre persone, tantomeno con estranei. Il pancione era visto come “una vergogna”, e più si nascondeva meglio era. Non riuscirete a trovare nessuna foto col pancione delle vostre nonne o bisnonne (per assurdo, è molto più facile trovare foto storiche di donne che allattano che foto di donne con il pancione), perché in passato era considerato sconveniente condividere questo momento in pubblico. Il pancione si tentava di nasconderlo il più possibile e se proprio non ci si riusciva, si evitava di farsi fotografare.
Col passare degli anni la situazione si è evoluta, per fortuna. Le donne non si sono più dovute nascondere, ma la gravidanza per molto tempo ha continuato ad essere un tabù, fino a quando copertine come quella di Demi Moore hanno iniziato a scardinarne la percezione.
La mostra “Portraying Pregnancy” che ha (ri)aperto al Foundling Museum di Londra, è la prima mai dedicata a questo tema: come gli artisti nel corso di cinque secoli abbiano rappresentato il corpo femminile durante la gravidanza. Il luogo è particolarmente adatto, quello che è ora il museo infatti era il Foundling Hospital, l'antica casa fondata nel 1739 per accogliere trovatelli e bambini abbandonati. Fino all'arrivo della contraccezione nel Ventesimo secolo le gravidanze erano un fenomeno ricorrente e occupavano molti anni della vita di gran parte delle donne. Nonostante questo, al di là delle immagini religiose non sono numerosi i ritratti di donne incinte nel corso della storia. Il ritratto di “Donna in rosso” di Marcus Gheeraerts del 1620, di un'anonima elegantissima signora incinta, e la celebre foto del 2017 di Beyoncé con il pancione su uno sfondo di fiori, vista milioni di volte su Instagram, danno un'idea dell'ampio spettro della mostra.
Il delicatissimo ritratto di Hans Holbein di Cecily, figlia incinta di San Tommaso More, fatto dal vero nel 1527, la mostra come una donna forte e serena. Altrettanto sicura di sé appare Sarah Siddons, ritratta nel 1812 da George Henry Harlow nel suo ruolo più celebre di Lady Macbeth. L'attrice era nota per la sua dedizione al teatro e aveva continuato a recitare ogni sera fino alla fine delle sue otto gravidanze. La marcia delle guardie di William Hogarth, del 1750, è del tutto inusuale perché pone proprio al centro del quadro una donna incinta di nove mesi, al braccio di un soldato e con la mano protettiva sul ventre.
Fino a poco fa essere incinta era un rischio per tutte le donne, ricche o povere che fossero. Lo spettro della morte aleggia su molte delle opere e degli oggetti in mostra. Come un minuscolo libro scritto da Elizabeth Joscelin nel 1622 “A un figlio non ancora nato”, che ebbe grande successo, ma fu anche una premonizione: Elizabeth morì di febbre puerperale. O come l'abito premaman della principessa Carlotta, che nel 1817 morì poco dopo avere dato alla luce un bambino nato morto. Ancora nel 1947 il ritratto di Lucian Freud della sua compagna Kitty che aveva appena scoperto di essere incinta la mostra terrorizzata, occhi sbarrati e dita strette intorno a una rosa. Gli anni più recenti mostrano una netta svolta nella raffigurazione delle donne incinte, che diventano più assertive. La pittrice inglese Ghislaine Howard in un autoritratto del 1984 si mostra stanca, grossa, esausta, in una rappresentazione franca della fatica fisica delle ultime settimane di gravidanza.
Un esempio precedente di rappresentazione audace e controversa di una donna incinta in Italia fu quello de L'Espresso. Era il 19 gennaio 1975 quando L’Espresso, allora diretto da Livio Zanetti, scelse per la prima pagina la fotografia di una modella incinta, nuda e crocifissa, con lunghi capelli scuri sulle spalle. Questa immagine, una donna nuda, incinta e crocifissa, come simbolo di tutte le battaglie per l’aborto libero e legale, è la protagonista della più potente prima pagina de L’Espresso, più volte ripresa dal giornale stesso. Era il simbolo provocatorio del sacrificio del corpo femminile in un’Italia bigotta e democristiana, che alle proteste di piazza per l’aborto libero e sicuro rispondeva con le cariche della polizia, con gli arresti (come quello del segretario del Partito radicale Gianfranco Spadaccia) e con la censura. A causa della copertina di quel gennaio ’75 il numero fu sequestrato per vilipendio alla religione e il direttore querelato. Fin da subito, tuttavia, l’immagine divenne un punto di riferimento delle battaglie civili e sociali de L’Espresso e della militanza del giornale per l’approvazione di una legge sull’interruzione di gravidanza, poi promulgata nel 1978. L’Espresso stesso ha più volte ripreso, sia in copertina sia in articoli interni, la fotografia della donna crocifissa per parlare di aborto, sia negli anni Ottanta, per i referendum abrogativi della legge 194, sia di recente come nella copertina del 14 maggio 2023, raccontando le condizioni dell’aborto in Italia a 45 anni dalla legge stessa.

La Fotografia della Maternità Oggi: Empowerment, Sfide e Prospettive Future
“Con le mie foto aiuto le donne a rivendicare con orgoglio e forza il loro corpo in attesa” racconta Donatella Nicolini, giovane fotografa italiana premiata nel 2021 come miglior Maternity Photographer a livello mondiale dalla The Societies of Photographers. La sua visione della gravidanza è chiara: “La gravidanza? Un momento di puro empowerment femminile. Ammiro le donne capaci di coniugare la maternità con il lavoro e gli impegni della vita quotidiana e che troppo spesso sono messe in un angolo da una società e da una cultura, anche aziendale, ancora profondamente patriarcale”. Vincitrice quest’anno del Premio come miglior Maternity Photographer, assegnato da una delle più note associazioni mondiali di fotografia, Donatella Nicolini nei suoi scatti coniuga bellezza, eleganza e forza come sono queste donne che mostrano con orgoglio il proprio corpo all’obiettivo.
In Italia, nella vita professionale, la gravidanza è ancora troppo spesso percepita come un aspetto discriminante per le donne. Dalle domande scomode e imbarazzanti durante i colloqui ai sacrifici fatti per bilanciare famiglia e lavoro, che nonostante tutto possono portare anche alle dimissioni. Si stima infatti che in Italia il 73% delle dimissioni volontarie riguardino proprio le lavoratrici, dato allarmante che si unisce a quelli rilevati in tema di gender pay gap e disoccupazione femminile: solo nel 2020 il 98% di chi ha perso il lavoro è donna. Le motivazioni possono essere ritrovate da un lato in una cultura che vede ancora la donna destinata alla cura della famiglia e alla gestione della casa e, dall’altro, in un sistema di welfare che ancora arranca nel supportare le lavoratrici che decidono di avere figli. A questo si aggiunge una componente sociale che vuole la donna incinta etichettata solo come madre e nulla più, criticando chi non vuole accantonare la sua femminilità e che mostra con consapevolezza il proprio corpo. “Basti pensare agli hater che insorgono sui social ogni qual volta una donna incinta decide di mostrarsi senza veli o semplicemente in pose che esaltano la sua bellezza e femminilità. Come se l’essere incinta in automatico cancelli l'identità di donna in favore dell'idea di madre che risulta, a mio avviso, ormai arcaica e lontana dai cambiamenti in atto nella società di oggi” spiega Donatella Nicolini. Ecco perché nei suoi scatti si percepisce con forza la celebrazione del corpo femminile: sono immagini che non vogliono celare la bellezza della gravidanza, delle sue curve e della sua silhouette ma, al contrario, esaltarla e valorizzarla.
Le protagoniste degli scatti di Nicolini sono soprattutto professioniste, realizzate e indipendenti, pronte a mostrare con orgoglio e consapevolezza una tappa importante del proprio viaggio. La fotografa condivide la sua personale storia: “Non ho figli e ammetto che la maternità mi spaventa, complice anche una storia familiare complicata. Mia nonna rimase incinta di un uomo che non volle sposare e venne additata come la vergogna del paese, venne costretta a nascondere la sua gravidanza e credo fu una ferita psicologica talmente profonda che, quando accadde anche a mia mamma, a sua volta cercò di farle vivere la gravidanza nel massimo riserbo”. Nicolini confessa: “Inconsciamente, quindi, ho sempre vissuto la gravidanza come un momento da celare agli occhi degli altri. Col tempo però ho poi scoperto di essere profondamente affascinata dalle donne che decidono di compiere questo passo, le venero al pari di una dea, le considero delle supereroine perché, oggi come non mai, mettere al mondo un figlio non è solo un atto di amore ma anche di coraggio.”
Le fotografie come strumento per combattere la disuguaglianza di genere sono centrali nel lavoro di Nicolini. Portatrici di un messaggio di rivalsa verso una società ancora molto maschilista, le sue fotografie vogliono celebrare la forza innata delle donne e la loro capacità di superare qualunque sfida. L'artista ha scelto di avere un team di sole donne e con i suoi workshop cerca di supportare tutte le donne che vogliono intraprendere una carriera nella fotografia, settore visto come prettamente maschile. Anche in quest’ambito infatti una donna, soprattutto giovane, non sempre gode della stessa autorevolezza che, a parità di livello, ha invece un collega uomo. “Agli inizi della mia carriera spesso non sono stata presa sul serio solo per il fatto di essere donna e, diverse volte, ho subito atti di mansplaining da parte dei mariti delle mie prime clienti. Oggi nel mondo della fotografia le cose stanno un po’ cambiando e, come donne, ci stiamo facendo sentire di più ma c’è ancora molta strada da fare.”
L’interesse per la fotografia di Donatella Nicolini è cresciuto a 23 anni in Svezia, dove si era trasferita. “Ho iniziato a studiare da autodidatta, facendo diversi lavori extra per pagarmi corsi di formazione e workshop”. Tornata a Milano, la svolta arriva quando un paio di suoi scatti postati su Instagram che ritraevano una donna incinta, i primi mai realizzati, vengono notati da un magazine indiano di fotografia che la contatta chiedendo di pubblicarli sulla testata. “Una richiesta che mi ha dato la spinta per specializzarmi in questa nicchia della fotografia, complice anche un’ispirazione unica che continuo a provare tutt’oggi ogni volta che realizzo un servizio” spiega Donatella Nicolini: “Si dice che sia il soggetto a sceglierti e non il contrario: ecco io sono stata scelta e catturata dalla fotografia di gravidanza.” Speaker, editor per testate specializzate, come l’americana Shutter Magazine, docente nell’ambito di workshop e masterclass in Italia come all’estero, Donatella Nicolini collabora anche con importanti realtà come Canon Academy e brand come Profoto.

Copertine Che Hanno Marcato Un'Epoca: Oltre la Maternità
Per comprendere appieno l'impatto delle copertine con donne incinte, è essenziale inserire questi eventi nel contesto più ampio delle copertine di riviste che, nel tempo, sono diventate veri e propri pezzi da collezione e simboli di cambiamenti epocali. Molti sono i personaggi o gli avvenimenti che si sono guadagnati negli ultimi decenni la copertina di un magazine, entrando con forza nell’immaginario collettivo e lasciando un segno indelebile nel tempo.
La rivista americana Life, fondata nel 1936 da Henry Luce (già fondatore di Time e più tardi di Sports Illustrated), è un esempio lampante del potere del giornalismo illustrato moderno. Da quando in redazione è arrivato Henry Luce, le copertine di Life ospitano immagini di reportage o ritratti di personaggi influenti, collezionando scatti di autori del calibro di Robert Capa, Gordon Parks, Alfred Eisenstaedt e Henri Cartier-Bresson. Oggi la versione cartacea del magazine non esiste più, ma alcune delle sue più celebri copertine sono ben impresse nella nostra memoria.
Nel febbraio di un anno non specificato, Henry Luce decise di dedicare la copertina del nuovo numero a un gruppo inglese emergente che in quel periodo era in tour in America: i Beatles. La redazione non si mostrò molto convinta e l’idea venne in un primo tempo messa da parte. I redattori non diedero troppa importanza al quartetto inglese, anzi, li snobbarono. Dopo pochi mesi, però, furono costretti a ricredersi: i Beatles tornarono negli Stati Uniti per un secondo tour, non come gruppo emergente ma come star a livello mondiale. Si dovettero ricredere qualche mese dopo, quando i Beatles tornarono in America come la band più famosa al mondo.
Altrettanto memorabile fu la copertina del 30 aprile 1965 di Life, che lasciò tutti i suoi lettori a bocca aperta. Un feto di 18 settimane nel suo sacco amniotico. L’immagine aveva dell’incredibile ed era frutto della scommessa del grande fotoreporter svedese Lennart Nilsson che, ormai da dieci anni, si era lanciato in un’impresa apparentemente impossibile: voleva fotografare a colori i vari momenti della riproduzione umana, dalla fecondazione alla nascita. Gli scatti che spedì alla redazione erano commoventi; Nilsson è il primo fotografo a ritrarre lo sviluppo della vita umana, un vero e proprio viaggio all'interno del corpo umano.
Il numero più celebre di Life è senza dubbio quello dell’allunaggio del 1969. “To the Moon and Back” documenta la prima passeggiata lunare della missione Apollo 11, avvenuta tra il 20 e il 21 luglio 1969. Due settimane dopo, sulla copertina di Life vediamo ritratto l’astronauta Buzz Aldrin e, riflesso sul suo casco, Neil Armstrong che scatta la foto. La copertina di Life rimane ancora oggi una delle più celebri, un numero che non ha prezzo.
Tornando alla musica, nel dicembre del 1980 Rolling Stone commissionò a Annie Leibovitz un servizio fotografico che aveva per protagonista John Lennon. La rivista americana Rolling Stones affidò a Annie Leibovitz, allora capo della fotografia, l’incarico di realizzare un servizio fotografico su John Lennon e Yoko Ono. Il cantante insistette per essere ritratto con la compagna Yoko Ono e così Leibovitz propose alla coppia di posare insieme nudi. Inizialmente l’idea era quella di ritrarre solamente l’ex Beatle ma il cantante insistette molto perché comparisse anche la compagna. Fu così che a Leibovitz venne in mente di fotografare i due completamente nudi. Ma Yoko Ono, che non se la sentiva di svestirsi, rimase vestita. Non trovandosi però a proprio agio, Yoko decise di rimanere vestita. A restare nudo è John che, nella foto, si rannicchia affettuosamente accanto alla compagna. Lo scatto è un pezzetto di storia. John Lennon è ritratto nudo, accovacciato sul corpo della compagna, come un bambino vicino alla madre. L’immagine racconta il dolce consegnarsi nelle mani dell’altro, l’intimità amorosa che lega la coppia. La fotografia, però, è diventata storia anche per un’altra ragione: qualche ora dopo lo scatto, l’8 dicembre del 1980 a New York, John Lennon venne assassinato. L’immagine non solo fa trasparire l’amore profondo che legava i due ma sarà anche l’ultima foto di Lennon.
In un campo profughi di Peshawar, Steve McCurry fotografò il volto di Sharbat Gula, un’orfana afghana di 12 anni. La ragazza afgana fotografata da Steve McCurry e pubblicata sulla copertina di National Geographic divenne il simbolo delle guerre e dei conflitti afgani di quegli anni. Scattata in uno dei campi profughi di Peshawar, la foto ritrae Sharbat Gula, una ragazzina orfana di dodici anni, i cui occhi di ghiaccio fecero il giro del mondo. Dovete sapere che, inizialmente, l’immagine venne scartata dall’art director del magazine. Fu l’editor Bill Garrett ad accorgersi della sua potenza e a decidere di pubblicarla nella copertina del numero di giugno.
Cerse copertine sono per sempre. Una di quelle che ha fatto la storia della moda, sancendo l’inizio di un’era che ha gettato le basi per un linguaggio editoriale come lo conosciamo ancora oggi, è la prima copertina di Vogue con l’allora neo eletta direttrice Anna Wintour. Era il novembre del 1988 e quella copertina con la sorridente modella Michaela Bercu scandalizzò non poco il fashion system del tempo. Una giovane ragazza scattata con una posa naturale e rilassata, un paio di jeans GUESS e l’iconico maglione con la croce gioiello di Christian Lacroix. Anna Wintour, diventando capo di Vogue America, cambiò per sempre il volto della rivista. I primi piani vennero eliminati dalle copertine e presero piede foto a figura intera. Testimone di questo cambiamento fu la modella israeliana Michaela Bercu che la rivista “vestì” con jeans strappati e t-shirt di Christian Lacroix.
Sempre negli anni ’60, più precisamente nel 1968, era praticamente impensabile che una donna nera potesse apparire sulla copertina di una rivista. A smentire, fortunatamente, per la prima volta questo stigma razzista, ci pensò la rivista Glamour, che pubblicò una cover con protagonista Katiti Kironde. Katiti Kironde, una ragazza di 18 anni che studiava ad Harvard ed era la figlia di un diplomatico dell’Uganda, divenne la prima donna di colore mai apparsa sulla copertina della rivista. La ragazza, 18enne studente di Harvard e figlia di un diplomatico dell’Uganda, vinse con il massimo punteggio il contest “Glamour’s top 10 Best Dressed College Girls”. Quello che ancora non sapete, è che Katiti è la prima donna di colore apparsa sulla copertina di un magazine. L’immagine di questa ragazza, raffinata e sorridente, è diventata il simbolo dell’integrazione razziale. Sorridente e con indosso una camicia bianca, un foulard colorato e dei raffinati orecchini di perla, la ragazza è divenuta uno dei simboli dell’integrazione razziale in America. Nessuna donna nera prima di lei era mai apparsa nelle riviste femminili di moda dell’epoca.
Una comunicazione essenziale ma di grande impatto fu quella che scelse il celebre magazine The New Yorker per commemorare il tragico attentato dell’11 settembre 2001. Le cover del New Yorker da sempre si distinguono per la ricercatezza artistica, l’eleganza e la sagacia con cui vengono indagate le sfumature del mondo occidentale. Con asciutta drammaticità venne ritratto un momento che fa da spartiacque nella storia contemporanea: l’attentato dell’11 settembre. Si spensero le luci sul simbolo della potenza occidentale, venne messa in discussione la sua invulnerabilità e si entrò nel tempo della paura e della diffidenza. L’immagine creata da Art Spiegelman e Françoise Mouly è asciutta, nel buio si intravedono appena le sagome delle due torri, che sono due spazi neri e vuoti. Dopo il tragico attentato che colpì l’America l’11 settembre del 2001, il New Yorker uscì con una copertina total black dove si intravedevano appena le sagome delle due torri che quella mattina collassarono nel cuore della Grande Mela e dove persero la vita migliaia di persone. La “non-immagine” divenne la rappresentazione perfetta del vuoto che il terribile attentato lasciò dietro di sé e di quelle vite strappate in pochi minuti.
Si sa, le copertine della nota rivista americana sono tra le più attese al mondo. E quando la “Bibbia” dello stile nell’aprile del 2008 annunciò che un uomo di colore (il campione NBA LeBron James) sarebbe finito in copertina per la prima volta in 116 anni di storia del magazine, figuratevi l’entusiasmo dei lettori! Ma una volta pubblicato, le critiche non sono state quelle sperate. Nella cover, LeBron fa rimbalzare la palla da basket con una mano mentre con l’altra cinge la vita della modella brasiliana Giselle Bündchen. Questa copertina suscitò un dibattito acceso sulla rappresentazione stereotipata e sulla percezione dei ruoli.
