Oltre il DNA: Le Esperienze Profonde dei Figli Nati da Fecondazione Eterologa

La fecondazione eterologa rappresenta una straordinaria opportunità per molte coppie che desiderano ardentemente la genitorialità ma si confrontano con le sfide dell'infertilità. Questa tecnica medica, che permette l'utilizzo di gameti provenienti da donatori esterni, ha trasformato profondamente il concetto di famiglia e di legame genitoriale. Tuttavia, con l'accrescersi del numero di nati da eterologa, emergono domande cruciali che coinvolgono non solo i genitori, ma soprattutto i figli. Il percorso che porta alla formazione di queste famiglie è intriso di coraggio, adattamento e flessibilità, e la comprensione delle dinamiche psicologiche ed emotive coinvolte è fondamentale per tutti i soggetti interessati.

La Fecondazione Eterologa in Italia e il Contesto Legale

La fecondazione in vitro eterologa è una procedura medica che permette a chi è infertile di poter utilizzare dei gameti provenienti da donatori esterni. Questa opportunità viene proposta nei casi in cui si ha evidenza che esistono delle problematiche per le quali la possibilità di avere una gravidanza utilizzando i propri ovociti o spermatozoi risulterebbe molto bassa o addirittura nulla. Dopo il 2014, con l’abolizione del divieto di fecondazione eterologa sancito dalla Legge 40, solo in Italia i nati da fecondazione eterologa sono sempre di più. La PMA omologa è ormai inserita nei percorsi sanitari pubblici da circa 20 anni, mentre quella eterologa è stata autorizzata in Italia dal 2015 dall’allora Ministra della Salute Lorenzin, per diventare operativa con le Linee Guida nel 2017. Il passaggio verso l’apertura a percorsi di PMA eterologa non è stato allora così approfondito come, a mio avviso, avrebbe meritato, perché di fatto il cambiamento messo in atto è stato sostanziale e non solo formale: si propone alle coppie di utilizzare un gamete esterno alla coppia, per cui uno dei due non avrà un legame biologico con il figlio che nascerà. Questo è un passaggio cruciale che troppo spesso dagli operatori sanitari è comunicato quasi come una prassi di default nel momento in cui i percorsi di PMA omologa sono ritenuti impraticabili.

La legislazione che disciplina la donazione di gameti varia significativamente tra i diversi paesi, influenzando direttamente le esperienze dei figli e dei genitori. Per esempio, in Spagna, considerata il centro nevralgico e scientifico delle tecniche di eterologa, l’art. 5 della legge sulle tecniche di riproduzione umana assistita del 26 maggio del 2006 dichiara che la donazione è totalmente anonima e che si deve garantire la confidenzialità dei dati d’identità dei donatori. Solo in casi eccezionali, in circostanze straordinarie di pericolo certo per la vita o la salute del figlio, un giudice può richiederne l’identità e l’apertura del caso. In altri paesi d’Europa, la donazione è anonima, o diventa aperta al compimento del diciottesimo anno del figlio nato da eterologa, come in Gran Bretagna. Per quanto questo possa far nascere dei timori in chi si appresta a fare questa scelta, tale possibilità non dovrebbe spaventare chi si riconosce in un compito genitoriale maturo. Ciò che è fondamentale, infatti, non è poter conoscere o meno chi ha deciso di donare i propri gameti, ma fare in modo che tutta la famiglia abbia ben chiaro che il donatore e la donatrice rimangono comunque tali e non potranno assumere mai un ruolo genitoriale.

Mappa dell'Europa che illustra le diverse legislazioni sull'anonimato dei donatori di gameti e la possibilità di accesso alle informazioni sulle proprie origini

Il Percorso Genitoriale: Dolore, Scelta e Consapevolezza

Diventare genitori attraverso la fecondazione eterologa è un percorso che richiede una profonda riflessione e l'elaborazione di emozioni complesse. Chi sono i genitori che sono diventati tali attraverso la fecondazione eterologa? Prima di tutto potremo dire che sono persone che hanno dovuto superare due differenti lutti: il lutto per l’infertilità e il lutto biologico. L’infertilità è una esperienza molto complessa e dolorosa che spesso non viene compresa appieno da chi non l’ha vissuta sulla propria pelle. Freud diceva che la generatività è la volontà dell’individuo di sopravvivere alla morte. Per questo motivo molte coppie infertili, avendo il timore di non poter lasciare nulla di sé alle generazioni future, convivono con questo senso di angoscia. Chi è infertile ha quindi vari lutti da superare: il primo è quello per la propria infertilità e, se si fa fecondazione eterologa, un altro lutto da affrontare è quello biologico dovuto all’impossibilità di avere un figlio con cui condividere i propri geni. Questi lutti fanno sentire le coppie difettose, diverse e poco generative. Superare questo significa aver lavorato sul senso di inadeguatezza e di incapacità che invade profondamente chi scopre di non poter avere figli naturalmente, e aver accettato di non avere un legame genetico con il figlio che nascerà.

Il mio compito come psicoterapeuta è però quello di ricordare ai pazienti che si può essere generativi anche nell’infertilità. Si può affrontare questo percorso come una crescita interiore che, anche se può sembrare assurdo, può essere profondamente arricchente indipendentemente dal risultato che si riuscirà ad ottenere. Si può quindi affrontare questo viaggio con resilienza cercando di reagire in maniera positiva ad un evento che per sua natura si dimostra profondamente stressante. Fondamentale in questi casi è cercare di parlarne con chi sta vivendo la stessa esperienza senza sentirsi in colpa o avere vergogna per quello che si sta vivendo, perché l’infertilità è una condizione che non è stata decisa.

La genitorialità, infatti, è prima di tutto un atto intenzionale che si sviluppa nella relazione reciproca con il nascituro, ecco perché non potrà mai essere il legame genetico a definirla. La possibilità di scegliere di avere dei figli, ma anche di decidere quando averli, è un fatto assolutamente nuovo che caratterizza la società attuale. Oltre ad essere una scelta potremo dire che la genitorialità è una condizione mentale di maturità che ci predispone all’accudimento, la crescita, la salvaguardia di un altro essere umano. È un atto di responsabilità verso qualcuno che non ci ha chiesto di venire al mondo. Se l’essere genitori è quindi un atto volontario, esso può essere separato dall’atto procreativo. Non è quindi il concepimento o il parto a renderci genitori ma è la presa di responsabilità che ci apre alla possibilità di diventarlo.

Diagramma stilizzato che illustra il percorso emotivo e psicologico delle coppie che affrontano l'infertilità e la scelta della fecondazione eterologa

Le Resistenze e le Paure dei Futuri Genitori

Le coppie che si avvicinano all'eterologa spesso manifestano timori comuni, ma profondamente sentiti:

  • La paura di non sentire proprio il bambino: Questo è un timore molto diffuso. In questi casi, è utile ampliare la visione della coppia spiegando che la genitorialità è relazionale e non genetica, e che l’amore verso un’altra persona non è influenzato dai geni.
  • La paura che il bambino non somigli: Questo timore è molto comune, ma se ci pensiamo bene, anche chi è nato senza fecondazione assistita può non somigliare ai propri genitori. Oltretutto, è bene introdurre il concetto di epigenetica, che non è altro che “la trasmissione di tratti e di comportamenti senza cambiamenti della sequenza genica”. In pratica, quello che si passa al figlio nato da eterologa sono i nostri sistemi di valori, i miti familiari, il modo di cucinare, il modo di parlare che fanno parte del nostro sistema familiare; ecco perché quel bambino alla fine in qualche modo ci somiglierà.
  • La paura dei pregiudizi che il figlio potrebbe subire: Questo timore è ricorrente. Tutti noi, da bambini ma anche da grandi, subiamo dei pregiudizi. La cosa più giusta che si può donare ad un figlio è proprio quella di insegnargli a fronteggiare i pregiudizi che si subiscono naturalmente nel percorso di crescita di ciascuno di noi. Purtroppo, l’opinione pubblica non sempre viene incontro in questo. Spesso si parla di fecondazione assistita come qualcosa di innaturale, ma chi esprime questo concetto ragiona senza sapere di cosa stia parlando. Lo psicologo Bartlett negli anni ’60 aveva teorizzato proprio questo concetto definendolo come “pensiero quotidiano”, una tipologia di pensiero che entra in azione nelle moltissime situazioni problematiche della vita di ogni giorno e in cui le persone, senza compiere alcuno sforzo per essere logiche e scientifiche e trascurando le lacune a loro disposizione, intendono ugualmente prendere una posizione che però non ha alcun riscontro nella realtà. Per questo è fondamentale non farsi influenzare da chi parla senza cognizione di causa.
  • La paura di rivelare o meno al figlio come è nato: Questo è un timore molto ricorrente, ma la letteratura è molto chiara sui segreti familiari. I figli, infatti, riescono a sentire anche il non detto e i segreti vengono spesso percepiti dai figli come qualcosa di maggiormente terribile di quello che sono. Tacere, quindi, oltre che ingiusto, potrebbe essere controproducente. Nascondere il ricorso alla tecnica di fecondazione eterologa ai figli, frutto di quell’amore, può essere solo controproducente. D’altronde, essere capaci di chiedere aiuto e di affrontare un percorso così difficile implica coraggio, flessibilità, capacità di adattarsi.

Cos'è l'Epigenetica?

Il Dilemma della Rivelazione: Dire o Non Dire la Verità

La domanda cruciale, che turba molti genitori italiani, è una sola: «Dirgli o no la verità? Quanto conta la riservatezza?». L’imprevedibilità delle risposte emotive e affettive della famiglia di origine, ma anche dei conoscenti, e la possibilità che frasi inopportune, come «quella non è tua mamma» o «quello non è tuo papà», vengano dette in modi e tempi sbagliati, porta molte coppie a scegliere la riservatezza. Come ha stigmatizzato una paziente: «La riservatezza è l’unico modo per non armare la mano (e la bocca) degli stupidi».

Tuttavia, sul fronte del “dire o no la verità” al bambino/a, i fronti sono divisi su opposte posizioni. In USA prevale chi sostiene che si debba dire sempre e presto la verità. Una decisione che merita una riflessione accurata, attenta anche alle dinamiche della coppia, della famiglia e del contesto sociale. Per un bambino può essere serena e pacifica una verità detta presto, con garbo e tenerezza, all’interno di una relazione profonda e densa di amore e sensibilità. Per un altro, già disturbato da dinamiche familiari conflittuali e da ambivalenze, dire “la verità” con tempi e modi sbagliati potrebbe precipitare il piccolo in una profonda crisi di rifiuto personale, o perfino in una disperazione senza limiti.

È sempre opportuno parlarne liberamente. E la necessità di un dialogo aperto è ratificato dalla comunità scientifica. Vivere dei segreti familiari, anche senza conoscerli direttamente, è ormai universalmente riconosciuto dalla comunità scientifica come un possibile fattore di rischio di disagio psicologico e mentale. Ma quando è più opportuno iniziare a parlarne? Già quando il bambino ha 2 anni, per poi tornare sull’argomento verso i 5, con informazioni più articulate. Da piccoli le curiosità dei bambini riguardano soprattutto come si viene al mondo in generale, a misura della loro età, delle loro caratteristiche di personalità, dei loro bisogni affettivi. Molti raccomandano di iniziare tra i 3 e i 5 anni, oppure successivamente, intorno ai 10-12 anni, ma non oltre. Più il bambino è piccolo, maggiore sarà il tempo a disposizione per elaborare e integrare le informazioni ricevute.

Se si decide di raccontare la verità sulla nascita, a quale età e con quali modalità può essere comunicata? Si può iniziare con una favola, dunque fin da piccolini. Una favola può fare da ponte, creando uno spazio di dialogo tra adulto e bambino. È un primo strumento che può essere utile soprattutto ai genitori, perché sono loro a vivere con dolore la loro storia. Non rivelare ai propri figli come sono venuti al mondo toglierebbe loro la possibilità di imparare una cosa fondamentale: nella vita possono accadere delle cose terribili, come l’infertilità, ma che con la capacità di reagire in maniera resiliente si possono avverare i propri sogni. Per tutte queste ragioni, non rivelare questo aspetto toglierebbe al figlio la possibilità di apprendere un insegnamento costruttivo e soprattutto positivo.

Le opinioni degli esperti riguardo al dirlo sono chiare, come ha osservato nel 2005 la psicologa clinica Diane Ehrensaft: “negli ultimi vent’anni c’è stato un enorme cambiamento riguardo al parlare o meno della donazione: le tendenze sociali sono mutate e, parallelamente, anche gli esperti hanno dovuto cambiare radicalmente parere riguardo all’opportunità di dirlo. Vent’anni fa si pensava che questa rivelazione sarebbe stata traumatica per il bambino, umiliante per il genitore e pericolosa per il legame tra genitori e figli. Oggi, invece, si ritiene che non dire a un bambino la verità sulla sua origine sia una violazione dei suoi diritti, una negazione della realtà e una minaccia all’integrità della famiglia.” Le coppie che, invece, hanno molti timori nel raccontarlo ai loro figli ci parlano di una scelta non ancora pienamente elaborata, che nasconde un senso di vergogna che si potrebbe ripresentare nella relazione con il figlio.

Illustrazione di un bambino che ascolta una favola raccontata dai suoi genitori, simbolo del dialogo e della rivelazione delicata

Le Aspettative e i Desideri dei Figli Nati da Eterologa

Che cosa desiderano i figli nati da un donatore o da una donatrice? La prospettiva dei figli stessi è fondamentale per comprendere appieno l'impatto della fecondazione eterologa. I dati ottenuti studiando le migliaia di risposte afferite al sito “donorsiblings.co” rivelano che il 74% degli adolescenti che sanno di essere nati da eterologa desiderano incontrare il donatore, per conoscere le proprie origini e le proprie vulnerabilità dal punto di vista medico. Conoscere il donatore non è sempre un’opzione felice. Anche questo aspetto non va idealizzato, perché l’impatto psicologico può variare molto da caso a caso. Per esempio, l’adolescente nata da donazione di sperma, che non va d’accordo con i propri genitori, in particolare con il padre anagrafico, può costruirsi un mondo di fantasie sul “vero papà” e crollare nella disperazione quando scopre che quel padre donatore idealizzato le è profondamente estraneo o indifferente.

La ricerca ha evidenziato un interesse marcato nel conoscere i dettagli delle proprie origini biologiche. In particolare, un ragazzo americano di 27 anni esprime cosa dovrebbero sapere i genitori da donazione: “Tuo figlio è un essere umano che ha il diritto di sapere chi è. Desiderare di conoscere chi sono i donatori non significa che ti abbandonerà o ti amerà di meno. Nascondere la verità ai tuoi figli li ferirà e danneggerà il rapporto con loro”.

Un altro aspetto rilevante è il desiderio di conoscere eventuali fratelli o sorelle nati dallo stesso donatore o donatrice. Moltissimi! Il 90% dei figli con genitori eterosessuali (HET), e l’84% di quelli in coppie lesbiche, gay, bisessuali o transgender (LGBT) vorrebbero conoscere eventuali fratelli o sorelle nati dallo stesso donatore o donatrice. È interessante notare che a 13 anni lo desidera il 38% dei figli di coppie HET, e ben il 74% dei figli di coppie LGBT. Di quelli che tramite il web e ricerche genetiche sono riusciti a conoscere davvero i semi-fratelli o le semi-sorelle, il 38% ha descritto la relazione come “veri sorella e fratello”, il 18% come conoscenti, il 12% come buoni amici, il 9% come parenti stretti, l’8% come cugini.

Ci sono testimonianze molto belle su questi incontri, anche da parte dei genitori. Questo perché aiutano a uscire da un clima di inadeguatezza, di differenza, di stigmatizzazione e vergogna. Perché il senso di una famiglia allargata, ancorché più originale nelle dinamiche di concepimento rispetto alla famiglia tradizionale, dà un senso maggiore di appartenenza, che calma le ansie di solitudine e la paura di rifiuto sociale che per molti genitori e per molti figli di eterologa ancora si muovono nelle acque profonde dell’inconscio. L’evoluzione emotiva e psicologica dei figli sarà una “summa” di ciò che si è appreso negli anni. E quindi larga parte dell’evoluzione personale dipenderà dai propri genitori.

Infografica: Percentuali di figli nati da donazione che desiderano conoscere il donatore e i fratelli biologici, suddivisi per tipo di famiglia

Somiglianze, Epigenetica e Legami che Contano Davvero

Uno degli aspetti più delicati e spesso oggetto di preoccupazione per i genitori che ricorrono all'eterologa è la questione delle somiglianze fisiche. La paura che il bambino non somigli è un timore molto comune. Molte mamme, come testimoniano diverse esperienze, si trovano a confrontarsi con i commenti di parenti e conoscenti sulla somiglianza dei figli, spesso notando una forte somiglianza con il padre anagrafico o nessun tratto distintivo della madre genetica. Una mamma, frutto di ovodonazione, ha raccontato che sua figlia è "imbarazzantemente somigliante a mio marito" e che "di me non ha proprio nulla di nulla, nemmeno per sbaglio". Altri scherzano sui commenti buffi come "ha le tue mani (sì, due…)", o "ha il tuo taglio di occhi… ma de che!".

Queste osservazioni, sebbene spesso innocue, possono toccare corde profonde nei genitori, alimentando dubbi e un senso di differenza. “Certo che questa bimba di lei non ha nulla di nulla. È tutta il padre”, sono frasi che, pur nella loro schiettezza, riflettono una ricerca immediata di connessione genetica che non sempre può essere soddisfatta. Nonostante ciò, altre testimonianze evidenziano come la percezione della somiglianza possa evolvere. Una mamma ha raccontato che all'inizio il figlio "era identico al padre", ma poi "adesso ti somiglia tantissimo! gli occhi sono proprio i tuoi e poi quando ride è identico a te!".

Queste esperienze ci ricordano che la somiglianza fisica non è l'unica né la più importante forma di legame. Sebbene la genetica giochi un ruolo, l'epigenetica ci offre una prospettiva più ampia. L’epigenetica è “la trasmissione di tratti e di comportamenti senza cambiamenti della sequenza genica”. In pratica, quello che si passa al figlio nato da eterologa sono i nostri sistemi di valori, i miti familiari, il modo di cucinare, il modo di parlare che fanno parte del nostro sistema familiare; ecco perché quel bambino alla fine in qualche modo ci somiglierà. “Il legame che unisce la famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Non è la carne, né il sangue ma il cuore che ci rende genitori e figli”.

Le somiglianze possono sottolineare e ribadire i legami con i propri familiari (genitori e nonni) amati, veicolare emozioni, fotografarne istanti e cogliere sfumature altrimenti indicibili. Ma il mondo è pieno di figli certamente omologhi di aspetto radicalmente dissimile da uno o da entrambi i genitori, come di figli adottivi straordinariamente simili ai padri o alle madri. E anche di padri e madri che la somiglianza fisica non la cercano o non la ‘vedono’, semplicemente perché è una forma di ‘riconoscimento’ che non rientra - per ragioni che dipendono dalla propria natura o dalla propria storia personale - fra le loro modalità espressive. Personalmente, l’assenza di tratti genetici comuni fra me e i miei figli è del tutto indifferente, mentre capita che mi sorprenda e commuova il manifestarsi occasionale di sensibilità, emozioni o reazioni ‘tutte loro’, ma anche straordinariamente simili alle mie di bambina.

La genitorialità, infatti, è prima di tutto una funzione che dovremo riconoscerci autonomamente attraverso un percorso di crescita individuale. Diventare genitori è un processo complesso, influenzato dalla cultura, dalla storia personale e famigliare di ciascuno di noi e che si esplica lungo l’intero arco della vita. Molte coppie che hanno fatto questa scelta ritengono che possa essere molto importante dire al proprio figlio quanto fosse stato desiderato, ma non bisogna cadere nella trappola di investire il proprio figlio di un peso e di un debito che non ha chiesto di sostenere. Questo non vuol dire che non possiamo dire quanto amiamo nostro figlio, ma dobbiamo essere consapevoli che un figlio scelto e desiderato così fortemente potrebbe essere “caricato” di considerevoli aspettative e corre il rischio di essere stato concepito per rispondere ad un desiderio di realizzazione personale, più che per sostenere la sua individualità e il suo processo di emancipazione.

Immagine concettuale che rappresenta un albero genealogico stilizzato, con rami che si interconnettono non solo per legami di sangue ma anche per affinità e legami affettivi, simboleggiando l'epigenetica e la genitorialità come relazione

Il Benessere Psicologico e la Costruzione dell'Identità Familiare

L'evoluzione emotiva e psicologica dei figli sarà una “summa” di ciò che si è appreso negli anni. E quindi larga parte dell’evoluzione personale dipenderà dai propri genitori. Il successo e le conquiste dei genitori, nonché la corretta narrazione, sono pilastri fondamentali alla costruzione dell’autostima del bambino. Ci sono sempre più numerose ricerche che cercano di fornire risposte sull'impatto psicologico. Le più importanti vengono dall’Università di Cambridge. Una in particolare, “Psychological adjustment in adolescent conceived by assisted reproductive techniques”, pubblicato da Susan Golombok qualche anno fa, dice che non esistono differenze significative tra adolescenti nati con la fecondazione assistita rispetto a quelli concepiti tramite relazioni sessuali.

La psicologa Susan Golombok, professore di Ricerca presso l’Università di Cambridge nel Regno Unito e pioniera degli studi sulle nuove forme di famiglia, in un articolo del 2020 dal titolo: “The psychological wellbeing of ART children: what have we learned from 40 years of research?” afferma che la nostra comprensione di ciò che rende una famiglia è cambiata radicalmente negli ultimi decenni a causa dei progressi delle tecniche riproduttive e dei cambiamenti di atteggiamento della società verso queste tecniche. Attraverso l’analisi delle relazioni genitori-figli, e delle modalità di adattamento psicologico dei bambini che vivono nelle famiglie create attraverso la riproduzione assistita, si è potuto constatare che la qualità delle relazioni familiari e l’ambiente sociale sono gli elementi che contano di più per il benessere psicologico dei bambini rispetto al numero, al sesso, all’orientamento sessuale o alla parentela biologica con i loro genitori.

Per tutti questi motivi la cosa più importante da fare è chiedersi che significa per noi la genitorialità e cosa vogliamo da questa relazione. Se per sentirci comodi nel ruolo abbiamo bisogno del legame genetico allora significa che dobbiamo fermarci un attimo. Tale necessità potrebbe infatti nascondere un desiderio identitario che viene sostenuto dal fatto che sia possibile accettare quel bambino solo se possiamo riconoscerci nei suoi tratti fisici. Questo però mette in evidenza una sorta di immaturità psichica per cui la relazione con l’altro può essere confermata solo da un elemento esterno. Questo determina un legame illusorio poiché non sarà né la genetica, né la somiglianza fisica a farci sentire adeguati nel compito. La genitorialità, infatti, è prima di tutto una funzione che dovremo riconoscerci autonomamente attraverso un percorso di crescita individuale.

Diventare genitori è un processo complesso, influenzato dalla cultura, dalla storia personale e familiare di ciascuno di noi e che si esplica lungo l’intero arco della vita. Ciò non vuol dire che si sarà dei “bravi” genitori solo se si saranno elaborati i lutti e i timori che la fecondazione assistita comporta, ma sarà prima di tutto nella volontà e nell’impegno che metteremo nell’accogliere e fronteggiare qualunque tipo di difficoltà con i propri figli che si porranno le basi per una relazione affettiva equilibrata e soddisfacente. Un figlio concepito attraverso la donazione dovrebbe avere la possibilità di poter esprimere qualunque tipo di sentimento nei confronti della modalità in cui è nato, senza avere il timore di ferire i propri genitori.

La fecondazione assistita eterologa ci pone di fronte alle stesse sfide che affronta anche chi decide di avere figli naturalmente, ma le resistenze che si presentano in chi deve rinunciare al legame genetico possono rappresentare una grande opportunità di consapevolezza personale che non si manifesta così chiaramente in chi riesce ad avere figli naturalmente. In tal senso la fecondazione eterologa è un dono nel dono e il regalo più grande che potremo fare ai figli nati con questa tecnica è quello di amarli incondizionatamente per quello che sono e per come potranno reagire in merito alla narrazione delle loro origini.

Cos'è l'Epigenetica?

Risorse e Supporto per le Famiglie Eterologhe

Il percorso della fecondazione eterologa, con le sue complessità emotive e sociali, non deve essere affrontato in solitudine. Esistono molti esempi a cui rifarsi per trarre forza e impulso a far bene. Conoscere le esperienze dei genitori e dei figli già nati con l’eterologa è sicuramente molto utile per evitare gli errori fatti in passato da chi ci ha preceduto, ma non potranno garantirci che le relazioni che si svilupperanno all’interno di questa scelta saranno prive di conflitti.

Molti psicologi che si occupano di sostenere e accompagnare le coppie infertili sono di solito concentrati nell’analizzare il vissuto e le emozioni di chi sta scegliendo se intraprendere tale percorso, ma, proprio per aiutare meglio questa tipologia di pazienti, è fondamentale conoscere in maniera approfondita chi sono i genitori e i figli che acquisiscono questo ruolo attraverso un dono esterno. Per questo motivo, può essere molto utile analizzare i documenti della Donor Conception Network, un’associazione fondata nel 1993 in Gran Bretagna da cinque coppie che avevano concepito grazie a una donazione e che volevano creare una rete di sostegno reciproco per le altre famiglie che si trovavano nella stessa situazione. Grazie a questo ente si possono leggere le testimonianze dei figli concepiti in questo modo e avere a disposizione dei testi che approfondiscono l’argomento.

A conferma di questo, navigando su internet, è possibile imbattersi nel sito www.wearedonorconceived.com che dal 2016 si occupa di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni in merito ai figli nati attraverso la donazione. Il sito è stato fondato da una giornalista californiana freelance, anche lei nata da donazione, e si presenta come un luogo dove le persone nate con questa tecnica possono raccontare le loro storie. L’obiettivo è quello di sensibilizzare il grande pubblico ad avere una maggiore consapevolezza in merito alle sfide che i figli nati da eterologa potrebbero dover affrontare ogni giorno.

Per quanto riguarda la comunicazione con i bambini, sebbene parlare di genetica con i più piccoli possa sembrare una sfida, ci sono oggi strumenti che possono rendere questo compito più facile. Esistono, ad esempio, libri e racconti adatti a diverse fasce d’età che aiutano i bambini a comprendere concetti come la donazione di ovociti o seme. Martina Mele lavora anche a un interessante progetto editoriale per i bimbi nati con la PMA e le loro famiglie: si tratta della prima favola personalizzabile sulla riproduzione assistita, un libro illustrato per raccontare ai bambini l’avventura attraverso la quale sono venuti al mondo. Strada per un Sogno ha da poco pubblicato un libro dal titolo: “Ogni favola è un Sogno” che può essere utilizzato proprio per raccontare ai propri figli come sono nati. Tra gli strumenti disponibili c’è anche un e-book, disponibile in diverse lingue, che spiega in modo semplice e adatto ai bambini i vari modi in cui possono essere stati concepiti.

Copertina di un libro illustrato per bambini che racconta la storia della nascita attraverso la fecondazione eterologa

I nostri figli, genetici e non, cresceranno in un’epoca in cui il vincolo tra concepimento e genitorialità non sarà più obbligatorio. Questo è un altro elemento a conferma della tesi - sostenuta fin dagli albori della sociologia e della psicologia - per cui la famiglia non è un fenomeno naturale ma una costruzione sociale e affettiva. Sempre più persone oggi fanno i conti con la mancata continuità biologica tra generazioni, con figli i cui tratti somatici possono non ricalcare la linea genetica familiare, con fantasie e difese relative a donatori e donatrici. È la psicanalisi a ricordarci che i figli sono soprattutto figli di buoni accoppiamenti mentali e che i genitori, madri e padri, sono tali a partire dalle loro funzioni. Per questo motivo è dal modo in cui si è elaborata tale scelta che è possibile porre le basi per una buona relazione affettiva tra genitori e figli.

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