Elena Gianini Belotti, pedagogista, insegnante e scrittrice italiana, ha lasciato un'impronta indelebile nella cultura e nel pensiero contemporaneo con la pubblicazione di "Dalla parte delle bambine" nel 1973. Questo saggio, che ha affrontato i meccanismi di precoce costruzione delle identità di genere, ha rappresentato una vera e propria "bomba" all'epoca della sua uscita, guadagnando un successo straordinario da subito, con 57 edizioni, più di 600.000 copie vendute e traduzioni in 15 lingue. Considerato un testo "rivoluzionario" per il suo tempo, "Dalla parte delle bambine" continua a essere di inquietante attualità, invitando a una riflessione profonda sui condizionamenti culturali che plasmano l'identità di genere sin dalla più tenera età. Il libro dimostra come stereotipi e aspettative degli adulti siano sfavorevoli alle bambine, minando la loro realizzazione personale e incoraggiandone la remissività, e influenzando la conseguente rappresentazione della figura femminile adulta. L'opera di Gianini Belotti non è un manuale di comportamento, ma un testo fondativo che ci spinge a osservare e comprendere come il nostro destino sia giocato attraverso il modo materiale in cui impariamo e ci viene insegnato a stare al mondo.

Elena Gianini Belotti: La Pioniera di un Approccio Empirico alla Pedagogia di Genere
Elena Gianini Belotti, nata e morta a Roma, ha dedicato la sua vita all'infanzia e alla pedagogia. La sua formazione è iniziata precocemente, a soli ventun anni, quando ha frequentato la Scuola Assistenti Infanzia Montessori fondata a Roma da Adele Costa Gnocchi. In quel periodo, è entrata a far parte di un gruppo di giovanissime pioniere che si avventurarono in quello che negli anni Cinquanta era un terreno ancora sconosciuto: il neonato. Il suo metodo di lavoro, appreso alla "dura scuola" di Costa Gnocchi, si basava sull'osservazione costante e meticolosa: "osservare, osservare e ancora osservare". A partire dai dati raccolti, si discuteva con Costa Gnocchi stessa, che era durissima nell'evidenziare il pensiero facile e scontato, ma anche con altri esperti che entravano nella scuola. Grazia Honegger Fresco, a sua volta parte di quel gruppo di ricerca, ha ricostruito la vita e il lavoro di Costa Gnocchi, sottolineando come Adele predicava "una realtà dell’infanzia costituita non di idee astratte da applicare, di principi metafisici da imporre, bensì di comportamenti concreti e ripetutamente osservati". Questo approccio, nutrito da riflessioni, prassi sperimentali, verifiche empiriche e deduzioni, ha plasmato il pensiero di Gianini Belotti.
Nel 1960, Elena Gianini Belotti divenne presidente del nuovo Centro Nascita Montessori, una carica che avrebbe mantenuto per vent'anni. Questo Centro aveva lo scopo di occuparsi delle gestanti per aiutarle ad affrontare le future responsabilità di madri e di trovare un equilibrio tra le loro esigenze e le necessità del bambino. In quegli anni, Belotti ha studiato a fondo l’influenza del condizionamento sociale e culturale nella formazione del ruolo femminile nella prima infanzia. La sua attitudine osservativa è stata utilizzata in modo inusitato e tutt'oggi rivoluzionario. Se è vero, come sosteneva Montessori, che il primo vero educatore è l'ambiente dal quale il bambino e la bambina assorbono - e tanto più lo fanno quanto sono piccoli - allora l'ambiente va analizzato in ogni aspetto, anche dal punto di vista del sessismo.
La sua ricerca si è intensificata dopo un viaggio in India nel dicembre 1967 con il marito, che aveva un contratto per insegnare tecnica dei cartoni animati. Questo viaggio, durato quattro mesi, fu un punto di non ritorno. Elena fu messa di fronte a una realtà che non immaginava e che non le fu possibile ignorare. Mentre il marito insegnava, lei girava e osservava, parlando con le donne per informarsi su come partorivano, scoprendo che i neonati, se femmine, spesso venivano uccisi alla nascita. Entrando nelle scuole e nelle case, cercava di capire e raccontare. L'India rappresentò per lei ciò che il Sessantotto fu per molti: un'esperienza trasformativa. In quei mesi di lontananza dall'Italia, ritrovò anche il piacere della pagina bianca infilata nella macchina da scrivere, nonostante il marito brontolasse. Questo periodo segnò l'inizio della sua riappropriazione dei propri tempi e desideri, culminando nella genesi di "Dalla parte delle bambine" e nel rafforzamento del Centro Nascita Montessori come punto di riferimento per le mamme in attesa e le coppie desiderose di affrontare la genitorialità in modo diverso.
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"Dalla Parte delle Bambine": Genesi, Struttura e Contenuti Chiave
Il libro, scritto esattamente 50 anni fa, è il risultato di un'inchiesta sui meccanismi di precoce costruzione delle identità di genere. Non è un testo sulla differenza tra i sessi o sulle discriminazioni, ma sui condizionamenti culturali che si subiscono nel corso dello sviluppo, del tutto a sfavore del sesso femminile. L'operazione da compiere, secondo Belotti, sarebbe quella di "restituire ad ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene".
Il saggio di Belotti è strutturato in quattro capitoli, che ripercorrono le principali tappe della crescita di un bambino o di una bambina, dimostrando come stereotipi e aspettative degli adulti siano sfavorevoli alle bambine fin dai primi istanti di vita.
L'Attesa del Figlio: Il Genere Preconfezionato
Già nel periodo dell'attesa, si inizia a fare una certa distinzione tra maschi e femmine. La scelta dell’arredamento per la cameretta o la selezione dei vestitini, soprattutto in base ai colori da utilizzare, riflette aspettative di genere. È opinione comune, infatti, che le bambine siano "più difficili da educare", ma l'autrice fornisce una dura risposta: "è molto più difficile e faticoso comprimere energie spesso prepotenti e pretendere che si ripieghino su se stesse per poi atrofizzarsi lentamente che darne libero corso e stimolarle". Questo precondizionamento, che si manifesta ancora prima della nascita, getta le basi per i ruoli predestinati che i bambini saranno chiamati ad assumere. Continuiamo ad attribuire ai bambini certe caratteristiche considerate tipiche dei due sessi, prima ancora che nascano: i maschi devono essere più vivaci e vitali, le femmine devono essere più tranquille e passive.
La Prima Infanzia: Imitazione e Identificazione di Genere
Nella prima infanzia, i processi di imitazione e identificazione comportano un'appartenenza di genere che si manifesta precocemente. Belotti evidenzia come "a meno di due anni, maschi e femmine hanno già preciso il senso di appartenenza al proprio sesso". Esemplificativo è l'aneddoto di un bambino di poco più di due anni che, con tracotanza, dice a un'allibita vecchietta che aveva osato una carezza: "non mi toccare, io sono un maschio!". Questo dimostra come i "messaggi che i bambini raccolgono, e che in gran parte in maniera inconscia fanno propri", in particolare quelli che trasmettono il "codice" del comportamento sociale proprio di ciascun sesso, siano "particolarmente pesanti". L’autostima delle bambine, già in questa fase, è condizionata dall’approvazione degli adulti, mentre quella dei maschi dal rapporto tra pari.
Gioco, Giocattoli e Letteratura Infantile: Strumenti di Condizionamento
Il terzo capitolo si concentra sull'importanza del gioco, dei giocattoli e della letteratura infantile nella costruzione degli stereotipi di genere. Belotti osserva come esistano giocattoli "giusti" e "sbagliati" per i vari sessi: macchinine per i maschi e bambole per le femmine, e non viceversa. Anche i tipi di gioco sono differenziati: quelli di movimento e più attivi sono più accettati per i bambini, mentre le bambine dovrebbero preferire giochi più tranquilli e statici. Alcune madri, particolarmente consapevoli dei condizionamenti cui i bambini vengono sottoposti fin dalla nascita, hanno tentato di contrastare questa realtà evitando di offrire bambole alle figlie e preferendo animali di pezza. Tuttavia, la società nel suo complesso continua a veicolare questi messaggi. La pubblicità, per esempio, segue i gusti e li asseconda, consolidando modelli anziché anticiparli, e contribuendo al "ritorno ai generi" attraverso i prodotti per l'infanzia, quelli a partire dai quali si forma la cultura popolare. Questo rende particolarmente attuali le pagine del libro che trattano di questo tema, poiché ancora oggi si tende a distinguere i giochi "da maschio" e "da femmina", perpetuando la discriminazione fin dall'infanzia.
Le Istituzioni Scolastiche: La Scuola Infantile, Elementare e Media
Infine, Belotti esamina il ruolo delle istituzioni scolastiche nella riproduzione dei condizionamenti di genere. Nel quarto capitolo, l'autrice polemizza apertamente sulla scelta di usare il termine "scuola materna" per i bambini in età prescolare anziché "scuola infantile", sostenendo che "la visione falsa e zuccherosa della maternità si accoppia alla visione altrettanto falsa, sentimentale e sdolcinata dell’infanzia". La sua critica si estende anche alla figura dell'insegnante, che non dovrebbe essere "una persona che vive ai margini della vita, ma averla vissuta e viverla in pieno". Nel 1973, la professione di maestra d'infanzia non era ritenuta importante e per essa non si riteneva fosse importante studiare, ma contassero pazienza, dolcezza, comprensione e spirito di sacrificio; un lavoro umile e faticoso, da fare per comodità o per ripiego. Belotti denuncia come la scuola, un ambiente di formazione cruciale, diventi un luogo in cui si "finisce di compiere un’educazione di genere pervasiva, violenta, a suo modo brutale e sicuramente definitiva". Le descrizioni delle maestre nel libro sono spesso "feroce, esasperata, aggressiva", denunciate nella loro "incapacità di desiderare altro, di volersi altro, di smettere di essere complici, conniventi interessate dell’ordine che le opprime". Belotti suggerisce che finché il lavoro educativo sarà riservato alle donne, esso si confonderà con "una prestazione più o meno autoritaria, più o meno benevola, ma del tutto gratuita", assimilata alle cure materne. Per questo, il libro dedica pagine ai primi esperimenti di coinvolgimento di maschi nella professione di maestro, evidenziandone gli effetti benefici sul benessere psicologico dei bambini e sulla decostruzione dei pregiudizi di genere.

L'Analisi Profonda dei Condizionamenti Sociali e Culturali
La tesi centrale di Belotti è che la tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori "innati", bensì ai "condizionamenti culturali" che l'individuo subisce nel corso del suo sviluppo. Ella osserva che la bambina vivace ed esuberante non rientra negli stereotipi; "il maschio che spacca tutto è accettato, la femmina no". Ricorda la sgridata del primo giorno di scuola: "Simonetta, ti comporti come un maschiaccio! Vieni a sederti qui al primo banco di fianco a R. E poi: 'Mani in seconda!'". Questo tipo di educazione, mirata a produrre "quaderni immacolati", la "compulsione a non sbagliare mai", la "ricerca del perfezionismo e soprattutto della approvazione e della lode da parte degli adulti", è un esempio lampante di come l'educazione impartita alle femmine sia tesa a far sì che contengano energie ed entusiasmi, diventando mansuete, per nulla aggressive e competitive, "femminili", "piccole donnine".
La cultura, in cui viviamo, come ogni altra, si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere. Tra questi mezzi, spicca il "mito" della "naturale" superiorità maschile contrapposta alla "naturale" inferiorità femminile. Questo condizionamento non è una novità, ma la sua profondità e pervasività sono sorprendenti. Belotti stessa, come Carol Gilligan in "In a different voice" o Bell Hooks in "Insegnare a Trasgredire", sottolinea che i pregiudizi sono "profondamente radicati nel costume: sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano una utilità sociale". Per confutare e distruggere tali pregiudizi occorre non solo una notevolissima presa di coscienza, ma anche il coraggio della ribellione, che non tutti hanno. Nessun intervento può minare lo status quo se non siamo disposti a mettere in discussione il modo in cui il nostro posizionamento personale e il nostro processo pedagogico risultano spesso modellati dalle norme vigenti.
La "zona oscura" della primissima infanzia è la matrice delle successive difficoltà di ogni individuo. La descrizione dei modi di dire, delle attribuzioni di valore e delle pratiche di consumo improntate alla costruzione del genere è lucida e penetrante. L'analisi del complesso di supposizioni e di pregiudizi che si costruiscono sull’identità sessuale del nuovo individuo prima ancora della sua nascita è purtroppo attualissima.
L'Attualità Sconvolgente del Saggio Cinquant'anni Dopo
Trentacinque anni fa Elena Gianini Belotti pubblicava un’inchiesta sui meccanismi di precoce costruzione delle identità di genere. Ha senso, oggi, porsi "ancora" in quella prospettiva? Dopo la lettura del libro di Loredana Lipperini, "Ancora dalla parte delle bambine", la risposta non può che essere "no", la divisione del mondo per generi non è qualcosa di superato. I modelli di femminilità costruiti e trasmessi dalla famiglia, dalla scuola, dalla letteratura per l’infanzia sono ancora profondamente tradizionali. Questo libro riletto cinquanta anni dopo è "terribilmente attuale, e moderno, e necessario". Le innegabili conquiste legislative del femminismo non hanno corrisposto a un mutamento profondo delle strutture di pensiero, che costituiscono la base, così difficile da erodere, del dominio maschile. Non sono scomparsi i principî di percezione del mondo che rimandano a una gerarchia di rapporti tra i generi: basti, a dimostrarlo, l’inquietante attualità delle considerazioni, citate da Lipperini, non solo di "Dalla parte delle bambine", ma anche del "Secondo sesso" di Simone de Beauvoir (1949).

L'inchiesta di Lipperini, che è la prosecuzione ideale dell'indagine di Belotti, evidenzia come si sia assistito, negli anni, a un "re-genderization", un ritorno ai generi, manifestatosi "nella produzione e diffusione di giocattoli, di programmi televisivi, di libri film e cartoni". Questo ritorno alla cultura della differenza e della subordinazione femminile è passato "omeopaticamente" dai prodotti per l’infanzia, quelli a partire dai quali si forma la cultura popolare. La pubblicità, come spiega Anna Maria Testa, "segue di un passo la realtà non la anticipa mai: studia i gusti e li asseconda, deve vendere e per vendere deve andare sul sicuro, non rischia". La televisione, dall’avvento di quella commerciale, ha ugualmente adattato il prodotto alla domanda dell’utenza, assecondando e radicando un modello, non imponendolo.
La realtà che questi "specchi" ci rimandano è spesso allarmante. Dalle bambine che mettono il lucidalabbra a sei anni per essere "perfette per lui" alle ondate di allarme per bullismo, anoressia e violenza. Nonostante le donne abbiano imparato a lavorare, a studiare, a dirigere, a gestire imprese ed aziende, studi e professioni, il "carico mentale" della donna è ancora ben presente. La donna, come già diceva la Belotti, non si chiede "perché" faccio questo, ma "per chi" lo faccio. Paradossalmente, sembra più semplice cambiare sesso che sfidare le convenzioni e dire: "Sì, sono un maschietto e voglio giocare con la cucina, o imparare a ricamare". Questo dimostra come la società continui a essere "anarchica e borghese", vedendo il ruolo della donna come inferiore, relegato all'essere "angelo del focolaio".
Il Ruolo della Madre, l'Ambiente e la Critica al Concetto di "Carenza Materna"
Un aspetto cruciale nell'analisi di Belotti riguarda il rapporto tra neonato, madre e azione educativa materna. Per Belotti, esiste una responsabilità determinante nei primi scambi: a seconda di come si risponde ai bisogni e alle richieste indilazionabili del neonato, si costruisce un senso di sé e del proprio valore che è già determinante. Questi sono questioni politiche incandescenti. Belotti scrive di allattamento con libertà e profondità, nominandone perfino gli aspetti erotici e sensuali, il valore formativo, creativo, comunicativo, e tuttavia mai dimentica il punto di vista della liberazione femminile. I tempi di ozio del lattante, il tempo che passa nudo tra le mani della madre, gli scambi emotivi e fisici che avvengono tra loro sono elementi di un’azione formativa ed educativa che, opportunamente pensati e riflettuti, possono costruire una cultura condivisa del mettere al mondo.

Belotti criticava apertamente il concetto di "carenza materna", che trovò un alleato nella scienza contemporanea. In un articolo per "Paese Sera" (19 febbraio 1977), scrisse: "Il concetto di carenza materna nacque subito dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale, quando l’OMS diede incarico a un gruppo di esperti, tra cui Bowlby, di esaminare lo stato fisico e mentale dei bambini rimasti senza genitori a causa della guerra e ricoverati in istituzioni delle quali è facile immaginare il livello… Il risultato di tale indagine fu che questi bambini soffrivano di una particolare sindrome da abbandono che fu denominata, appunto, carenza materna e fatta risalire all’assenza della madre naturale. Punto e basta". La sua visione era che il lavoro educativo, che è sempre anche lavoro di cura, vada assunto anche dagli uomini, riconoscendogli valore culturale, sociale, creativo, di responsabilità e intelligenza. Ciò implica risignificare il rapporto tra corpo e psiche e di conseguenza trasformare la relazione educativa col soggetto infantile, arrivando a comprendere i bisogni emotivi, culturali e sociali dei bambini e delle bambine nella nostra organizzazione sociale, economica, istituzionale. È quindi indispensabile liberare la maternità dal doppio movimento di sovrainvestimento e di svalutazione, pensandola finalmente come fatto anche sociale e culturale, non solo evento individuale e istintivo, non insostituibile e unico campo di azione femminile confuso con i lavori domestici e di cura.
"I padri dovrebbero occuparsi molto di più e da vicino e fin dai primi giorni dei loro figliolini di ambo i sessi per dare a questi la visione reale e per niente scandalosa di una effettiva intercambiabilità dei ruoli padre-madre e offrire loro modello di tenerezza maschile", scriveva Belotti. Non è disciplinando e riducendo l'affettività femminile, così come si è sempre ridotta e mutilata quella maschile impedendole di esprimersi liberamente, che si può sperare di arricchire gli individui. Non è spingendo le bambine alla competizione e all’imitazione del maschio che si offrirà loro qualcosa in più, ma rispettando e favorendo le scelte di ognuno, indipendentemente dal suo sesso, e offrendo ai bambini modelli più ricchi, più espressi, più liberi dagli stereotipi imperanti: potranno così realizzarsi in maniera più completa senza essere costretti a sacrificare parti di se stessi valide e preziose. Questo approccio riflette la consapevolezza che "non esistono qualità ‘maschili’ e qualità ‘femminili’, ma solo ‘qualità umane’".
Pedagogia non Autoritaria e la Scuola come Spazio di Libertà
Belotti ha sempre sostenuto un'educazione non autoritaria e non repressiva, che rispetti le individualità e le differenze, superando la cristallizzazione dei ruoli di genere in primo luogo cambiando la tradizionale divisione dei lavori e le gerarchie che sottende. La sua visione pedagogica del lavoro educativo in istituzione, come espresso in "Dalla parte delle bambine", rimane minoritaria ieri come oggi. Che si tratti della libertà di movimento, dell'uso del gabinetto (nelle scuole ancora un permesso accordato a discrezione o regolato sulla base di esigenze organizzative autoritarie), del non reprimere l’esplorazione di funzioni corporee e le curiosità sulle differenze sessuali, Belotti ha anticipato molte delle discussioni contemporanee sull'educazione.
Un aspetto interessante è il parallelo tra "Dalla parte delle bambine" e "I vagabondi efficaci" di Fernand Deligny, entrambi pubblicati nel 1973. "Vagabondi" è un termine che Elena Gianini Belotti e Grazia Honegger Fresco utilizzano per descrivere l’agire tipico delle bambine e dei bambini fino a 3-4 anni, identificando nell’"istinto del vagabondo" la tendenza all’esplorazione, alla sfida, al rischio, alla conquista di continue nuove abilità. La preadolescenza e la fase dai tre ai sei anni sono, nella ricerca pedagogica di impronta montessoriana, due "periodi sensibili", momenti nella parabola vitale in cui si danno grandi possibilità di ridefinizione di sé in campo identitario, cognitivo e affettivo. In questi periodi, sono indispensabili luoghi di vita e di educazione distinti dalla famiglia, nella quale i processi di identificazione e rispecchiamento, le dinamiche affettive e imitative sono a volte troppo vincolanti per permettere di accedere a percorsi di autonomia. Belotti affermava che "il bambino a tre anni e anche prima ha bisogno di cultura e non di appiccicosi legami affettivi". Non di una "scuola materna" quindi, ma di un’istituzione educativa dove investire il meglio e il massimo delle nostre conoscenze per rispondere alle straordinarie potenzialità creative, esplorative, inventive delle persone piccole.

Oggi, il mestiere di maestra d'infanzia ha visto dei cambiamenti nella formazione e nella considerazione, ma in Italia rimane quello meno retribuito, con orario di servizio più esteso nella categoria docente, e dove la presenza maschile si aggira attorno all’uno percento sul totale del personale. Le pagine del libro dedicate ai primi esperimenti di coinvolgimento di maschi nella professione di maestro sono ancora attuali, dimostrando gli effetti benefici sul benessere psicologico dei bambini e, soprattutto, la necessità di un'educazione che abbatta i pregiudizi e smascheri la divisione del lavoro che inchioda le donne alla subalternità e allo sfruttamento.
L'Eredità Intellettuale e la Continuazione della Riflessione
Elena Gianini Belotti, deceduta il 24 dicembre a 93 anni, meno di un mese fa (al momento della stesura di questo testo), ha lasciato un'eredità intellettuale che va ben oltre "Dalla parte delle bambine". Autrice di quindici volumi, inclusi molti testi narrativi (romanzi storici per esempio), ha continuato a sperimentare strade nuove per dare voce e racconto a punti di vista insoliti e silenziati dalle discriminazioni di genere. Tra questi, "Pimpì Oselì" (1995), che narra di una bambina vissuta in epoca fascista, o "Prima della quiete" (2003), ispirato alla biografia reale di Italia Donati (1863-1886), una donna che fece la scandalosa scelta di fare la maestra, mostrando come l’unificazione italiana sia avvenuta "sul corpo di tante donne oscurate dal racconto storico ufficiale". Questo dimostra come l'opera di Gianini Belotti, fin dal titolo "Dalla parte delle bambine", definisca "perfettamente uno spostamento di prospettiva rispetto a un mondo pensato essenzialmente al maschile", rendendolo un libro "nuovo e sperimentale".
Il suo libro non è solo per addetti ai lavori, ma è concepito per essere "alla portata di tutti e fruibile a un vasto pubblico, compresi quelli che non hanno fatto studi riguardanti questo settore". Grazie all'innumerevole quantità di esempi e avvenimenti reali, osservati direttamente dalla Belotti, la lettura è scorrevole e interessante. La rilettura che si propone oggi si intreccia al tema delle sovversioni che una relazione educativa improntata al radicale rispetto del soggetto infantile può portare nei nostri assunti culturali e ordini sociali. Pur essendo stato scritto come atto di rivolta contro l’oppressione e lo sfruttamento delle donne - non a caso si apre agganciandosi al primo testo femminista della storia, a firma di John Stuart Mill - denuncia in modo duro e amaro lo spreco terribile di creatività, talento, benessere a cui il sessismo ci condanna tutte e tutti fin dai primissimi giorni di vita.

Il successo di "Dalla parte delle bambine" è stato tale che ha dato il nome a una casa editrice femminile tra il 1975 e il 1982, un segno tangibile del suo impatto sul femminismo italiano. Loredana Lipperini, con il suo libro "Ancora dalla parte delle bambine", pubblicato a trent'anni di distanza, ne ha ripreso il testimone, confermando che il bisogno di affrontare questi argomenti è ancora pressante. "Parlare - ancora! - di subordinazione femminile sembra un lamento fuori del tempo, il ritorno a vecchie e non guarite ossessioni. Qualcosa di patetico, di disturbante, di pietosamente passato di moda", ma in realtà "quanto ce n´è bisogno, invece". Il libro della Belotti ci invita a riflettere su quanto poco siano cambiati i condizionamenti e i pregiudizi sottostanti l'ideologia dell'identità maschio/femmina, e soprattutto a chiederci perché, cinquant'anni dopo, siamo ancora qui, a ripetere gli stessi atteggiamenti. Questo "avere ancora da dire" accade per ragioni che in parte sono positive, in parte no, ma è indubbio che la sua opera sia una "lettura fondativa per chiunque", mostrando come per tanti aspetti il nostro destino si giochi attraverso il modo materiale in cui abbiamo imparato e ci è stato insegnato a stare al mondo. L'operazione che devono compiere i genitori, gli educatori e tutti coloro che hanno a che fare con il processo formativo è di stimolare le bambine sin dall'infanzia a pensare con la loro testa e a scegliere ciò che ritengono opportuno per sé stesse e non per il loro genere.