L’ispirazione si trova nella vita e nella pausa ma, soprattutto, nella bellezza. Questa si trova molto facilmente a La Gomera, percorrendo gli oltre 600 chilometri di sentieri segnalati e respirando il silenzio che riecheggia nei 30 belvedere sulle gole che si abbeverano al mare. Il suono delle sue tradizioni rimane nei sampietrini delle sue strade acciottolate e nelle storie di migliaia di anni raccontate dalla laurisilva del Parco Nazionale di Garajonay, dichiarato dall'UNESCO Patrimonio Culturale e Naturale dell'Umanità. È l'isola dove Cristoforo Colombo fece l'ultimo scalo prima di partire alla scoperta del nuovo continente americano, è Riserva Mondiale della Biosfera ed è culla di artisti che hanno colmato le correnti creative dal XV secolo con il colore e la poesia del gracidio dei suoi burroni.

Radici Geografiche e Memoria Storica
Tutto questo con un linguaggio proprio, dichiarato dall'UNESCO Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità: il “silbo gomero”. Si identifica con Cristoforo Colombo per lo scalo che realizzò in questo comune prima di partire con le sue navi verso l'ignoto e scoprire il nuovo continente americano. Ed anche per una serie di elementi del patrimonio come la Torre del Conte (1447), la più antica fortificazione delle Isole Canarie; il Pozzo della Aguada, da cui fu attinta l'acqua con cui fu battezzata l'America; o la Chiesa dell'Assunta. Questa possiede un patrimonio artistico di straordinario valore che comprende un dipinto murale sulla battaglia contro i pirati inglesi noto come “La Gesta de la Gomera”.
Nel convento di San Pietro, l'unico dell'ordine domenicano che si trova a La Gomera, vivremo un'avventura appassionante quando scopriremo che le pietre con cui è costruito ci parlano. È l'unico in Spagna in cui sulla pietra fu inciso l'anno della sua costruzione (1598), ma anche il nome del costruttore, Pedro Párraga. Non potremo lasciare il paese senza vedere il “Pescante” di Hermigua. Si tratta dei resti dell’antica gruetta che trasportava per via aerea, dall'alto del burrone fino al mare, prodotti e persone. "Ci fu una baronessa tedesca che scese dalla gruetta nel 1910 e rimase così meravigliata che creò un'opera ispirata alla vista di questo paese dall'alto", rivela lo storico dell'arte di La Gomera, Pablo Jerez Sabater.
L'Arte che nasce dalla terra: José Aguiar e Pedro García Cabrera
Luogo in cui visse l'artista José Aguiar, considerato il più importante muralista spagnolo del XX secolo. La sua opera “Romería de San Juan” (1924), che presiede la Sala Plenaria del Capitolo di La Gomera, è essenziale per comprendere la pittura razziale degli anni '20, ispirata al paesaggio e ai compaesani, una tendenza che lui stesso creò. La Casa di José Aguiar è stata abilitata come museo dedicato alla società segreta di La Gomera, coeva dell'artista, nota come Filii Christi.
Passeggiare per le sue strade, che conservano l'antica atmosfera di quando le percorreva il poeta Pedro García Cabrera, ed arrivare camminando fino a casa sua, ci permette di capire come scrivere versi sia qualcosa di naturale a La Gomera. L'esperienza diventerà indimenticabile se percorreremo il sentiero circolare di Vallehermoso, che inizia e finisce nel centro abitato del comune, passando accanto alla casa del poeta. Il percorso ci porta anche attraverso il Bailadero, La Meseta, Macayo o Los Tiles. Di Vallehermoso è anche la poetessa Bohemia Pulido Salazar, che scrisse versi rivoluzionari nel 1920. Per la sua stessa orografia e per la sua storia, non dobbiamo perdere la bellezza delle “decime”, un'arte che diede risonanza alla tragedia di Telemaco. Questa imbarcazione clandestina lasciò il molo della spiaggia di Vueltas nel 1951 diretta in Venezuela, ma naufragò tra i frutti.
The Ancient Whistled Language Of La Gomera - Silbo Gomero | Europe To The Maxx
Il Museo Casa Pascoli: Un legame con l'infanzia
Il Museo Casa Pascoli, situato a San Mauro Pascoli in provincia di Forlì-Cesena, è il luogo dove nacque Giovanni Pascoli il 31 dicembre 1855. Questa dimora, oggi riconosciuta come monumento nazionale dal 1924, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per chi desidera comprendere la vita e l’opera del poeta. L’abitazione è profondamente legata ai ricordi d’infanzia del poeta, un periodo inizialmente sereno ma tragicamente segnato dall’assassinio del padre Ruggero nel 1867, evento che influenzò profondamente la sua sensibilità e la sua produzione poetica. All’interno del museo si possono ammirare documenti autografi, fotografie di famiglia, prime edizioni delle sue opere con dediche personali, oltre a oggetti che raccontano la quotidianità del poeta. Tra i reperti più preziosi spicca la prima stesura della poesia “Romagna”, composta proprio in questa casa.
All’esterno, il giardino è stato trasformato in un percorso botanico-poetico, dove le piante citate nei suoi versi - come le rose rampicanti, i giaggioli azzurri, la cedrina e il pioppo slanciato - accompagnano il visitatore in un’esperienza che unisce natura e poesia.
Il Gianicolo e la Quercia del Tasso: Dialoghi tra Roma e l'Eternità
Secondo la tradizione, Torquato Tasso si ritirava spesso all'ombra dell'arbusto, trovandovi riposo e ispirazione durante i suoi ultimi giorni di vita. Accanto alla quercia si trovava il suo alloggio, dove visse anche San Filippo Neri il quale, affezionato al luogo, lo frequentò assieme ai giovani del suo oratorio, e dove nel XVII secolo venne realizzato anche un piccolo teatro all'aperto sfruttando la cavea naturale del terreno. La storia della Quercia del Tasso comincia ben prima di incontrare l’albero stesso. Per coglierne appieno il significato, dobbiamo partire dal contesto in cui essa si trova: il colle Gianicolo e il Rione Trastevere. Le mappe storiche esposte in questa sezione offrono un racconto visivo straordinario, rivelando una Roma che si sviluppa tra le strette vie di Trastevere e i paesaggi ampi e sereni del Gianicolo.
L’importanza delle mappe nella storia va oltre il loro valore pratico: esse erano strumenti di conoscenza e, al tempo stesso, opere che celebravano il prestigio delle città. Durante il XVIII e il XIX secolo, la cartografia conobbe un’evoluzione straordinaria grazie alla combinazione di tecniche artistiche e nuovi metodi di rilevazione. Il Gianicolo, in particolare, venne rappresentato con frequenza nelle mappe dell’epoca per il suo ruolo centrale nella vita culturale e sociale di Roma. Le sue vedute panoramiche non solo offrivano una visione spettacolare della città, ma divennero luoghi carichi di significati artistici e spirituali. Le incisioni di questa sezione ci invitano, dunque, a percorrere con lo sguardo le strade e i paesaggi che furono protagonisti delle vite di artisti e intellettuali, ricordando come Roma non sia mai stata solo un luogo fisico, ma una continua narrazione.

Sul colle del Gianicolo, tra i silenzi dei suoi sentieri e le vedute mozzafiato su Roma, si intrecciano storie di arte, natura e spiritualità che hanno ispirato generazioni di artisti. Qui, dove la città eterna si apre in tutto il suo splendore, la natura si è sempre fatta complice dell'ingegno umano, offrendo spazi di contemplazione e di rifugio. Le opere raccolte in questa sezione raccontano Roma attraverso il pennello, l’acquaforte e la fotografia, tracciando un percorso che celebra il dialogo tra la città e il suo paesaggio. Sant'Onofrio, luogo caro a Torquato Tasso, si erge come simbolo di pace e raccoglimento. I chiostri del convento, le rampe alberate e la vicinanza alla Quercia, hanno catturato l'attenzione di artisti come Lucia Hoffmann, Scipione Vannutelli e Settimo Bocconi, che ne immortalano la serenità del prato ai piedi della chiesa, e gli edifici circostanti che parlano della vita quotidiana e della stratificazione storica della città.
Non mancano le vedute della Quercia stessa, ritratta come simbolo di eternità e resistenza. In alcune preziose rappresentazioni, la sua figura maestosa si staglia contro il panorama di Roma, con la cupola di San Pietro sullo sfondo. Gli acquerelli, le fotografie e le incisioni qui esposte diventano dunque documenti visivi fondamentali, frammenti di un dialogo ininterrotto tra uomo e paesaggio, tra storia e modernità. Sul colle del Gianicolo, la Quercia del Tasso si erge come testimone silenziosa di secoli di storia e ispirazione poetica. La leggenda narra che, seduto all'ombra della quercia, Tasso compose alcuni dei suoi versi più intensi, osservando la città di Roma distendersi all'orizzonte. San Filippo, conosciuto per il suo spirito gioioso e la dedizione alla gioventù, amò fortemente questo luogo, portandovi spesso i giovani del suo oratorio. Qui, immersi nella quiete del Gianicolo, spiritualità e natura si incontravano, creando un'atmosfera ideale per la preghiera e la riflessione.
La Tecnica e l'Immagine: Roma come narrazione visiva
Le opere esposte offrono una narrazione visiva che celebra l'originario legame tra Tasso e il Gianicolo. Tra queste troviamo vedute incantevoli della quercia stessa e rappresentazioni dei luoghi circostanti, come il portico del convento di Sant’Onofrio, dove il poeta trascorse gli ultimi anni. Particolare rilievo è dato alle rappresentazioni della quercia nei diversi momenti storici, immortalata in acquerelli, incisioni e fotografie. Tra queste, le vedute di Mary Callcott Graham e Arthur John Strutt catturano la maestosità dell’albero e il suo ruolo di punto di riferimento iconico per la città eterna. All'interno di questo percorso, l'albero, testimone del tempo, si erge non solo come simbolo della natura imperiosa e dominante, ma anche come archetipo universale che attraversa i linguaggi e le epoche. Gianfranco Baruchello, con la sua installazione ambientale del 2015 "Come la quercia", esplora il potere simbolico e trasformativo dell’albero come nutrimento fisico e spirituale.
Tra il XVIII e il XIX secolo l'incisione conobbe un periodo di straordinaria fioritura, divenendo il linguaggio visivo prediletto per tramandare l'immagine di Roma sia ai contemporanei che ai posteri. Il Gianicolo, dominante su Trastevere e sul centro di Roma, è stato rappresentato più volte attraverso la tecnica dell'incisione, che richiedeva un lavoro meticoloso: il disegno era trasferito su lastra, inciso con strumenti di straordinaria precisione e sottoposto, successivamente, a processi chimici per ottenere l'effetto chiaroscuro desiderato. Nelle opere in mostra, Roma e il Gianicolo vengono presentati sotto vari punti di vista in tutta la loro precisione: le incisioni si affiancano alla litografia, altra tecnica che nel XIX secolo conquistò gli artisti per la sua immediatezza.
Roma, città eterna, è nota al mondo per i monumenti grandiosi, le testimonianze della sua storia millenaria e le opere d'arte che ne hanno celebrato la gloria. Tuttavia, la città di Roma è qualcosa di più di uno scrigno di storia e arte: essa racchiude intrecci di spazi verdi e scorci paesaggistici che offrono rifugio e ispirazione. Le opere di questa sezione catturano l'essenza di Roma come spazio di natura e intelletto, raccontandone il paesaggio attraverso gli occhi di artisti italiani e stranieri. Le opere di Antonio Fontanesi e di Jacob Philipp Hackert sono testimonianza di come la natura romana sia stata un rifugio accogliente per poeti, pensatori e pittori. Sotto i cipressi e gli olivi di questi luoghi, sotto le fronde degli alberi monumentali, filosofi, poeti e artisti hanno trovato spazio di contemplazione.
La Natura come elemento vivo e contemporaneo
Anche in questa sezione, il tema della natura non è solo legato ai paesaggi tradizionali, ma si apre alla visione del contemporaneo. La natura è paesaggio da contemplare e anche elemento attivo e provocatorio nel dialogo tra uomo e ambiente. Olivo Barbieri presenta, attraverso la fotografia, una visione contemporanea della città di Roma dove l'albero e il paesaggio urbano si fondono in un equilibrio sospeso. La "Rinascita" di Roberto Almagno si erge come archetipo universale e attraversa i linguaggi e le epoche, mentre "Remember to forget" di Alessandro Cannistrà si consuma nell’atmosfera poetica che riflette sulla transitorietà del paesaggio. Daniela Perego con "Il mio albero" invita a riflettere su come ogni individuo possa instaurare un legame profondo con la natura.
Vrba: La culla dello spirito nazionale sloveno
A Vrba ci sono poche case rurali dove è ancora il ritmo dei campi, degli animali, della natura a scandire il tempo. Tre sono i monumenti nazionali che si trovano in questo piccolo paese: il grande tiglio che domina la piazza, la chiesa di Sv. Marko e la casa di France Prešeren. Dal 1939, grazie all’opera dello scrittore Fran Saleški Finžgar, la casa di Prešeren è adibita a museo, arricchita da mobili d’epoca (il poeta nacque lì nel 1800), tra cui la culla dove il grande poeta visse i primi mesi della sua vita.
Dietro la casa di Prešeren, stando ben attenti a non attraversare la proprietà privata di un paesano un po’ “peperino” che non ama molto i turisti, si può ammirare la parrocchiale del paese, dedicata a San Marco (Sv. Marko). E’ una chiesa di origine romanica, ma l’attuale struttura è in stile gotico. Al suo interno si possono ammirare due begli altari barocchi e soprattutto gli affreschi in stile gotico del XV e XVI secolo. La chiesa è peraltro solitamente chiusa: la chiave è tenuta all’ufficio informazioni dentro la casa di Prešeren. O Vrba! Vrba si trova a circa un quarto d’ora da Bled e il suo splendido lago. Circa alla stessa distanza si trova Radovljica, pittoresca cittadina storica col suo celebre museo dell’apicoltura.

La Grotta della Poesia: Mitologia e geologia nel Salento
La Grotta della Poesia è un luogo magico, che incanta i visitatori con le sue acque cristalline, le rocce scolpite dal mare e il paesaggio mozzafiato che la circonda. Situata sulla costa adriatica salentina, questa grotta offre un’esperienza indimenticabile per chiunque cerchi avventura e bellezza. È, infatti, uno dei tesori naturali più affascinanti di tutta la penisola, custode di storia e misteriose leggende. Cresce sempre più il numero di turisti che ogni anno sceglie di visitare la Grotta della Poesia, diventando un’esperienza imperdibile in Salento. La Grotta della Poesia è una meravigliosa piscina naturale situata a Roca Vecchia, in Salento e, più precisamente, sul litorale Adriatico, tra San Foca e Torre dell’Orso.
Roca Vecchia è una delle Marine di Melendugno ed è circondata da luoghi mozzafiato che meritano di essere scoperti. Anche le acque della costa, oltre a quelle della grotta, sono una vera goduria. Una zona aspra e selvaggia capace di incantare e togliere il fiato a chiunque si accinga a visitarla. La Grotta della Poesia, in realtà, non è solo quella che tutti conosciamo, ne esiste anche un’altra distinta. Entrambe vengono definite “Grotta della Poesia Grande” e “Grotta della Poesia Piccola”, e insieme formano un complesso carsico creato nel tempo dall’attività di erosione delle acque. In ognuna delle due piscine, l’acqua marina arriva attraverso un canale che può essere percorso nuotando o con una piccola imbarcazione. La piscina più grande ha una forma approssimativamente ellittica con assi di circa 30 e 18 metri ed è situata a circa 30 metri di distanza dal mare aperto.
Come molte altre località salentine, anche la Grotta della Poesia è legata ad un’affascinante leggenda che vede protagonista una principessa dalla bellezza inenarrabile, che anticamente era solita fare il bagno nelle acque della grotta, richiamando un gran numero di poeti, che si recava lì cercando di ammaliare la splendida fanciulla. La bellezza della Grotta della Poesia è amplificata dal territorio circostante di Roca Vecchia, culla archeologica di un tempo lontano. Gli importanti scavi archeologici hanno rivelato un sistema di fortificazioni risalente all’età del bronzo e tracce della presenza messapica. Hanno, inoltre, evidenziato tracce di incendi, probabilmente dovuti ad assedi, intorno al XV secolo a.C. e all’XI secolo a.C. Dopo il periodo messapico, la città fu abbandonata e fu successivamente abitata da anacoreti durante l’alto medioevo. Nel XIV secolo, Roca fu ricostruita come città fortificata dal conte Gualtieri di Brienne.
Performance e Poesia Contemporanea: L'esperienza del corpo
Ancora una volta luogo amico della poesia, la Biblioteca Civica di Verona ospita "CorpoLibro", tre non-presentazioni, una rassegna letteraria a cura di Sara Gamberini e Ida Travi. Dopo il primo incontro con Giorgiomaria Cornelio, la rassegna entra nel vivo del rapporto tra corpo, scrittura e voce con la poesia di Roberta Sireno, in Sala Fiumi della Biblioteca Civica. La locandina che annuncia la rassegna CorpoLibro riporta l’immagine di Hugo Ball ritratto al Cabaret Voltaire mentre salmodia una poesia non-sense, simile a una formula magica. Il Cabaret Voltaire fondato dallo stesso Hugo Ball a Zurigo nel 1916, fu luogo di aggregazione d’artisti in fuga dagli orrori della Prima Guerra Mondiale. Diverrà culla del dadaismo.
Le curatrici Sara Gamberini e Ida Travi attraverso la rassegna CorpoLibro intendono recuperare la dimensione più viva della letteratura contemporanea ricollegando ogni libro a chi l’ha scritto: nella logica della rassegna saltano le convenzioni formali delle presentazioni pubbliche: non-presentazioni, dunque, ma accostamenti d’arte, accadimenti di parola. Roberta Sireno attraverso le sue esperienze performative e poetiche con Teatro Valdoca, Teatro del Pratello e Magnifico Teatrino Errante, ha messo a punto un personalissimo modo di intendere la scrittura poetica estendendola nell’esposizione vocale. Le sue performance sono caratterizzate da un forte ancoraggio al corpo-parlante: l’uso della voce con Roberta Sireno diventa emotivamente comunicativo e insieme fortemente straniante, una vera e propria esperienza di parola. "Magrissima" è la sua raccolta poetica più recente, edita da Zacinto Edizioni nell’ottobre del 2025: “Magra troppo magra - dicevano, vedendola tornare dal Gange con pasti di solo riso e legumi”.
Tutto questo nella splendida cornice della Sala dedicata al poeta veronese Lionello Fiumi, che ne ospita l’omonimo Centro Studi, fondato per volontà della vedova signora Beatrice Magnani e inaugurato nel marzo 1976 con sede in via Anfiteatro, 9 nell'abitazione dove il poeta aveva trascorso gli ultimi anni di vita. Dal 2019 è stato trasferito in Biblioteca Civica e si compone di oltre 6 mila tra volumi ed opuscoli ricercabili nel catalogo on-line delle Biblioteche veronesi. Oltre a molte prime edizioni, si possono visionare diverse annate di riviste, con dedica autografa, antologie e saggi critici sulla poesia e letteratura novecentesca, soprattutto in italiano e in francese. Il centro possiede anche una interessante documentazione fotografica, costituita da centinaia di scatti che rappresentano Fiumi, la sua famiglia e molti momenti rilevanti della sua attività letteraria. Prossimo appuntamento sarà Bartolomeo Cafarella che racconta "Il simbolo tace - il dio fanciullo e l’accordo supremo", disegni e ricerca iconografica di Crissi Campanale, Dito Publishing.