"Ssshhh! Zitti! Silenzio! Questa è 'na storia antica. Anzi, eterna. Da quann' è nato il mondo le cose so' iut semp' accussì." Con queste parole Peppe Barra apre il film "Napoli Velata" di Ozpetek, introducendo lo spettatore in un mondo dove il sacro e il profano, la vita e la morte, la realtà e l'invisibile si intrecciano indissolubilmente. La condizione della donna incinta a Napoli non è mai stata considerata un mero fatto biologico; è, da secoli, un evento sospeso tra il mistero del divino e il timore superstizioso.
Il Femminino e la Memoria del Rito: La Figliata dei Femminielli
Per chi non conoscesse Napoli e la sua storia, scene come la "figliata dei femminielli" sembrerebbero un'invenzione surreale. In realtà, Ozpetek ha semplicemente attinto dalla tradizione partenopea e dai suoi antichi misteri. La figliata dei femminielli è una storia antica, talmente antica da sembrare eterna, che sopravvive ai tempi, alle mode e ai pregiudizi.

Curzio Malaparte, nel libro "La Pelle", descrive dettagliatamente questo rito, ripreso poi nel film omonimo del 1981 di Liliana Cavani. Il trimestrale francese "Masques. Revue des Homosexualités" nel 1983 descrive la figliata come un evento successivo al matrimonio tra femminielli, celebrato al tramonto davanti a una chiesa chiusa. Dopo nove mesi, il femminiello nel ruolo di "moglie", sdraiato su un letto, mima i dolori del parto dando alla luce un bambino, spesso un neonato preso in prestito dal vicinato o un bambolotto.
Questo rito si inserisce nel solco della "couvade", una pratica osservata dagli antropologi in culture lontanissime, dalla Papua Nuova Guinea al Giappone. James Frazer ne "Il Ramo d'Oro" la definisce "magia imitativa", volta a condizionare l'evento naturale del parto. Edward B. Tylor, padre dell'antropologia moderna, interpreta la couvade come una partecipazione emotiva dell'uomo per confondere gli spiriti e proteggere il neonato, attirando su di sé gli attacchi magici. A Napoli, la figliata sopravvive grazie a una "memoria del rito" che, pur evolvendosi nelle valenze culturali, mantiene intatto il suo valore sacrale ed esoterico.
Il Viaggio della Vita: La Gravidanza tra Superstizione e Protezione
"Si chiama parto, perché la donna è come se partisse per un viaggio e non sa se tornerà". Questa frase delle anziane partenopee riflette la realtà di un'epoca in cui le complicazioni del parto erano un rischio concreto e costante. La gravidanza era vista come un fatto naturale e dovuto: una donna che non rimaneva incinta era considerata "incompleta". Tuttavia, questa attesa era circondata da un'aura di mistero che richiedeva rigorose precauzioni.
Secondo la tradizione, la donna gravida non doveva accavallare le gambe per non "storcere" il bambino, non doveva indossare collane, né avvolgere gomitoli, né varcare ruscelli o fili stesi a terra, per evitare che il piccolo nascesse con il cordone ombelicale avvolto intorno al collo. Anche la conformazione della pancia era oggetto di studio: se rotonda, il nascituro era femmina; se a punta, maschio; se scesa, il parto era imminente.
La Chiesa di Santa Maria Francesca e la Sedia della fertilità
Dopo il lieto evento, la puerpera doveva osservare un rigoroso riposo di 40 giorni, periodo in cui l'acqua non poteva essere toccata, richiamando la purificazione di Maria dopo il parto. Per proteggere il neonato dal malocchio e dalle streghe, si faceva ricorso a oggetti apotropaici: i "brevi", dischetti di cartoncino contenenti cera consacrata, lievito, sale o frammenti di stola sacerdotale, cuciti sulle camisole dei piccoli. Si recitavano scongiuri dialettali, mescolando fede cristiana e retaggi pagani: "San Pietro de Roma e san Giacomo de la Spagna portate via la 'mmidie, la discicca e la lagna".
Le Anime del Purgatorio e la Devozione per la Fecondità
Il legame profondo dei napoletani con il soprannaturale si manifesta chiaramente nel Cimitero delle Fontanelle. Qui si trova il teschio di "Donna Concetta", nota come "a capa che suda". La leggenda narra di una donna che, desiderando ardentemente un figlio, si recò tra le anime del Purgatorio per chiedere una grazia. Accarezzando il teschio, la donna ottenne la gravidanza e, per riconoscenza, divenne devota dell'anima ignota. Ancora oggi, chi tocca il teschio e lo trova umido interpreta l'umidità come sudore dell'anima che sta concedendo la grazia; se il teschio è asciutto, si teme il rifiuto o la sofferenza dell'anima.

Il desiderio di maternità trova il suo culmine nel culto di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, nei Quartieri Spagnoli. La casa dove la santa visse ospita la "Sedia della Fertilità". Qui, il giorno 6 di ogni mese, le donne desiderose di prole si siedono sulla sedia utilizzata dalla Santa, mentre una suora tocca il ventre della richiedente con un reliquiario contenente una vertebra e una ciocca di capelli della santa. È un rituale che fonde fede religiosa e bisogni profondi, in una città dove il sacro è sempre a portata di mano.
Il Culto di Priapo e il Legame con il Territorio
Il culto della fertilità a Napoli non è un fenomeno recente, ma affonda le radici nell'antichità classica. Lord Hamilton, diplomatico scozzese del XVIII secolo, scriveva: "Ho scoperto il culto di Priapo in pieno rigoglio, come ai tempi dei Greci e dei Romani". La festa di Piedigrotta, in origine legata al culto della "Venere Genitrice", ne è una testimonianza storica, un luogo dove le spose sterili cercavano miracoli e benedizioni.
Anche il martirio di Santa Lucia e Sant'Aniello si intreccia con il mondo delle gravide. Si diceva: "A Santa Lucia e Sant'Aniello né forbice né coltello", per evitare che il nascituro subisse danni. Questo intreccio tra il calendario dei santi e la biologia del corpo femminile evidenzia come la cultura napoletana abbia sempre cercato di "addomesticare" l'imprevedibilità del concepimento e del parto attraverso la mediazione divina e la disciplina rituale.
Alimentazione e Tradizione: Il Casatiello in Gravidanza
Nell'ambito delle usanze odierne, un dubbio comune riguarda la dieta durante la dolce attesa. Il casatiello, pilastro della tradizione pasquale partenopea, è spesso oggetto di interrogativi nutrizionali per le gestanti. Differente dal tortano per la disposizione delle uova, che nel casatiello sono esterne e decorate, questo rustico contiene salumi e pecorino.
La cottura in forno a temperature elevate per circa 45 minuti garantisce, solitamente, la sicurezza alimentare per quanto riguarda i salumi, rendendo i parassiti come la toxoplasmosi inattivi. Il pecorino, essendo un formaggio stagionato almeno 12 mesi, risulta anch'esso idoneo al consumo. La tradizione, in questo senso, si adegua alle necessità moderne senza perdere il gusto della convivialità pasquale, che rimane un momento centrale per la famiglia napoletana.

La "juta dei femminielli" a Montevergine, le preghiere per la Mamma Schiavona, le attenzioni verso la puerpera e i riti nelle chiese dedicate a San Raffaele o a Santa Maria Francesca rappresentano solo alcuni fili di una trama complessa. Napoli rimane una città di frontiera, in equilibrio tra impulsi futuristici e stratificazioni arcaiche, capace di far convivere il rigore della scienza medica con la speranza racchiusa in un "breve" o nel sudore di un teschio sotterraneo. Il mistero della nascita continua a essere, nella cultura napoletana, il punto in cui l'uomo accetta la propria limitatezza di fronte alla forza ineluttabile della vita.
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