Concepita da Dio, svezzata dal diavolo: l’ontologia del limite nel pensiero postmoderno

La complessa espressione "concepita da Dio, svezzata dal diavolo" si pone come una cifra interpretativa ideale per comprendere le tensioni filosofiche e teologiche che attraversano la modernità e il suo superamento. Essa evoca un’origine segnata dalla trascendenza, da una creazione che porta in sé il sigillo dell’assoluto, e un processo di crescita, di nutrizione e di sviluppo - lo "svezzamento" - che avviene in un orizzonte caratterizzato dal conflitto, dalla frammentazione, dalla tentazione e dalla rottura.

rappresentazione simbolica del dualismo tra divino e terreno in un contesto di transizione storica

L'orizzonte del Post-moderno: tra fine della storia e persistenza dell’Assoluto

Il motivo guida dei vari scritti di cui il libro si compone è di rintracciare delle tematiche religiose all’interno dell’orizzonte del post-moderno. Tali “tematiche religiose” sembreranno ruotare tutte, come un circuito nominale, intorno alla significazione “Dio”, a volte avvicinandovisi e risultando come sinonimi, altre volte pretendendo di porsi ad essa alternative. Per questo motivo non siamo di fronte ad uno studio che si propone di identificare il destino di Dio, della “cosa” Dio, bensì di evidenziare quali nomi possano allo stato attuale giocare il ruolo di Dio e cosa risulti da questa sorta di mutazione.

Siamo nel 1991 e Dominique Janicaud pubblica Le tournant théologique de la phénomènologie française, un libro dove si indirizza un’accusa molto precisa ad alcuni esponenti della fenomenologia di tradizione francese, ovvero quella di pervertire l’avventura fenomenologica, costringendola ad un’innaturale torsione verso tematiche e argomentazioni religiose se non addirittura confessionali. L’accusa, diretta generalmente su alcuni aspetti del pensiero heideggeriano e levinassiano, diviene più specifica verso autori come Paul Ricoeur, Michel Henry, Jean-Luc Marion e Jean-Louis Chrétien.

Husserl e la fenomenologia

Se il post-moderno si definisce come ciò che viene non solo dopo la “morte di Dio”, o dopo la “fine della Storia”, ma anche fuori o al di là del Logos - inteso quest’ultimo come luogo in cui la verità risulta realizzarsi in una discorsività assolutamente razionale - allora si dovrà rinunciare alla pretesa di definire, tramite una processualità argomentativa, l’oggetto in questione. Paradossale la situazione diviene, quando proprio il post-moderno come tale è assunto come oggetto tematico.

La dialettica del dono e la frattura della linearità

Il post-moderno porterebbe in sé ciò di cui segna la fine, e non potrebbe essere pensato solo come prassi discorsiva deittica, ma come agente ed agito dall’intero processo. Chi vorrebbe, allora, porre, come fosse una tesi conclusiva che il post-moderno si identifica con una totale eradicazione di Dio, con relativa bonifica dei vari campi della vita umana da qualsiasi residuo o tradizione religiosa, non terrebbe in considerazione la definizione negativa che reciprocamente unisce i due relati.

Allo stesso modo, la contrapposizione marcionita tra Antico e Nuovo Testamento, ovvero tra una ontoteocrazia legalistica e la rivelazione di una filiazione gratuita, riproduce un analogo isolamento degli estremi, che definisce il dono, da una parte come giusto riconoscimento adeguato ai meriti - addirittura riconosciuti all’interno della stessa stirpe o genealogia - economicamente, logicamente e comprensibilmente opportuno; mentre d’altra parte come sovrabbondanza donativa del tutto indisponibile, e al limite della pura casualità. Non è forse questa la dinamica del post-moderno? La tensione all’oltrepassamento, al superamento di una resistenza, di un divieto, di un interdetto; la lotta tra la legge e l’infrazione, una sorta di rifiuto, a determinare e a costituire il cambiamento ed il movimento.

schema del concetto di dono contrapposto alla logica del merito e del debito

Pensare la Storia per epoche, secondo cioè delle successioni nette o determinandone delle cesure, tornerebbe a manifestare un’articolazione storica di tipo cristiano. Non è un caso che il “nostro” ordine cronologico definisca negativamente tutto ciò che accade prima della nascita di Cristo (i numeri prima dello zero sono negativi) e che dalla sua nascita inizi un tempo progressivo. È singolare allora che l’epoca abbia come estremi la nascita di Cristo e la “morte di Dio”, chiusa la quale possa distendersi, a quel punto, una temporalità della realizzazione umana.

Il ritorno alla realtà: frammentazione e ibridazione narrativa

La questione dell’origine, del "concepito", si sposta oggi sul terreno della narrazione. Cosa viene detto e cosa divengono “Dio” e il “dono” nel post-moderno? La risposta passa per la destrutturazione del romanzo tradizionale. Il romanzo del Terzo Millennio deve nascere dalla rifusione di vecchi materiali letterari, mescolati fino a perdere le tracce della fonte originaria e a fondersi in una forma ibrida tra saggistica e narrativa.

Questa "fame di realtà" testimonia il bisogno di superare la finzione costruita per approdare a una forma di pensiero che sia coscienza e sapienza. Se la cultura che ci circonda è piena di frammenti di realtà, simulata o meno, l'arte vive un ripensamento costante. Inserire pezzi di realtà, fare collage delle proprie esperienze, manifestare al lettore i movimenti del cervello dello scrittore: ecco le suggestioni che definiscono la nuova sensibilità.

infografica che illustra il passaggio dal romanzo classico al collage di frammenti nella letteratura moderna

Viviamo in un mondo assai diverso da quello in cui è nata e si è sviluppata la forma narrativa “romanzo”. Perché mai dovremmo pensare che questa non si debba evolvere per stare al passo coi tempi? Fiction e non-fiction non esistono più: esiste solo la narrativa. O forse non esiste nemmeno questa. Le forme si adeguano alla cultura: quando muoiono, lo fanno per una buona ragione. Vuol dire che non incarnano più il senso della vita. Se i reality riescono a trasmettere qualcosa che uno spettacolo più palesemente scritto o lavorato non riesce ormai a fare, questo per uno scrittore dev’essere più una sfida che un oltraggio.

L'idea che la nostra cultura sia un insieme di frammenti - citazioni, furti, rimandi - richiama la condizione umana post-moderna: esseri concepiti in un orizzonte di senso (il divino) ma cresciuti (svezzati) in un mondo che ha smarrito la propria unità, costretti a nutrirsi di una realtà polverizzata e spesso contraddittoria, il cui "diavolo" non è che la forza di scissione e di dispersione che agisce nel cuore della storia.

La sfida, dunque, rimane quella di abitare questa frattura, di non cercare una soluzione consolatoria, ma di testimoniare, attraverso la scrittura e il pensiero, l'impossibile tentativo di tenere insieme l'origine e la dispersione, la rivelazione e il frammento, il dono ricevuto e la necessità di ri-narrarlo in un tempo che sembra aver dimenticato il suo inizio.

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