In un’Italia che si sgretola, dove le pensioni sono un rebus, il lavoro un campo minato, la sicurezza uno slogan, la natalità un eufemismo, la scuola una trincea, la sanità una lotteria e l’Europa un interlocutore stanco, la questione dell'identità personale e dei diritti civili assume talvolta un'importanza inattesa. In questo contesto, l'attribuzione del cognome ai figli è divenuta negli anni un terreno di dibattito acceso, che vede confrontarsi retaggi culturali, istanze di parità di genere e interventi decisivi della Corte Costituzionale. La discussione, che tocca una corda identitaria profonda, è stata recentemente riaccesa da diverse proposte legislative, tra cui spicca quella presentata dal Movimento 5 Stelle, mirante a estendere anche alle madri la possibilità di dare il proprio cognome ai figli, superando un automatismo normativo ritenuto anacronistico.
La Proposta del Movimento 5 Stelle: Un Passo verso la Parità e l'Allineamento Europeo
Tra le varie iniziative legislative che hanno cercato di affrontare la complessa questione dell'attribuzione del cognome, il disegno di legge "Disposizioni in materia di attribuzione del cognome ai figli", presentato lo scorso 28 gennaio al Senato dalla senatrice Alessandra Maiorino del Movimento 5 Stelle e firmato anche dal collega Emanuele Dessì, si pone come un tentativo concreto di riforma. La proposta nasce dall'esigenza, da un lato, di garantire pari dignità alle donne nell'ambito del rapporto coniugale e familiare e, dall'altro, di allineare il nostro ordinamento a quello di altri Paesi europei.
Secondo i firmatari della proposta, assegnare al figlio il cognome paterno costituisce un retaggio culturale ormai non più in linea con le mutevoli trasformazioni subite negli anni dall'attuale tessuto sociale. L'obiettivo, come spiegato da Alessandro Maiorino all'Adnkronos, è cancellare questo automatismo normativo. Il disegno di legge prevede infatti che sia la coppia a scegliere, di comune accordo, quale dei due cognomi tramandare. Si tratta di una proposta reiterata in diverse forme dal '79 ma che non ha mai trovato un approdo concreto. La senatrice Maiorino ricorda che su questo tema nel 2016 è intervenuta anche la Consulta, dichiarando incostituzionale la norma che prevede l'automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo.

Il Ddl del Movimento 5 Stelle, che si articola in otto articoli, mira a risolvere tale "vulnus normativo". Di fronte a questa norma, l'Ufficiale dello Stato civile dovrà accogliere la richiesta dei genitori che, di comune accordo, intendano attribuire il doppio cognome, al momento della nascita (con riferimento anche ai figli nati fuori dal matrimonio) o al momento dell'adozione. Un aspetto cruciale affrontato dalla proposta riguarda l'eventualità di mancato accordo tra i genitori: in tal caso, saranno attribuiti al figlio "i cognomi di entrambi i genitori in ordine alfabetico".
Interrogata sul carattere "femminista" della sua proposta, la senatrice Maiorino ha risposto: "Ho imparato a non amare questa definizione: ha il sapore di qualcosa di fazioso, di battaglie portate avanti con una certa veemenza, che non mi appartengono. No, a me sembra semplicemente una cosa di buonsenso."
L'Intervento Rivoluzionario della Corte Costituzionale: Pioniera di Giustizia
Il dibattito sull'attribuzione del cognome è stato profondamente influenzato e spesso anticipato dalle sentenze della Corte Costituzionale, che negli anni ha evidenziato le criticità dell'ordinamento italiano. Già nel 2016, due anni dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo per il "vizio strutturale" dell'ordinamento italiano che "discrimina le donne" e lede i "diritti della vita privata e famigliare", una sentenza della Consulta (la n. 286 del 2016) era intervenuta sulla questione. Questa pronuncia ha dichiarato l'illegittimità delle norme che imponevano l'automatica attribuzione del cognome paterno ai figli legittimi. Secondo la Corte, tale automaticità era "desumibile" da alcuni articoli del codice civile e di alcune leggi, ma in contrasto con i principi costituzionali. Rosanna Oliva de Conciliis ha rivolto un sentito grazie al Presidente emerito della Corte costituzionale Giuliano Amato, relatore della prima sentenza, che durante la sua presidenza la Consulta si è pronunciata con la seconda e "fondamentale" sentenza sul doppio cognome.
Il 27 aprile 2022, la Corte Costituzionale ha emesso una decisione storica (giudice relatore Emanuela Navarretta), dichiarando illegittime le regole che non consentono ai genitori di dare al figlio, di comune accordo, solo il cognome della madre, e che obbligano a usare il solo cognome del padre, anziché quello di entrambi i genitori, in caso di mancato accordo. Questa sentenza, la n. 131 del 2022, ha ribadito un principio fondamentale: "Nel solco del principio di eguaglianza e nell’interesse del figlio, entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell’identità personale." La Corte ha così chiarito che l’assegnazione automatica del cognome paterno ai figli "viola l'articolo 2 della Costituzione in quanto comprime il diritto del singolo individuo all'identità personale" e si pone "in contrasto" anche con gli articoli 3 e 29 della Costituzione, "poiché si lede il diritto di uguaglianza e pari dignità dei genitori nei confronti dei figli e tra i coniugi medesimi."

Le sentenze della Consulta hanno messo in luce un "vulnus normativo" di fronte al quale l'Italia deve necessariamente intervenire legislativamente. La Corte ha più volte definito "indifferibile" la riforma organica del cognome, un richiamo pressante al Parlamento che, purtroppo, per anni non ha trovato un'adeguata risposta. Come ha commentato la capogruppo del Pd al Senato Simona Malpezzi, "Per l’ennesima volta, la Corte è arrivata prima del legislatore." Questo evidenzia una disconnessione tra l'evoluzione giurisprudenziale e la capacità del legislatore di recepire e tradurre in legge le mutate esigenze sociali e i principi costituzionali.
Cognome dei figli: la Corte costituzionale dubita delle norme del Codice civile
Il Percorso Legislativo Tortuoso: Dalle Aule Parlamentari alle Commissioni
La questione del cognome non è nuova nell'agenda politica italiana, con proposte reiterate in diverse forme dal '79 che non hanno mai trovato un approdo concreto. Negli anni scorsi, qualcosa si stava muovendo in Parlamento, sebbene i tentativi di riforma si siano poi rivelati infruttuosi. Il 24 settembre 2014, durante il governo guidato da Matteo Renzi, alla Camera dei deputati era stata approvata una proposta di legge, frutto dell’unione di diversi testi, che, tra le altre cose, chiedeva di superare l’assegnazione automatica del cognome del padre a un figlio. La proposta era quella di inserire un nuovo articolo nel codice civile (l’art. 143-quater) in base al quale i genitori coniugati potessero attribuire al figlio o solo il cognome del padre o solo quello della madre o entrambi, «nell’ordine concordato». In caso di mancato accordo tra i genitori - spiegava la proposta di legge - al figlio sarebbero stati attribuiti i cognomi di entrambi i genitori in ordine alfabetico. Inoltre, se la coppia di genitori avesse avuto altri figli, a questi sarebbe dovuto essere dato lo stesso cognome scelto per il primo figlio.
Questa proposta si arenò poi in Senato: a fine dicembre 2017, dopo più di tre anni dall’approvazione della Camera, il testo, supportato in particolare dal Partito democratico, aveva concluso il suo esame alla Commissione Giustizia del Senato, ma non era giunto al voto finale in aula.

Attualmente, l’iter al Senato, in commissione Giustizia, vede l'esame congiunto di diversi disegni di legge presentati nel merito da Pd, Leu, Iv, M5S, Forza Italia, Udc e Svp. Le proposte principali contenute in questi testi sono pressoché identiche e in linea generale ricalcano le parole contenute nel testo approvato dalla Camera nel 2014. Come quest’ultima, le proposte all’esame della Commissione Giustizia del Senato tracciano anche alcune disposizioni relative, per esempio, ai figli adottati o nati fuori dal matrimonio. Non è ancora chiaro se queste proposte avranno maggiore fortuna rispetto a quelle degli anni scorsi, anche se la recente sentenza della Corte costituzionale ha sicuramente riportato d’attualità il tema nei lavori parlamentari, ricordando la necessità di un intervento legislativo.
La senatrice Simona Malpezzi, prima firmataria del Disegno di legge del PD, ha dichiarato: "Ora chiediamo al presidente della Commissione Giustizia Andrea Ostellari che si adoperi perché il provvedimento venga approvato rapidamente e in piena aderenza a quanto stabilito dalla Corte." A tale richiesta, lo stesso Ostellari (Lega) ha replicato, dicendo che "l’iter della Commissione Giustizia prevede che ora si svolgano le audizioni" e aggiungendo: "La senatrice Malpezzi, se ritiene la questione effettivamente prioritaria, si adoperi nell’ambito dell’ufficio di presidenza della commissione per accelerare i lavori." L'impegno per una riforma organica del cognome, definita "impellente" con la sentenza n. 131 del 2022, è un percorso lungo e costante, sostenuto da esperte ed esperti, alcuni dei quali recentemente sono stati auditi dalla Commissione Giustizia del Senato.
Diverse Voci nel Dibattito Politico: Tra "Risarcimento" e "Provocazione"
Il dibattito sull'attribuzione del cognome ai figli non si limita alla proposta del Movimento 5 Stelle, ma include anche posizioni più radicali che hanno animato lo scenario politico. Questa settimana, Dario Franceschini, già ministro di tutto, ora senatore, ha deciso di proporre una legge per attribuire solo il cognome della madre ai figli. Un risarcimento, dice lui. Una forma di riequilibrio. Un gesto che si può anche discutere, ma che, più che incidere sul reale, segna una presenza. L'ex ministro della Cultura, ha anticipato questa volontà all'assemblea dei senatori dem, dicendo: "Anziché creare infiniti problemi con la gestione dei doppi cognomi o con la scelta tra quello del padre e quello della madre, dopo secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre, stabiliamo che dalla nuova legge prenderanno il solo cognome della madre. È una cosa semplice ed anche un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere." Gramellini sul Corriere lo ha accompagnato con il consueto stile ovattato, evidenziando come la libertà di scelta sia una finzione e come certe situazioni vadano forzate, toccando una corda identitaria.

La proposta di Franceschini ha destato reazioni contrastanti e, in alcuni casi, vivaci proteste. Molti l'hanno considerata una "provocazione irricevibile". Il presidente della commissione Cultura della camera e deputato di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, ha dichiarato: "Credo che sia semplicemente un ribaltare il problema che - Franceschini - stesso denuncia. Nella sua visione, che non è la mia, si passerebbe dal patriarcato al matriarcato, quando già la legge ammette, giustamente, che i figli possano assumere in maniera abbastanza semplice entrambi i cognomi, del padre e della madre." Anche l'ex senatore della Lega, Simone Pillon, ha smontato il ragionamento di Franceschini con una provocazione: "Hai capito che il cognome materno è quello del papà della mamma?" Il leader di Azione, Carlo Calenda, ha commentato sui social: "Altre priorità non ne abbiamo?". La stessa Alessandra Maiorino, vicepresidente dei senatori M5S e firmataria della proposta sul doppio cognome, ha ammesso: "Io ho fatto un salto sulla sedia quando ho visto la proposta di Franceschini. Evidentemente al buon Dario sfugge quanto sia stato difficile già lavorare alla giustapposizione dei cognomi di entrambi i genitori."
Dall'altro lato, la decisione della Corte Costituzionale e le proposte di legge che ne conseguono sono state accolte dal centrosinistra e dalla sinistra come un atto di civiltà che spazza via norme "anacronistiche" e gli ultimi retaggi di una società "patriarcale". La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha commentato: "Grazie alla Corte Costituzionale un altro passo in avanti verso l’effettiva uguaglianza di genere nell’ambito della famiglia." La vicepresidente dem del Senato e relatrice della legge sul doppio cognome, Anna Rossomando, ha dichiarato: "Finalmente una voce maschile ha riscontrato che per secoli c’è stata una sorta di invisibilità delle donne, con l’attribuzione del solo cognome del padre." Rossomando ha anche sottolineato che "gran parte del lavoro è stato già fatto in Commissione, manca l’ultimo miglio per salutare, almeno nominalmente, la cultura patriarcale."

Nonostante l'entusiasmo di alcuni, le destre hanno espresso dissenso. Mentre la ministra Carfagna taceva, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli si è dispiaciuto di una sentenza che, a suo dire, "può avere effetti negativi sulla famiglia." Il deputato di Fd’I ha accusato la sinistra di fomentare "la guerra tra uomo e donna," riproponendo una lettura ideologica del tema.
La Società Civile e la Persistenza delle Resistenze Culturali
In questa Italia in apnea, dove la sanità è in crisi, i comuni chiudono le mense e l’autonomia energetica è un sogno infranto, il dibattito sul cognome dei figli assume una valenza che va oltre il mero aspetto burocratico. Da anni la società civile, attraverso associazioni e comitati, si impegna per sensibilizzare l'opinione pubblica e sollecitare l'intervento del Parlamento. La Rete per la Parità-APS, per l'ottavo anno consecutivo, ha organizzato un convegno dedicato alla riforma organica del cognome, nella Sala Igea dell’Istituto Treccani. Questo impegno è stato lungo, costante e sostenuto da esperte ed esperti, alcuni dei quali recentemente sono stati auditi dalla Commissione Giustizia del Senato.
All'apertura dei lavori del convegno, moderati da Rosanna Oliva de Conciliis, presidente onoraria della Rete per la Parità-APS, il presidente emerito della Corte costituzionale Giuliano Amato ha definito "inspiegabile e inaccettabile" il protrarsi di questa situazione di stallo legislativo. Un messaggio di apprezzamento e sostegno è stato inviato al convegno anche dalla Ministra per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione Normativa, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Durante la Tavola rotonda, moderata da Anna Laura Bussa, Capo servizio della Redazione Politico Parlamentare dell’Ansa, alla quale è intervenuta anche Anna Doro, fondatrice di #nonsitornaidietro, a dimostrazione dell’interesse al tema da parte di tante associazioni, le avvocate Antonella Anselmo e Susanna Schivo e la notaia Alessandra Mascellaro hanno animato il dibattito confrontandosi sui contenuti della riforma. Tra gli interventi, intercalati dalla lettura da parte di Teresa Polimei di articoli della Costituzione e brani delle sentenze della Corte, significativo quello di Manuela Magalhães, madre protagonista della storica sentenza del 2016 e le relazioni delle costituzionaliste Carla Bassu e Silvia Illari. Sulle tematiche affrontate dai lavori in corso nella Commissione Giustizia del Senato, sono intervenute le senatrici Ilaria Cucchi (AVS - Sinistra), vicepresidente della Commissione e prima firmataria di un disegno di legge sulla riforma, Alessandra Rossomando, relatrice dei testi in esame, e Alessandra Maiorino, prima firmataria della proposta del Movimento 5 Stelle. Quest'ultima, nel suo intervento, ha appoggiato il sorteggio come soluzione quando manca l’accordo dei genitori sull’ordine dei cognomi.

I dati presentati al convegno dalla statistica Linda Laura Sabbadini, socia onoraria della Rete per la Parità, hanno illustrato le richieste di attribuzione del doppio cognome a livello regionale, evidenziando notevoli differenze territoriali: la Lombardia e la Sardegna si distinguono per il maggior numero di richieste, mentre le città più virtuose sono Genova e Milano.
Cognome dei figli: la Corte costituzionale dubita delle norme del Codice civile
Un aspetto interessante emerso dalle interviste curate da Sonia Maria Melchiorre, Presidente del CUG e referente del Gender Equality Plan dell’Università della Tuscia, è come tra le giovani generazioni non vi siano resistenze culturali o atteggiamenti maschilisti, ancora diffusi invece tra le persone adulte, come rilevato dalla professoressa Francesca Dragotto (Università di Tor Vergata), direttrice del centro di ricerca Grammatica e Sessismo e del monitoraggio RAI sulla rappresentazione femminile e il pluralismo. Particolare interesse ha suscitato l’intervista in diretta realizzata da Gaetano Affuso e dalla stessa Francesca Dragotto a ChatGPT, simbolo di un dialogo aperto tra diritti, linguaggio e tecnologia.
Dopo oltre tre ore di lavori, il “cauto ottimismo” che aveva caratterizzato l’incontro dello scorso anno è stato sostituito dal dubbio che la legge possa essere approvata entro questa Legislatura. A nove anni dalla prima sentenza della Corte costituzionale (n. 286/2016) e oltre tre anni dalla seconda (n. 131/2022), la domanda su quando arriverà la riforma è rimasta senza risposta, lasciando il tema del cognome dei figli in una sorta di limbo legislativo, in attesa di un intervento che la Corte stessa ha definito "inspiegabile e inaccettabile".