Il confine tra la vita e la morte, nel mondo della medicina ostetrico-ginecologica, è spesso una linea sottile, talvolta permeabile, capace di generare storie di straordinaria resilienza così come drammi insondabili. La cronaca recente ci pone di fronte a una realtà complessa, dove il desiderio di genitorialità si scontra con la burocrazia e dove l'errore umano - o il sospetto di esso - può scatenare conseguenze psicologiche devastanti per chi ha dedicato la propria esistenza alla cura degli altri. Dalla battaglia legale per una gravidanza postuma in Puglia alla tragica vicenda di un medico nel Bresciano, il tema centrale resta il profondo impatto emotivo di eventi che sfuggono al controllo dei professionisti e dei genitori.

Il diritto alla vita oltre la morte: il caso pugliese
La storia che giunge dalla provincia di Lecce è emblematica di una lotta che supera i confini del diritto tradizionale per approdare nel campo dell'etica pura. Tutto era cominciato nel 2014 quando la coppia salentina di quarantenni aveva deciso di dare un fratellino o una sorellina al loro unico figlio. La gravidanza, però, non arrivava. E così i due avevano iniziato un impegnativo ciclo di cure decidendo, nel 2015, di affidarsi ad un centro per la procreazione medicalmente assistita (Pma) dove furono crioconservati due embrioni fecondati con il liquido seminale del marito.
Il percorso verso la genitorialità è stato bruscamente interrotto da una diagnosi di cancro che ha cambiato vita e programmi della piccola famiglia di professionisti. La battaglia contro il tumore dell'uomo è stata dura ma nonostante tutto i due, tra un ciclo chemioterapico e l'altro, non hanno mai abbandonato il loro sogno continuando ad interloquire con la clinica dove erano conservati gli embrioni programmando quindi una prossima gravidanza indotta. Agli inizi del 2019 la malattia ha sopraffatto tutti.
Dopo la morte del marito, la donna ha cominciato a battersi per mantenere fede alla promessa fatta al marito così si è rivolta alla clinica dove ha dovuto scontrarsi contro il muro della burocrazia: pur avendo firmato tutti i consensi possibili prima di morire, il laboratorio non poteva procedere all'impianto senza il permesso di un giudice. Per la donna è così iniziata la nuova battaglia e si è rivolta all'avvocatessa Rizzo. Il nodo da sciogliere per la professionista era rappresentato dal superamento dell'articolo 5 della legge sulla procreazione assistita secondo cui «possono accedere alle tecniche di procreazione assistita coppie maggiorenni entrambi viventi».
Per superare questo ostacolo apparentemente insormontabile, l'avvocatessa ha puntato tutto sul riconoscimento di due principi etici: il diritto di ogni donna alla maternità, quello dell'embrione già fecondato che per legge non può essere soppresso e la volontà del padre che prima di morire aveva dimostrato ancora una volta il desiderio di procreazione. Argomenti che hanno convinto la giudice, Maria Gabriella Perrone, ad accogliere il ricorso presentato dalla donna riconoscendo, rafforzandoli, gli stessi principi etici su cui si è battuta la donna. Partendo dal presupposto che i due coniugi erano entrambi in vita al momento della procreazione, la sentenza garantisce «il diritto dell'embrione alla vita» e quindi il divieto della sua soppressione.
L'impatto psicologico della sala parto: il dramma di Desenzano
Se la lotta per la vita postuma celebra la continuità, la cronaca ci costringe a guardare anche al versante più oscuro del mestiere medico. Due inchieste parallele che possono però avere un punto di incontro. Una aperta a Brescia per la morte di una neonata durante il parto e l'altra a Trento per il suicidio di uno dei medici coinvolti. Il 31 gennaio una donna dell’Est si presenta all’ospedale di Desenzano del Garda per partorire dopo una gravidanza apparentemente senza intoppi. In sala parto però qualcosa non va per il verso giusto e l’equipe medica deve intervenire con la ventosa per far nascere la bambina. Che stando a quanto fin qui ricostruito dagli inquirenti esce dall’utero della madre in stato di ipossia. Un quadro clinico grave che impone il trasferimento agli Spedali civili di Brescia, dove però la neonata non riesce a sopravvivere.
I genitori disperati chiedono di capire le ragioni e sporgono denuncia attraverso un legale bresciano. Il primo effetto è il sequestro della cartella clinica disposto dal pubblico ministero di Brescia Benedetta Callea che, come atto dovuto e inevitabile per poter effettuare tutti gli accertamenti a partire dall’autopsia sul corpicino della neonata, iscrive nel registro degli indagati i medici che hanno preso in carico la donna al momento del parto. Sono dieci in tutto. E qui si apre il caos nel caso. Tra loro c’è anche un ginecologo di 39 anni, Giuseppe Perticone, che tre giorni più tardi viene trovato senza vita ai piedi di un ponte in Trentino, dopo che la moglie aveva sporto denuncia di scomparsa.
Urgenze in ostetricia - Dr. Giovanni De Luca
Non ha lasciato biglietti. Nessun messaggio per spiegare ai familiari perché, la mattina del 3 febbraio, si è tolto la vita a soli 38 anni, lanciandosi da un ponte a Cles. Alcuni colleghi avrebbero riferito di averlo visto molto scosso dopo la morte della neonata. "Penso a quanto siamo fragili. A come il nostro mestiere ci possa mettere emotivamente a durissima prova, specie in quelle circostanze imprevedibili dove ginecologo e neonatologo corrono la staffetta della vita, uno appresso all’altro", scrive un ex collega sui social.
La vulnerabilità post-partum: tra clinica e dolore
La fragilità psichica, tuttavia, non risparmia neppure le madri, rendendo il periodo post-partum un terreno estremamente insidioso. Carola Finessi, 34 anni, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, ha affogato nella vasca da bagno sua figlia Perla di soli 10 mesi, uccidendola. L’infanticidio è stato compiuto a Nole, nel Torinese. Secondo quanto emerso, la donna è alle prese da qualche tempo con una grave depressione post partum. Sempre secondo le prime ricostruzioni, è in cura già da qualche mese.
Lo psichiatra Giancarlo Cerveri, membro del Consiglio della Società Italiana di Psichiatria, ha sottolineato una volta di più che la fase post gravidanza è un periodo “di grandissima fragilità”. “Bisogna fare attenzione ai segnali d’allarme - ha aggiunto lo specialista”. Questo evidenzia quanto sia necessaria un'attenzione costante non solo ai parametri fisici del neonato, ma anche al benessere psicologico della madre e dei professionisti coinvolti. Quando il sistema di cura fallisce o si scontra con il limite biologico, il trauma si riverbera su tutti gli attori coinvolti, creando una catena di dolore che la giustizia ordinaria fatica spesso a decodificare.

Dinamiche giudiziarie e responsabilità professionale
Nella vicenda bresciana, la Procura di Brescia ha avviato un'inchiesta per omicidio colposo. Come da prassi, la cartella della neonata è stata sequestrata e tutti i medici e le ostetriche presenti al momento del parto sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il travaglio - avvenuto lo scorso 31 gennaio - sarebbe durato a lungo. Sotto la lente ci sarebbero le tecniche adottate dal team dei medici in sala operatoria. La neonata sarebbe andata in ipossia ed è stata quindi trasferita d’urgenza all'ospedale Civile di Brescia, dove è deceduta.
Il dramma ha coinvolto dieci operatori sanitari tra ginecologi, anestesisti, pediatre e ostetriche. È necessario distinguere tra l'esito infausto di un parto e la responsabilità professionale. Spesso, come accaduto in casi analoghi al San Matteo di Pavia o alla Poliambulanza di Brescia - dove una manovra per una distocia di spalla non ha potuto evitare la morte della neonata - ci si trova davanti a complicazioni imprevedibili. Il problema sorge quando il carico emotivo di queste "imprevedibilità" si somma alla pressione di un'indagine penale.
Filippo Anelli, presidente della Federazione italiana degli Ordini dei medici, ha osservato: “Se la morte della neonata e il suicidio del collega fossero collegati, saremmo oltre il burnout, a un conflitto di coscienza che avrebbe portato il collega a compiere l’estremo gesto nello sconforto di non essere riuscito a salvare una vita”. La posizione dell'Asst Garda, che richiama al silenzio, riflette la difficoltà delle istituzioni nel gestire una crisi che travalica le procedure burocratiche. La ricerca del medico, prima del suo suicidio, riguardante Sara Pedri, la ginecologa scomparsa anni fa, suggerisce che il malessere nel settore ginecologico possa avere radici profonde e collettive, non limitate al singolo caso clinico.
La complessità dei protocolli e il fattore umano
La medicina moderna si fonda sui protocolli, ma la sala parto rimane uno dei luoghi dove l'inatteso può manifestarsi con più violenza. Le manovre ostetriche, come l'uso della ventosa o la risoluzione di una distocia, sono tecniche salvavita che, tuttavia, comportano rischi intrinseci. Quando il risultato finale è la morte di un bambino, il medico si trova a dover affrontare una revisione critica del proprio operato, spesso sotto il peso di una denuncia penale. Questo processo, sebbene dovuto per garantire la trasparenza verso i genitori, può innescare una spirale di autocritica distruttiva.
La giustizia, dal canto suo, si trova a dover operare una distinzione sottile tra l'imperizia, la negligenza e l'evento avverso imponderabile. Nel caso di Lecce, il tribunale ha agito per tutelare una vita potenziale; nel caso di Brescia, la procura cerca di verificare la correttezza delle manovre effettuate durante un travaglio complicato. Entrambi i casi dimostrano che il diritto alla procreazione e la pratica ostetrica non sono meri atti tecnici, ma processi carichi di valori esistenziali e morali.
L'attenzione mediatica su queste vicende, spesso guidata dalla cronaca nera, rischia talvolta di oscurare la complessità clinica che precede l'evento tragico. Senza entrare nel merito delle colpe, che spettano alle autorità competenti, è evidente che il sistema sanitario deve interrogarsi su come supportare i professionisti dopo un evento avverso, per evitare che il dolore per la perdita di un paziente si trasformi in una tragedia ulteriore. La fragilità è umana, e le professioni sanitarie, proprio per la loro vicinanza ai momenti fondanti della vita, ne sono i testimoni più esposti.