Oltre il silenzio: le complessità psicologiche e sociali dell'interruzione di gravidanza

L'interruzione di gravidanza rappresenta uno dei temi più densi di implicazioni etiche, mediche e psicologiche del nostro tempo. Spesso, il dibattito pubblico si polarizza attorno a posizioni ideologiche che tendono a trascurare la frammentarietà dell'esperienza individuale. Le storie di donne che vivono l'interruzione di gravidanza, siano esse volontarie o spontanee, rivelano un vissuto che va ben oltre le definizioni burocratiche o le battaglie politiche.

rappresentazione concettuale di una strada che si biforca, simboleggiante le scelte di vita

Le dinamiche professionali e il peso dell'obiezione

Non è bastata la patetica montatura del caso di Valentina Magnanti, la donna «abbandonata ad abortire in un bagno» dell’ospedale Pertini di Roma. La questione della gestione del servizio di interruzione volontaria di gravidanza (IVG) nelle strutture pubbliche solleva da anni polemiche accese. Il dibattito si concentra spesso sul ruolo degli obiettori di coscienza. Naturalmente i “colleghi ostili” sarebbero gli obiettori, che al Villa Scassi di Genova come in moltissimi ospedali d’Italia sono la maggioranza. Ma è tutto il sistema, sostiene Repubblica, che la pensa come loro.

La narrazione di alcune ginecologhe, come la dottoressa Cirillo, mette in luce una condizione lavorativa estrema: la giornalista scrive di «minacce» subite dalla ginecologa, «ostilità dell’ambiente», «boicottaggio». Addirittura la dottoressa Cirillo dice di essere stata «tagliata fuori dalla carriera», «emarginata dall’ospedale che ha sempre considerato il mio un lavoro degradante». Questo senso di isolamento, tuttavia, si intreccia con una realtà organizzativa spesso carente.

«Quando ho scelto la specializzazione in ginecologia - racconta la Cirillo - militavo nel collettivo femminista di Genova, ero politicamente vicina al Manifesto. L’autocoscienza, l’autovisita, i consultori. Entrare nel servizio delle interruzioni volontarie di gravidanza, mi sembrò un approdo naturale del mio percorso sia umano che professionale». All'inizio vi era un gruppo di medici motivati, ma col tempo la situazione è mutata. «Quasi immediatamente tutti si dichiararono obiettori. Eravamo rimaste soltanto in due, un’infermiera ed io, senza nemmeno un anestesista, mentre il lavoro cresceva a dismisura. Non potevo partecipare ai convegni, non potevo assentarmi, fare altro: solo e soltanto aborti. Ho tenuto duro per un tempo infinito, senza di me il servizio si fermava, ma sentivo un peso ormai insostenibile».

Turni massacranti e crisi di significato

La pressione operativa descritta non riguarda solo la carenza di personale, ma anche la qualità del rapporto con le pazienti. Maria Novella De Luca scrive che la ginecologa doveva sottoporsi a «turni massacranti», era «costretta a fare aborti come in una catena di montaggio, senza più nessun contatto con le pazienti». Il ruolo del direttore sanitario è stato spesso percepito come poco solidale, riassunto nella frase: «Non capisco dottoressa perché lei fa tutto questo ma evidentemente ci crede davvero».

Il punto di rottura, per molti professionisti, giunge quando il carico emotivo diventa insopportabile. Alla fine degli anni Novanta, con l’arrivo in massa delle immigrate, si presentavano decine di donne disperate, nigeriane, albanesi, cinesi, figlie della miseria e della prostituzione. Abortivano e se ne andavano. Impossibile, senza mediatori culturali e assistenti sociali, instaurare un rapporto con loro.

grafico che mostra la pressione di lavoro negli ospedali e la variabile del supporto psicosociale

La realtà oltre il «diritto acquisito»

Dalle analisi emerge che, perfino da un articolo fazioso, traspare in maniera abbastanza limpida qual è il problema della legge sull’aborto in Italia. Anche volendo credere che abortire sia davvero un «diritto acquisito», come sostiene a torto la ginecologa genovese, il problema rimane la realtà. A un certo punto, dalle belle parole da collettivo femminista, bisogna passare alla sala operatoria. È lì dentro che iniziano a tremare le mani dei medici.

Giorgio Pardi, luminare di fama internazionale e primo medico in Italia a praticare un’interruzione di gravidanza volontaria e legale, offriva una prospettiva diversa. Ateo fatto e finito, sempre favorevole alla depenalizzazione dell’aborto e alla legge 194, Pardi non si nascondeva il fatto che «l’aborto è un omicidio»; perciò, diceva, «bisogna fare in modo che la donna non abortisca». Metterla nelle condizioni economiche e personali di poter scegliere davvero liberamente.

Il vissuto giovanile: il caso di Greta

La complessità dell'aborto non è solo clinica o politica, ma profondamente esistenziale, specialmente quando coinvolge le adolescenti. Greta, sedici anni, vive una storia che riflette la solitudine in cui molte giovani si trovano. La scoperta della gravidanza, a seguito di un rapporto non protetto, si trasforma in una crisi d'identità: «Come potevo frequentare l’università con un bambino, come facevo a dirlo ai miei, Matteo mi avrebbe lasciata?».

L’atto dell’aborto, inizialmente percepito come una soluzione («risolvere il problema»), si rivela per molti come un trauma difficile da elaborare. Greta racconta: «Quando mi portarono in sala operatoria, ero convinta che stavo facendo la cosa giusta, e anche dopo mi sentivo sollevata. Eppure, da allora per me è cominciato un incubo».

Le sfide dell'Adolescenza

L'aborto spontaneo: un dolore troppo spesso tabù

Se l'interruzione volontaria genera dibattiti, l'aborto spontaneo è una sofferenza spesso silenziosa. L'espressione indica un’interruzione spontanea della gravidanza entro la ventesima settimana. Nella maggioranza dei casi si tratta di anomalie che non permettono all’embrione o al feto di svilupparsi. Alcuni fattori possono incidere negativamente, come l’età della donna (a maggior ragione se over 40) o la gravidanza ectopica.

Secondo la Società Italiana della Riproduzione, si parla di aborto ripetuto quando nella storia ginecologica di una paziente si verificano due episodi simili consecutivi. Il momento successivo ad un aborto spontaneo può essere devastante, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Purtroppo, ancora troppo spesso l’aborto spontaneo non è vissuto come un vero e proprio lutto, ma è considerato alla stregua di un tabù.

Il rischio statistico è concreto: l’aborto spontaneo si verifica nel 15% delle gravidanze entro le 20 settimane. Dopo un aborto, il rischio di subirne un secondo aumenta della metà e dopo due raddoppia. Le false credenze giocano un ruolo importante nel senso di colpa e isolamento delle donne. Molti pensano che l’aborto sia raro, mentre è un evento fisiologicamente comune. La ricerca suggerisce che il recupero richieda tempo: sia dal punto di vista fisico, con una ripresa di uno o due mesi, sia dal punto di vista emotivo, attraverso il supporto psicologico.

La fenomenologia della dipendenza: il caso Irene Vilar

Esistono casi estremi che sfidano la comprensione comune. Irene Vilar, nel libro Impossible Motherhood, ha raccontato di aver abortito quindici volte in sedici anni, definendo la sua condizione come una «dipendenza da aborto». La sua storia è segnata da traumi familiari, tra cui il suicidio della madre e la sterilizzazione coatta di quest'ultima a Portorico.

La Vilar non abortiva per mancanza di denaro, ma per dinamiche relazionali malate, come una sorta di autopunizione. «Continuavo a farlo, ma non volevo. Anche un tossicodipendente si vuole fermare ogni volta». Questa narrazione ha scosso profondamente l'opinione pubblica, mostrando come l'aborto possa diventare, in contesti di fragilità psichica, un meccanismo di controllo o una compulsione distruttiva. Il caso Vilar solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità e sulla capacità di cura della società di fronte a traumi profondi.

infografica che illustra i cicli di supporto psicologico necessari dopo un'interruzione di gravidanza

La riconciliazione con se stesse

Alessandra, un altro caso emblematico, descrive un percorso di sofferenza iniziato a diciannove anni. Figlia di una madre "emancipata", fu condotta dal ginecologo senza che le venisse mostrata la natura dell'intervento. Il trauma post-aborto fu seguito da angoscia e vuoto, finché non trovò, a distanza di anni, una prospettiva di perdono. La sua testimonianza sottolinea come il condizionamento ideologico possa privare una ragazza degli anticorpi necessari per valutare la propria situazione, lasciandola sola di fronte a una decisione irreversibile.

Queste storie, pur nella loro diversità, suggeriscono che il cuore del problema non risieda solo nell'obiezione di coscienza dei medici o nelle leggi vigenti, ma nell'incapacità sociale di accompagnare davvero la donna in situazioni di vulnerabilità. L'aborto non può essere derubricato a un semplice atto tecnico: esso rimane un evento esistenziale di portata radicale, che richiede non solo professionalità clinica, ma una profondità umana capace di accogliere, ascoltare e sostenere, superando i tabù che ancora avvolgono la vita e la sua fragilità.

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