Luciano Pavarotti, il celebre tenore emiliano nato a Modena il 12 ottobre 1935, è universalmente riconosciuto come una delle figure più iconiche e influenti della musica lirica del XX secolo. Per il pubblico internazionale, egli resterà per sempre "Big Luciano", un soprannome che ben si addice alla sua statura artistica e alla sua imponente presenza scenica. Considerato dalla maggior parte della critica il più grande tenore di tutti i tempi, sia per le eccezionali capacità vocali, sia per la portata del successo riscosso in oltre quarant'anni di carriera, Pavarotti ha lasciato un segno indelebile nel panorama musicale mondiale, portando l'opera ad un nuovo e vasto pubblico. La sua fu una voce autenticamente tenorile, assai chiara e, soprattutto nella prima parte della carriera, estesa all'acuto in modo rilevante, fino al pieno possesso del DO4 e del RE4, un vero miracolo della natura. Egli possedeva una voce spietata che conservò integra e pulita fino alla fine dei suoi giorni.

Infanzia Modenese e le Radici della Passione Musicale
Luciano Pavarotti nacque a Modena il 12 ottobre 1935, figlio di Fernando Pavarotti (1912-2002), un fornaio dell'esercito e tenore dilettante, e di Adele Venturi (1915-2002), operaia in una manifattura di tabacchi. Fin da subito manifestò una precoce vocazione al canto, come testimoniato dai resoconti familiari. Non solo infatti il piccolo Luciano saliva sul tavolo della cucina per le sue esibizioni infantili, ma, spinto dall'ammirazione per il padre, anch'egli dotato di bellissima voce e cantante nella "Corale Rossini" di Modena, passava intere giornate davanti al giradischi, saccheggiando il patrimonio discografico del genitore. Nella sua città natale, si avvicinò molto presto alla musica e al bel canto proprio grazie alla passione del padre, tenore dilettante. Con lui cantò nel coro del Duomo da bambino, nella Corale Rossini da ragazzo, e successivamente nel coro del teatro Comunale da adulto.
Nonostante questa profonda inclinazione, il ventenne Pavarotti decise di non intraprendere subito una carriera musicale vera e propria, evitando così il conservatorio. Adolescente, si iscrisse alle magistrali con lo scopo di diventare insegnante di educazione fisica, cosa che stava quasi per verificarsi, avendo egli insegnato per ben due anni alle classi elementari. Terminata la scuola magistrale che lo avviò alla professione di insegnante, si iscrisse poi all'ISEF di Bologna. Pur proseguendo la sua attività di insegnante, che integrava con quella di venditore porta a porta di polizze assicurative, non rinunciò agli studi di canto, suo hobby, che condusse per tre anni con il tenore Arrigo Pola. Di quest'ultimo, Pavarotti manterrà canoni e principi per tutta la sua futura e lunga carriera. Alla partenza di Pola per il Giappone, tre anni dopo, Pavarotti proseguì la preparazione con il maestro Ettore Campogalliani, noto insegnante di canto a Mantova, con il quale perfezionò il fraseggio e la concentrazione. Insieme alla sua "sorella di latte" e amica d'infanzia, Mirella Freni, e al pianista Leone Magiera, suo marito, passò nelle mani di Campogalliani, che per quattro anni ne perfezionò lo stile interpretativo. Un primo riconoscimento personale arrivò quando si aggiudicò il primo premio per una sua esibizione con il padre al Festival di Llangollen, in Galles.

Il Debutto e i Primi Trionfi sulla Scena Lirica
Dopo anni di studio e dedizione, il tanto atteso debutto scenico di Luciano Pavarotti avvenne il 29 aprile 1961, a ventisei anni, al Teatro Municipale di Reggio Emilia. L'opera scelta fu "La Bohème" di Giacomo Puccini, divenuta per lui emblematica e più volte ripresa anche in tarda età, sempre nei panni di Rodolfo. Curiosamente, Pavarotti era stato bocciato al concorso di canto Achille Peri di Reggio nell’Emilia nel 1960, ma si ripresentò l’anno successivo cantando «Che gelida manina» e conquistandosi così il diritto a esibirsi in una "Bohème" giovanile nel teatro Municipale della città, sotto la direzione esperta di Francesco Molinari Pradelli e la regia del soprano Mafalda Favero. Il basso della compagnia era Dmitrij Nabokov, figlio dell’autore di Lolita, che, sebbene non avrebbe fatto carriera, aveva i mezzi per registrare la recita da far sentire al padre. Ciò rende possibile oggi ascoltare il primo Rodolfo di Luciano Pavarotti, personaggio con cui il tenore si identificò poi per 35 anni e 360 recite, fino a quelle del 1996 a Torino per festeggiare il centenario dell’opera. Sedeva in platea il tenore Alessandro Ziliani, allora agente teatrale, che, entusiasta, lo prese sotto la sua protezione. Il 14 settembre 1961, Pavarotti fece così il debutto professionale incassando 40.000 lire per "La bohème" al teatro del Giglio di Lucca.
Il 1961 è considerato un anno fondamentale nella vita del tenore, una sorta di spartiacque fra la giovinezza e la maturità. Con la stagione 1961-62 cominciò una regolare carriera teatrale, che per tre anni Ziliani volle limitata a parti di puro ‘tenore lirico’: "La bohème", "Rigoletto", "La traviata", "Lucia di Lammermoor" e "Madama Butterfly" furono le sole opere che impegnarono a rotazione continua il giovane Pavarotti. Egli interpretò ancora "La Bohème" in diverse città d'Italia, ottenendo anche qualche scrittura fuori confine. Nel frattempo, si cimentò con il ruolo del Duca di Mantova in un'altra opera particolarmente adatta alle sue corde: "Rigoletto". Questa andò in scena a Carpi e a Brescia, ma fu sotto la guida del maestro Tullio Serafin, al Teatro Massimo di Palermo, che ottenne un successo grandissimo e impresse una nuova, significativa svolta alla sua carriera. I primi impegni lo portarono dapprima nei teatri minori italiani, poi a Belgrado, Amsterdam, Vienna (dove l’ascoltò Herbert von Karajan), Dublino, Londra (dove sostituì Giuseppe Di Stefano e venne invitato alla BBC), Ankara e Budapest. L'esordio alla Scala di Milano arrivò nel 1965, dove il tenore fu espressamente richiesto da Herbert von Karajan al fianco di Mirella Freni per "La bohème". Visto il successo, l'anno seguente Pavarotti fu chiamato nuovamente per la "Messa da Requiem" in memoria di Arturo Toscanini. Ancora a Roma, il 20 novembre 1969, interpretò "I Lombardi" con Renata Scotto, ottenendo un altro grande successo.
La Conquista della Scena Internazionale e i "Nove Do di Petto"
La notorietà internazionale di Luciano Pavarotti giunse in modo significativo nel 1963, grazie a una fortunata coincidenza. Sempre sulla via dell'opera "La Bohème", al Covent Garden di Londra, il destino di Pavarotti incrociò quello di Giuseppe Di Stefano, uno dei suoi grandi miti giovanili. Pavarotti era stato chiamato per fare alcune recite dell'opera prima dell'arrivo dell'acclamato tenore, ma a causa di un'improvvisa malattia di Di Stefano, fu costretto a sostituirlo nella parte di Rodolfo. Lo rimpiazzò non solo in teatro, ma anche nel "Sunday Night at the Palladium", un noto spettacolo televisivo inglese seguito da più di 15 milioni di telespettatori. Ottenne un enorme successo e il suo nome cominciò a prendere peso sulla scena mondiale. Le prime incisioni discografiche vennero presentate di lì a poco, per l'etichetta Decca Records.
Il 1965 fu un anno cruciale, segnando il suo primo sbarco negli Stati Uniti, a Miami, e il nodale incontro artistico con il soprano Joan Sutherland e il direttore d’orchestra Richard Bonynge. Questi coniugi australiani si erano specializzati nel recupero del belcanto del primo Ottocento, e Pavarotti, insieme alla sopraffina e acclamata Sutherland, fu interprete di un'applauditissima "Lucia di Lammermoor" diretta da Bonynge. L’interminabile tournée estiva fra i teatri del loro Paese d’origine, l'Australia, risultò per Pavarotti una vera e propria scuola di tecnica e di stile. Bonynge avrebbe ricordato in ogni occasione: «Era sempre con le mani sulla pancia di mia moglie per capire come usava il diaframma». Grazie a loro, Bellini e Donizetti divennero gli autori di riferimento per il tenore. In quell'anno, fece anche il primo approccio a "L’elisir d’amore" (Melbourne, 15 luglio 1965), un titolo poi capitale nella sua carriera, e realizzò fondamentali exploit nella "Sonnambula" (Londra, Royal Opera House Covent Garden, 26 maggio 1965).
LUCIANO PAVAROTTI,il do di petto,live in Buenos Aires
Il 1966 segnò un momento leggendario con il debutto di Pavarotti al Covent Garden, sempre insieme a Joan Sutherland, nell'opera "La Figlia del Reggimento" di Donizetti. Questa produzione divenne celebre per la sua "sequenza dei nove do di petto". Per la prima volta, un tenore emetteva a piena voce i nove do di "Pour mon âme, quel destin!", note scritte da Donizetti per essere eseguite in falsetto. Gli estremi acuti di cui le opere del belcanto pullulano divennero, grazie a Pavarotti, irresistibili fuochi d’artificio canori, e l’esecuzione dei nove Do acuti che costellano l’aria «Ah, mes amis, quel jour de fête!», emessi con impareggiabile baldanza, finirono sui giornali di mezzo mondo. Queste determinanti esibizioni con successo alla Royal Opera House, con Pavarotti e la Sutherland ne "La Fille du régiment", permisero al tenore di trasformarsi in leggenda. Ancora nel 1966, fu Rodolfo ne "La bohème" alla Wiener Staatsoper, dove andò in scena fino al 1996 in cinquantasei rappresentazioni. Nel 1968 e nel 1969, il successo si ripeté con i "nove do" di Tonio ne "La figlia del reggimento" al Teatro alla Scala. Il tenore sarà presente nelle stagioni liriche del Teatro alla Scala fino al 1992, tenendo anche un recital nel 1988.
L'exploit decisivo arrivò il 17 febbraio 1972, alla Metropolitan Opera House di New York, in occasione dell'esecuzione de "La Fille du Régiment", quando eseguì i nove do acuti, difficilissimi da emettere a voce piena, in maniera sciolta e naturale, nell'aria di Tonio "Ah, mes amis". Il pubblico andò in visibilio, il tenore ricevette 17 chiamate al sipario e ovazioni senza precedenti. Oggi, non ci rendiamo conto del putiferio mediatico che scatenarono i suoi Do di petto al Metropolitan Opera di New York in quell'anno. Il nome Pavarotti cominciò a fare il giro del mondo e arrivarono i primi fruttuosi riconoscimenti, fra cui diversi Grammy e i dischi di platino e d'oro. Sempre in quel periodo spiccano la sua "La favorita" con Fiorenza Cossotto e "I puritani" con la Sutherland.

Un Repertorio in Espansione e la Conquista del Pubblico Mondiale
Gli anni successivi videro Pavarotti consolidare la sua fama con un repertorio sempre più vasto. Del 1967 fu l’arrivo al War Memorial Opera House di San Francisco (11 novembre, "La bohème"), il teatro che ripetutamente gli consentì di sperimentarsi in nuove opere, poi divenute fondamentali nel suo carnet: furono "Un ballo in maschera" (1971), "La favorita" (1973), "Luisa Miller" (1974), "Il trovatore" (1975), "Turandot" (1977), "La Gioconda" (1979) e "Aida" (1981). Nel 1968 fu Edgardo in "Lucia di Lammermoor" sempre a San Francisco e in seguito ricoprì ancora il ruolo di Rodolfo ne "La bohème" con cui esordì alla Metropolitan Opera House. Nel 1969, era ancora in cartellone alla San Francisco Opera con Rodolfo e con Nemorino in "L'elisir d'amore". Nel 1970, il Metropolitan lo vide interpretare Nemorino e Alfredo ne "La Traviata". Nel 1971, fu ancora Rodolfo al Met ed il Duca di Mantova in "Rigoletto" al Covent Garden. L'esordio all'Arena di Verona risale al 1972 con il "Ballo in maschera" di Verdi. Nel 1973, si ripresentò in Arena con "La bohème", diretta da Peter Maag, e nella "Lucia di Lammermoor" accanto alla soprano Cristina Deutekom. Nel 1974, fu Riccardo in "Un ballo in maschera" al Teatro La Fenice di Venezia, Fernando nella ripresa del Teatro Comunale di Bologna di "La favorita" di Gaetano Donizetti e cantò nel "Requiem" di Verdi al Festival Internazionale di Edimburgo diretto da Carlo Maria Giulini. Fu anche il Duca di Mantova nel "Rigoletto" allo Sferisterio di Macerata. Al termine della sua esibizione, Pavarotti dichiarò: «Lo Sferisterio è qualcosa di meraviglioso. Non esiste al mondo un teatro all'aperto dotato di palchi e con un'acustica così perfetta. E vi consiglio di non chiamare Arena questo luogo.»
Il nome di Pavarotti divenne noto al grande pubblico grazie alle esecuzioni sempre più di frequente riprese dalla televisione. Il suo ruolo di Rodolfo, ripreso dal vivo al Metropolitan di New York nel marzo 1977, assieme a un'altra italiana, Renata Scotto, raccolse le percentuali di audience più alte del tempo per un'opera teletrasmessa. Nel dicembre dello stesso anno, partecipò al programma "Good Morning America", tornando nel febbraio 1980 e nel giugno 1993. Nel 1980, al Central Park di New York, prese parte a una rappresentazione del "Rigoletto" in forma di concerto, che vide la presenza di oltre 200.000 persone. Nel 1985, tenne un concerto allo Sports Arena per il San Diego Opera.
Nel giugno del 1986, Pavarotti arrivò a esibirsi a Pechino, per un concerto al Teatro delle Esposizioni. Questo evento segnò la produzione di una straordinaria "Bohème" a Pechino, e Pavarotti fu sul primo volo di linea italiano che atterrava su suolo cinese. Nel 1988, dopo aver cantato nel ruolo di Nemorino ne "L'elisir d'amore" di Donizetti alla Deutsche Oper di Berlino, fu applaudito per un'ora e sette minuti e richiamato sul palco ben 165 volte. Anche se non è disciplina, la sua era devozione. Questi anni furono ricchi di successi per Pavarotti, che con la sua esuberanza e comunicazione seppe andare incontro ad un nuovo e vasto pubblico.

I "Tre Tenori" e i "Pavarotti & Friends": L'Opera per le Masse
La fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta videro il maestro impegnato in grandi concerti e recite internazionali, estendendo le sue esibizioni al di fuori dallo stretto ambito del teatro, organizzando recital in piazze, parchi e quant'altro. Ha coinvolto migliaia di persone nei più disparati angoli della Terra. Un esempio clamoroso di questo genere di manifestazioni si ebbe nel 1991, quando affascinò più di 250 mila persone con un grande concerto a Hyde Park di Londra. Nonostante la pioggia battente, che cadde pure sugli entusiasti Principi di Galles Carlo e Diana, lo spettacolo divenne un evento mediatico, trasmesso dal vivo in televisione in tutta Europa e negli Stati Uniti. Il successo dell'iniziativa londinese si ripeté nel 1993 al Central Park di New York, dove approdò una mastodontica folla di 500 mila spettatori.
Il 7 luglio 1990, in occasione della finale del campionato del mondo di calcio svoltasi a Roma, Luciano Pavarotti, insieme a José Carreras e Plácido Domingo, diede vita al celebre concerto de "I Tre Tenori" alle Terme di Caracalla, diretti dal maestro indiano Zubin Mehta. L'orchestra di 180 elementi risultava dall'unione di due orchestre: quella del Teatro dell'Opera di Roma e quella del Maggio Musicale Fiorentino. Il successo si preannunciava clamoroso: furono richiesti per l'evento più di 200.000 biglietti, sebbene le Terme di Caracalla avessero una capienza di circa 6.000 posti. Il punto culminante della serata fu un medley appositamente preparato da Lalo Schifrin, dove i tre tenori cantarono insieme. Il concerto dei "Tre Tenori" divenne il best-seller discografico di tutti i tempi. Nel 1997, i tre tenori si esibirono a Modena, città natale di Pavarotti, e fu presente anche Michael Jackson.

Grazie a questi riscontri popolari sempre più estesi, Pavarotti intraprese una più controversa carriera all'insegna della contaminazione dei generi, effettuata perlopiù nell'organizzazione di colossali concerti di grande richiamo. A tal proposito, collaborò per la prima volta con un artista non lirico nel 1992: si trattò del suo amico e collega Zucchero Fornaciari, con il quale incise il brano "Miserere", contenuto nell'album omonimo. Da questa collaborazione nacque l'evento periodico "Pavarotti & Friends", dove l'eclettico Maestro invitava artisti di fama mondiale del pop e del rock per raccogliere fondi a favore di organizzazioni umanitarie internazionali. Dal 1992 al 2003, ha tenuto a Modena concerti a cadenza quasi annuale a scopo benefico. Nelle varie edizioni, si sono succeduti oltre cento artisti a duettare con il Maestro, tra cui Anastacia, Barry White, Biagio Antonacci, Andrea Bocelli, Jon Bon Jovi, Bono Vox e The Edge, James Brown, Mariah Carey, Eric Clapton, Lucio Dalla, Deep Purple, Whitney Houston, Céline Dion, Elisa, Gloria Estefan, Bob Geldof, Giorgia, Elton John, Tom Jones, Jovanotti, B.B. King, Laura Pausini, George Michael, Brian May, Ricky Martin, Frank Sinatra, Sting, Zucchero Fornaciari e le Spice Girls. I bambini erano sempre la sua causa. Con il sostegno dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, le esecuzioni, come quella del 1990 della "Messa da Requiem" di Verdi a Verona, furono dedicate ai quindici milioni di uomini perseguitati o cacciati dalla propria patria a causa della guerra. Fu un ambasciatore delle Nazioni Unite per la pace nel mondo, un promotore per i rifugiati più di qualsiasi altro privato cittadino.
Questa apertura a generi musicali molto diversi nel mondo della musica gli valse sia immense ovazioni che critiche. Secondo alcuni critici, accostandosi sempre più disinvoltamente alla musica leggera in occasione dei "Pavarotti & Friends", l'artista modenese avrebbe posto "una pietra tombale" sulla propria carriera operistica. Altri invece sottolineano la grande importanza del lavoro di divulgazione di Pavarotti, il quale ha riportato all'attenzione popolare e universale la lirica. Tutto questo - nel bene e (talvolta) nel male - ha contribuito non poco a diffondere fatti e personaggi dell’opera fuori dai teatri, come dai tempi di Maria Callas non era più avvenuto, e ha diffuso un marchio di ‘italianità’ nel mondo come pochi altri prodotti e manifestazioni hanno saputo fare nel XX secolo.
LUCIANO PAVAROTTI,il do di petto,live in Buenos Aires
Ruoli e Teatri Leggendari
La carriera di Luciano Pavarotti lo ha visto calcare i palcoscenici dei teatri più prestigiosi del mondo e affrontare ruoli che sono diventati suoi cavalli di battaglia. Oltre ai già citati "La bohème", "Rigoletto" e "La figlia del reggimento", si distinse in ruoli verdiani e in altre opere chiave. Tra i teatri che lo hanno ospitato si annoverano la Royal Opera House, il Metropolitan di New York, la Scala di Milano e l'Arena di Verona.
Nel 1968 fu Lord Arturo Talbo-Arthur Talbot nella ripresa del Teatro Massimo "Vincenzo Bellini" di Catania di "I puritani", melodramma serio di Vincenzo Bellini. Nel 1972 fu scritturato per interpretare "Lucia di Lammermoor" allo Sferisterio di Macerata, ma un'improvvisa laringite il giorno della "prima" lo costrinse a dare forfait e ad essere sostituito da Carlo Bini. Nel 1975 fece la sua terza e ultima apparizione allo Sferisterio di Macerata nell'opera verdiana "Il ballo in maschera". Interpretò anche Fernando nella prima rappresentazione in concerto (per l'Orchestra del Metropolitan) nella Carnegie Hall di "La favorita". Nel 1978, tornò all'Arena di Verona ne "Il trovatore" di Verdi con Katia Ricciarelli, Pietro Cappuccilli e Fiorenza Cossotto, diretto da Gianandrea Gavazzeni. Nel 1990, la stagione dell'Arena di Verona fu l'ultima in cui cantò a Verona. La sovrintendenza aveva organizzato la realizzazione di una colossale "Messa da Requiem" di Verdi alla quale partecipò il World Festival Choir, composto da circa 2.500 coristi provenienti da tutto il mondo.
La sua presenza al Metropolitan di New York fu costante e trionfale. Nel 1993, riprese "I Lombardi alla prima crociata", un'opera che non interpretava dal 1969, e festeggiò i primi venticinque anni di carriera al MET con un grande gala. Nel 1996, debuttò con "Andrea Chénier" al Metropolitan di New York e cantò in coppia con Mirella Freni alle celebrazioni torinesi per il centenario dell'opera "La Bohème". Nel 1997, fu Nemorino in "L'elisir d'amore" al Teatro di San Carlo di Napoli. Nello stesso anno, interpretò il ruolo del principe Calaf nella "Turandot" diretta da James Levine per la regia di Franco Zeffirelli al Metropolitan di New York. Nel 1999, fu di nuovo Cavaradossi al Metropolitan di New York. Nel 2000, cantò "Aida" con Fiorenza Cedolins in un concerto di gala alla Detroit Opera House e all'Opera di Roma per il centenario di "Tosca". Nel gennaio del 2001, fu Radamès in "Aida" al Metropolitan. La nota più alta che era in grado di eseguire era il MI bemolle, che però non intonò mai, non avendo in carriera affrontato melodrammi che la prevedevano; eseguì tuttavia il FA4 in falsettone de "I puritani" di Bellini, anche se solo nelle incisioni discografiche e mai dal vivo. In quest'epoca, la progressiva tendenza a esibirsi in stadi, palasport e parchi, dove poteva fare sistematico ricorso all'amplificazione artificiale e curare meno gli aspetti musicali delle esecuzioni, rivolte soprattutto a persone non esperte di canto lirico, portava l'artista a semplificare la sua tecnica nell'uso della mezzavoce, ad acuire le imprecisioni nel solfeggio e ad appiattire l'interprete su prove di routine. Nel corso di simili eventi, anche nel celebratissimo "Nessun dorma" dalla "Turandot" di Puccini, un'opera che affrontò a teatro in due sole occasioni e che era in realtà poco adatta ai suoi mezzi, il nitore degli acuti spesso non riscattava l'insieme della prova.
Vita Privata tra Amori, Famiglia e Questioni Fiscali
Gli anni Sessanta furono fondamentali anche per la vita privata del tenore. Nel 1960, sposò Adua Veroni, con la quale era fidanzato da otto anni e dalla quale ebbe tre amatissime figlie: nel 1962 nacque Lorenza, seguita nel 1964 da Cristina e infine nel 1967 arrivò Giuliana. Luciano Pavarotti ebbe in totale due mogli e quattro figlie.
La sua vita sentimentale ebbe un'altra svolta importante a fine agosto 1993, durante il concorso ippico Pavarotti International, quando incontrò Nicoletta Mantovani, che sarebbe poi diventata sua compagna nella vita e collaboratrice artistica. Separato dalla prima moglie nel 1996, Pavarotti, per via della relazione con la sua segretaria, allora poco più che ventenne, ebbe anche dei guai con il Fisco Italiano. Nel 2000, Pavarotti venne denunciato dal fisco italiano per un'evasione fiscale: il tenore aveva eletto come proprio domicilio Monaco, mantenendo però a Modena l'amministrazione di buona parte dei suoi interessi. La cifra dovuta all'erario fu stimata in oltre 40 miliardi di lire. La questione venne chiusa il 27 luglio 2000, allorché Pavarotti si recò al Ministero delle finanze per incontrare l'allora titolare del dicastero, Ottaviano Del Turco. Qui venne annunciato il patteggiamento, con il tenore che si impegnò a versare 24 miliardi di lire in 48 rate da 500 milioni. Nell'occasione, Del Turco affermò di ritenere che Pavarotti fosse in buona fede e di aver quindi lui stesso chiesto all'amministrazione fiscale di avviare il dialogo per sanare la situazione. Risolto il contenzioso con la magistratura tributaria, restò in piedi il processo penale, che cominciò a Modena nel settembre 2001.
Pavarotti sposò infine la sua segretaria, Nicoletta Mantovani, dalla quale ebbe due gemelle nel gennaio del 2003. Disgraziatamente, però, una delle due non sopravvisse a causa di complicazioni. Rimase la piccola Alice, ultima erede dell'impero del tenore italiano. Tra le numerose amicizie di Luciano Pavarotti, vi fu anche quella con la principessa Diana Spencer, allora moglie di Carlo, principe di Galles, erede al trono d'Inghilterra, con cui condusse una raccolta fondi per la messa al bando delle mine antiuomo.

Il Grande Addio alle Scene e gli Ultimi Anni
Luciano Pavarotti ha oltrepassato i quarant'anni di carriera, una carriera intensa e piena di successi, offuscata solo da qualche ombra passeggera, come ad esempio la celebre "stecca" presa alla Scala, un teatro peraltro dal pubblico particolarmente difficile ed implacabile. L'ultima esibizione pubblica risale al 10 aprile 2006, nella cerimonia di apertura dei XX Giochi olimpici invernali a Torino, con una sofferta esecuzione di «Nessun dorma», l'aria di Calaf nella "Turandot" di Puccini, che con l'intrepido grido finale «Vincerò!» commosse il mondo. Nel 2004, aveva dato l'addio ufficiale alle scene, e quel 13 marzo 2004, quando salutò il pubblico al Metropolitan di New York, il pubblico non lo voleva lasciare andare, richiamandolo sul palco per ben 11 volte. Era una chiara testimonianza dell’affetto della serata da parte del pubblico internazionale.
Nel luglio 2006, venne operato d'urgenza in un ospedale di New York per l'asportazione di un tumore maligno al pancreas. Poi si stabilì nella sua villa nel modenese cercando di condurre una personale lotta contro il cancro. Il tumore al pancreas diagnosticato nel luglio 2006 lo condusse a rapida morte il 6 settembre 2007 nella casa di Modena. Ristabilitosi apparentemente, tornò alla sua Modena, dove lottò in maniera molto privata con il cancro, ma nonostante la positività di famiglia e medici, il 6 settembre 2007, all'età di 71 anni, l'"anarchico" Big Luciano morì. Sebbene l'operazione del 2006 avesse rallentato il decorso della malattia, nei mesi successivi il cancro al pancreas continuò a progredire; Pavarotti decise quindi di far ritorno in pianta stabile nella sua villa a Santa Maria di Mugnano, nella campagna modenese. Ai primi di luglio del 2007, la rivista Diva e Donna pubblicò un'intervista alla figlia Giuliana, nella quale si affermava che il padre si stava ormai preparando all'ineluttabile decorso della malattia; la figlia prontamente smentì di aver sostenuto tale affermazione. I funerali furono celebrati sontuosamente in Duomo.
Il Mito di "Big Luciano" e la Sua Eredità
Giovialità, esuberanza e comunicativa furono le carte vincenti della popolarità di Pavarotti. Quanto Enrico Caruso aveva fatto in questi termini a livello degli Stati Uniti e con l’ausilio del grammofono, Pavarotti riuscì a ripeterlo in misura amplificata al mondo intero e supportato da tutti i nuovi media. L’altezza spiccata e la corporatura imponente, gestita con nonchalance, che gli valsero l’appellativo di Big Luciano, limitarono però la dimensione attoriale dell’interprete, affidatosi in toto all’attrattiva di un timbro vocale limpido e solare, a un’emissione facile e generosa, a un’estensione acuta prodigiosa, che unitamente a una dizione chiara e sempre scandita ne fecero l’esecutore ideale anche di canzoni leggere caratterizzate da cantabilità spiegata e sentimenti primari, sulla scia di Beniamino Gigli, accanto ai personaggi operistici più vicini alla sua indole: l’istintivo Rodolfo ("La bohème"), lo spensierato Riccardo ("Un ballo in maschera"), il sempliciotto Nemorino ("L’elisir d’amore"), cui una certa qual ingenua gaucherie finiva per ben coniugarsi.

Artista a tratti informale e abile comunicatore, nel senso moderno del termine, e soprattutto personaggio rilevante anche al di fuori del mondo dello spettacolo, Pavarotti è stato riconosciuto da molta parte della critica come uno fra i migliori cantanti nel registro di tenore del XX secolo, che pure ha dato numerosi grandi protagonisti al mondo dell'opera. È stato onorato da una sequenza infinita di premi e riconoscimenti, non solo artistici. Nel 1997, fu nominato dall’ONU ‘Ambasciatore della pace’ per le numerose opere di beneficenza. È stato anche titolare di una fortunata "eau de toilette" maschile dal 1995. Pavarotti non disdegnò di mettersi alla prova anche in ruoli che non gli competevano strettamente, come quello di regista d’opera (una "Favorita" a Venezia nel dicembre 1988, una "Bohème" a Fano nel dicembre 2004) o produttore discografico (l’etichetta CIME Records fondata a Zola Predosa nel 1975 con gli amici di sempre Freni e Magiera, presto ceduta alla Decca). Si avventurò anche come attore cinematografico nel film musicale "Yes, Giorgio" nel 1982, e come pittore, con varie personali allestite per il mondo, dei suoi quadri dai colori sgargianti come le camicie ‘hawaiane’ che predilesse. Fu inoltre organizzatore di raduni ippici, con 11 edizioni del Pavarotti International Horse Show a Modena tra il 1991 e il 2001, e showman televisivo, conducendo il 50° Festival della Canzone italiana a Sanremo nel 2000. In questo modo si attirò le immancabili critiche dei puristi che avrebbero voluto vederlo limitarsi al canto operistico.
La sua figura ha contribuito in maniera determinante a portare l'opera lirica fuori dai circuiti elitari, rendendola accessibile e amata da milioni di persone in tutto il mondo. Il mito di "Big Luciano" continua a vivere, non solo attraverso le sue registrazioni, ma anche nel ricordo di un artista che ha saputo unire rigore tecnico e generosità comunicativa, lasciando un'eredità inestimabile al patrimonio culturale italiano e mondiale.