Se pensate a un momento legato alla vostra squadra del cuore, o alla nazionale italiana di calcio, è molto probabile che sia legato ad una voce particolare che lo ha raccontato: Fabio Caressa. Soprattutto se è stato un momento particolarmente catartico o importante, le parole che vi hanno accompagnato dalla tensione prepartita alla gioia o al dolore finale, attraverso le esultanze, le imprecazioni e le unghie mangiate sono facilmente le sue. Nel corso degli anni Caressa ha iniziato a curare una parte specifica delle sue telecronache, facendone un elemento distintivo del suo modo di raccontare il calcio: le introduzioni alle partite. Frasi che da tifoso si è imparato ad amare e a odiare, perché si ascoltano mentre si è sul divano divorati dalla tensione che precede una partita decisiva di Champions League o un turno a eliminazione diretta di un Mondiale.
L'Esplosione del "Caressismo": I Mondiali 2006 come Punto di Svolta
Il fenomeno delle introduzioni di Caressa esplode in occasione dei Mondiali del 2006, e molti, ascoltando anche solo i primi 5 secondi delle varie introduzioni, saprebbero ricollegarli alla rispettiva partita. Questo periodo ha segnato un punto di rottura nel mondo della telecronaca, proprio con Caressa, grazie al suo modo di raccontare le partite. L'atmosfera intorno agli azzurri non era delle migliori, visto lo scandalo del Calcioscommesse che aveva scosso tutto il mondo calcistico, rendendo ancora più impattante il suo stile.

Fabio Caressa, consapevole che il suo punto debole era proprio la partenza, aveva provato a dare un sacco di numeri e statistiche, ma in televisione queste si perdono un po'. Voleva trovare un modo per coinvolgere il telespettatore sin da subito. Ha sempre creduto che bisogna far sentire le persone lì allo stadio, e questo richiede uno sforzo maggiore. Sicuramente per il telecronista può essere un rischio, perché ci si fa trasportare dalla stessa atmosfera raccontata, però, quando si commenta la Nazionale, si è tutti dalla stessa parte. Ai Mondiali, tutto questo rientrava nel gioco. Creare una sensazione emotiva positiva nel telespettatore è determinante. Caressa preparava solo le introduzioni, scrivendole personalmente. Il resto della telecronaca andava sempre a braccio.
Le telecronache dei Mondiali 2006 sono piene di esempi illuminanti del suo approccio.
Italia-Ghana: Dieci minuti prima di entrare in campo, si è lì con la testa china, si cerca il massimo della concentrazione, poi l'allenatore dice le ultime cose, già si sanno, le ha dette cento volte, le si sono pensate mille. Poi c'è il rito, ogni squadra ha il suo, un urlo forte e si è pronti: adesso ci siamo, adesso andiamo fuori, adesso andiamo a vincere. Dallo stadio Niedersachsen di Hannover Italia-Ghana, oggi si saprà chi si è.
Italia-Stati Uniti: "Abbiamo sofferto con loro e per loro, abbiamo cantato le loro canzoni, abbiamo visto e amato i loro film, abbiamo mangiato i loro panini e indossato i loro jeans, li abbiamo visti volare a canestro e raggiungere la Luna. Ma il calcio è un'altra cosa; nel calcio, vogliamo comandare noi." La Coppa del Mondo non è citata a caso, perché il fenomeno delle introduzioni di Caressa esplode in occasione dei Mondiali 2006. L'Italia, cinque giorni prima, aveva vinto la sua partita d'esordio contro il Ghana per 2-0, mentre gli USA avevano perso la loro per 3-0 contro la Repubblica Ceca. Nel pomeriggio, però, il Ghana aveva vinto contro i cechi: una vittoria nella sera del 17 giugno 2006 avrebbe dato una discreta tranquillità agli Azzurri di Lippi. Di fronte c'erano gli USA, come nel 1990. Quella volta gli americani erano alla loro prima partecipazione al Mondiale, da lì al 2006 non ne avevano mancata nemmeno una. Sono pur sempre gli USA, però, e Caressa lo ricorda nella sua introduzione: va bene il basket, va bene la Luna, va bene McDonald's, Levi's e tutto il resto, ma questa partita la dovevamo vincere noi. Le cose però non andarono proprio come Fabio Caressa e altri 60 milioni di azzurri avrebbero voluto. L'Italia andò in vantaggio con Gilardino, che esultò con il celebre violino, ma dopo 5 minuti si era di nuovo pari per l'autorete di Cristian Zaccardo. A posteriori, sarà l'unico gol subito su azione da Buffon in tutto il Mondiale. Passò un minuto e le cose si fecero ancora peggiori per l'Italia: De Rossi rifilò una gomitata a McBride e si fece espellere. Tornerà disponibile solo per la finale. Gli Stati Uniti restarono poi in 9 per metà partita, ma si arrivò al 90' sull'1-1: non si poteva stare tranquilli come aveva chiesto Caressa.
Italia-Australia: "Oggi siamo esploratori di un continente ignoto. Non sappiamo fino a dove si estende, non sappiamo cosa ci troveremo di fronte, ma abbiamo delle certezze. Il cammino è ancora lungo, il campo base è alle spalle. Abbiamo lasciato lì le nostre paure. Vogliamo andare avanti." L'Italia aveva passato il girone, da prima in classifica, e stava iniziando a prendere coscienza delle proprie capacità e possibilità. Di fronte, però, agli ottavi di finale c'era un avversario strano, imprevisto e per certi versi misterioso: l'Australia. Per questa sfida che attendeva gli Azzurri, Caressa scelse una metafora particolarmente azzeccata, quella degli esploratori che affrontano un continente ignoto. Lo era l'Australia nel '700 per James Cook e i suoi compagni, lo era la Nazionale australiana per Cannavaro e gli altri 22 convocati di Lippi. Il primo passo sul continente ignoto si rivelò particolarmente ostico e dispendioso di energie per l'Italia: sfiorò più volte il gol, subì il gioco dell'Australia, restò in 10 (espulso Materazzi al 50'), rischiò e sembrò ormai obbligata a disputare tempi supplementari che si preannunciavano massacranti. La chiave per superare l'ostacolo però arrivò a tempo scaduto da Fabio Grosso - a volte il destino - che subì fallo nell'area australiana. Sul dischetto andò Totti - entrato a mezz'ora dalla fine - e aveva negli occhi lo sguardo più famoso della storia del calcio italiano.
intro Italia-Francia
Italia-Germania: "Sono 600mila gli italiani di Germania, alcuni vivono qui da sempre, non hanno mai rinnegato la loro terra: quanto conta per loro oggi i nostri giocatori lo hanno capito, gliel'hanno letto negli occhi in questi giorni quando si sono fatti abbracciare. Adesso c'è una cosa in più per cui lottare, soprattutto per chi vive qui. Oggi essere italiani conta di più." In occasione di Italia-Germania, semifinale del Mondiale 2006, Fabio Caressa decise di andare all-in con emotività e patriottismo, rendendo centrali nella sua introduzione i 600mila italiani che abitano in Germania, che oltre ad essere nostra rivale in campo è anche la nazione che ospita il Mondiale. Si giocava a Dortmund, dove la Germania non aveva mai perso, in un clima bollente, ma fu l'Italia a dimostrarsi superiore in campo tra le due squadre. Non mancarono i rischi anche per gli Azzurri, ma l'inerzia della partita era chiaramente a favore dell'Italia. In ogni caso la Germania non era squadra tenera e resistette, lottò, crebbe nel secondo tempo e la partita finì ai supplementari. Dove gli Azzurri, dopo aver colpito un palo e una traversa, dovettero aspettare il 119' per sbloccare la partita con il gol di Fabio Grosso, per poi sigillare la partita con quello di Del Piero a tempo praticamente scaduto. La telecronaca di Italia-Germania ha avuto livelli altissimi di tensione emotiva, come la finale chiaramente. Gli ultimi cinque minuti di gioco del match contro i tedeschi Caressa era letteralmente in trance.
La Finale, Italia-Francia: È il 9 di luglio del 2006, è l'Olympiastadion di Berlino, Italia-Francia, è la finale. "Alza la coppa, capitano! Alzala alta al cielo, capitano, perché questa è la coppa di tutti gli italiani! Perché oggi grazie a voi abbiamo vinto tutti!".
Oltre la Nazionale: La Versatilità del "Caressismo" nelle Emozioni di Club
Fabio Caressa ha saputo trasportare il suo stile unico e profondamente emotivo anche nelle telecronache di club, rendendo ogni partita un evento epico e coinvolgente. La sua capacità di cogliere le sfumature emotive, le storie personali e il contesto sociale del calcio, lo ha reso una voce riconoscibile e amata anche per le vicende delle squadre di Serie A e nelle coppe europee.

La Rinascita della Juventus: Il Ritorno in Serie A: "Apri gli occhi. Apri gli occhi, tifoso della Juve. L'incubo è finito. Apri gli occhi. Intorno a te c'è di nuovo casa tua. Le cose che conosci, che ti sono familiari. Apri gli occhi e mettiti comodo in poltrona. Alza il volume. Forse ci vorrà un po' per ricostruire. Forse non è proprio come prima. Ma apri gli occhi." A primo impatto poteva sembrare una partita dall'attrattiva estremamente limitata. All'Olimpico di Torino arrivava a far visita alla Juventus il Livorno di Nando Orsi, era la prima giornata del campionato 2007/08. E allora perché un'introduzione così sentita? Perché, come dice lo stesso Caressa, per la Juventus era la fine dell'incubo, il ritorno a casa: la prima partita in Serie A dopo l'anno in B per le conseguenze di Calciopoli. Accanto alle facce più conosciute, che erano rimaste anche nell'inferno della Serie B, c'erano volti nuovi arrivati per il ritorno in A, o che si erano uniti alla truppa durante l'anno in cadetteria. Era nuovo lo sponsor, New Holland, erano nuovi i numeri e i nomi rossi sulla schiena. La Juventus coronò il ritorno nella massima serie con una prestazione maiuscola, mettendo cinque volte il pallone alle spalle di Amelia - tre volte con Trezeguet e due con Iaquinta - e subendo solo il gol della bandiera di Loviso al 90'. La prima stagione post B si concluderà con un onorevole terzo posto e conseguente ritorno in Champions League, che permetteranno alla tifoseria bianconera di ricominciare timidamente a sognare, come suggerito dall'introduzione di Fabio Caressa.
Il Derby di Milano in un Contesto Inusuale: "I derby che ricordiamo si immergevano nell'odore di caldarroste, di un autunno che volgeva all'inverno, o magari, al ritorno, avevano il sapore dei primi gelati, della primavera che si affacciava. Un derby così però non c'era mai stato: le corse ai traghetti, il clacson per liberarsi in autostrada, il ritardo del volo che fa paura, qualcuno ci segue ancora dalle vacanze, il sole sulla pelle. 'Di già il derby?': è stata questa la reazione media degli appassionati di calcio italiani vedendo Inter-Milan segnata per la terza giornata di questo campionato, il 16 settembre 2023." C'è stato un anno, però, in cui il Derby di Milano si è giocato ad agosto, una collocazione inusuale, mai vista e statisticamente difficile da incontrare nuovamente. Lo sottolinea anche Fabio Caressa nell'introduzione, in cui cita i derby giocati nei freddi pomeriggi di novembre, con il sole che cala mentre si esce dallo stadio, e quelli disputati in primavera, quando i primi timidi caldi si fanno sentire. Quel derby passerà alla storia per altri motivi. Sarà l'inizio convenzionale della marcia dell'Inter verso il triplete, sarà il derby di Seedorf in panchina in ciabatte e di Sneijder che scende dall'aereo e va direttamente a San Siro per entrare nei sogni di metà Milano e negli incubi dell'altra. Dal punto di vista meramente numerico, in quella calda serata d'agosto l'Inter si trovò avanti di tre gol e di un uomo alla fine del primo tempo, alla fine del secondo il conto dei gol salirà a 4. Col profumo della crema solare addosso, invece che quello delle caldarroste citate da Caressa, i tifosi milanisti uscirono dallo stadio a testa bassa dopo una delle peggiori sconfitte di sempre nella stracittadina.

L'Inter contro i Demoni di Kyiv: "Arriva il buio. 'Mamma, ho paura!'. Il lumino non basta, l'armadio scricchiola. 'Mamma, ho paura!'. L'uomo nero può anche essere biondo, può aver segnato 14 goal. Ma arriva sempre una notte in cui si vincono i demoni in sogno. Li scacci con la pistola da cowboy, la spada di Zorro… la bacchetta di una fata. Quella è la notte in cui si comincia a crescere." L'Inter arrivava alla gelida notte di Kyiv con tre punti raccolti in altrettante partite, non un bottino esaltante. Andava bene, dall'altra parte c'era stato il Barcellona, ma anche Rubin Kazan e la stessa Dinamo Kyiv in casa, due avversari assolutamente alla portata. La tensione era alta, i primi demoni iniziavano ad affollare le teste dei giocatori nerazzurri, la paura di fallire era lì, tangibile. Anche perché dall'altra parte c'era quello che Caressa chiamava l'"uomo nero", che non era nuovo nell'infestare gli incubi degli interisti, perché si trattava di un 33enne Andrij Shevchenko. I demoni che l'Inter doveva battere nella notte di Kyiv si potevano battere con la pistola da cowboy o con la spada di Zorro, diceva Caressa, e quel 4 novembre 2009 la pistola era in mano a Diego Milito e la spada la impugnava Wesley Sneijder. E pensare che l'uomo nero aveva portato in vantaggio la sua squadra al 21', e che per 65 minuti la situazione di punteggio era rimasta quella, con i demoni che si facevano sempre più rumorosi e spaventosi. Bastarono però tre minuti, tra l'86' e l'89' per fare la magia e portare a casa la partita, proiettando l'Inter in testa al suo girone.
L'Architettura di un Discorso: Caratteristiche Stilistiche e Ritmo Narrativo
Fabio Caressa ha rivoluzionato il modo di raccontare una partita di calcio. Non una semplice telecronaca la sua, ma una narrazione in presa diretta delle emozioni del match. La ritmica è forse uno dei suoi segreti, tanto da aver ricevuto critiche in merito alla "troppa enfasi". Ma le parole vengono prima di tutto: quelle giuste, quelle dette bene; una dote naturale la sua, quella di saper emozionare il telespettatore, rendendolo protagonista insieme ai ventidue calciatori in campo. Caressa stesso ha affermato di credere molto nel ritmo delle telecronache, ispirandosi a figure come Piccinini, un punto di riferimento all'inizio, e Ameri, un radiocronista con un grande ritmo.
Le sue introduzioni sono spesso caratterizzate da:
- Metafore evocative: come quella degli "esploratori di un continente ignoto" per l'Italia-Australia o il "gatto della strega" per il derby. "Il derby è come un gatto. Il derby è come il gatto della strega. S'annida e guarda lì lontano, entra nei pensieri e non sai come fare a scacciarlo. Ogni tanto ti blandisce e ti struscia, ogni tanto invece graffia. Si muove di scatto, oppure sta immobile, fisso, lascia che non succeda nulla. Non ti puoi mai fidare del gatto della strega. Non ti puoi mai fidare del derby, figuriamoci ad Halloween."
- Richiami storici e culturali: dal Regno degli Angioini per Napoli-Palermo ("La rivalità arriva da lontano: da quando Napoli e Palermo, due perle, erano le Capitali del Regno degli Angioini. Era il 1270 quando Carlo I d'Angiò spostò la capitale del suo regno da Palermo a Napoli. Dodici anni dopo le proteste dei siciliani divennero rivolta. La rivolta cominciata di sera, all'ora del Vespro. È da lì che arriva la rivalità, dai Vespri siciliani. L'ora del vespro è a prima sera, come oggi, come adesso.") ai riferimenti a McDonald's e Levi's per gli USA.
- Interrogativi diretti e coinvolgimento del pubblico: "Mamma, ho paura!", "Apri gli occhi, tifoso della Juve", rendendo il telespettatore parte attiva della narrazione.
- Enfasi sul patriottismo e l'identità nazionale: soprattutto nelle partite della Nazionale, come per Italia-Germania 2006.
- Narrativa di sfida e superamento: "Il coraggio non è mai stato non avere paura. Le persone coraggiose sono quelle che affrontano i loro timori e le loro incertezze, sono quelle che le ribaltano a loro vantaggio usandole per diventare ancora più forti; negli occhi dei nostri, oggi, forse c'è anche un po' di timore, come sempre quando arrivi a un momento decisivo. E allora coraggio, Azzurri!"
- Analogie con la vita quotidiana e universale: "Siamo nell'era del villaggio globale. Eppure conta ancora il piccolo mondo quotidiano, il panettiere, l'amico al bar, i colleghi d'ufficio. Navighiamo e chattiamo, ma è il rapporto con chi abbiamo vicino che cambia il nostro umore. Ecco perché, un derby così conta di più perché il risultato di stasera nel suo piccolo a Genova, cambierà la qualità della vita di molti, almeno per qualche giorno!"
- Il "ritmo" narrativo: come un tennista che si prepara al servizio: "Fa rimbalzare in avanti la pallina davanti al suo piede sinistro, stira bene i muscoli della schiena, uno sguardo alla rete, fa oscillare in avanti il braccio, la mano sinistra tocca la pallina, il manico della sua racchetta tenuto in saldo con la destra. 6-4, 4-6, 3-6, 7-5, 5-3, 40-15, è l'Open d'Italia, è il match ball. L'Inter alza la pallina, è pronta a battere!".
Dietro il Microfono: La Preparazione e le Emozioni del Telecronista
Cosa si nasconde nel pre-partita di un telecronista? Caressa ha rivelato le sue sensazioni ed il suo metodo. Raccontando la partita inaugurale del Mondiale 2006, molto attesa, ricorda di essere arrivato in postazione e di averla letteralmente baciata, piangendo per l'emozione prima di partire col commento. Inevitabilmente ha ripensato ai suoi inizi, nelle tv locali, e quando si focalizza l'attenzione sul fatto che si sta facendo una telecronaca ai Mondiali indubbiamente ci si emoziona. Beppe Bergomi dice sempre che prima delle partite importanti dell'Italia "avevamo i serpenti nella pancia", ed è verissimo. La vivevano con grande intensità, professionalmente per loro era un punto importante nelle carriere. C'era la consapevolezza di raccontare un grande evento a milioni di persone incollate alla tv. Prima della finale del 9 luglio, il taxi lo lasciò a duecento metri dallo stadio: c'erano tutti gli italiani fuori con gli striscioni "andiamo a Berlino" e lo abbracciarono con affetto. Alcuni ragazzi, con un vero scudo umano, lo portarono letteralmente dentro. C'era un entusiasmo pazzesco e lì capì quello che stavano raccontando davvero.

Questo rapporto diretto con il telespettatore è sempre stato il suo obiettivo: "Volevo che fosse così. Anche adesso con il Club è la stessa cosa: voglio che le persone pensino di stare lì con noi a parlare. Oggi molto è cambiato, ma il mio obiettivo resta sempre coinvolgere al massimo i telespettatori". Il suo "spelling" con nome e cognome del calciatore andato in rete è diventato un marchio di fabbrica. Questa usanza è nata facendo le partite di Bundesliga: c'era un attaccante del Bayer Leverkusen, si chiamava Ulf Kirsten, e la prima volta al suo gol Caressa improvvisò e disse il nome e cognome. Era il 1992, e il produttore di allora gli disse: "fantastico questo modo di commentare il gol!". Da allora non ha smesso più. Certo, questo è un rischio perché magari si può sbagliare: due volte, su più di mille partite, ha sbagliato nell'individuare il calciatore che aveva segnato. Ma può starci, va benissimo così.
Momenti Iconici e Fallimenti Memorabili: La Narrazione di Gioie e Dolori
Le introduzioni di Fabio Caressa, a risentirle, non portano con loro solo bei ricordi, partite vinte trionfalmente o lotte all'ultimo sangue da cui si esce vittoriosi, sporchi di fango quelli in campo e abbracciati sul divano quelli di fronte alla tv. Riportano alla mente anche momenti bui, soprattutto della nostra Nazionale, che ci hanno visti delusi e sconsolati.
intro Italia-Francia
Italia-Slovacchia (Mondiali 2010): "Chiusi, asserragliati, soli. Sembrano accucciati in un angolo, al buio, timorosi di muoversi, di arrivare a quel maledetto interruttore. Basta poco, in fondo: basta un barlume per tornare ad orientarsi, per trovare la porta ed uscire dallo scantinato." Il 24 giugno 2010 è uno di quei momenti, ed lo è già da prima della partita. Due partite contro Paraguay e Nuova Zelanda e due pareggi, non benissimo. Quel poco era battere la Slovacchia di Vittek e Weiss, o addirittura solo pareggiare se la Nuova Zelanda non avesse battuto il Paraguay. Ma l'Italia, dal suo angolo al buio, non riuscì a muoversi. L'interruttore non c'era da nessuna parte. Si andò sotto 2-0, doppietta di Vittek, e tutto sembrò finito, ma Di Natale provò a guidare la carica, ad accendere quella maledetta luce e portò il risultato sul 2-1. Dopo otto minuti i gol di vantaggio della Slovacchia tornarono 2 e a nulla servì il gol di Quagliarella nato dalla disperazione: l'Italia, campione in carica, era fuori dal Mondiale.
Italia-Uruguay (Mondiali 2014): "Ci hanno detto che loro sono più patrioti, più decisi, più cattivi, che la loro garra charrúa ci annienterà, ma nessuno è bravo come noi con le spalle al muro, nessuno come noi sa rialzarsi quando sembra finita, quando si è a un passo dal KO e ti devi aggrappare alle corde; è la nostra storia che ce lo insegna." Passano quattro anni da Italia-Slovacchia e l'introduzione di Fabio Caressa è di nuovo preludio a un enorme fallimento per il calcio italiano, a una nuova eliminazione dalla Coppa del Mondo, in quella che, ad oggi, è ancora l'ultima partita giocata dall'Italia in un mondiale. Si arrivava alla partita con l'Uruguay con le spalle al muro: si era vinta la prima partita contro l'Inghilterra, ma si era usciti incredibilmente sconfitti dalla seconda contro la Costa Rica. Gli Azzurri avevano gli stessi punti dei sudamericani, che però avevano segnato più gol, bisognava quindi per forza vincere. Sui nostri avversari veniva costruita un'enorme retorica basata sulla loro grinta, sulla garra charrúa che anche Caressa citava introducendo la partita, ma gli specialisti del risolvere situazioni complicate dovevamo essere noi. La partita fu nervosa, gli Azzurri non furono brillanti, ma l'Uruguay non fece molto per impensierirli. Balotelli giocò un primo tempo dimenticabile e venne sostituito da Parolo, la partita sembrò iniziare a girare timidamente nella direzione giusta. All'improvviso, però, arrivò l'espulsione di Marchisio e l'Italia andò in apnea. L'Uruguay crebbe fino ad arrivare al gol di testa di Godín a 9 minuti dalla fine, nel mezzo il celebre morso di Suarez a Chiellini. Gli ultimi minuti scivolarono via trascinando la squadra e i tifosi sempre più nel baratro della disperazione. Si era di nuovo fuori dal Mondiale.
Italia-Turchia (Euro 2020): La Rinascita Post-Pandemia: "Abbiamo resistito aggrappati ai balconi, chiusi a rivedere in tv i vecchi trionfi per nascondere nella commozione le lacrime di angoscia, paura e dolore. Ci siamo sentiti più forti insieme, perché ci siamo ritrovati uniti e compatti come solo l'Italia sa fare nei momenti di difficoltà. Ci siamo abbracciati al Tricolore perché tra noi non potevamo, soli sui tetti a suonare l'inno. Negli stadi abbiamo ascoltato il silenzio della tragedia, vento nel deserto di una speranza che sembrava sempre più lontana, ma tutti insieme ne stiamo uscendo: con apprensione per il futuro, con incertezze, certo, ma con fermezza, coraggio e decisione. Oggi riaprono gli stadi, è tempo di asciugarsi le lacrime, è tempo di tornare a sognare, è tempo di rialzarsi e vincere." Quella di Italia-Turchia, partita inaugurale di Euro 2020, è forse l'introduzione in cui Fabio Caressa fa maggiormente leva sull'emotività e sulla commozione. Era l'11 giugno 2021, erano passati un anno e tre mesi dall'inizio della pandemia.
I Campioni Raccontati: Le Emozioni per i Giganti del Calcio
Caressa ha avuto la fortuna di commentare l'addio al calcio di Baggio, di Totti, di Maldini. Tutta gente a cui era legatissimo. Ronaldo il fenomeno, Shevchenko. Zidane è il giocatore che lo ha emozionato di più, insieme a Totti. Le sue parole sui grandi campioni sono sempre cariche di un'emozione profonda e di rispetto per la loro carriera e il loro impatto.

Su Alessandro Del Piero: "L'ho visto volare leggero come un angelo, quando aveva la faccia da putto. L'ho visto inventare un tiro che è diventato solo il suo e lanciarsi tra i grandi ancora ragazzo. L'ho visto segnare con la sua squadra soprattutto nelle partite che contavano, negli scontri diretti, nelle finali in giro per il mondo. L'ho visto arrabbiarsi e digrignare i denti se c'era un principio da difendere e chinare la testa se il suo bene non era quello dei compagni. L'ho visto lottare contro gli egoismi, anche contro i suoi, perché crescendo ha capito cosa voglia dire il gruppo. L'ho visto parlare di valori e comportarsi di conseguenza. L'ho visto inciampare e poi cadere. L'ho seguito mentre si rialzava a fatica. L'ho visto lottare contro allenatori e mal di pancia nervosi. L'ho visto amare la maglia azzurra e non riuscire a farlo capire. Poi l'ho visto portarci a Berlino. L'ho visto capire che le cose cambiano, modificare il gioco, segnare 11 gol di seguito su rigore se il rigore poteva essere il massimo da dare alla squadra in quel momento. L'ho visto adattarsi dove non voleva, sacrificarsi facendolo ricordare. L'ho visto umile e l'ho visto presuntuoso. L'ho visto soffrire quando ha sbagliato. L'ho visto uscire in smoking bianco, immacolato, da una discarica. Non l'ho visto mollare, mai. Non ho mai letto di lui sui giornali degli scandali. Ieri sera l'ho guardato mentre si sedeva in panchina, con il broncio di chi vuole giocare. L'ho visto applaudire i compagni per i gol che segnavano, esultare per la squadra. L'ho visto entrare in campo senza riscaldamento, lui che non è più un ragazzino. L'ho visto strillare al ragazzo che parlava troppo, perché ci vuole rispetto. L'ho visto segnare una punizione da artista e un rigore da ragioniere. Sono contento di aver visto Alex Del Piero fare tutte queste cose." Oppure ancora: "Vidal, dentro… Alex Del Piero! Nel giorno più importante, nella partita più importante, nel momento più importante, l'uomo della storia della Juventus! Due a zero per la Juve! I grandi campioni si vedono nei momenti che contano, Alex Del Piero è uno che in carriera ha segnato in finale di Coppa Campioni, in finale di Coppa Intercontinentale, l'uomo dell'assist nei momenti degli scudetti più importanti (ne ricorderete uno in rovesciata), l'uomo decisivo in trasferta come a Madrid in Champions League. I grandi campioni si vedono nei momenti speciali. Standing ovation per Alessandro Del Piero! Il dieci della Juve!". La sua è stata una carriera esemplare. Un esempio per i bambini. La cosa più bella che possa raggiungere uno sportivo: diventare esempio per i figli dei suoi tifosi.
Su Francesco Totti: "Vedete che il campione se ne va come ha vissuto, abbracciando i suoi amori. Tenendo stretti i suoi valori. La sua famiglia, la sua città. Il posto dove ha deciso di vivere, per sempre […] Il più grande giocatore della storia della Roma. Uno dei più grandi giocatori del calcio italiano. Il più grande artista del calcio, forse di tutti i tempi, sicuramente italiano. Con il suo futuro [la figlia Isabel] in braccio, esce dal campo, abbraccia il suo pubblico. E stiamo piangendo tutti. […] Perché 25 anni è una parte della vita di tutti, che saluta. Per qualcuno è stata la giovinezza, per qualcuno sono stati gli anni importanti e più importanti della propria vita. Ci sono state delle gioie, si è pianto tanto anche in questo stadio per 25 anni. Ma nel cuore dei romanisti c'è sempre stata una speranza, anche in questi ultimi anni: entra Totti. C'è Totti. […] Passeranno altri campioni: uno così, con questa maglia, non ci sarà più."
Il Valore Culturale e l'Evoluzione del Racconto Sportivo
Fabio Caressa, nel corso della sua carriera, ha dimostrato come la telecronaca possa andare oltre la semplice cronaca di un evento sportivo, elevandosi a forma di narrazione che tocca le corde più profonde delle emozioni umane. Il "caressismo" è un modo di fare telecronaca riconosciuto, un approccio che pone al centro l'emozione, il coinvolgimento e la capacità di trasformare una partita di calcio in un racconto epico. Questo valore culturale è tale che se si vuole sentire Fabio Caressa dal vivo parlare proprio delle sue telecronache, del loro valore culturale e della capacità che hanno di ispirare i sentimenti delle persone, si può venire a un evento dedicato. Questo testimonia la consapevolezza dell'impatto che il suo lavoro ha avuto.

Una partita può dare senso a una vita. Roma è la città della storia, eppure la storia passa anche da piccoli fatti: anche da una partita così. Perché se ci si tiene a una partita così, se la si vince, per qualche ora cambia il modo di vedere il mondo. Questo concetto si estende anche al valore intrinseco di una vittoria, come giocare al Bernabeu: "Ci sono stadi che valgono per il nome, e per la storia; stadi dove il calcio è un'altra cosa, dove sembra una religione. Forse è per questo che giocare al Bernabeu sembra qualcosa di trascendente, quasi una missione; perché vincere qui non conta per la classifica, non per la Champions, e forse neanche per la carriera, vincere qui conta perché vincere qui ti fa sentire più Uomo!"
Il suo stile è un inno alla resilienza e alla speranza: "Apri gli occhi. Apri gli occhi tifoso della Juve. L'incubo è finito. Apri gli occhi. Intorno a te c'è di nuovo casa tua. Le cose che conosci, che ti sono familiari. Apri gli occhi e mettiti comodo in poltrona. Alza il volume. Forse ci vorrà un po' per ricostruire. Forse non è proprio come prima. Ma apri gli occhi. Magari scopri che così ad occhi aperti, si può ricominciare a sognare." Questo non è solo per la Juventus, ma è un messaggio universale di rinascita e speranza, applicabile a molteplici contesti sportivi e della vita.
Caressa non è solo un telecronista, ma un narratore che comprende il peso e il significato di ogni singolo momento in campo, e la sua capacità di articolare tali momenti in parole ha lasciato un segno indelebile nel panorama mediatico sportivo italiano. La sua figura è quella di un uomo che, attraverso il pallone, ha saputo trasmettere valori, resistendo al cambiamento e adattandosi all'evoluzione del mondo, pur mantenendo un'identità forte e riconoscibile.
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