La culla dell’immaginario: ontologia, infanzia e metamorfosi nei cartoni animati

L’immagine della culla, nel vasto panorama dei cartoni animati, non rappresenta soltanto un elemento d’arredo o un semplice luogo fisico di riposo per l’infante. Essa si configura come un archetipo complesso, un punto di intersezione tra la realtà tangibile e la dimensione onirica, tra la protezione materna e l’inquietudine di un mondo, quello animato, che sfida costantemente le leggi della fisica e della logica. Analizzare la culla significa addentrarsi in una riflessione filosofica sulla natura stessa dell’animazione, un mezzo che, come suggerisce Andrea Tagliapietra in Filosofia dei cartoni animati, possiede la capacità unica di "animare l’inanimato", trasformando il legno, la stoffa e il colore in soggetti dotati di vita e significato.

illustrazione astratta di una culla in un ambiente onirico animato

Lo sguardo duale: tra meraviglia infantile e analisi critica

La visione della trilogia di Toy Story - nel frattempo diventata tetralogia - deve avere davvero colpito la sensibilità di Andrea Tagliapietra, ordinario di storia della filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e instancabile animatore del dibattito filosofico dei nostri anni. La riflessione sulla celebre serie di film della Pixar costituisce una guida alla lettura e allo stesso tempo un modello perfetto attraverso cui rivelare al lettore la complessità delle questioni filosofiche sollevate da quella strana specie di testi che sono i cartoni animati. Il bambino, di fronte alla culla del suo eroe animato, si fa vedere come un bambino, ride di ciò che a un adulto può sembrare ovvio, “sgrana gli occhi” di fronte allo spettacolo che gli si para di fronte, lasciandosi sedurre da dettagli apparentemente insignificanti.

D’altra parte, “i grandi” possono leggere i cartoni animati come “segno dei tempi”, riconoscendone i tic e il loro intrinseco valore ideologico. Proprio la reversibilità fra questi due modi della visione - del bambino e dell’adulto - è oggetto preferito di tematizzazione dalle storie dei cartoni animati. Se il bambino è immerso nella magia di una culla che dondola autonomamente, l’adulto interroga la tecnologia e l’ideologia che rendono possibile tale incanto. Si capisce come osservare queste storie archetipiche rimesse costantemente in circolo nei media possa costituire un appiglio per orientarsi nel mondo, se è vero che della “sindrome di Peter Pan” sembra essersi ammalato tutto l’occidente, il cui apparato economico e tecnologico cerca di prolungare all’infinito la condizione di subordinazione e dipendenza della fanciullezza.

L’ontologia del cartone animato: creare il mondo dal nulla

Il cinema è legato alla replica, all’impressione della pellicola di cui si propone come fedele trascrizione. Tutti i film, compresi quelli di fantascienza pieni di effetti speciali, si fondano sulla documentazione, sul mostrare qualcosa che è già avvenuto da qualche parte, restituendola fedelmente. Per i cartoni animati non è così. Essi si presentano già in partenza come creazione da zero, cosicché quando incontriamo un personaggio in una culla nei cartoni visti al cinema o alla tele, stiamo socializzando con un prototipo, un essere unico nel suo genere, che si porge agli spettatori come nuovo aspirante cittadino del mondo dell’immaginario.

Il mondo dei cartoni animati è quindi propriamente un mondo anti-realistico e questo anti-realismo è una caratteristica fondamentale per delimitare lo statuto artistico e sociale dei cartoni animati. Non sono poche le opere di animazione che insistono su questo aspetto per così dire meta della costruzione dell’immaginario. L’abisso che separa il cinema “dal vero” dai cartoni animati è, allora, secondo Tagliapietra, ontologico. Mentre nel cinema la culla è un oggetto filmato, nel cartone animato la culla è un’invenzione pura, un segno grafico che acquista peso e funzione narrativa solo attraverso l’atto di volontà dell’animatore.

schema concettuale che mette a confronto il cinema dal vero e l'animazione

La culla tra realtà e fantasia: il dibattito pedagogico

La diffusione di canali televisivi per bambini di età inferiore ai 6 anni e il generale aumento di contenuti multimediali per l’infanzia rischiano di produrre un malinteso: è infatti sempre più condivisa l’idea secondo cui sarebbe possibile lasciare da solo il bambino davanti allo schermo. In Montessori, questo è un tema ricorrente e anche importante: nella filosofia e pedagogia Montessori si cerca di esporre i bambini il più possibile alla realtà fino ai cinque-sei anni. I bambini sono studenti sensoriali che imparano tutto ciò che sanno e ciò che sono attraverso i sensi. Il mondo reale è così importante perché, attraverso i sensi, i bambini stanno costruendo tutta la loro comprensione del mondo che li circonda.

Il loro cervello è un po' come una tela bianca; hanno bisogno di costruire prima le fondamenta, la struttura di base, per poi piano piano costruire tutte le case, le strade, i ponti. Per costruire delle fondamenta solide, hanno bisogno di essere esposti il più possibile alla realtà. È qui che risiede la differenza tra immaginazione e fantasia. La fantasia è ciò che scaturisce dalla mente di qualcun altro, mentre l’immaginazione è ciò che scaturisce dalla nostra mente. I bambini, anche se non sono esposti alla fantasia, hanno un’immaginazione incredibile: possono creare, per esempio, con i Lego un elefante con un paracadute, attingendo dalla realtà che conoscono.

L’animazione dell’inanimato: Salad Fingers e il perturbante

Se la culla rappresenta, nella tradizione Disney o Pixar, il luogo della protezione e della crescita, in altre forme di animazione essa diventa il teatro dell’inquietudine. Salad Fingers, la celebre serie web creata da David Firth, esplora le derive psicotiche dell’animazione. Il protagonista è una creatura umanoide, disegnata con uno stile grafico piuttosto elementare, che vive in un mondo desolato. La sua sensibilità è morbosa: prova piacere sfregando vari oggetti, in particolare quelli metallici arrugginiti come cucchiai e bollitori.

In un episodio, Salad Fingers "partorisce" dal suo stomaco un oggetto viscido nero, che lui identifica come suo figlio, "Baby Yvonne". Egli lo culla e gli legge una poesia, durante la quale nota che essa ha gli occhi di sua madre. Questo atto del cullare, privato del calore umano e trasposto in un contesto di solitudine estrema e alienazione, ribalta completamente il significato dell'immagine della culla. Non è più il simbolo di un inizio, ma quello di una fissazione ossessiva, dove l'inanimato (il tumore/figlio) viene investito di una soggettività tragica. Salad Fingers, in questo modo, estremizza l’idea di "animare l’inanimato" teorizzata da Tagliapietra, spingendola oltre il limite della cura, verso quello della patologia.

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Verso una nuova educazione all’immagine

Prima di tutto è necessario scegliere quali cartoni mostrare al bambino: può essere utile informarsi e cercare anche fuori dal “flusso televisivo”, selezionando ad esempio cortometraggi di animazione dall’alto valore estetico. Il secondo compito che spetta ai genitori è problematizzare: guardare i cartoni animati con i bambini non dovrebbe significare lasciar scorrere gli episodi uno dietro l’altro, ma dedicare un po’ di tempo alla verbalizzazione dopo ogni puntata. Infine, vi è la dimensione ludica e creativa: per rendere un cartone animato realmente educativo, non bisognerebbe considerare la visione come il fine in sé, ma trasformarla piuttosto in uno stimolo iniziale, un “pre-testo” da cui avviare nuove attività.

I cartoni animati non sono nemici, ma elementi ormai radicati nella nostra cultura che devono essere “letti” e padroneggiati in modo consapevole, anche dai bambini in età prescolare. Sono dunque da incentivare quelle esperienze laboratoriali in cui è prevista una collaborazione tra educatrici, insegnanti e genitori per far sì che l’adulto impari ad accompagnare la visione dei cartoni. La culla, in questo percorso, cessa di essere un oggetto muto e diventa il simbolo di un’infanzia che, pur protetta dalla narrazione, deve gradualmente imparare a distinguere tra la realtà delle cose e la vertigine delle immagini, tra la solidità del mondo fisico e la fluidità, potenzialmente infinita, dei mondi animati. In questo orizzonte, ogni storia diventa una possibilità, un invito a guardare oltre il bordo della culla verso l’orizzonte di trasformazione che solo l’immaginazione, nutrita dalla realtà, può offrire.

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