La Culla di Dante e l'Airbnb del Sentire: Esplorazioni di una Nuova Realità Post-Mente

L'epoca contemporanea si profila come un crocevia di trasformazioni profonde, dove la percezione della realtà, l'identità umana e il rapporto con il mondo esterno subiscono mutamenti che sfidano le categorie tradizionali di comprensione. In questo scenario, concetti come "La Culla di Dante" e "l'Airbnb del Sentire" emergono non tanto come riferimenti a luoghi fisici o servizi specifici, ma piuttosto come metafore potenti per descrivere la nascita e la condivisione di nuove modalità di esistenza e percezione. "La Culla di Dante" può essere intesa come il luogo primordiale o archetipico da cui queste nuove consapevolezze prendono vita, un crogiolo di idee e sensazioni in cui l'essere umano contemporaneo è chiamato a riconsiderare la propria posizione nel cosmo. Allo stesso tempo, "l'Airbnb del Sentire" rappresenta la natura transitoria e partecipativa di questa esperienza, un "spazio" in cui gli individui "alloggiano" temporaneamente in nuove configurazioni percettive, condividendo un territorio di frontiera tra il tangibile e l'immateriale, tra l'io e il flusso collettivo.

Questo articolo si propone di esplorare queste trasformazioni attraverso la lente di un "manifesto che annuncia il crollo della mente," un evento quasi invisibile che si è verificato negli ultimi dieci anni e che è ancora in corso, come delineato dal pensatore Gaetano Mirabella. Attraverso l'analisi di concetti quali il "corpo-scena," lo "spazio che sente," e la "presenza definitiva," cercheremo di cogliere le sfumature di questa epoca senza memoria, dove i sensi apprendono a pensare la realtà in modi imprevedibili e sorprendenti, guidati da una "forma autentica del cielo" che può indicare una pista sicura verso l'oasi dell'ESSERE dell'amore.

Il Crollo della Mente e l'Emergenza di un Nuovo Punto d'Essere

Il panorama intellettuale odierno è segnato da un'urgenza inequivocabile: la situazione di fronte alla quale l’uomo contemporaneo è venuto a trovarsi, impone di abbandonare il vecchio “punto di vista” a favore di un nuovo punto d’essere. Questa affermazione costituisce il fulcro di un "manifesto che annuncia il crollo della mente," un evento che non è tanto una catastrofe quanto una riconfigurazione radicale delle nostre facoltà cognitive e percettive. La mente, intesa nella sua accezione tradizionale, come sede della razionalità discorsiva e della rappresentazione simbolica, non è più in grado di contenere o interpretare la complessità della realtà emergente. Questo "crollo" è un processo sottile ma inesorabile, in atto negli ultimi dieci anni e tuttora in corso, che ridefinisce il nostro modo di interagire con il mondo e con noi stessi.

In questo contesto, sorgono domande fondamentali che interrogano la natura stessa dell'esperienza umana: Che cosa prova un uomo oggi in una folla? Dov’è situato il suo punto d’essere? Qual è la sua forma? Egli è individuo o folla? Queste interrogazioni rivelano una profonda crisi identitaria e una fluidità inedita del sé. La percezione della realtà è cambiata, e in che modo? Esiste ancora una realtà o forse è terminata? La risposta suggerita è che la realtà non è scomparsa, ma si è trasformata, divenendo un costrutto dinamico e co-creato, piuttosto che una dimensione oggettiva e predefinita. Al centro di questa nuova prospettiva vi è il "sentire pensante," un concetto che sfida la dicotomia tra emozione e cognizione, suggerendo che i sensi devono imparare a pensare la realtà. Questo significa che la percezione non è più un atto passivo di registrazione, ma un processo attivo di interpretazione e persino di invenzione della realtà stessa.

rappresentazione concettuale del crollo della mente e l'emergere di un nuovo modo di percepire

I sensi, sempre più coadiuvati da “protesi” tecnologiche, stanno diventando sempre più “estranei” a noi stessi. Queste protesi riproducono tecnologicamente processi che appartengono all’uomo, rendendoli tuttavia per lui irriconoscibili. I media dei sensi tecnologici hanno la tendenza a interagire, generando effetti imprevisti e sorprendenti. Con l’avvento dei media elettrici noi abbiamo la messa in scena del sistema nervoso, e creato le premesse di un mutamento che coinvolge anche il corpo, che cambia il suo assetto divenendo il "corpo-scena," una presenza definitiva, uno spazio che sente. L'abbandono di ogni tipo di struttura simbolica che si articola in un processo, dev’essere considerato una tendenza irreversibile dell’uomo contemporaneo? Questa è una questione cruciale che il "manifesto" solleva, implicando che la nostra dipendenza da schemi interpretativi predefiniti potrebbe essere giunta al termine. È plausibile che la caratteristica a bassa definizione delle dinamiche sociali abbia innescato una realtà fredda la cui fruizione sollecita l’intervento del fruitore stesso? Ciò suggerisce che la passività è insostenibile e che la partecipazione attiva è essenziale per dare forma e significato a questa nuova realtà. Per essere parte attiva di questa intensa consapevolezza, si avverte oscuramente che bisogna sparire come individui e divenire flusso che scorre senza ostacoli e senza opposizioni. Occorre evitare le ideologie e le rappresentazioni della realtà se si vogliono cogliere il divenire e il cambiamento, abbracciando una fluidità e una malleabilità che superano le rigide definizioni del passato.

Il Corpo-Scena e lo Spazio che Sente: Una Presenza Definitiva

Nel cuore di questa radicale riconfigurazione dell'essere umano si collocano i concetti di "corpo-scena" e "spazio che sente," che insieme definiscono una "presenza definitiva." Questi concetti non sono emersi all'improvviso, ma sono stati il risultato di un percorso unico che si autocostruiva nel tempo, iniziando con il "corpo-scena" nell’anno 2002. Essi sono stati elaborati in diversi periodi e sono confluiti in un libro scritto a Toronto nell’estate del 2007, in collaborazione con Derrick de Kerchkove, direttore del McLuhan Program, e altri sette autori. Questa sinergia intellettuale ha permesso di esplorare a fondo le implicazioni di un corpo che non è più solo un organismo biologico, ma diviene una piattaforma performativa, un palcoscenico per le nuove dinamiche della percezione e dell'interazione.

Il "corpo-scena" rappresenta una presenza definitiva in cui il corpo, purificato ed elettrico, riveste l’immateriale della nuova naturalità elettronica. Non è un corpo che percepisce semplicemente il mondo esterno, ma piuttosto un corpo che è esso stesso parte integrante e attiva della "scena" percettiva, un agente che contribuisce a plasmare la realtà che esperisce. La configurazione tipica in cui il corpo-scena si attiva è quella del computer, dove si instaura un circuito ricorsivo molto rapido tra le pulsioni elettriche della macchina e le pulsioni neurali. Questa interazione modifica l’organizzazione dei due insiemi simultaneamente, creando una simbiosi che trascende le distinzioni tradizionali tra uomo e macchina. L'uomo non utilizza più la tecnologia come uno strumento esterno, ma la incorpora, rendendola una estensione interna del proprio sistema nervoso.

Lo "spazio che sente" è l'ambiente cosciente in cui il "corpo-scena" opera, un luogo dove il rapporto tra conscio e inconscio sembra invertito. Non si tratta di uno spazio meramente fisico, ma di un ambiente percettivo e cognitivo che è esso stesso dotato di una capacità di sentire e di rispondere. L'estetica tradizionale non riesce più a spiegare che cosa accade intorno a noi, e che cosa proviamo, perché ci siamo trovati in un luogo o in una configurazione di luoghi, nella quale siamo andati oltre la sensibilità. Questo "oltre" si configura come un ambiente cosciente in cui la percezione è saturata dall'accumulo di feedback, generando effetti di straniamento simili a quelli che si determinano nelle dinamiche di turbolenza molecolare delle cosiddette strutture dissipative, tipiche delle reazioni non lineari e in condizioni lontano dall’equilibrio. In questi nuovi stati della materia e della percezione, la relazione tra corpo-scena e immagini si sottrae nella presentazione in ciò che appare, indicando che la realtà non è più solo ciò che è rappresentato, ma l'atto stesso della sua manifestazione.

Il Corpo | Al cinema

La "presenza definitiva" è il culmine di queste trasformazioni. È un “sentire” nel quale trova realizzazione una paradossale commistione tra percezione sensibile e pensiero. Essa è autopoietica, ricorsiva, autoreferente, autostatica. Si presenta sospesa in una configurazione definitiva in cui il corpo-scena può apparire in un ruolo in cui si mimetizza usando le stesse circostanze di cui si riveste il corpo fisico. Per questo la presenza definitiva è anonima e distopica: essa non può dar conto del suo apparire là, nel luogo in cui appare, ovvero laddove “altri” ne registrano la presenza. Non è più un soggetto con un'identità fissa e un punto di vista specifico, ma un flusso di percezioni e interazioni che si manifesta in modo diffuso e impersonale. Il "sentire pensante" è ciò che permette questa realizzazione, accoppiando la percezione sensibile con il pensiero per la produzione di un mondo. È una metastruttura mentale caratterizzata dalla predittività non di un dato noumenico di una realtà oggettiva a cui sarebbe subordinata, bensì del ritorno degli input nel sistema nervoso di cui hanno modificato gli stati interni. In altre parole, la realtà non è un dato esterno da scoprire, ma una configurazione che si produce continuamente attraverso l'interazione tra i nostri stati interiori e gli input sensoriali. Il nostro “sentire” ci rende continuamente liberi in un universo, letteralmente plasmato da noi e che non ha altro scopo che essere ciò che è.

L'Era Elettronica e la Trasformazione della Percezione Umana

L'avvento e la pervasività dei media elettronici hanno agito come catalizzatore fondamentale per il profondo mutamento della percezione umana e della stessa costituzione del corpo. L'espansione tecnologica non è più un fenomeno esterno, ma una forza intrinsecamente legata all'evoluzione dell'essere, che ha radicalmente alterato il nostro sistema nervoso e le nostre modalità cognitive. Fin dall'inizio, i media elettrici hanno inaugurato una "messa in scena del sistema nervoso," creando le premesse di una trasformazione che coinvolge il corpo stesso, il quale ha cambiato il suo assetto, divenendo il "corpo-scena" e uno "spazio che sente." Questo non è un semplice adattamento, ma una metamorfosi che ridefinisce i confini tra l'organico e il tecnologico.

In questa nuova era, i sensi diventano sempre più “estranei” perché sempre più coadiuvati da “protesi” tecnologiche. Queste protesi non si limitano a estendere le nostre capacità sensoriali, ma riproducono tecnologicamente processi che appartengono all’uomo, rendendoli tuttavia per lui irriconoscibili. Ciò significa che la nostra esperienza sensoriale è mediata e trasformata al punto che la sua origine e natura intrinsecamente umana si offuscano. I media dei sensi tecnologici, inoltre, hanno la tendenza a interagire in modi imprevedibili, generando effetti imprevisti e sorprendenti. La sinergia tra diversi dispositivi e piattaforme crea un ecosistema sensoriale complesso e dinamico che supera la somma delle sue parti.

schema delle interazioni tra media tecnologici e sensi umani

Secondo la visione di McLuhan, l’invenzione della parola scritta è stata “la membrana che ci separa, che ha diviso l’io da tutto quello che non è io.” Essa ha creato una distanza, una separazione tra il soggetto e il mondo. Con i media elettronici, tuttavia, si delinea all’orizzonte la possibilità di “ritornare” nel corpo ricontestualizzato e sensorializzato, a partire però dalla sua produzione in un ambito sintetico/virtuale. Questo "ritorno" non è una regressione, ma un'integrazione, dove il corpo non è più solo il limite della nostra esperienza, ma una superficie dinamica e interconnessa. Dal momento in cui, con l’elettricità, è emersa una qualità comune tra il principio di attività del nostro corpo e delle nostre macchine, queste non sono più esterne ma interne al corpo. La tecnologia non è più un utensile, ma una componente integrante della nostra stessa fisiologia e psicologia.

Con la produzione tecnologica del corpo si attiva la possibilità di una utilizzazione in una dimensione pragmatica degli aspetti personali del sentire. Le percezioni e le affezioni che, insieme ai gesti e alle parole, vengono sottratte al corpo fisico, sono desoggettivate, rese impersonali e inglobate in immagini sintetiche che eccedono tanto il soggetto, quanto l’oggetto. Questo processo porta a una "vaporizzazione" del soggetto, il quale non ha più una sua posizione relativamente ad un sapere, un potere, o alla “storia” e la sua esistenza appare “vaporizzata.” Non c’è più una memoria nel senso tradizionale, poiché gli eventi accadono nel tempo reale che è il tempo tecnico dell’operazione e non più quello della dimensione storica. Il passato non è un serbatoio di ricordi fissi, ma un flusso di dati continuamente aggiornato e rielaborato.

Queste considerazioni ci inducono a pensare che l’epoca che si apre sarà sempre più quella dell’esteriorizzazione dell’interiorità con la nascita di un nuovo concetto di spazio. L'interno e l'esterno perdono la loro assolutezza, e la materia e la memoria sfumano i loro contorni dissolvendosi l’un l’altra. L'opposizione pressoché irriducibile tra materia e memoria propugnata da Bergson, e tra spirito e durata, è stata messa in discussione “dall’avvento delle nuove tecnologie elettroniche della ripresentazione, della simulazione e della comunicazione a distanza.” La memoria, infatti, non è più il fondamento dell’interiorità, anzi, assume sempre più i modi di esistenza della materia (pubblica, esteriore, immutabile, nella ripetizione); mentre la materia, cessa di essere veramente “materiale.” Questa unità simbiotica di materia e memoria si rivela in grado di annullare ogni assolutezza tra l’interiorità e l’esteriorità, portando a una riconfigurazione generale dell'estetico, del suo impiego e del suo destino negli anni a venire.

Il Sentire Pensante e la Co-Creazione della Realtà

Al centro delle trasformazioni che investono l'uomo contemporaneo si trova il "sentire pensante," una facoltà che trascende le distinzioni tradizionali tra percezione sensibile e cognizione razionale, proponendosi come strumento privilegiato per la co-creazione della realtà. Questo concetto rivoluzionario suggerisce che la mente non è più un mero elaboratore di dati esterni, ma un attivo partecipante nella costruzione del mondo che esperiamo.

Il "sentire pensante" “pensa” ciò che percepisce e quindi in qualche modo lo “inventa,” lo crea. Questa capacità implica un ruolo attivo dell'individuo nel plasmare la propria esperienza, andando oltre la semplice registrazione di stimoli. Non è una mera interpretazione, ma una vera e propria genesi di significato e forma. Mettendo in condizione di “creare” la realtà, il "sentire pensante" consente all'individuo di essere una “presenza definitiva.” Questo non va inteso come il raggiungimento di uno statuto ontologico immutabile, ma piuttosto nel senso di provare una precisa corrispondenza tra le circostanze in cui avviene la propria azione e il nostro autostato. È un allineamento profondo tra l'agire nel mondo e il proprio stato interiore, che conferisce un senso di autenticità e pienezza all'esperienza.

Il “sentire” che pensa l’oggetto del suo stesso sentire, conduce l’uomo a decidersi in favore dell’esistenza di un universo che si modifica continuamente. La sua modificazione è funzione dei suoi stati interiori. Questa prospettiva, radicalmente soggettiva e interattiva, sposta il focus dalla ricerca di una verità oggettiva e universale alla consapevolezza di un universo plasmabile e risonante con la nostra interiorità. Il nostro “sentire” ci rende continuamente liberi in un universo, letteralmente plasmato da noi e che non ha altro scopo che essere ciò che è. È un universo autopoietico, che si crea e si definisce incessantemente attraverso le nostre percezioni e le nostre azioni.

Il Corpo | Al cinema

Le teorie della scuola di Santiago, in particolare il concetto che il sistema nervoso è una rete chiusa di neuroni interagenti, offrono un importante supporto scientifico a questa visione. Se il sistema nervoso è un'entità chiusa che genera descrizioni attraverso interazioni ricorsive entro quel dominio, senza alcun elemento costante nella trasformazione storica all’infuori della sua mantenuta identità di sistema interagente, allora la realtà esterna non viene "catturata" o "riflessa" passivamente, ma piuttosto "costruita" internamente attraverso questi processi ricorsivi. Questo implica che l'importante non è capire se queste immagini estetico/sintetiche siano vere o false ovvero naturali o non; una simile distinzione non ha più alcun senso. Piuttosto, ciò che diventa cruciale è scegliere esplicitamente una cornice di riferimento per il nostro sistema di valori. In un mondo in cui la realtà è co-creata, la responsabilità etica e la definizione di valori assumono un'importanza primaria.

Il sentire contemporaneo si configura come un ambiente cosciente in cui sembra invertito il rapporto tra conscio ed inconscio. Questo ambiente, più che una semplice descrizione, è un'esperienza diretta, un luogo in cui le vecchie categorie di analisi non sono più sufficienti. La progressiva obsolescenza dell’estetica è dovuta al fatto che usa strumenti d’indagine ermeneutica inadeguati a descrivere un “sentire” che non sembra provenire più da un corpo percettore ma che si situa, in maniera inquietante, in una esternità diffusa e dispersa. Questa estetica obsoleta non riesce più a fornire alcuna interpretazione teorica del sentire contemporaneo, legato a esperienze insolite e perturbanti, irriducibili all’identità, ambivalenti ed eccessive. Non è un caso che questo tipo di sensibilità intrattenga rapporti di vicinanza con gli stati psicopatologici, le estasi mistiche, con le tossicomanie e le perversioni, con gli handicap e le minorazioni, con i ‘primitivi’ e le culture ‘altre’. La posta in gioco è insomma la riconfigurazione generale dell’estetico, del suo impiego e del suo destino negli anni a venire, per poter abbracciare la complessità e la fluidità di questo nuovo "sentire pensante."

Oltre la Mente Discoursiva: L'Abdicazione e il Ritorno Sensoriale

La conditio sine qua non per l’esperienza di questo sentire raggiante, ovvero di questa nuova modalità percettiva che pervade e illumina la nostra esistenza, passa inesorabilmente per l’abdicazione al pensiero discorsivo. Questa non è una rinuncia alla capacità di ragionare, ma piuttosto un distacco dalla dipendenza esclusiva da una modalità di pensiero lineare, sequenziale e rigidamente logica che ha dominato la cultura occidentale per secoli. Il pensiero discorsivo è inteso qui come resistenza del cervello al flusso dell’informazione che viene invece trattata per “noi” dai media elettronici, i quali si occupano anche della maggior parte delle operazioni cognitive. In un'era di sovraccarico informativo e di elaborazione algoritmica, l'insistenza su un pensiero meramente discorsivo rischia di diventare un ostacolo, una barriera che ci impedisce di cogliere la complessità emergente.

Questo processo di "abdicazione" apre la strada a un profondo "ritorno" al corpo, ma non a un corpo inteso in senso tradizionale. Con i media elettronici, infatti, si delinea all’orizzonte la possibilità di “ritornare” nel corpo ricontestualizzato e sensorializzato, a partire però dalla sua produzione in un ambito sintetico/virtuale. È un corpo che, pur essendo mediato e talvolta generato digitalmente, recupera una centralità sensoriale e una capacità di esperienza diretta che erano state attenuate dalla prevalenza della parola scritta e del pensiero astratto. McLuhan ha evidenziato come l’invenzione della parola scritta sia stata “la membrana che ci separa, che ha diviso l’io da tutto quello che non è io.” La scrittura ha creato una distanza, una separazione, un confine. I media elettronici, invece, tendono a dissolvere queste membrane, favorendo una riconnessione e una reintegrazione.

Dal momento in cui, con l’elettricità, è emersa una qualità comune tra il principio di attività del nostro corpo e delle nostre macchine, queste non sono più esterne ma interne al corpo. Questa fusione uomo-macchina segna una nuova fase nell'evoluzione umana, dove la tecnologia diventa un prolungamento organico delle nostre capacità, e non un mero strumento. Con la produzione tecnologica del corpo si attiva la possibilità di una utilizzazione in una dimensione pragmatica degli aspetti personali del sentire. Questo significa che le percezioni e le affezioni, insieme ai gesti e alle parole, possono essere sottratte al corpo fisico, desoggettivate, rese impersonali e inglobate in immagini sintetiche che eccedono tanto il soggetto, quanto l’oggetto. Si tratta di una radicale esteriorizzazione dell'interiorità, una messa in comune di esperienze che trascendono l'individuo.

rappresentazione del corpo come interfaccia tra reale e virtuale

Ci stiamo estendendo, e il nostro corpo ci è diventato sconosciuto. Ciononostante, in mancanza di punti di riferimento, esso diventa l’unica macchina possibile per riorganizzare la percezione. Il corpo, anche se "estraneo," resta il nostro ancoraggio fondamentale, la matrice attraverso cui percepiamo e interagiamo con il mondo, anche se questo mondo è sempre più virtuale e sintetico. La virtualità della macchina, emergente dalla presenza definitiva, si pone da un lato come ostacolo/gioco/spazio di differenza tra il progetto e la sua realizzazione, ma nello stesso tempo ci protegge dal pericolo di essere recuperati dalla macchina prima di averla assorbita nel nostro universo psicologico personale, e prima di essere riapparsi sull’orizzonte della nostra libertà. La tecnologia non è solo una minaccia, ma anche un catalizzatore di nuove forme di libertà e consapevolezza, purché siamo in grado di integrarla attivamente e consapevolmente nel nostro essere.

Dalla messa in scena abbiamo compreso che il sistema nervoso è chiuso in un dominio continuamente mutante di descrizioni che egli genera attraverso interazioni ricorsive entro quel dominio, e che non ha nessun altro elemento costante nella trasformazione storica all’infuori della sua mantenuta identità di sistema interagente. Siamo sul punto di mettere fine alle nostre specificità biopsicologiche attraverso interazioni con ambiti che possono metterne in crisi i presupposti di base. È un “corpo” nuovo che si effonde dal suo stesso cuore configurandosi come una “nuova” scena del corpo-scena e come presenza definitiva (ritornante): sarà quella che doveva venire? Questa domanda retorica sottolinea la profondità e l'ineluttabilità di questi cambiamenti, invitandoci a riflettere sul futuro della nostra stessa essenza.

La Città del Brahman e Corrispondenze Antiche: La Culla Universale

Interrogarsi sul futuro dell'essere umano e sulle sue nuove configurazioni percettive e corporee, come il "corpo-scena" e la "presenza definitiva," ci spinge a cercare risonanze e analogie in tradizioni di pensiero millenarie. Sorprendentemente, gli annunci di questa nascita di un nuovo corpo e di una nuova consapevolezza riguardano forse solo noi occidentali, abituati a cicli storici lineari e a una visione antropocentrica. Gli orientali, invece, sanno già dai Veda dell’esistenza di un “corpo come scena universale” in cui non abbiamo mai cessato di essere, dal quale non abbiamo mai cominciato ad allontanarci. Questa prospettiva offre una dimensione di continuità e di radicamento che trascende le frammentazioni dell'esperienza moderna.

Nelle Upanishad, antichi testi filosofici induisti, esiste la descrizione di uno spazio che viene chiamato la “Città del Brahman,” per molti versi vicino a quello che è stato definito il "corpo-scena." Questo parallelismo non è casuale, ma rivela una profonda intuizione sull'interconnessione tra il microcosmo individuale e il macrocosmo universale. Le Upanishad descrivono questa "Città del Brahman" in termini affascinanti: “In questa città del Brahman -che è il corpo - un sottile loto forma una dimora, dentro la quale vi è un piccolo spazio (…) Questo spazio che si trova all’interno del cuore è altrettanto vasto quanto lo spazio che abbraccia il nostro sguardo.” Questa immagine potente evoca un'interiorità che è contemporaneamente limitata e infinita, un centro del nostro essere che racchiude in sé l'intera estensione della realtà percepibile.

illustrazione di un loto che simboleggia la

La descrizione prosegue, ampliando la portata di questo spazio interiore: “L’uno e l’altro, il cielo e la terra, vi sono riuniti; il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la folgore e le costellazioni, e tutto ciò che appartiene a ciascuno di loro in questo mondo e ciò che loro non appartiene, tutto ciò vi è riunito (…) tutti i desideri (kamah = esseri in potenza) in lei sono riuniti.” Colpisce la sorprendente analogia esistente con la "presenza definitiva" come sovrapposizione/giustapposizione di luoghi diversi la cui simultanea apprensione avviene nell’induismo attraverso l’esperienza del nirvikalpa samadhi. Questa è una forma di samadhi, o stato di meditazione profonda, in cui la mente trascende ogni distinzione e concettualizzazione, percependo la realtà nella sua unità indifferenziata. Tale stato può essere raggiunto, secondo i “Veda,” dai Brahamacharya (rinuncianti) con un alto grado di autorealizzazione spirituale, ma è potenzialmente aperta a tutti gli uomini.

Questa "Città del Brahman" può essere interpretata come la "Culla di Dante" in un senso universale e metafisico: un luogo dove l'essere si genera e si rigenera, un spazio di origine dove ogni frammento della realtà si ricompone. È la dimostrazione che l'idea di un corpo che è una "scena universale," capace di contenere e integrare l'intero cosmo, non è una novità radicale del nostro tempo, ma un'intuizione profonda presente in civiltà antiche. L'Airbnb del sentire, in questa prospettiva, diventa l'esperienza transitoria e condivisibile di accedere a questa vasta interiorità, un'ospitalità temporanea nella "Città del Brahman" dove le percezioni si espandono e le distinzioni si dissolvono.

Tuttavia, si pone una questione cruciale: che cosa accade o può accadere alla nostra organizzazione neurobiopsicologica allorquando, come affermano Maturana e Varela, i sistemi viventi entrano in interazioni che non sono specificate dalla loro organizzazione circolare? Detto in altro modo: abbiamo generato un corpo più forte per poter sopportare la rivelazione elettronico/sintetica di un dispositivo tecnologico che dispiega sotto i nostri (di chi?) occhi tutta la superficie interna di noi stessi sotto la forma di tutte le immagini del mondo, mentre ci avverte che quello è il nostro stesso corpo? Questa domanda sottolinea la tensione tra l'apertura a queste nuove esperienze e la potenziale vulnerabilità del nostro essere di fronte a una realtà sempre più mediata e auto-costruita.

Naturalmente di tutta la gente che passa buona parte del suo tempo nel cyberspazio, ben pochi conoscono le Upanishad, la filosofia di Nietzsche e le esperienze nel campo della spiritualità. Ciò evidenzia un divario tra l'esperienza vissuta e la consapevolezza concettuale, un'asimmetria che il presente "manifesto" cerca di colmare, fornendo un quadro teorico per comprendere la profondità delle trasformazioni in atto. La riconnessione con queste saggezze antiche potrebbe offrire strumenti preziosi per navigare in questa nuova era di percezione e di essere.

Scontro con gli Equilibri Naturali e la Riconfigurazione dell'Estetico

Il dispiegarsi delle nuove tecnologie, in particolare le biotecnologie e le tecnologie informatiche, ha innescato un'accelerazione di processi che mettono in discussione gli assetti biologici e percettivi tradizionali del corpo umano. Gli interventi che possono sconvolgere gli equilibri biologici del corpo, riguardano le biotecnologie da un lato e le tecnologie informatiche dall’altro. In questi due campi si registrano eventi la cui direzione va palesemente verso lo scontro tra gli equilibri naturali e le nuove visioni dell’ingegneria genetica. Questo "scontro" non è solo una battaglia tecnologica, ma una ridefinizione etica, filosofica e ontologica di ciò che significa essere umani.

Questi campi non sono solo luoghi di innovazione, ma anche di sfruttamento: sono stati avviati processi di sfruttamento della dimensione “umana” con il pretesto di superare la grave crisi contemporanea circa l’identità e i problemi legati alla distribuzione delle risorse alimentari. Tale pretesto, per quanto legittimo in superficie, cela spesso implicazioni più profonde sulla mercificazione e manipolazione della vita stessa e dell'esperienza umana. La presenza definitiva, intesa come un sentire pensante che accoppia la percezione sensibile con il pensiero per la produzione di un mondo, si configura come una metastruttura mentale caratterizzata dalla predittività non di un dato noumenico di una realtà oggettiva a cui sarebbe subordinata, bensì del ritorno degli input nel sistema nervoso di cui hanno modificato gli stati interni. Questo significa che la nostra esperienza del mondo non è più ancorata a una realtà esterna e fissa, ma è un ciclo ricorsivo di input e modificazioni interne, rendendo il confine tra il "reale" e il "virtuale" sempre più sfumato.

L'epoca che si apre sarà sempre più quella dell’esteriorizzazione dell’interiorità con la nascita di un nuovo concetto di spazio. Le nozioni di interno ed esterno perdono la loro assolutezza e materia e memoria sfumano i loro contorni dissolvendosi l’un l’altra. Questa nuova situazione era stata avvertita già negli anni ’20 da molti artisti e teorici, tra cui Moholy-Nagy che aveva aderito alle teorie sulla sinestesia costitutive al Bauhaus e propugnate da Kandisky ed Itten. Dal concetto di “sinestesia,” Kandinsky ed Itten ricavavano suggestioni ed implicazioni mistiche di varia natura, e sulla presunta oggettività delle corrispondenze spirituali tra suoni e colori, si fondava una numerosa serie di sperimentazioni estetiche. Ciò che comunque era in gioco era il passaggio dalla sinestesia come fenomeno interiore, a manifestazioni più esterne e condivise, anticipando il crollo della mente come struttura interna ed esclusiva.

Il Corpo | Al cinema

La vecchia estetica, che nasce nel Settecento come un sapere legato all’esperienza e all’immanenza, come un sapere essenzialmente terrestre e mondano, non riesce a fornire alcuna interpretazione teorica del sentire contemporaneo. Quest'ultimo è legato alle esperienze insolite e perturbanti, irriducibili all’identità, ambivalenti ed eccessive. Il sentirsi in un ambiente cosciente in cui sembra invertito il rapporto tra conscio e inconscio, non può essere catturato da categorie estetiche basate su distinzioni nette e su un soggetto osservatore distante. In un regime in cui la percezione si satura a causa dell’accumulo di feedback, possono determinarsi effetti di straniamento simili a quelli che si determinano nelle dinamiche di turbolenza molecolare delle cosiddette strutture dissipative. Questo "sentire" non è più solo questione di gusto o bellezza, ma di immersione totale e di trasformazione dell'individuo.

La posta in gioco è, insomma, la riconfigurazione generale dell’estetico, del suo impiego e del suo destino negli anni a venire. La "Culla di Dante" in questo contesto, può essere vista come il luogo da cui rinasce una nuova estetica, un'estetica non più basata sulla rappresentazione o sull'imitazione, ma sull'esperienza diretta, sulla co-creazione e sulla fusione tra soggetto e ambiente. L'Airbnb del Sentire diventa il luogo dove queste nuove forme estetiche vengono sperimentate e condivise, in una modalità fluida e temporanea, riflettendo la natura in continuo divenire della realtà stessa. In questo universo il soggetto non ha più una sua posizione relativamente ad un sapere, un potere, o alla “storia” e la sua esistenza appare “vaporizzata.” Ciononostante, il corpo, pur sconosciuto e in via di trasformazione, diventa l’unica macchina possibile per riorganizzare la percezione, fungendo da culla e da ponte per accedere a queste nuove realtà estetiche e sensoriali.

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