La condizione delle donne in gravidanza nelle periferie: una sfida tra diritti sociali e barriere sanitarie

La maternità, pur essendo un evento naturale, si intreccia profondamente con il tessuto socio-economico di un Paese. In Italia, come in molte altre nazioni, la condizione delle donne incinte, specialmente in contesti di periferia o di vulnerabilità, solleva interrogativi cruciali. Politiche e servizi a sostegno della genitorialità insufficienti contribuiscono alla bassa fecondità nazionale. L’Italia registra una bassa natalità dovuta a diversi fattori, tra cui la riduzione del numero di donne in età fertile e la mancanza di politiche a sostegno della famiglia. L'incertezza economica e la difficoltà nella conciliazione tra vita familiare e lavorativa rappresentano ulteriori ostacoli alla scelta della maternità.

Mappa concettuale delle barriere sociali e sanitarie affrontate dalle madri nelle periferie

Il quadro demografico e l’instabilità occupazionale

Sono i dati Istat a fornire il quadro su nascite e tassi di fertilità nazionale: nel 2022 l'Italia ha raggiunto un nuovo record minimo di nascite, con 392.598 bambine e bambini iscritti all’anagrafe, -1,9% rispetto al 2021. Se all’inizio del millennio la contrazione riguardava soprattutto le nascite dal secondo figlio in poi, oggi colpisce direttamente i primi figli, che per le donne italiane arrivano sempre più tardi. Inoltre, l'età media delle madri al primo figlio è in costante aumento, come anche il numero di donne che diventa madre dopo i 40 anni.

Argomento di fondamentale rilevanza è la relazione tra lavoro e fecondità delle coppie: contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, attualmente la relazione tra occupazione femminile e nascite è direttamente proporzionale. Oggi affinché la fecondità sia più alta non basta che uno dei partner lavori, ma c’è bisogno che entrambi abbiano una posizione stabile. Tuttavia, la condizione lavorativa delle donne, e in particolare delle madri, nel nostro Paese è ancora ampiamente caratterizzata da instabilità. Per le madri, la conciliazione tra lavoro e organizzazione familiare risulta di fatto particolarmente critica.

L’esperienza del post-parto: solitudine e carenza di supporto

L’81% delle mamme considera generalmente positiva dal punto di vista medico l’esperienza del parto in ospedale. Tuttavia, 1 donna su 2 (50%) non si sente accudita sul piano emotivo/psicologico. Nella complessa fase del primo accudimento del neonato, in cui si ridisegnano equilibri e si mescolano identità, relazioni ed emozioni contrastanti, sono pochissime le neomamme che si sentono supportate dall’assistenza domiciliare pubblica e dai consultori familiari.

Il 79% delle mamme è pronta a sottoscrivere che “la gioia per il lieto evento ha ripagato tutte le fatiche”, ma il 58% concorda comunque sul fatto che l’esperienza del parto e dei primi mesi porta con sé anche dubbi, fatiche, senso di solitudine o inadeguatezza. Quasi la metà delle mamme intervistate (40%) fatica a ritagliarsi del tempo per sé, il 56% non riesce a trovare il tempo per uscire da sola con il proprio partner. Tra le mamme intervistate, solo 4 su 10 lavorano. Più di una su 4 (26%) non lavorava neanche prima della gravidanza. Il ritrovamento dell'equilibrio da parte delle mamme dopo la nascita del bambino dipende da molti fattori, come il supporto familiare, quello medico, le condizioni economiche e il lavoro. Congedo parentale, asili nido, bonus bebè, flessibilità sul lavoro, agevolazioni fiscali, servizi di welfare, politiche e servizi a sostegno dei genitori e della prima infanzia in Italia ci sono, ma in base al sondaggio ancora limitati e insufficienti rispetto alle esigenze delle famiglie.

Madri a metà - parte 1

Giustizia riproduttiva e disparità globali

L’Atlante “We Care” curato dall’organizzazione umanitaria We World mette al centro il tema della “giustizia sessuale e riproduttiva”, intesa come diritto alla privacy, alla vita, all’educazione su questi temi, all’informazione e alla libertà da ogni forma di violenza. Ogni due minuti una donna muore per cause legate alla gravidanza o al parto. Solo il 66% delle donne in gravidanza riceve almeno quattro controlli prenatali; il dato scende a percentuali comprese tra il 53-55% in Africa e in Asia Meridionale. Senza trascurare le differenze interne ai singoli Paesi: il 78% delle donne che vivono in aree urbane, ad esempio, si sottopongono ad almeno quattro controlli mentre nelle aree rurali la percentuale scende al 56%.

Tra coloro che decidono di ricorrere a un aborto, il 45% subisce questo intervento in condizioni che vengono definite “non sicure”, la cui incidenza è significativamente più alta nei Paesi che hanno leggi in materia particolarmente restrittive. “Dove non c’è spazio sicuro per cambiarsi un assorbente, per ricevere i controlli fondamentali in gravidanza o per decidere liberamente del proprio corpo, donne e bambine non hanno spazio per autodeterminarsi”, spiega Martina Albini del centro studi di WeWorld.

Il diritto alla maternità nella disabilità

Un aspetto spesso trascurato è la condizione delle donne con disabilità. Nel 2018, il Consiglio delle Donne del Comune di Bergamo ha organizzato l’incontro “Diritto alla maternità nella disabilità”, introducendo il “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea”. Questo documento evidenzia la “discriminazione multipla” che le donne con disabilità affrontano: in quanto donne hanno meno opportunità, e in quanto persone con disabilità si confrontano con barriere che precludono il godimento dei diritti.

A molte donne con disabilità è ancora negato il diritto alla libertà riproduttiva utilizzando il pretesto del loro benessere. La sterilizzazione forzata, le mutilazioni genitali femminili ed essere costrette all’aborto sono chiari esempi di negazione dei diritti. Inoltre, il personale sanitario manifesta spesso paura e pregiudizi circa le conseguenze di una gravidanza nelle donne con disabilità. Il Manifesto sottolinea che le donne con disabilità devono poter accedere ai servizi di ginecologia così come ai servizi di pianificazione familiare, alla fecondazione assistita e al parto naturale, garantendo il consenso informato.

Diagramma che illustra la discriminazione multipla delle donne con disabilità nel percorso verso la maternità

Disparità di genere nella ricerca clinica

Per molto tempo le donne sono state sottorappresentate negli studi clinici, partendo dall’idea che le differenze tra donne e uomini in termini di salute si limitassero al sistema riproduttivo. La partecipazione delle donne agli studi clinici rimane inadeguata e le restrizioni che limitano l’arruolamento delle

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