La figura della donna incinta, avvolta in un velo di attesa e trasformazione, ha da sempre affascinato l'immaginario collettivo, divenendo oggetto di rappresentazioni artistiche, indagini scientifiche, riflessioni spirituali e intime percezioni personali. In questo contesto, l'immagine riflessa nello specchio - sia esso un oggetto fisico, una metafora o uno strumento tecnologico - assume significati molteplici e stratificati, capaci di svelare non solo le mutazioni del corpo ma anche le profondità dell'anima, le complesse dinamiche familiari e le interazioni sociali e culturali. Esplorare il significato della donna incinta nello specchio significa addentrarsi in un percorso che tocca l'arte fiamminga del Quattrocento, le più recenti tecnologie biomediche, le tradizioni spirituali antiche e la psicologia della percezione corporea.
Lo Specchio come Testimone e Simbolo: Il Ritratto dei Coniugi Arnolfini
Tra le opere d'arte che più intensamente esplorano il tema della donna incinta, o quantomeno della potenziale maternità, e la simbologia dello specchio, spicca il celebre "Ritratto dei Coniugi Arnolfini" di Jan van Eyck, custodito alla National Gallery di Londra. Questo quadro, datato 1434, è un mistero affascinante e un esempio paradigmatico dell'attenzione scrupolosa dei pittori fiamminghi ai minimi dettagli. L'opera è tuttora esposta nella sala n. 4 della National Gallery e mostra la coppia in piedi, riccamente abbigliata, all'interno di una stanza da letto. L'uomo, Giovanni Arnolfini, fa un gesto verso lo spettatore che può essere interpretato in vari modi, dalla benedizione, al saluto, al giuramento (anche di fedeltà alla memoria). La moglie gli offre la sua mano destra, mentre appoggia la sinistra sul proprio ventre, con un gesto che ha fatto pensare a un'allusione a una gravidanza futura o prossima.
La stanza è rappresentata con estrema precisione ed è popolata da una grande varietà di oggetti, tutti raffigurati con un'attenzione estrema al dettaglio. Ancora oggi gli storici dell'arte discutono sul significato e lo scopo dell'opera. La tesi proposta da Erwin Panofsky nel 1934 è che si tratti della rappresentazione del matrimonio della coppia e di un'allegoria della maternità, a cui alluderebbero i numerosi simboli sparsi nella stanza. La soluzione che appare più probabile è che si tratti del giuramento tra gli sposi prima di presentarsi al sacerdote. Tale rituale avveniva tramite una promessa di matrimonio a mani congiunte, che aveva valore giuridico e richiedeva la presenza di due testimoni: per questo, più che al matrimonio in sé, il dipinto alluderebbe al momento del fidanzamento. In questo senso il quadro, con la sua esattezza fotografica, rappresenterebbe proprio il documento ufficiale dell'avvenuto giuramento, come sembra suggerire anche la particolare firma dell'artista («Jan van Eyck fu qui»), più simile, nella forma e nella disposizione, a una testimonianza notarile, piuttosto che a una certificazione autografica dell'opera. Questa firma, "Johannes de eyck fuit hic 1434", è riportata sulla parete in fondo.

L'identità dei soggetti ritratti è stata oggetto di vari studi e sono state avanzate diverse ipotesi. La figura maschile è stata identificata in Giovanni di Arrigo Arnolfini o nel cugino di questi, Giovanni di Nicolao Arnolfini. Entrambi fecero parte della nutrita comunità di mercanti e banchieri italiani residenti a Bruges. Sull'identità della figura femminile, si è ipotizzato che si trattasse della prima moglie di Giovanni di Arrigo (la cui identità è ignota); della seconda moglie di Giovanni di Arrigo, Giovanna Cenami; poi della seconda moglie di Giovanni di Nicolao; infine, della prima moglie di Giovanni di Nicolao, Costanza Trenta, morta probabilmente per complicazioni legate al parto nel 1433. Nel 1990 un ricercatore francese della Sorbona, Jacques Paviot, scoprì nell'archivio dei duchi di Borgogna un documento matrimoniale di Giovanni Arnolfini datato 1447: tredici anni dopo che il quadro fu dipinto e sei anni dopo la morte di Jan van Eyck. Dopo questo ritrovamento, si è escluso che la donna ritratta potesse essere la seconda moglie di Giovanni di Nicolao Arnolfini, mentre ha preso forza l’idea che possa trattarsi della prima moglie, Costanza Trenta. Tuttavia, Costanza Trenta morì nel 1433, ovvero l’anno prima del dipinto. Giovanni attese pochi mesi e nel 1434 si risposò con Giovanna Cenami. Così ci troviamo davanti a due donne, a due mogli, una morta e l’altra viva. Due ipotesi, due possibilità che ci riportano al doppio senso iniziale, presente in tutto il dipinto e lo lasciano aperto alla libera interpretazione di ognuno.
Un aspetto cruciale del dipinto è lo specchio convesso sulla parete di fondo, fulcro dell’intera composizione. È uno dei migliori esempi della minuziosità microscopica ottenuta da Van Eyck: misura 5,5 centimetri, e nella sua cornice sono meticolosamente rappresentati dieci episodi della Passione di Cristo. A quell'epoca questi piccoli specchi convessi erano molto popolari, spesso usati in funzione apotropaica per allontanare la sfortuna e gli spiriti maligni. La sua presenza, all'interno del quadro, con il particolare tema della cornice, suggerisce che l'interpretazione dell'avvenimento debba essere cristiana e spirituale in uguale misura. Anche il vetro dello specchio allude alla verginità di Maria, quale speculum sine macula, e quindi, per analogia, alla purezza ed alla verginità della sposa, che doveva rimanere casta anche durante il matrimonio. Nello specchio, per la prima volta per quanto se ne sappia, è mostrato il retroscena del dipinto. Si può notare che, oltre ai due coniugi, sono presenti altre due figure riflesse, di cui una si pensa essere il pittore stesso. Con questo espediente pittorico van Eyck riesce a restituirci due punti di vista,