La Battaglia per la Salute Materna nella Repubblica Democratica del Congo: Tra Speranza e Sfide Persistenti

La situazione delle donne incinte nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) è da lungo tempo una delle più critiche a livello globale. Il paese africano registra i tassi di mortalità materna e infantile tra i più alti al mondo, una realtà che riflette profonde disuguaglianze sociali, economiche e sanitarie. Questa emergenza non è solo una questione di statistiche, ma si traduce in tragedie quotidiane che colpiscono famiglie e comunità, compromettendo il futuro di intere generazioni. La lotta per garantire alle donne un accesso dignitoso e sicuro alle cure durante la gravidanza e il parto è una priorità assoluta, ma è costantemente ostacolata da una serie di fattori interconnessi, che vanno dalla povertà estrema alla mancanza di infrastrutture, dai conflitti armati ai persistenti tabù culturali.

La Cruda Realtà della Mortalità Materna e Infantile

I dati sulla mortalità materna e infantile nella Repubblica Democratica del Congo sono allarmanti e evidenziano una crisi umanitaria silenziosa ma devastante. Secondo alcune stime, 547 donne su 100mila muoiono di parto, mentre 27 bambini ogni mille nati vivi muoiono entro i primi 28 giorni. Altri dati indicano che 427 donne ogni 100mila bambini nati vivi morivano per cause relative alla gravidanza o al parto, secondo gli ultimi dati disponibili (risalenti al 2023, quindi a prima dell’introduzione del programma). Questo è uno dei dati di mortalità materna più alti al mondo, e anche tra i più alti della regione dell’Africa centro occidentale. Queste cifre sono enormi se confrontate con paesi come l’Italia (circa 8 morti ogni 100mila) o persino il vicino Ruanda (229 morti). Le statistiche più vecchie, risalenti al 2013, mostravano un quadro ancora più drammatico, con circa 21mila donne morte a causa delle complicazioni avute durante la gravidanza e il parto, dovute alla mancanza di cure adeguate, con un tasso di 846 donne su centomila che partoriscono in un anno. A ciò si aggiunge che cinquantotto bambini su mille muoiono durante il primo anno di vita per mancanza di assistenza sanitaria, cibo adeguato, cure.

Questi numeri sono ancora lontani dagli Obiettivi di Sviluppo fissati dall’Agenda delle Nazioni Unite per il 2030, che fissa i due tassi rispettivamente a 70 morti su 100mila e 12 su mille. La gravità di questa situazione è data dallo scarso sistema sanitario presente nella RDC e soprattutto dalla grossa barriera finanziaria che non permette, ad alcune donne incinte, di poterla superare e far sì che possano permettersi le giuste cure. La maggior parte delle donne muoiono a causa del parto, e questo è un dato tragico che sottolinea l'urgente bisogno di interventi strutturali e di accesso alle cure.

Tasso di mortalità materna e infantile in RDC

L'Annuncio di una Nuova Era: Sanità Gratuita per Madri e Neonati

In risposta a questa crisi, il governo della Repubblica Democratica del Congo ha intrapreso passi significativi. Con le parole "Da oggi le donne non dovranno più avere paura di restare incinte, perché avranno accesso alla sanità gratuita", il Ministro della Salute, Roger Kamba Mulamba, ha presentato un piano volto a garantire assistenza sanitaria gratuita per le donne al momento del parto e per i nascituri. Questo annuncio rappresenta una speranza tangibile per milioni di donne congolesi che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità.

Il Ministro Mulamba ha chiarito la portata e l'ambizione di questo programma. "I neonati", ha continuato Mulamba, "non dovranno più morire perché non hanno antibiotici, né le donne dovranno più morire perché non riescono a pagare il parto cesareo". Questo piano ideato dal governo di Kinshasa punta a mettere a disposizione entro il 2023 servizi sanitari gratuiti durante il periodo di gestazione e oltre, entro un mese dal parto. Anche i neonati quindi riceveranno per i primi 28 giorni di vita assistenza sanitaria completamente gratuita. Il progetto, lanciato già il 5 settembre nella città di Kinshasa, mira a mettere a disposizione entro la fine del 2023, servizi sanitari gratuiti durante il periodo di maternità entro un mese dal parto. L’attenzione ricade anche sui nascituri, infatti loro riceveranno per i primi 28 giorni di vita assistenza sanitaria completamente gratuita.

La prima fase del piano riguarderà però solo 13 delle 26 regioni del Paese, con uno stanziamento di circa 40 milioni di euro. Il ministro Mulamba tuttavia ha chiarito che il governo lavorerà ad estenderlo "presto" in tutto lo Stato, nell’ambito di un piano che prevede 200 milioni di euro. Inoltre, i mezzi di propagazione di questa importante svolta saranno le radio e le televisioni che, punteranno a raggiungere quante più donne possibili che vivono in condizioni di marginalità. Sarà accompagnato da una campagna di comunicazione che punta a raggiungere via radio, televisione e internet soprattutto le donne che vivono condizioni di marginalità oppure in zone rurali e remote. Il piano inoltre riguarderà le regioni orientali, preda da anni delle violenze di decine di gruppi armati che hanno gravi ripercussioni sui servizi e sulla condizione economica delle famiglie.

Le Barriere Economiche e la Complessità dell'Accesso alle Cure

Nonostante l'impegno del governo, la realizzazione di un sistema sanitario gratuito e universalmente accessibile incontra sfide economiche immense. La Banca mondiale calcola che questo tipo di assistenza costerà al sistema sanitario circa 100 milioni di euro. Le visite di controllo possono costare intorno ai 27mila franchi congolesi (pari a circa 7 euro), mentre un’ecografia costa 60mila franchi congolesi (circa 12 euro). Nella nostra concezione potremmo pensare che non è un costo elevato, ma per la Repubblica Democratica del Congo rappresentano costi altissimi. Questo perché oltre il 60% della popolazione vive con meno di 5.600 franchi, ossia meno di 2 euro al giorno. Nel 2024, oltre il 73 per cento della popolazione viveva con meno di 2 euro al giorno e solo il 3 per cento aveva un’assicurazione sanitaria.

Questi costi insostenibili costringono molte donne a partorire fuori dagli ospedali e senza l’assistenza necessaria. Un parto senza complicazioni può costare tra i 5 e i 10 euro, mentre un cesareo può arrivare a quasi 200 euro, a cui si aggiungono visite, esami e cure per il neonato. È per questo motivo che l’UNFPA, il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, sostiene il governo congolese fornendo prodotti e farmaci salvavita per donne e neonati, per un valore pari a 7 milioni di dollari ogni anno.

Un'ulteriore complicazione è stata la sospensione di un programma precedente. Dopo circa due anni di sperimentazione, a partire dallo scorso giugno il governo della Repubblica Democratica del Congo ha sospeso un programma che garantiva l’accesso alle cure mediche gratuite alle donne in gravidanza e nei 28 giorni successivi al parto. Il governo non ha dato motivazioni ufficiali per questa sospensione. Senza assistenza gratuita, sempre più donne partoriscono fuori dagli ospedali. L’infermiera Franck Ndachetere Kandonyi dell’Afia Himbi Health Center, sul lago Kivu, ha testimoniato che grazie alla gratuità i parti erano passati da cinque a oltre 20 al mese; dopo la sospensione sono scesi a nove. Questo fa sì che molte donne partoriscano fuori dagli ospedali e senza l’assistenza necessaria, e il risultato è che molte muoiono a causa del parto. Il nuovo piano del Ministro Mulamba cerca di ripristinare e ampliare questo accesso essenziale.

Le Sfide Strutturali del Sistema Sanitario e il Ricorso alle Cure Tradizionali

Il sistema sanitario della RDC è strutturalmente debole e affronta numerose difficoltà. I dati delle Nazioni Unite raccontano che in Congo è attivo soltanto un dottore ogni diecimila abitanti e quasi nessuno di questi opera nelle zone rurali. Le strutture mediche del paese sono già in grande difficoltà a causa di anni di scontri e violenze soprattutto nella parte orientale del paese, al confine con il Ruanda, che hanno creato una grave crisi umanitaria: partorire insomma era già complicato, e ora lo è diventato ancora di più. Negli ultimi mesi inoltre si sono registrati negli ospedali scioperi di medici, infermieri e altre figure sanitarie a causa degli stipendi troppo bassi oppure per i ritardi nei pagamenti, compromettendo ulteriormente la capacità di offrire cure.

In assenza di un accesso affidabile e conveniente alla medicina moderna, molti, come unica alternativa, si rivolgono ai cosiddetti curatori tradizionali, che utilizzano rimedi a base di erbe, intrugli e riti di dubbia efficacia, con risultati che spesso aggravano le malattie esistenti. In altri casi fanno credere di poter curare le persone, che così non solo non guariscono, ma perdono anche i pochi soldi a disposizione, interamente assorbiti dal curatore tradizionale. Questa pratica è profondamente radicata nelle comunità, dove c'è la tradizione di curarsi per proprio conto e le tradizioni sono ancora molto radicate.

Ospedale rurale in RDC

La Situazione delle Donne Indigene: Un Caso di Estrema Marginalità

Le donne indigene rappresentano una delle fasce più emarginate della popolazione congolese, e il loro accesso all'assistenza sanitaria durante la gravidanza è particolarmente precario. Anche se circa l’80% delle donne congolesi partorisce in strutture sanitarie assistite, meno di una donna indigena su quattro usufruisce di assistenza sanitaria per tutta la gravidanza fino al parto compreso. Secondo l’United Nations Population Fund (UNFPA), in Congo meno del 20% delle donne indigene si fa visitare in un centro medico almeno una volta per tutto il periodo della gravidanza. Questa situazione è stata ulteriormente evidenziata da un rapporto stilato tra aprile e maggio 2011 dall’Organizzazione sanitaria congolese di Cuvette-Ouest, una ONG di base a Mbomo, nel nord del paese, da cui risulta che su 520 donne in età fertile, solo otto hanno partorito in una struttura sanitaria. Secondo fonti locali, a Paris, villaggio a circa 60 chilometri da Ouesso (in Congo-Brazzaville, dove la popolazione indigena era di 43.500 persone nel 2007), ogni mese 5 o 6 donne indigene vengono assistite al parto da una levatrice, sottolineando la dipendenza da figure non professionali.

A tutela dei loro diritti, nel mese di febbraio 2010, è stata adottata una legge che nel suo primo articolo "proibisce" l’uso dell’appellativo "pigmei" riferito agli indigeni. L’articolo 22 di questa legge garantisce inoltre l’accesso "senza alcuna discriminazione" ai servizi sanitari anche per queste persone. Per incoraggiare queste donne a farsi assistere da professionisti qualificati, in due dei dodici distretti amministrativi del paese (in Congo-Brazzaville), Lékoumou al sud e Sangha al nord, è stata assicurata l’assistenza pre e post natale gratuita. A supporto di questa iniziativa, l'UNFPA sta offrendo un kit sanitario per le donne indigene incinte, un passo fondamentale per superare le barriere culturali e logistiche.

Il Tabù delle Mestruazioni e le Sue Profonde Conseguenze Sociali

Oltre alle sfide legate alla gravidanza e al parto, le donne e le ragazze nella Repubblica Democratica del Congo affrontano un altro ostacolo quotidiano: il profondo tabù legato alle mestruazioni. Questo silenzio e la disinformazione che lo circondano rendono la gestione delle mestruazioni estremamente complessa e influiscono pesantemente sulla vita delle giovani donne.

Nel quartiere di Ndjili, non lontano dall’aeroporto di Kinshasa, la realtà è evidente. Chamelle, 20 anni, ha le mestruazioni e preferisce stare a casa. Per proteggersi, usa i pannolini per bambini, che sono più assorbenti e costano meno. Nel suo quartiere, li paga 1250 franchi congolesi (circa 50 centesimi) contro i 2.000 franchi per gli assorbenti. Per cambiarsi, prende l’acqua da una bacinella, che poi butta il più lontano e il più discretamente possibile: "Ho dei fratelli, mi prenderebbero in giro". A casa, il bagno è un buco nel giardino, circondato da lamiere. È un posto senza soffitto, senza porta, senza privacy… ma anche senza acqua corrente.

Questa mancanza di risorse e privacy è aggravata dalla barriera finanziaria e dalla riluttanza degli uomini a discutere di tali argomenti. Laura, un’altra giovane ragazza, spiega: "Di solito è molto raro che tu possa raccontare a tuo padre del tuo ciclo. E siccome è lui che porta i soldi a casa, non ce li dà per comprare protezioni igieniche". Quando si esce dalla città, dove i congolesi guadagnano meno, le donne non possono sempre permettersi di investire in pannolini, figuriamoci in asciugamani. Davina, un’attivista di Ma voisine, una ONG congolese dedicata alle donne e alle ragazze, rivela una pratica ancora più drammatica: "In questo caso, usano il fango". Mescolano il fango con la sabbia e poi lo mettono nei pantaloni, in modo che il sangue non passi e li macchi. Perché la macchia è spaventosa.

A causa della mancanza di conoscenza sulle cause delle mestruazioni e della loro associazione con la sessualità, le ragazze sono spesso emarginate dalla società quando hanno le mestruazioni, quindi cercano a tutti i costi di nasconderle. Davina ricorda con orrore quella volta che si è macchiata con il ciclo, una situazione non insolita. A Kinshasa, secondo un rapporto dell’UNICEF, quasi un terzo delle ragazze non va a scuola durante il periodo delle mestruazioni, ossia per il 20% del tempo dell’anno scolastico. Questo assenteismo può avere gravi conseguenze sul loro successo a scuola e quindi sul loro futuro, ed è dovuto principalmente alle condizioni sanitarie. Molte scuole non sono pronte ad accogliere in condizioni dignitose queste giovani ragazze nel pieno della pubertà, sia per mancanza di servizi igienici, sia per mancanza di acqua potabile corrente.

Ma il problema più grande è l’informazione. "È complicato avere delle spiegazioni qui, di mestruazioni non si parla", insiste Davina. Ricorda la prima volta: "Avevo 14 anni. Quando mi sono alzata per andare a scuola, ho visto il sangue. In chiesa, una ragazza mi aveva spiegato come fare, così ho chiesto a mia sorella un asciugamano. Me lo diede e io andai a scuola. Quando è venuto il momento di andare in bagno, non sapevo cosa fare. Siccome era come un pannolino, avrei dovuto urinare dentro? Dovevo toglierlo? Sono stata in bagno per 20 minuti a riflettere e non sapevo cosa fare. Alla fine ho deciso e me lo sono tolta e, non avendo alcuna protezione pulita, sono tornata a casa. È stato inaspettato". Eppure Davina è una delle "fortunate": sapeva cosa fossero le mestruazioni. Alcune giovani ragazze lo scoprono quando iniziano a sanguinare e vanno nel panico. "Si impara per strada ma nessuno lo sa, dicono solo ‘d’ora in poi se un ragazzo ti tocca, anche sul gomito, puoi rimanere incinta, quindi stai attenta’", dice Davina. I più anziani cercano di spiegare cose che non capiscono, quindi c’è un clima di disinformazione generale.

Ragazze congolesi che discutono di mestruazioni

Gravidanze Adolescenziali e Autonomia Riproduttiva

Le questioni relative alla salute sessuale e riproduttiva sono intrinsecamente legate alla situazione delle donne incinte in RDC. L’UNFPA, agenzia dell’ONU per la salute sessuale e riproduttiva, fa notare che nella RDC il 69% delle donne e delle ragazze non ha potere decisionale o autonomia fisica in materia di rapporti sessuali, contraccezione o assistenza sanitaria riproduttiva. Questo dato è particolarmente critico, poiché significa che una vasta porzione della popolazione femminile non può controllare il proprio corpo e il proprio destino riproduttivo.

Il risultato di questa mancanza di autonomia si manifesta nei tassi di natalità tra le adolescenti, che sono estremamente elevati, con l’11% di bambini nati da madri di età compresa tra i 15 e i 19 anni. Queste gravidanze precoci spesso comportano rischi maggiori per la salute della madre e del bambino, oltre a interrompere l'istruzione e le opportunità future delle giovani madri. «Molte giovani donne dicono di voler aspettare ad avere figli, ma non hanno né i mezzi per proteggersi, né la capacità di dire di no», ha spiegato un’ostetrica che collabora con un programma delle Nazioni Unite a Goma, nella parte orientale del paese, devastata dall’arrivo dei miliziani del gruppo paramilitare M23 all’inizio di quest’anno. Anche alle donne più grandi, in ogni caso, mancano le informazioni e l’accesso ai contraccettivi, perpetuando un ciclo di gravidanze non pianificate e spesso indesiderate.

Inoltre, sebbene non esista in RDC una legge che vieti alle ragazze incinte di frequentare gli studi, la realtà è già fortemente penalizzante per loro. Nel paese il 79% delle ragazze ha completato l’istruzione primaria nel 2021, ma solo il 51,4% ha concluso quella secondaria, secondo l’istituto di statistica dell’UNESCO. La disciplina in materia di morale, tra le altre cose, in alcune scuole, può contribuire a creare un ambiente poco accogliente per le ragazze madri, nonostante l'assenza di divieti formali.

Il Ruolo Cruciale delle Organizzazioni e della Cooperazione Internazionale

Di fronte a queste immense sfide, il supporto di organizzazioni internazionali e ONG è fondamentale. Progetti come quelli di Adozione a Distanza o di Cooperazione Internazionale "Dal Nostro Cuore a quello dell’Africa", finanziato dalla Regione Puglia, che prevedono la presenza di un medico negli orfanotrofi FED e Sodas con i quali Ai.Bi. collabora, svolgono un ruolo vitale. L’importanza di questo intervento sta nel fatto che chi non ha i soldi per pagare cure, medicine e altri servizi sanitari non ha accesso ad alcuna forma di assistenza. Organizzazioni come AVSI si occupano di protezione dell'infanzia e scolarizzazione in villaggi come Nyabiondo, dove i piccoli come Bati, appena nati, viaggiano per le strade in terra battuta sulla schiena delle loro madri o delle loro sorelle più grandi alla ricerca di canna da zucchero da riportare a casa la sera.

L'UNFPA, con il suo sostegno al governo congolese fornendo prodotti e farmaci salvavita per donne e neonati, e con iniziative come la fornitura di kit sanitari per le donne indigene incinte, contribuisce in modo significativo. La ONG panafricana Right For Education, ad esempio, evidenzia le questioni legali e sociali che riguardano le ragazze incinte e il loro diritto all'istruzione. Questi sforzi congiunti sono essenziali per colmare il divario nell'accesso alle cure e per garantire che le donne e i bambini della RDC abbiano la possibilità di una vita sana e dignitosa.

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