La lingua italiana, con la sua ricchezza e le sue sfumature, nasconde storie affascinanti dietro parole e modi di dire che usiamo quotidianamente. Due esempi emblematici di questa profondità culturale sono il saluto "ciao" e il soprannome "ciuccio", legato alla squadra di calcio del Napoli. Entrambi i termini, seppur provenienti da contesti e con significati apparentemente distanti, rivelano origini sorprendenti e percorsi evolutivi che ne hanno plasmato l'attuale identità.
"Ciao": dalle catene della schiavitù al saluto universale
"Ciao" è una forma di saluto amichevole ed informale della lingua italiana, usata sia nell'incontrarsi sia nell'accomiatarsi (in quest'ultimo caso, talvolta, si usa raddoppiato, ovvero "ciao ciao"). È una parola che tutti noi impieghiamo con naturalezza, quasi senza accorgercene, ma la sua storia è molto più antica e complessa di quanto si possa immaginare. L'espressione "fare ciao" si riferisce a un gesto di saluto ottenuto agitando la mano, un modo di salutare ormai universale, la cui diffusione su scala globale è però relativamente recente.

Un'etimologia sorprendente: da "schiavo" a "ciao"
Per comprendere l'origine di "ciao", dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e spostarci in area veneta, in particolare nel territorio veneziano. È qui che, almeno a partire dal XV secolo (forse anche prima), si cominciò a salutare con la parola "schiavo" (o "s'ciavo" nella pronuncia veneziana). Questo termine deriva dal tardolatino 'sclavus', traducibile come "schiavo", e, in un senso più ampio, dal latino medievale sclavu(m)/slavu(m), che indicava "(prigioniero di guerra) slavo", in riferimento al fatto che un gran numero di schiavi nel Mediterraneo proveniva da etnie slave.
Inizialmente, "s'ciavo" era inteso nel significato di "sono vostro schiavo" o "sono al vostro servizio", costituendo un saluto assolutamente reverenziale. Questa usanza è variamente attestata nelle commedie di Carlo Goldoni, dove viene pronunciato con superiorità da nobili altezzosi e cicisbei. Ne 'La locandiera', ad esempio, il Cavaliere di Ripafratta si congeda dagli astanti con «Amici, vi sono schiavo». Nonostante la sua origine umile e sottomessa, questa forma di saluto era un retaggio di un rispetto, profondo o di convenienza che fosse, che si rinnovava ad ogni incontro. Il saluto consisteva nel mettersi simbolicamente a disposizione dell'altro come un servo, come uno schiavo.
L'evoluzione fonetica e la diffusione
Col passare del tempo e il mutare della lingua, "s'ciavo" si contrasse in "s'ciao" e quindi in "ciao". Sebbene l'etimologia suggerisca un'antica rappresentazione dell'immaginario comune, il percorso che ha portato all'attuale "ciao" ne ha reso quasi irriconoscibili le origini. A partire dall'Ottocento, il termine si diffuse come saluto informale dapprima in Lombardia, dove venne alterato assumendo la forma "ciao" attuale. Fu la forma lombardizzata "ciao" a fare fortuna e nel secolo successivo si diffuse in tutta la Penisola.
L'uso di "ciao" risale a circa duecento anni fa per quanto riguarda la sua prima attestazione scritta. Nel 1818, Francesco Benedetti, tragediografo di Cortona, in una lettera parla del modo gentile in cui viene trattato dai milanesi e da una signora con cui si reca alla Scala: «Questi buoni Milanesi cominciano a dirmi: Ciau Benedettin». Sempre di quello stesso anno è un’epistola di Giovanna Maffei, contessa veronese, che porge a suo marito i saluti del figlio ancora piccolo: «Peppi à appreso a dire il tuo nome, e mi disse di dir ciao a Moti».
L'irresistibile ascesa di "ciao" nel mondo è stata favorita da diversi fattori. Negli anni, la parola si è attestata in tutto il Mondo a seguito delle migrazioni degli italiani, ed è entrata come saluto informale anche nel lessico di numerose altre lingue, in questi casi quasi sempre unicamente per il commiato, soprattutto in Francia, Romania, Lituania, Portogallo, Spagna e paesi del Sud America. Per esempio, troviamo "chao" in Spagna e "tchau" in Portogallo.
Bella Ciao: dalle mondine ai partigiani, la voce che ha unito un popolo 🎶✊ | Italiano Facile
Il "boom" internazionale di "Ciao"
Un momento decisivo per la diffusione internazionale di "ciao" fu il 1959, quando Domenico Modugno, insieme a Johnny Dorelli, vinse a Sanremo con la canzone "Piove". Il mitico ritornello, "Ciao ciao bambina", divenne il titolo dei dischi destinati all'estero, entrando nelle orecchie degli ascoltatori di mezzo mondo. Come la pizza o "Volare!", "ciao" cessò di essere solo nostro. Il linguista Nicola De Blasi, nel suo libro "Ciao" (pubblicato dal Mulino), sostiene che la canzone di Modugno e Dino Verde rappresentò la svolta decisiva nella fortuna internazionale della parola.
Tuttavia, il termine era già noto oltre i confini nazionali prima di allora. In un romanzo francese di Paul Bourget del 1893, un personaggio diceva in italiano «Ciaò, simpaticone», e nei primi del Novecento veniva suonato un valzer intitolato «Ciao». Nel film di Monicelli "I soliti ignoti" del 1958, Gassman saluta l'amico Capannelle ricoverato in ospedale con le parole «Addio, ciao, bello».
Il nostro "ciao" si diffuse nel mondo sulle ali del boom economico italiano come "icona quasi fonosimbolica" e del diffondersi del "tu" nei rapporti personali. Tant'è che nel 1967, l'anno tragico per Sanremo in cui Tenco presenta "Ciao amore ciao", la Piaggio decise di battezzare "Ciao" un suo motorino che, con lo slogan pubblicitario «Bella chi ciao», puntava sul pubblico giovanile. Il '68 è l'anno in cui sempre a Sanremo Luis Armstrong duetta con Lara Saint Paul cantando "Ciao, stasera son qui". L'irresistibile ascesa di "ciao" giunse all'apoteosi nel 1990 con la mascotte eponima dei Mondiali di calcio. Attualmente, dopo pizza, "ciao" è la parola italiana più pronunciata nel mondo, in forme come "ciao raga", "ciao neh" e "ciaone".

È interessante notare come anche il celebre canto partigiano «Bella ciao», intonato dai partigiani, si sia imposto molto dopo come inno politico di resistenza e di liberazione, grazie anche a iniziative commerciali prestigiose come il disco di canti popolari italiani interpretati da Yves Montand.
Un'etimologia analoga ha anche il saluto informale "servus" diffuso nell'Europa centrale, a testimonianza di come concetti simili di sottomissione o disponibilità abbiano dato origine a saluti informali in diverse culture.
Il "Ciuccio" del Napoli: da simbolo regale a soprannome affettuoso
Il caso del "ciuccio" come simbolo della squadra di calcio del Napoli è un altro esempio affascinante di come un'identità possa essere plasmata da eventi storici, aneddoti popolari e sentimenti profondi. Le maggiori squadre di calcio italiane sono talvolta identificate con una simbologia alternativa a quella degli stemmi che portano sulle maglie: la Juventus è la zebra, il Milan è il diavolo, l’Inter è il biscione, la Roma è la lupa e il Napoli è il ciuccio… anzi, ‘o ciucciariello, come si dice dalle parti del Vesuvio. Questa simbologia, sebbene meno marcata rispetto al passato, rimane ben viva nella mente dei tifosi di vecchia data.

Il "Corsiero del Sole" e l'orgoglio partenopeo
Tutto ha origine nell’Agosto del 1926, quando l’Internazionale Naples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, anche detto Internaples, cambia nome e abbandona l’inglesismo sgradito al regime fascista, diventando Associazione Calcio Napoli. Nello stemma della stagione 1926/27 compariva un cavallo rampante, il "Corsiero del Sole", ovvero il simbolo di Napoli durante il Regno delle Due Sicilie, ma anche dell’intero Regno peninsulare Napolitano (quello insulare siciliano era simboleggiato dal Triscele). Del resto, i calciatori dell’Internaples erano già soprannominati "i poulains", i puledri.
Il cavallo rampante era stato scelto in epoca di dominazione sveva come simbolo della città perché allegoria dell’impetuosità del popolo partenopeo. In tempi antichi, Napoli era divisa in "Sedili", anche detti "Seggi", e proprio al "Sedile di Capuana", nei pressi di quello che oggi è il Duomo, era presente un’imponente statua bronzea raffigurante un cavallo rampante. Nel Duecento, Corrado IV di Hohenstaufen fallì più volte la conquista della città a causa della resistenza dei Napoletani trincerati dentro le mura. Aprì un varco sotterraneo superando le linee difensive e costrinse i riluttanti alla resa. Vinse, e volle dimostrare di aver domato un popolo che aveva difeso la propria libertà lasciando un segno indelebile sull’emblema della città, la colossale statua del "Corsiero del Sole", il cavallo imbizzarrito di bronzo.
Il cavallo, sin dal Medioevo e fino all’avvento novecentesco del motore a scoppio, è stato eccellenza della città di Napoli. La pregiata razza del Cavallo Napolitano, persino migliorata da Carlo di Borbone nella Real Tenuta di Persano con sangue di stalloni arabi e fattrici orientali, è stata una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia. Lo rimase fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dei Savoia, la pregiata razza equina napoletana fu fatta sopprimere per decreto dal nuovo governo, poco attento alle eccellenze di un mondo che non gli apparteneva.
La nascita del "ciuccio": un'espressione di sconforto e ironia
Nel 1926, l’A.C. Napoli si tuffò nell’avventura del suo primo campionato nazionale contro gli squadroni del Nord, che si dipanò tra 17 sconfitte e un misero pareggio, culminando con l’ultima posizione nel proprio girone e un ripescaggio che scongiurò la retrocessione. Fu in questo contesto di delusione che i tifosi entrarono subito nella storia del club, segnandola profondamente.
In un bar di ritrovo, il Brasiliano poi Pippone, in Via Santa Brigida, uno sconfortato sostenitore azzurro dell’epoca, Raffaele Riano, urlò: «Ma quale cavallo rampante?! Stà squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella: trentatre chiaje e ‘a coda fraceta». "Fechella" era il soprannome di Domenico "Mimì" Ascione, un personaggio che, negli anni Venti, vendeva fichi e altri frutti nella zona del Rione Luzzatti, là dove giocava il Napoli, trasportando la merce con un vecchio asino dalla coda in pessime condizioni, tanto carico di acciacchi da essere pieno di piaghe.
A quell’espressione rabbiosa e ironica, tipicamente partenopea, seguirono le fragorose risate dei presenti, che la suggerirono alla redazione di un giornale umoristico. Nei giorni seguenti, le edicole di Napoli diffusero l’illustrazione di un asinello incerottato da Emilio Reale, primo presidente azzurro, e con una miserabile coda. Così, il nobile e fiero cavallo di Napoli, simbolo di impetuosità e regale discendenza, divenne un "spelacchiato somarello". Non va dimenticato però, oggi più che mai, che quel ciuccio in realtà era in principio un cavallo fiero, elegante e battagliero, proprio come la tifoseria azzurra vorrebbe sempre la propria squadra del cuore.

L'epoca Maradona e la "N" napoleonica
Con l’arrivo di Maradona, datato 1984, venne adottata una “enne” napoleonica, oggi scevra di ogni orpello e scritta, a richiamare il periodo napoleonico della città e a comunicare all’Europa calcistica un legame con la Francia imperiale. Questa scelta, probabilmente voluta dal presidente per accontentare un desiderio della moglie Patrizia Boldoni, grande appassionata della figura dell’Imperatore, strideva con le radici della città e il breve periodo (soli dieci anni) di dominazione napoleonica.
Si tratta pertanto di un’evidente dicotomia storica che contrasta con le scelte iconiche della nascente A. C. Napoli. Napoleone, attraverso il fratello Giuseppe e il cognato Murat, usurpò il trono del Sud proprio a danno dei Borbone di Napoli nel periodo imperiale francese, prima che il suo crollo e il conseguente Congresso di Vienna riaffermassero il legittimismo in tutt’Europa, sancendo nel meridione d’Italia la restaurazione borbonica. L'adozione della "N" napoleonica, pur segnando un'epoca di successi calcistici, ha rappresentato un allontanamento da un simbolo radicato nella storia e nell'identità partenopea, il "Corsiero del Sole", che ha lasciato spazio all'affettuoso ma ironico "ciuccio".